EPICURO E LA FISICA: LA LETTERA A ERODOTO.

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Possiamo notare un forte ascendente dell’eleatismo parmenideo nei riguardi delle riflessioni di Epicuro concernenti la Fisica. “Essere” e “non essere” appaiono, infatti, due piani profondamente distinti e separati, il che significa che niente che esiste può originarsi da un qualcosa che, per l’appunto, non è – cfr. pluralisti -. La lettera rivolta all’allievo Erodoto ha nell’argomentazione atomistica il proprio fulcro principale. Si rende necessario, ad ogni modo, recuperare quello che in parte avevamo già potuto prendere in considerazione in seno alla canonica epicurea, ovvero, nello specifico, in riferimento  a quanto trattato sull’induzione gnoseologica.

La realtà è, sostiene Epicuro, composta da atomi. Ma si tratta di una osservazione giustificata, per l’appunto, da un’induzione. È il “dover legittimare” l’esistenza della suddetta che sprona l’uomo a dover rilevare la necessaria presenza di tali principi primi, esattamente come necessaria ed inevitabile diviene anche la constatazione circa lo spazio vuoto presente tra i medesimi, qualora essi siano liberi di muoversi e di dare così forma alle varie particolarità sensibili. Vi è, del resto, una profonda ed altrettanto interessante argomentazione circa i “simulacri” e gli “effluvi”, che ci permette, nuovamente, di ribadire alcuni concetti già colti in tema di esperienza e di manifestazione sensibile:

Vi sono poi immagini che hanno forma identica ai corpi solidi, ma che sono assai diverse dalle cose sensibili in virtù della loro sottigliezza. Non è infatti impossibile che nell’aria che ci circonda si producano tali emanazioni e vi siano condizioni adatte a riprodurre fedelmente le parti cave e lisce delle superfici, oppure efflussi che mantengano l’esatta disposizione e l’ordine che gli atomi avevano anche nei corpi solidi: a queste immagini diamo il nome di simulacri.

Potremmo considerare il simulacro come l’immagine della particolarità sensibile che osserviamo ma, più specificatamente, Epicuro ne parla quasi fosse un vero e proprio aggregato di atomi più sottili che, staccatosi ed originatosi dal movimento dei medesimi, rende possibile la percezione  dell’oggettualità stessa. Motivo per il quale, siamo portati, nelle vesti di percipienti, a ritenere inconfutabile l’esistenza degli atomi ed il loro continuo movimento. Nonché, come già visto in seno alla canonica, il ritenere del tutto apodittica la sensazione esperita dall’esperienza sensibile.

Gli atomi trattati da Epicuro hanno pressappoco le medesime caratteristiche già trattate in precedenza da DemocritoLeucippo. Sono ingenerati, indivisibili ed indistruttibili. Si trovano in continuo movimento – ragione per cui, è necessaria la presenza dello spazio vuoto tra gli stessi -. Ma, oltre ad essere classificabili per grandezza e forma, Epicuro sottolinea anche l’importanza di un altro parametro: il peso.

Inoltre si deve credere che gli atomi non hanno nessun’altra qualità dei corpi sensibili ad eccezione della forma, del peso, della grandezza e di quanto è necessariamente connaturato alla forma. Ogni qualità infatti è soggetta a mutamento: ma gli atomi non mutano, perché è necessario che nella dissoluzione degli aggregati permanga qualcosa di solido e di indissolubile, grazie a cui il mutamento non si risolva in ciò che non è e non si origini da ciò che non è, ma avvenga per trasposizione in molti corpi, per aggiunta o per detrazione di atomi. Ne deriva che gli elementi che si traspongono sono necessariamente indistruttibili e non possiedono la natura propria di ciò che è soggetto a mutamento, ma hanno parti e proprietà peculiari, perché bisogna che siano permanenti.

Gli atomi si spostano velocemente dall’alto verso il basso e secondo declinazione e non in modo perpendicolare – altrimenti non avrebbero modo di urtarsi e scontrarsi -. Si tenga però presente che trattasi di un “alto” e di un “basso” ideali, dato che ci troviamo all’interno di uno spazio che è vuoto per definizione! Inoltre, Epicuro sottolinea come la velocità di movimento degli atomi, all’interno del suddetto vuoto, sia sempre la stessa: più che altro, quindi, si tratta di pensare ad un qualcosa che possa “smuoverli” dalla loro perpendicolare (di caduta) di modo che finiscano con lo scontrarsi e con l’aggregarsi. Potremmo ragionare attorno a riflessioni circa l’indeterminismo come elemento chiave per la formazione ed il continuo sviluppo della realtà sensibile, ma, ad oggi, non vi sono testimonianze specifiche tali da permetterci simili speculazioni in seno all’epicureismo.

