L’IMPASSE NELLA COMUNICAZIONE POLITICA ITALIANA.


Nel 1969 i Led Zeppelin componevano la canzone Communication breakdown – letteralmente, “interruzione della comunicazione” -. Sembra che questa track stia facendo da sottofondo musicale – e da un bel po’ di tempo a questa parte, a dire il vero – all’intero panorama politico italiano. Personalmente, continuo ad avere la sensazione che i due attori “umani” dello spazio pubblico mediatizzato, ovvero la classe dirigente e l’elettorato, siano totalmente incapaci de facto non solo di comunicare tra di loro, ma persino internamente a loro stessi – cioè tra i vari livelli che li costituiscono -. Si sta assistendo, giorno dopo giorno, al proliferare di ogni qualsivoglia specie d’impedimento comunicativo tra ed all’interno di questi due distinti “piani” concernenti la politica nostrana. L’aspetto che maggiormente mi rende basito a tal riguardo è che tutto questo stia avvenendo nei riguardi di una realtà – la nostra – che, per l’appunto, è profondamente permeata ed invasa dai mass media. Perché lo spazio pubblico mediatizzato, ad oggi, non prevede solo la presenza della mera televisione – con tutto ciò che ne consegue in termini di framing e di spettacolarizzazione -, ma, bensì, anche del Web 2.0. Non avrebbe dovuto, tutto questo, abbattere le barriere delle reciproche incomprensioni? L’autocomunicazione di massa non avrebbe dovuto non solo velocizzare la diffusione dell’informazione ma anche rendere più immediata l’elaborazione della medesima? Ma procediamo con ordine.

Innanzitutto, come primo step all’analisi, vorrei soffermarmi su quei casi in cui l’artefice della comunicazione è il primo a non sapersi porre nei riguardi della comunicazione stessa. Proprio per il semplice fatto di non aver capito come, al giorno d’oggi, sia necessario “tutelarsi” in ambito comunicativo, onde evitare, fin da subito, la proliferazione  delle strumentalizzazioni, delle decontestualizzazioni e delle gogne mediatiche ad personam – gogne che, nella maggior parte dei casi, assumono sempre vesti virtuali, quali meme, derisioni sui socialset similia -. Un primo esempio che desidero trattare investe la deputata del Partito Democratico, Cristina Bargero. Dopo quanto accaduto il mese scorso, in seno all’approvazione della Camera dei Deputati della modifica avallata dal Governo sull’esito del referendum del 2011 – con la conseguente possibilità riconosciuta anche alle società quotate in borsa di poter contendere, a quelle di diritto pubblico, la gestione dell’erogazione del servizio idrico -, ho assistito ad una vera e propria invasione nel Web – e nello specifico su Facebook – di memepost in cui si denigrava, senza troppi mezzi termini, quanto esplicitato dalla deputata durante quella specifica interrogazione parlamentare.

L’acqua pubblica che arriva nelle nostre case non può essere considerata un bene pubblico ma proprio perché l’acqua non è un bene non escludibile. Per arrivare nelle nostre case abbiamo acquedotto, condutture. Il dibattito è un po’ viziato.

Questa frase è divenuta subito oggetto di strumentalizzazione politica. Essa è stata decontestualizzata in toto ed è finita col divenire un’arma comunicativa da ritorcere contro la diretta interessata. In effetti, letta in questo modo, senza avere un benché minimo quadro concettuale di riferimento, è lecito il capire come si possa esser portati, nell’immediato, ad esplicitare una dura e severa critica, senza attenuante alcuna. In realtà, quanto sostenuto dalla deputata Bargero possiede solide, anzi, solidissime basi di assoluta veridicità:

Nel mio intervento alla Camera stavo spiegando i principi della regolazione del servizio idrico. Chiunque abbia sostenuto un esame di Scienza delle Finanze sa che dal punto di vista della teoria economica l’acqua che arriva nelle nostre case non può essere definita un bene pubblico (non rivale e non escludibile) perché se non ci fosse una rete idrica (acquedotto) i cittadini potrebbero esserne esclusi. Di qui la necessità della regolazione. Il mio intervento è stato travisato, postato solo in parte e per cui sono stata sommersa di insulti e minacce.

A rigor di logica, qualora si fosse voluto criticare l’operato dell’Esecutivo, si sarebbe dovuto sviluppare la propria argomentazione rivolgendosi ipso facto alla deroga di legge posta alla pubblica attenzione parlamentare. Risulta, invece, a quanto pare, più immediato e semplice, nella stragrande maggioranza dei casi, decontestualizzare quanto espresso, darne una fisionomia distorta e deviata, al fine di ridurre poi il tutto alla stregua di uno strumento mediatico tramite il quale giustificare una condanna ed una derisione politica su scala nazionale. Perché sia al “politico” che al “cittadino” è, ovviamente, molto più semplice ed immediato porgersi in tale maniera nei confronti della res publica e dei contraddittori politici.

