BURKINI NOT ALLOWED!


Manuel Valls, l’attuale primo ministro francese, ha dichiarato che il (cosiddetto) burkini altro non è che <<espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna>> e che, dunque, di conseguenza esso risulta essere <<incompatibile coi valori della Francia e della Repubblica>>. Detto questo il premier si è pubblicamente schierato a sostegno dell’iniziativa promossa da molteplici amministrazioni locali – come quella di Cannes – in tema di divieto di circolazione, presso le spiagge pubbliche, con addosso il suddetto vestiario. Le polemiche non sono tardate a divampare. E non solo nella laicista Francia. Il “popolo della Rete”, nella sua profonda saggezza, si è per lo più diviso in due distinte e differenti correnti di pensiero: da una parte, i “buonisti” del laissez faire, secondo i quali l’iniziativa è da bocciare in toto perché l’unica morale di vita degna di essere seguita e idolatrata risponde alla dinamica del “vivi e lascia vivere”. Dall’altra parte, i “destrosi” si sono lasciati subito andare ad alcuni degli slogans a loro più cari, del tipo <<tornatevene a casa vostra!>>, <<al diavolo i profughi!>> e via discorrendo. Cercando di tornare su di un piano di sana responsabilità intellettiva e culturale, vediamo di sviluppare una lettura critica in seno a quanto sta accadendo in Francia in queste ultime ore.

Innanzitutto cosa è il burkini? L’etimologia del nome deriva dalla fusione (satirica) dei termini burquabikini. Il burkini è un lungo abito che copre interamente la donna di fede islamica, lasciandole esposte al pubblico solo le mani, i piedi ed il viso – fatta  eccezione per i capelli, i quali sono raccolti dentro al vestito medesimo -. Il precetto teologico – secolarizzato ed oscurantista, ma, del resto, l’islamismo continua ad essere un vero e proprio sistema etico i cui precetti sono equiparati a concrete norme di natura giuridica -, che giustifica e continua a legittimare l’esistenza stessa del burkini, trova il proprio fondamento nel considerare il corpo della donna alla stregua di “un luogo impudico ed impuro”. Detto questo, una primissima considerazione la potremmo già fare. Poniamoci la seguente domanda: “Il burkini deve essere vietato a norma di legge per motivi di sicurezza nazionale e/o internazionale?”. O, per riformulare meglio il concetto: “Il burkini deve essere abolito perché, per motivi di ordine pubblico, è necessario che ogni cittadino possa essere sempre identificato tramite la fisionomia del proprio viso?”. No. Ovvio che no. La motivazione di fondo che legittima il divieto imposto a questo vestiario non può rispondere alle dinamiche di cui sopra. E per un semplice motivo: indossando un burkini l’identificazione della donna è sempre resa possibile, dato che il viso viene abbondantemente lasciato esposto pubblicamente. Quindi, sconfessiamo subito questo primo tabù. Il problema allora qual’è? Beh, la questione è prettamente etica e culturale e verte proprio su quanto sostenuto dal primo ministro francese: si tratta di un precetto incompatibile coi valori fondanti il repubblicanesimo francese. Ed è qui che si originano tutti i problemi e le problematiche di carattere sociale.

Partiamo nuovamente da una domanda: “È giusto abolire il burkini?”. Semplifico nuovamente tutta la questione: “Appurato il fatto che il burkini sia riconosciuto solo e soltanto perché, sia culturalmente che giuridicamente, la donna, nel “Mondo islamico”, è considerata un essere impuro ed inferiore, è giusto abolirlo di modo da affermare pubblicamente ed a livello istituzionale l’equiparazione dei sessi?”. Perché, badate bene, il problema è tutto qua. Non si tratta di dover forzare una cultura ad adeguarsi ad un’altra. Al contrario. Si tratta di permettere ad una cultura di liberarsi e spogliarsi di alcuni precetti dogmatici che ne inibiscono la crescita e l’eguale riconoscimento dei diritti e doveri a tutti i suoi stessi proseliti. Quindi è giustissimo che il burkini venga osteggiato al fine di promuovere la riaffermazione individualistica della donna islamica lato sensu. Senza alcun dubbio. Il vero dramma piuttosto è un altro. E lo ritengo essere un problema difficilmente superabile proprio per la Francia. Come abolirlo?

Affidiamoci per un attimo ad un ragionamento di carattere logico: “Come può uno Stato laicista imporre delle norme di natura prettamente estetica – in seno cioè proprio al tipo di vestiario (concesso o non concesso) da portare nei luoghi pubblici -, legittimate da precetti valoriali e culturali – perché per tali motivazioni il burkini viene, per l’appunto, abolito -?”. Si tratta di un paradosso. Ma altro non è che l’ennesima conseguenza del fallimento del laicismo francese. Come si può pensare che in una società laicista – nella quale per decenni si è istituzionalmente promosso la deframmentazione culturale, la ghettizzazione dei valori e la mistificazione delle socializzazioni primarie e secondarie – una legge come questa, fondata su precetti culturali, non finisca con il venir recepita al pari di una semplice e mera imposizione e/o coercizione giuridica? Questo è il dramma. Promuovere l’abolizione del burkini in questo modo ed all’interno di una società come quella francese – nella quale il problema non è il profugo in sé ma il diniego dei valori repubblicani nelle seconde e terze generazioni di ex immigrati – non promuoverà alcuna crescita culturale in seno “Mondo islamico”. Perché altro non sarà che una norma d’imposizione etica che andrà a collocarsi all’interno delle enormi fratture sociali che già esistono tra le diverse culture sparse per la Francia.

Mi potreste chiedere: “Ma allora come si dovrebbe porre in essere un siffatto cambiamento?”. Francamente non lo so. Io mi limito a ragionare sempre e comunque sulla realtà sociale. Perché l’apparato istituzionale di un Paese moderno e democratico su di essa dovrebbe sempre basarsi al fine di trarne forza e legittimità anche per tutte le proprie manovre e decisioni politiche. Probabilmente arrivati a questo punto le soluzioni sono due. Potremmo porci come obbiettivo primario, da raggiungere nel breve-medio periodo, il controllo ed il mantenimento dell’ordine pubblico. In tal caso, allora, dovremmo però essere disposti anche a rinnegare noi stessi ed i nostri stessi valori; dovremmo preparaci a vivere momenti di profondo terrore, a vedere posti di blocco e militari lungo le vie delle nostre città; dovremmo accettare l’interruzione di molteplici diritti, sia individuali che collettivi. E via discorrendo. Con il rischio che tutto questo possa anche tradursi in una stagnazione della nostra stessa umanità. Oppure potremmo decidere che valga la pena correre dei rischi. Dei rischi molto alti, ovviamente. Potremmo optare di credere nel pluralismo religioso e nello scambio culturale. Potremmo legittimare la partecipazione alla vita pubblica di ogni forza umana appartenente alle più distinte professioni religiose. Potremmo scegliere di voler investire forze e risorse nei processi di socializzazione primaria e secondaria. Ma personalmente, se devo essere onesto, non riesco nemmeno a comprendere quale delle due soluzioni sia, al momento, la più conveniente da porre in essere e quale, al contrario, la più utopica e meritevole, quindi, di attenzione solo su di un piano di mero astrattismo concettuale. In ogni caso, qualunque sia, si tratterebbe di una decisione caratterizzata da molta insicurezza e profonda responsabilità (per chi mai fosse chiamato a prenderla).

Vi lascio l’articolo de La Repubblica per le citazioni inserite nell’articolo. Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

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