Particolare è anche la riflessione sui cosiddetti minima. Sono di difficile comprensione perché, da una parte, potremmo quasi considerarli come le parti più piccole costituenti gli atomi ma, dall’altra parte, resta il fatto che l’atomo, di per sé, sia pur sempre indivisibile. minima rappresentano, più che altro, l’estensione minima ideale – e non materiale, quindi! – degli atomi. Sono, dunque, componenti ideali tali da distinguersi dal resto dell’atomo – considerato cioè nella sua indivisibile ed indistruttibile aggregazione -. Un ragionamento comparativo potrebbe portarci a riflettere in seno a quanto visto in tema di rapporto tra atomo e particolarità sensibile: i simulacri stanno al legame tra l’atomo e l’oggetto sensibile come i minima stanno al legame tra l’atomo e la sua estensione ideale. Sembra chiaro il fatto di come gli atomi non siano gli elementi più piccoli esistenti – seppur i minima restino entità ideali e non materiali! –.

Interessante anche la riflessione epicurea sull’anima. Anch’essa composta da atomi e, quindi, soggetta alla dissoluzione con la morte. Sono atomi diversi però. Più sottili. Rimane, ad ogni modo, il fatto che anche l’anima, proprio come il corpo, possa provare piacere e dolore – torna il tema dell’atarassia e dell’aponia -. L’anima, infatti, non è incorporea – l’unica cosa incorporea è il vuoto, nella trattazione di Epicuro -. Anima e corpo sono uniti e tale unione permette all’uomo di percepire, ma la percezione non può esistere fuori da tale legame – motivo per ribadire quanto sia stolto temere la morte, dato che con essa verrà meno la possibilità stessa di sentire dolore e afflizione -.

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EPICURO E I FENOMENI NATURALI: LA LETTERA A PITOCLE.

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Al fine di comprendere correttamente la posizione assunta da Epicuro nei riguardi dello studio della realtà sensibile, è fondamentale “integrare” il contenuto dell’epistola scritta all’amico – nonché allievo – Pitocle con le riflessioni concernenti la cosiddetta “canonica” epicurea.

Ciò da cui è doveroso e necessario partire è sottolineare l’importanza che assume l’esperienza sensibile all’interno della filosofia di Epicuro. Vi è un solo piano di realtà, infatti, ed è quello delle oggettualità sensibili e dei fenomeni naturali. Attraverso l’esperienza, la manifestazione esperita assume sempre la forma di “impressione” la quale, una volta recepita, produce nel percipiente una “sensazione”. Epicuro sostiene come le sensazioni siano sempre vere. Sempre. Evidenziando, quindi, la rilevanza dell’ascrizione delle stesse ai sensi dell’uomo. Ciò che, al contrario, non gode di una apriorica ed incondizionata veridicità è il giudizio che il percipiente esprime nei riguardi delle particolarità sensibili e dei fenomeni. Vi possono essere errori di valutazione così come risultati non conformi alle ipotesi elaborate in ambito epistemologico. Tant’è che la realtà sensibile viene descritta come costituita anche di parti e di elementi non direttamente discernibili e solo comprensibili attraverso procedimenti cognitivi svolti tramite induzione – è il caso, come vedremo più avanti nelle riflessioni concernenti la fisica, dell’esistenza dei minima e/o del movimento degli atomi secondo declinazione -. Ad ogni modo, le ipotesi, le teorie formulate, i giudizi espressi e, dunque, in una parola, le esperienze vissute permettono di arricchire il bagaglio culturale dell’individuo, consentendo così allo stesso di promuovere delle vere e proprie “anticipazioni” – via via più accurate – nei confronti dello studio della realtà sensibile.

Nella lettera scritta all’amico Pitocle, le tematiche affrontate da Epicuro, in seno al corretto funzionamento di una genuina indagine epistemologica da svolgere nei riguardi tanto delle oggettualità quanto dei fenomeni, sono due e risultano essere profondamente concatenate l’una all’altra.