Uscendo, per un istante, dal panorama della politica strincto sensu – con l’intento di abbracciarne quello lato sensu -, un caso analogo è riscontrabile in questi giorni in seno a quanto dichiarato dal Santo Padre sul tema degli animali. Pochi giorni addietro, Papa Bergoglio ha soffermato la propria attenzione sulla questione della pietà e della compassione tra gli uomini. Una frase del suo discorso ha però scandalizzato buona parte della popolazione mondiale molto vicina – come il sottoscritto, del resto – alle tematiche animaliste. Riporto testualmente quanto enunciato:

Ma quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiutare la fame del vicino, della vicina. No, no.

Anche in questo caso, l’errore di fondo, a mio modo di vedere, è a monte. Un’uscita del genere non avrebbe potuto causare nient’altro che incomprensione e malumore. Perché – e lo torno a ripetere a gran voce – non ci si può aspettare (quasi mai) un’oggettiva capacità di giudizio ed un imparziale senso critico da parte del lettore o dell’ascoltatore di turno. In special modo, se l’interlocutore in questione è un user o ha appreso la notizia all’interno del Web. La volontà della ricerca della fonte per verificare la fondatezza o meno della dichiarazione posta in essere e la capacità esegetica di coglierne eventuali sfaccettature e/o fraintendimenti appartengono a pochissime tipologie di utenze. E lo reputo proprio un fattore di carattere quasi antropologico, fondante la fisionomia stessa della trasposizione virtuale del cittadino medio. Ovvio che il Papa non potrebbe mai denigrare il “Mondo animale”. A meno che non voglia commettere quella che oggi è volgarmente soprannominata epic fail, è naturale pensare che il significato delle parole del Pontefice sia ben diverso da quello che è stato interpretato, “postato” e divulgato nel World Wide Web. Si tratta, in realtà, di un’interpretazione esegetica di carattere teologico fondata su di un profondo umanitarismo concettuale; e ritengo che tale significato sia ben stato esposto dal Direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, padre Enzo Fortunato:

Le parole del Papa sono state strumentalizzate. Per San Francesco è centrale l’uomo e solo dopo ci sono gli animali e l’ambiente, il Creato. Troppi amano, come ha detto il Papa, cani e gatti, ma ignorano i vicini. Il Pontefice ha evidenziato la centralità dell’uomo, dei figli, dei vicini, guardando al futuro dell’umanità.

Per carità, non fraintendetemi. Si tratta pur sempre di una dichiarazione che può dividere. Ma sostenere che il Papa prediliga maggiormente l’amore per gli uomini rispetto a quello per gli animali è un’interpretazione che in parte mistifica il significato complessivo dell’intero intervento. O meglio: il senso è concettualmente quello, ma sono il parallelismo e la comparazione tra i due valori – “amare l’uomo” ed “amare gli animali” – ad essere fallaci: per il Pontefice, l’amore per gli uomini è giustificato, sempre e comunque, a priori e non pregiudica e non vizia, in alcun modo, le consequenziali attenzioni che poi ciascun cittadino può (anche) rivolgere altrove. Animali compresi. Non si tratta, quindi, di scegliere o di dover stilare una scala di preferenze in base alla quale decidere a chi rivolgere prima il proprio affetto e le proprie attenzioni. Si tratta, al contrario, di comprendere quale sia il fondamento valoriale che, di volta in volta, fa da riferimento e giustifica quella particolare dichiarazione che prendiamo in esame. E nel caso dell’intervento del Pontefice è la mera ideologia umanitaria, per l’appunto. Il Papa non sostiene che l’amore verso gli animali debba essere più tenue rispetto a quello che doverosamente deve essere rivolto verso il nostro simile; il Papa si limita ad evidenziare come l’uomo, secondo la dottrina cattolica ed in quanto creato ad immagine e somiglianza di Dio, debba sempre essere il centro di partenza per ogni attività umana. È da questa considerazione che poi si può partire per scegliere il “proprio schieramento ideologico”.

Ci sono poi episodi di erronea comunicazione nei quali viene a mancare non tanto la capacità a priori di “sapersi gestire”, di modo da non divenire poi oggetto d’involontari e/o opportunistici fraintendimenti, ma, bensì, quella “pragmatica” di leggere il proprio elettorato o, ad ogni modo, la propria posizione politica. Un caso recente è stato quello che ha riguardato il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Chiamato in causa, durante una nota trasmissione televisiva, circa le critiche mosse contro il Governo dalla fetta cattolica del Parlamento – il tutto a causa dell’approvazione del disegno di legge Cirinnà –, il premier ha esordito con il seguente incipit:

L’atteggiamento negativo di parte della gerarchia e di parte del mondo cattolico era ovviamente atteso. Io sono cattolico ma faccio politica da laico: ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo.

