IL PROCESSO DI MELKO.


Allora sui declivi di Taniquetil si riunisce un tribunale, e Melko, giacendo legato dinanzi all’argenteo seggio di Manwë, è sottoposto a giudizio davanti a tutti i Vali maggiori e minori. Contro di lui parlano Ossë, Oromë, Ulmo con ira profonda e Vàna inorridita, esponendone le azioni crudeli e violente; Makar, tuttavia, si espresse in suo favore, sebbene senza troppa convinzione, perché dichiarò: “Sarebbe male che la pace durasse per sempre; già nessun colpo echeggia nella pace eterna di Valinor, e se non si potessero vedere azioni di battaglia o gioia tumultuosa neppure nel mondo di fuori, allora sarebbe davvero una noia: per quanto mi riguarda, proprio non desidero tempi del genere!” Al che si levò Palúrien, addolorata e piangente, e spiegò la triste situazione in cui versava la Terra, espose la grande bellezza dei suoi disegni e delle cose che tanto desiderava far nascere, e descrisse l’abbondanza di fiori ed erbe, di alberi, di frutti e di grano che il mondo avrebbe potuto produrre se avesse avuto pace. “State attenti, o Valar, che gli Efli e gli Uomini non rimangano del tutto privi di conforto, quando per loro verrà il tempo di scoprire la Terra”. All’udir nominare Eldar e Uomini, e alla propria impotenza, Melko fremette di rabbia. Aulë appoggiò con foga gli argomenti di Palúrien, e dopo di lui molti altri fra gli Dèi, mentre Mandos e Lórien conservarono la calma: essi non parlano mai molto nei concili dei Valar e, invero, neppure in altre occasioni; ma Tulkas si levò furente dal mezzo dell’assemblea e s’allontanò, perché non riusciva a sopportare tutti quei discorsi quando pensava che la colpa fosse chiara. Avrebbe preferito liberare Melko dalle catene e combattere con lui subito, da solo, nella pianura di Valinor, riempiendolo di percosse dolorose in ritorno delle sue malefatte, invece di stare a dibattere in assemblea solenne sulla questione. Nondimeno, Manwë sedette e ascoltò, e rimase commosso dalle parole di Palúrien; pensava tuttavia che Melo era un Ainu, e potente oltre misura rispetto al male o al bene futuri del mondo: perciò accantonò l’animosità, e questo fu il suo giudizio. Per tre ere, finché durasse il dispiacere degli Dèi, Melko sarebbe rimasto incatenato da Angaino in un sotterraneo di Mandos; poi sarebbe uscito alla luce dei Due Alberi, ma solo per dimorare quattro ere nella casa di Tulkas, come servo, in espiazione dell’antica malvagità. “Così”, dichiarò Manwë, “seppur a gran fatica, possa tu riguadagnarti favore sufficiente perché gli Dèi tollerino da lì in avanti di lasciarti abitare in una casa tua, e di possedere qualche piccola proprietà fra loro, come si addice a un Vala e a un signore degli Ainur”. Questo fu il giudizio di Manwë, che parve giusto anche a Makar e a Meássë, quantunque Tulkas e Palúrien lo trovassero misericordioso fino a costituire un rischio. Così Valinor entra nel suo maggior tempo di pace, e tutta la terra con lei, mentre Melko rimane nei più profondi sotterranei di Mandos e il cuore gli si annerisce in petto.

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