ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2016: CHI HA VINTO? CHI HA PERSO?


Desidero, volutamente, mettere da parte in questo articolo tutti i dati, le statistiche e le analisi, concernenti l’approfondimento del flusso elettorale, che sono state già ampiamente discusse e trattate, durante quest’ultime ore, da tutte (o quasi) le principali testate giornalistiche nostrane. Ciò che ambisco a compiere è quello di porre in essere un’analisi ad ampio spettro, dai connotati molto generali di modo da poter così fornire – sperando di riuscire in un tal intento – una chiave di lettura complementare e/o alternativa a quanto già è stato detto ed affermato in seno a questa tornata elettorale. Ed il modus operandi che ho scelto di adottare per argomentare il tutto si basa sulla presentazione di due domande; le due stesse domande che ho posto, provocatoriamente, nel titolo del post stesso. Partiamo, dunque, con la prima.

Chi ha vinto queste elezioni amministrative? O, per essere più chiari e precisi: “Chi ne esce rafforzato e/o maggiormente affermato nelle vesti di vera forza politica italiana?” Dinanzi a questa domanda, così di prima battuta, risponderei, senza esitazione alcuna, il M5S. Ma la vittoria del movimento dei “pentastellati” deve essere letta con profonda attenzione, a mio modesto parere ed invito. La loro affermazione politica trova la propria forza in due risultati che sono, politicamente, straordinari: Roma, dove Virginia Raggi è la prima sindachessa donna nella storia della Capitale – Capitale strappata al dominio amministrativo ultra-decennale dell’asse Sinistra-Destra – e Torino, città nella quale si è assistito al ribaltone della prima tornata elettorale con la conseguente vittoria di Chiara Appendino. Il M5S vince complessivamente in 19 dei 20 comuni in cui concorreva al ballottaggio. Sono comuni come Chioggia, Pinerolo, Pisticci, Ginosa di Puglia, e così discorrendo. La mia personale sensazione è che il movimento di Grillo sia ancora sprovvisto di un’estesa egemonia territoriale e di una marcata identificazione – come reale forza politica – a livello propriamente locale. Perché in moltissime realtà – locali, per l’appunto – è assente in toto. E per una (eventuale) vittoria ed affermazione a livello nazionale alla guida del Paese, un dislocamento su tutto il territorio, anche ai più piccoli livelli della realtà sociale, è (e sarà) particolarmente importante. Motivo per cui, la buona riuscita di governo in queste suddette due città potrebbe aprire scenari di “attenzione nazionale” senza precedenti per il M5S. Ma allora perché considerarli come, probabilmente, i veri vincitori di questo tornata elettorale? Perché ritengo che la loro vittoria – indipendentemente dal fatto che sia avvenuta per via della convergenza dei voti della Destra e a causa della situazione “tragica” ed “apocalittica” di Roma (situazione che ha sicuramente influenzato la direzione del flusso elettorale) – sia stata, soprattutto, mediatica. E dato che la politica è, per una gran fetta del suo stesso essere, percezione mediatica, questo risultato lo reputo profondamente importante e rilevante. Virginia RaggiChiara Appendino sono “belle da vedere” e hanno saputo molto ben lavorare sulla propria immagine e sulla propria trasposizione mediatica; a dimostrazione di come il M5S sappia molto ben sfruttare il suo “cavallo da battaglia”: il Web. Si è notato, da un punto di vista della mera comunicazione politica – o almeno così è stato da parte del sottoscritto -, la vera distanza “generazionale” esistente tra le forze politiche coinvolte nei ballottaggi. Lo stesso premier Matteo Renzi ha, difatti, sostenuto che <<non ho rottamato abbastanza>>; proprio a voler enfatizzare un fatto evidente ai più: è, oramai, fondamentale presentare ed investire su volti nuovi in politica se si desidera fare politica. Ma il problema del Governo – da un punto di vista sia tecnico che pragmatico – resta, fondamentalmente, uno solo: dovendo contare su di una maggioranza sempre “ballerina” e poco stabile, la prassi della ricerca perenne dell’homo novus continua periodicamente a scontrarsi, depotenziandosi e delegittimandosi in tal modo, con la necessità di ricorrere ad alleanze con politici e alleanze “datate”. Verdini docet. L’affermazione delle due “grilline” credo che per davvero possa venir letta ed interpretata  non alla stregua del tanto citato (banalmente) “voto di protesta”, ma, bensì, nel senso di un voto rivolto ad un nuovo e nascente sistema politico di riferimento. Che inizia ad essere legittimato. E che dovrà poi rispondere coi fatti.

Se, con tutti i giusti accorgimenti di cui sopra, possiamo considerare il movimento “grillino” come il vincitore di queste elezioni amministrative, chi sono allora i perdenti? Chi esce indebolito o ridimensionato dal voto delle urne? Personalmente, direi che la Destra, il PD – citazione a parte dovrebbe esser fatta per la Sinistra “alternativa” che ne esce rafforzata in buona parte – e, nell’insieme, l’intero sistema partitico italiano abbiano subito una sconfitta evidente. Ma, prestate attenzione: ritengo sia una sconfitta diversa per ognuno degli attori politici che ho appena citato. Probabilmente, quella del Partito Democratico è la meno grave in termini quantitativi – ma fate attenzione: il numero di comuni persi resta molto alto – ma, forse, è la più preoccupante – proprio per quanto concerne la tenuta dell’Esecutivo, anche in vista del referendum del prossimo Autunno – in termini qualitativi. Da qui parto con la mia personale riflessione.