Innanzitutto, ciò che preme al filosofo, è ribadire come, all’interno del modus operandi dello studioso, debba essere sempre garantita una equiparazione tra tutte le tesi e le ipotesi congeniali all’indagine svolta, dove l’aggettivo “congeniale” deve necessariamente indicare il fatto che le suddette siano scientifiche, inerenti l’argomento trattato e plausibili rispetto a quanto percepito e colto dall’analisi del fenomeno medesimo. In pratica, ad un singolo fenomeno possono essere ascritte anche più ipotesi circa la sua esistenza, a patto che le stesse non violino quel fondamento di “buon senso scientifico” dal quale, sempre e comunque, tanto le teorie quanto le indagini debbano sempre originarsi.

Si tratta di un “modo di porsi” nei riguardi dello studio lato sensu che è presente in qualsivoglia forma di riflessione epicurea circa i più disparati fenomeni naturali:

Tutto, dunque, procede senza turbamento se si risolvono tutti i problemi secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo con i dati dell’esperienza, lasciando sussistere in merito, com’è opportuno, le spiegazioni plausibili: qualora invece se ne ammetta qualcuna, ma se ne rifiuti qualche altra, benché sia in accordo anch’essa con i dati dell’esperienza, è chiaro che si esce dall’ambito della scienza della natura e si cade nel mito.

La seconda riflessione risiede proprio in questo avvertimento lanciato dal filosofo. Il rischio avvertito e colto da Epicuro ruota attorno allo stolto ripiegare dell’uomo su spiegazioni mitologiche, che niente hanno a che vedere con quanto esperito in termini di esperienza sensibile. Ciò che preme, dunque, ad Epicuro è porre rimedio alla superficiale convinzione secondo la quale “se un fenomeno non è spiegabile allora possiede una legittimazione divina”. Il «metodo delle molteplici spiegazioni», quindi, serve proprio a scongiurare la possibilità che l’intento epistemologico perda di scientificità – oltre a ribadire come i Divini siano totalmente disinteressati dalle questioni terrene -:

I segni di ciò che avviene nei fenomeni celesti li recano alcuni fenomeni che si verificano attorno a noi e che possiamo osservare direttamente nel modo e nel luogo in cui avvengono: e non i fenomeni celesti stessi, che si possono infatti produrre in maniere diverse. Certo dobbiamo considerare con attenzione la manifestazione visibile che di ciascuno di essi percepiamo e analizzare, in tutti i fatti che a esso sono associati, ciò che la nostra diretta esperienza non esclude possa verificarsi in diversi modi.

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EPICURO E L’ETICA: LA LETTERA A MENECEO.

Non aspetti il giovane a filosofare, né il vecchio di filosofare si stanchi: nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. Chi dice che non è ancora giunta l’età di filosofare o che è già trascorsa, è come se dicesse che non è ancora o non è più l’età per essere felici. Cosicché devono filosofare sia il giovane, sia il vecchio: questo perché invecchiando rimanga giovane nei beni, per il ricordo gradito del passato; quello perché sia insieme giovane e vecchio, per l’assenza di timore di fronte al futuro: bisogna dunque esercitare ciò che procura la felicità, perché se abbiamo questa, abbiamo tutto, ma se manca, facciamo di tutto per averla.

La morale epicurea è particolarmente semplice da comprendere. Questo perché è lo stesso Epicuro a esporne con estrema chiarezza i principi portanti. Essi sono quattro e vengono generalmente indicati con il termine di “tetrafarmaco”. In poche parole, la “cura”, che permette all’individuo di alienarsi dal dolore e di vivere per la ricerca del piacere, si articola in quattro “avvertenze” dal profondissimo significato filosofico:

  1. non si deve avere paura della morte;
  2. non si devono temere gli Dei;
  3. è fondamentale ricercare sempre il piacere ed estraniare il proprio corpo da ogni forma di dolore;
  4. qualora il dolore ci dovesse colpire, è necessario adoperarsi perché tale afflizione fisica sia la meno intensa possibile e, nel caso, vivere con la consapevolezza che la morte impedirà al nostro corpo di patire ulteriormente.