Nonostante il significato di tale dichiarazione sia alquanto inattaccabile – senza considerare l’aver giustamente rimarcato la doverosa separazione tra istituzione e spiritualità, sul piano meramente normativo e dell’attività legislativa de facto -, vi è un errore di fondo in una dichiarazione di questo tipo. Non si tiene in considerazione l’elevata importanza che tutte quelle variabili – riconducibili alla mera soggettività del singolo elettorale – possiedono per legittimare o delegittimare un preciso leader politico. La simpatia, la percezione o meno di un’immagine performativa – tanto per citare Barisone -, l’intensa o meno ingerenza nella vita privata di una specifica morale teologica, ecc., sono tutti fattori individualistici di cui si deve tener conto durante un rapporto dialogico che verte su temi scottanti e d’interesse pubblico. Il problema, in questo frangente, è, in sintesi, per lo più rappresentato dal fatto che trattasi di una dichiarazione dai connotati profondamente manichei. E l’obbligo di scelta posto senza alcuna mediazione diplomatica può divenire (anche) deleterio in termini di comprensione politica e di apprezzamento per la persona.

Un’altra grave lacuna comunicativa si verifica quando il politico si lascia “corrompere” e “deviare” da querelle volgari e prive di alcuna utilità. Un esempio recente – uno dei tanti, a dir la verità – ha coinvolto la Ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi, la quale, zittita per la dichiarazione rivoltale contro «chi voterà il referendum è un verdiniano.», ha visto bene di cadere nel tranello e di “stare al gioco”, rispondendo di tutto tono «chi non voterà la riforma è come Casa Pound.», suscitando così le ire di una molteplice schiera di diversi attori politici, tra cui la stessa ANPI, della quale magari tutto può esser detto tranne che di essere filo-fascista. Assistiamo, dunque, alla violazione di alcuni di quei “codici deontologici” che sono alla base dell’essere un perfetto politico – l’aggravante in questo caso è rappresentata dal fatto che trattasi, addirittura, di una carica istituzionale in pectore -: mantenere un alto profilo e non legittimare e/o fomentare mai le incomprensioni ed i dissidi tra le varie forze politiche. Ma, in Italia, si fatica moltissimo a comunicare: figuriamoci farlo in modo democratico e super partes.

Altra “perla” è poi quella della spettacolarizzazione virtuale. Come se già quella televisiva non avesse fatto danni ingenti in ambito politico. E non mi stupisco nemmeno del fatto che Grillo sia uno degli attori politici più dediti a tale arte. Continuo, del resto, a vedere sempre di cattivo occhio il Web, al quale riconosco scarsissime “capacità pedagogiche”, e la “democrazia partecipativa” ivi locata e da esso giustificata in toto. Esattamente come avveniva ai tempi dei Vaffadays, infatti, coi quali si esaltava la spettacolarizzazione della politica per mezzo della televisione – televisione che lo stesso M5S poi denigrava pubblicamente (ed opportunisticamente) -, estremismi identici continuano ad essere all’ordine del giorno. Quello avvenuto pochi giorni fa, in riferimento al neo sindaco di Londra – «[…] voglio poi vedere quando si fa saltare in aria a Westminster.» -, si va a sommare alle pecche comunicative evidenziate più volte anche sulla piattaforma virtuale – dalla copertina del blog, raffigurante l’ingresso di Auschwitz, caricata per condannare la riforma del lavoro, al photoshop di Renzi nelle vesti di Andreas Lubitz alla guida dell’airbus A-320, con tanto di hashtag #fermiamorenzie, con buona pace per le 150 vittime coinvolte in quel terribile atto suicida -.

Alla faccia del politichese, della retorica e del politically correct. La distanza e l’assenza di comunicazione e di agnizione che esiste reciprocamente tra classe politica e cittadinanza peggiora di giorno in giorno. E pare non essere un problema per nessuno. Soprattutto per chi frequenta, con tanta soddisfazione ed appagamento, le piattaforme virtuali. Dove basta condividere, mettere un like e bearsi della trasposizione virtuale del politicante di turno. Continua ancora ad essere solo e soltanto una mera questione di frames.

Vi lascio, come faccio di solito, tutta una serie di links nel caso voleste verificare le fonti e/o approfondire quanto trattato nell’articolo. Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

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