Il PD ha tenuto, tutto sommato, discretamente bene. O, ad ogni modo, non è crollato in toto. Ha perso alcune roccaforti – Grosseto -, ha subito tre grossi colpi (ed in tre capoluoghi) – Roma, Torino e Napoli -, ha retto a Milano e Bologna e, comunque, nonostante un evidente ridimensionamento e calo di apprezzamento elettorale evidenziato su larga scala, si presenta ancora (più o meno) come il partito maggiormente presente e dislocato su tutto il territorio nazionale – ha fatto abbastanza bene contro la Destra, molto bene in alleanza con la Sinistra “alternativa”, male contro il M5S -. Dobbiamo anche sempre tenere in considerazione che nell’esercizio del diritto di voto e nell’analisi del flusso elettorale entrano sempre in gioco tantissime variabili che, di volta in volta, pregiudicano o meno un particolare risultato elettorale. Inoltre sia l’astensionismo – l’affluenza ai ballottaggi è stata, per ovvie ragioni politiche, inferiore rispetto a quella registrata al primo turno – sia quel tipico “calo fisiologico” nell’apprezzamento di un Esecutivo, che, normalmente, si registra sempre dopo un paio di anni dall’entrata in vigore della legislatura, hanno sicuramente ricoperto un ruolo chiave durante queste amministrative. Ma la mia sensazione – opinione personale ed, ovviamente, non esente da errori e sviste – è che il PD abbia perso consensi perché è stato il premier stesso a perderne molti in riferimento alla sua stessa persona. Le europee furono un voto elargito a favore di Renzi; ecco, ho avuto la sensazione di assistere al trend inverso. E non si tratta tanto, secondo me, di mera critica all’operato strincto sensu del Governo o di semplice condanna popolare rivolta ad una prassi comunicativa e di azione politica alquanto criticabile – come, ad esempio, la “personalizzazione” della politica in riferimento proprio al già citato referendum di revisione costituzionale -. Credo che Matteo Renzi abbia perso proprio per lo stesso motivo per il quale, invece, le due “grilline” sopracitate sono state, al contrario, in grado di vincere: l’immagine mediatica del Presidente del Consiglio non ha dato risultati positivi stavolta. In politologia moderna, si direbbe che il premier non è (più) “performativo”. Prendendo spunto dalle riflessioni di Mauro Barisone, <<l’immagine performativa>> di Matteo Renzi è venuta a mancare. E questo ha contribuito ipso facto a questa sconfitta. Ed è particolarmente grave, considerando, appunto, l’importante appuntamento che attende l’Esecutivo. Sono molto curioso – politicamente parlando – di vedere quali contromosse comunicative il Governo porrà in essere durante questa Estate per riconquistare il consenso perduto.

La Destra a livello locale c’è, tutto sommato. La Toscana, ad esempio, ne è stata una chiara prova – Cascina che passa alla Lega fa testo, in effetti -. Il fatto è che dà l’idea di non essere assolutamente pronta per presentarsi a livello nazionale come partito di riferimento – l’impasse romana si è caratterizzata di fasi profondamente imbarazzanti in alcuni frangenti -. Il problema della Destra continua ad essere l’assenza del leader: se Berlusconi appare oggi molto delegittimato – persino pubblicamente – dai suoi stessi alleati, SalviniMeloni – che pure ha fatto relativamente bene nella Capitale al primo turno – non si sono dimostrati all’altezza. Dovrebbe far pensare, soprattutto, la prestazione della sopracitata “avanguardia leghista” – considerando l’onnipresenza televisiva a cui ci ha obbligato durante questi ultimi mesi -.

Una riflessione a parte deve esser fatta anche sul sistema partitico lato sensu. Che le identificazioni partitiche stiano morendo a scapito dei movimenti come il M5S appare – arrivati a questo punto – chiaro a tutti. Il fatto è che a fianco di tale movimento, politicamente alternativo al “vecchio sistema”, sono apparse le liste civiche. La moltiplicazione e la proliferazione delle liste civiche hanno evidenziato non solo la diffidenza, nutrita da molti elettori, a continuare a credere ancora nelle “vecchie glorie”, ma, soprattutto, la necessità – fondata su motivazioni riconducibili proprio alla “convenienza elettorale” – di non farsi accompagnare da alcun simbolo partitico. Siamo giunti ad una fase in cui l’emblema del partito – elemento di appartenenza e di condivisione valoriale nei decenni passati – è divenuto uno stigma sociale da cui distanziarsi. E la diffusione delle liste può essere profondamente deleteria, considerando anche che tutte quelle dinamiche di controllo sul “chi entra” e sul “chi si candida” – dinamiche che dovrebbero, per l’appunto, venir gestite da una realtà politica strutturatasi in partito – potrebbero anche totalmente venire meno. Il paradosso – tutto italiano – è che sono stati i medesimi partiti ad aver contribuito alla loro stessa denigrazione e mistificazione a seguito di anni (e anni) di reati di cui si sono macchiati e/o resi complici.

Era naturale, tutto sommato, che da tutto ciò emergesse una nuova forza politica. Anzi, direi che ne sono emerse due. Perché se oggi si parla di tripolarismo – Destra-Sinistra-M5S – io continuo a sostenere che esiste un altro grande attore politico in Italia. Un attore che se “(ri)attivato” e “(ri)smobilitato” potrebbe facilmente smuovere l’ago della bilancia: l’astensionismo. E nessuna delle suddette tre forze è ancora riuscito a farlo convergere positivamente tra le proprie fila. Nemmeno il M5S. Proprio a tale riguardo, lo “spostamento a sinistra” di una parte della politica italiana potrebbe – ragiono per assurdo – anche aprire degli scenari alternativi in futuro nel nostro Paese. O forse no.

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