IN NOME DEL POPOLO SOVRANO.


In questa fase della nostra comunicazione politica, nella quale i meme, gli screenshots e altri strumenti simili svolgono, oramai, il ruolo (quasi primario) di gestore della divulgazione e diffusione dell’informazione, complice probabilmente anche la proliferazione di movimenti anti-sistema ed anti-partitici, mi capita sempre più spesso di visionare veri e propri strafalcioni culturali all’interno del Web. Non me ne meraviglio né rammarico più di tanto, se devo essere onesto. Ho da sempre riservato alla Rete ampiamente intesa – con particolare attenzione al Web 2.0 ed ai SNS – un giudizio particolarmente scettico e negativo (sotto molti punti di vista). Resta, ad ogni modo, il fatto e la consapevolezza di come alcuni post o meri “aggiornamenti di stato” siano profondamente intrisi di ignoranza circa la materia che dovrebbero – il condizionale è fortemente necessario data l’irrealtà della situazione – trattare. Uno di questi – o, per essere maggiormente precisi, uno di quelli che ultimamente mi ha particolarmente colpito – concerne il direttismo politico; nel senso che di esso né è effetto e causa allo stesso tempo. In sintesi, onde evitare di continuare a girare attorno alla questione col rischio di perdersi in una iperbole infinita di perifrasi senza senso, ho letto e visto condividere questa affermazione: <<Votate il popolo sovrano!>>. Tralasciando da parte l’orientamento politico degli users in questione e del referente del contenuto della notizia medesima, vediamo se è possibile cercare di avviare un dibattito costruttivo a tal riguardo. Per farlo partiamo dal nostro dettato costituzionale. Non dobbiamo nemmeno svolgere impervie azioni di carattere filologico; sarà sufficiente soffermarsi alla lettura del I° art.:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La domanda di partenza che dobbiamo porci è: “Il popolo è sovrano?” La nostra Costituzione afferma che il popolo è sì sovrano ma – e questo pare essere un comma di difficile discernimento -, al contempo, chiarisce anche che questa sovranità è non solo legittimata ma anche limitata dal dettato costituzionale medesimo. Il fatto che la sovranità possa e debba essere esercitata nelle forme e nei limiti di quanto esposto nel testo costituzionale, significa indubbiamente che i canali di democrazia diretta, ove e come descritti e contemplati, siano al servizio della cittadinanza per lo svolgimento di una propria ingerenza in seno alla res publica ma non che l’Italia sia uno Stato di Diritto fondato sul plebiscito e/o sul referendum. Tanto meno su quelli a carattere virtuale. L’Italia è una Democrazia rappresentativa: significa che il popolo è sovrano perché, tramite il suffragio universale e l’inalienabilità – salvo i casi previsti dalla legge – dei diritti politici, può eleggere dei propri rappresentanti che nelle aule parlamentari avranno poi il dovere di rispettare tale mandato elettorale sulla base di una reciprocità d’interessi tra programma politico ed elettorato. Si è sovrani, dunque, non perché aprioristicamente si esercita sempre e comunque una partecipazione diretta alla vita politica; si è sovrani perché si può liberamente delegare a dei propri “delegati” politici la cura dei nostri interessi particolaristici e (anche) collettivi. <<Votate il popolo sovrano!>> resta, quindi, una banale aporia dal sapore di populismo becero ed anacronistico. Qual’è il problema allora? Perché si originano tali incomprensioni? Il fatto è che in Italia, come spesso accade del resto dalle nostre parti, tra ciò che è scritto e ciò che viene posto in essere vi è una ben visibile idiosincrasia di fondo.

L’assenza di un vincolo di mandato che leghi eletto ed elettore, la – oserei quasi dire, imbarazzante – banalità e superficialità con la quale vengono scelti e posti in essere i capolista durante le varie elezioni, il susseguirsi di Esecutivi non legittimati da un consenso elettorale e via discorrendo, sono solo alcune delle dinamiche deviate della nostra democrazia che hanno portato alla valorizzazione ed all’enfasi mediatica di slogans del tipo <<Votate il popolo sovrano!>>. Il fulcro della questione però resta un altro. Non è tanto l’indignazione in sé che deve essere osteggiata. Tutt’altro. È, tutt’al più, il modo in cui essa viene diretta e, di conseguenza, depotenziata che dovrebbe preoccupare il cittadino medio. Lasciarsi andare a sfoghi prettamente populisti, evitando così di monitorare e di approfondire il panorama tecno-politico che struttura il nostro ordinamento giuridico, non solo è inutile, ma è anche dannatamente conveniente per ambo le parti, cioè sia per gli higher levels, a cui viene facilitato la “mansione” di mantenimento dell’attuale status quo, sia per la cittadinanza, la quale può dare libero sfogo alle proprie frustrazioni senza che ciò implichi di conseguenza un doversi acculturare in merito alla materia trattata.

Dovendo, quindi, cercare di ragionare ed argomentare in riferimento a quello che è l’Italia, cioè una Democrazia rappresentativa, più che indignarsi col solo fine di esaltare tout court il direttismo politico, sarebbe, a mio modo di vedere, più opportuno cercare di comprendere in che modo la rappresentatività politica stessa possa essere sanata e rinnovata. Il contrattualismo potrebbe fornire alcune soluzioni in tal merito. Un vincolo di mandato, che si costituisse di un doppio livello di legittimazione, impedirebbe, in molti casi, la deriva del nostro sistema democratico in seno proprio alla rappresentanza politica. Un primo livello dovrebbe rispecchiarsi in un vero e proprio contratto tra elettorato e forza politica, con tanto di sottoscrizione da parte della cittadinanza del programma politico proposto – una partecipazione alla compilazione dello stesso da parte dei componenti l’elettorato dovrebbe essere esclusa per alcuni motivi che a breve esporrò -. Un secondo livello, invece, dovrebbe essere posto tra forza politica – partito, movimento, lista, e via discorrendo – e parlamentare stesso, nella speranza di porre fine ai connubi, ai trasformismi e alla diffusione dei gruppi misti che non solo arrecano danno all’immagine della nostra infrastruttura parlamentare, ma che addirittura viziano profondamente l’iter legislativo medesimo.

Ma il problema della difficoltà di attuazione di tali riforme risiede tutto nell’arretratezza culturale della cittadinanza. Le proposte di legge, le sottoscrizioni virtuali, le adesioni, le partecipazioni et similia, affinché non vizino l’apparato politico, devono essere giustificate da una presa di posizione critica del cittadino. Situazione che al momento, considerando per l’appunto il nostro attuale livello medio di cultura nazionale, mi appare ancora come particolarmente utopica. Molto più facile, allora, condividere qualche meme su qualche social.

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