PERCHÉ TEMERE DI MORIRE?

Il più orribile dei mali, la morte, non è dunque nulla per noi; poiché quando noi ci siamo, la morte non c’è, e quando essa c’è, allora noi non siamo più.

Epicuro, Lettera a Meneceo (Lettera sulla felicità, III sec. a.C.).

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

VIZI E VIRTÙ.

Quello che accade nella natura si verifica anche nella morale: non c’è niente di così perfettamente buono nelle creature che non possa essere nocivo a qualcuno nella società, né alcuna cosa così interamente cattiva che non possa rivelarsi benefica ad una parte o ad un’altra del creato: da questo possiamo concludere che le cose sono buone o cattive solo in rapporto a qualcos’altro, e a seconda delle circostanze e della posizione in cui si trovano e dell’angolatura da cui sono osservate. Quello che ci piace è buono sotto questo aspetto ed è seguendo questa regola che ogni uomo si augura tutto il bene che riesce a concepire, senza preoccuparsi molto del suo vicino. Se non fosse mai piovuto in una stagione molto secca, nonostante tutte le preghiere pubbliche per ottenere un po’ d’acqua dal cielo, ciò non impedirebbe a un individuo che deve mettersi in viaggio di augurarsi che possa essere bel tempo solo per quel giorno. Quando il grano è fitto nei campi a primavera e tutta la nazione gioisce a quel piacevole spettacolo, il ricco fattore, che ha conservato il raccolto dell’anno precedente, aspettando che i prezzi del mercato gli fossero favorevoli, soffre a questo spettacolo, e gli sanguina il cuore alla prospettiva di una messe abbondante. […] È una fortuna che le preghiere e gli auspici della maggior parte della gente siano assurdi e non vadano a buon fine, altrimenti l’unica circostanza che potrebbe conservare gli uomini adatti alla società ed evitare che il mondo tornasse nel caos sarebbe l’impossibilità che tutte le richieste rivolte al cielo potessero essere esaudite.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

GIUNGA IL TEMPO DELLA RAGIONE.

Sapete che abate significa padre? Se lo diventate, rendete un servizio allo Stato; fate senza dubbio la migliore cosa che un uomo possa fare; da voi nascerà un essere pensante. In questo atto c’è qualcosa di divino. Ma se siete il signor abate per il solo fatto di essere stato tonsurato, di portare un collettino e un mantello corto, e per aspettarvi qualche beneficio, non meritate il nome di abate. Gli antichi monaci conferirono questo nome al superiore che loro stessi eleggevano. L’abate era il loro padre spirituale. Quante cose diverse gli stessi nomi significano nel tempo! L’abate spirituale era un povero a capo di parecchi altri poveri: ma i poveri padri spirituali hanno in seguito avuto duecento, quattrocentomila franchi di rendita; ed oggi ci sono in Germania poveri padri spirituali che dispongono di un reggimento di guardie. Un povero che ha fatto giuramento di restar tale, e che tuttavia è un sovrano! È stato già detto; bisogna ripeterlo mille volte: è intollerabile. Le leggi reclamano contro questo abuso, la religione se ne indigna, e i poveri ignudi e senza cibo levano grida al cielo dinanzi alla porta del signor abate. Ma sento i signori abati d’Italia, di Germania, di Fiandra, di Borgogna, dire: “Perché mai non dovremmo accumulare beni ed onori? Perché non dovremmo essere dei principi? I vescovi lo sono. In origine erano poveri come noi, si sono arricchiti, si sono elevati; uno di loro è diventato superiore ai re; lasciateci imitarli, finché potremo.” Ben detto, signori, invadete pura la terra; essa appartiene al forte o all’astuto che se ne impadronisce; avete approfittato dei tempi d’ignoranza, di superstizione, di demenza, per spogliarci delle nostre eredità e per calpestarci, per ingrassarvi con la sostanza degli sventurati: tremate, che non giunga il tempo della ragione.

Voltaire, Dictionnaire philosophique, art. Abbé (1764).

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

IPOCRISIA E ISTINTO DI DOMINIO.

Non c’è abitudine o qualità che si acquisti più facilmente dell’ipocrisia. Non c’è niente che si impari più velocemente del negare i sentimenti del nostro cuore e i principi che ci fanno agire: ma i semi di ogni passione sono innati e nessuno viene al mondo senza possederli. Se consideriamo i passatempi e i divertimenti dei bambini piccoli, osserveremo che generalmente tutti quelli cui si permette di farlo si divertono a giocare con i gattini e i loro cuccioli. Il motivo per  cui spingono e trascinano quelle povere creature per tutta la casa è che essi possono fare di quegli animali ciò che preferiscono e metterli nel luogo e nella posizione che vogliono. La soddisfazione che trovano in tutto ciò trae la sua origine dall’amore del dominio e da quell’inclinazione naturale a soverchiare gli altri che ci è innata.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

CHI VIVE DI FILOSOFIA NON TEME LA MORTE.

Che se veramente, disse, o Simmia e Cebète, io non credessi di andare anzi tutto da altre divinità e savie e buone e poi anche da uomini morti migliori di quelli che sono qui, io avrei torto di non rammaricarmi di morire; ma voi sapete bene che io, come ho speranza di andare presso uomini buoni… – su questo, per verità, io sento che non potrei insistere con troppa sicurezza: mentre, invece, di andare presso dèi, padroni assolutamente buoni, voi sapete bene che se c’è cosa su la quale io possa sentirmi forte e sicuro, è appunto questa. Cosicché, data questa mia speranza, io non ho ragione di rammaricarmi alla pari di chi eguale speranza non abbia; e anzi io sono pieno di fede che per i morti qualche cosa ci sia e, come anche si dice da tempo, assai migliore per i buoni che per i cattivi. […] E a voi piuttosto, come dinanzi a miei giudici, io voglio oramai rendere il conto che debbo; e dire come a me sembri naturale che un uomo, il quale abbia realmente spesa nella filosofia tutta la sua vita, non abbia alcun motivo di timore quando è sul punto di morire, e sia pieno di fede che colà egli troverà beni grandissimi, appena morto.

Platone, Fedone (386-385 a.C.).

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.