Per quanto concerne la paura della morte, essa è profondamente illogica per Epicuro. Quando noi siamo in vita, infatti, la morte non ci ha ancora colpito. Quindi non ha senso temerla. Quando siamo morti, invece, siamo, per l’appunto, non più in grado di sentire alcunché. Perciò, anche in questo caso, temere un qualcosa di cui non possiamo avere percezione è oltremodo assurdo. L’uomo allora non fa altro che ingannarsi da solo: non teme la morte ma la venuta della morte. Ma una vita spesa a temere di morire è una vita passata in compagnia della rinuncia della ricerca del piacere. Il passaggio è di una profondità impressionante:

Abituati a pensare che la morte per noi è nulla: perché ogni bene e ogni male risiede nella possibilità di sentirlo: ma la morte è perdita di sensazione. Per cui, la retta conoscenza che la morte per noi è nulla rende piacevole che la vita sia mortale, non perché la prolunga per un tempo infinito, ma perché la libera dal desiderio dell’immortalità. Non c’è infatti nulla di temibile nella vita per chi ha la profonda convinzione che nulla di temibile vi è nel non vivere più. Cosicché è folle chi asserisce di temere la morte non perché quando sarà presente gli arrecherà dolore, ma perché è l’attesa che gliene provoca. Ciò che non ci inquieta se presente, ci affligge infatti vanamente quando lo si attende. Il male, dunque, che più ci atterrisce, la morte, è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte noi non siamo più. Pertanto essa è nulla per i vivi e per i morti, perché per quelli non c’è, e questi non sono più.

Gli Dei esistono ma sono totalmente disinteressati dalle questioni umane e terrene. Le Divinità, infatti, sostiene Epicuro, vivono perennemente immerse nel loro stato di beatitudine, che altro non è che una perpetua percezione del piacere. Pensare che gli Altissimi si interessino alle azioni dell’uomo significa mancare loro di rispetto, dato che ciò implicherebbe da parte loro l’allontanamento dalla suddetta beatitudine. L’uomo, invece di temere la collera divina, volga piuttosto lo sguardo alla perfezione degli Dei e si adoperi per perseguire in vita quello stesso piacere che, da sempre, rende dolce l’esistenza degli Altissimi.

Gli dèi esistono: perché la loro conoscenza è evidente; ma non esistono nel modo in cui i più li concepiscono, perché non conservano la nozione che ne hanno. Empio non è chi non riconosce gli dèi del volgo, ma chi agli dèi applica le opinioni del volgo. Perché non sono prenozioni, ma ingannevoli supposizioni i giudizi del volgo sugli dèi. Da ciò si attribuiscono agli dèi i più grandi danni e vantaggi. Essi in realtà, dediti soltanto alle virtù loro proprie, accolgono i loro simili, reputando estraneo tutto ciò che non è tale.

Infine, arriva il tema inerente il “piacere”. Argomento delicato e profondo. Che deve essere compreso con estrema chiarezza, dato che lo stesso, se confuso, può portare a ridurre l’epicureismo ad un banale e superficiale sensismo edonistico. Procediamo con ordine.

Innanzitutto Epicuro presenta una tripartitica classificazione del piacere umano:

  • piaceri naturali e necessari;
  • piaceri naturali;
  • piaceri vuoti.

I piaceri naturali – come, ad esempio, l’appagamento sessuale – e quelli vuoti – come il desiderio di potere – sono tenuti in scarsa considerazione da Epicuro. Affinché, infatti, il corpo venga estraniato dal dolore e possa godere di felicità e beatitudine è necessario che l’uomo si adoperi per il perseguimento di tutto ciò che è naturalmente necessario – come il bere ed il mangiare -. Ma non solo.

Analogamente bisogna credere che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e di quelli naturali, alcuni sono necessari, altri solamente naturali; e di quelli necessari, alcuni sono necessari per la felicità, altri per il benessere del corpo, altri per la vita stessa. Una sicura conoscenza di essi sa infatti ricondurre ogni scelta e ogni rifiuto alla salute del corpo e alla tranquillità dell’anima, perché questo è il fine della vita felice.

La felicità epicurea, dunque, è un perfetto equilibrio tra “aponia” ed “atarassia”, ovvero tanto il corpo deve essere esentato dal dolore tanto l’anima deve vivere in una situazione di quiete e di beatitudine interiore. Anche l’anima, infatti, è materiale ed esattamente come il corpo può venire afflitta da affezioni. I piaceri necessari, quindi, devono sì curare il corpo fisico ma anche permettere all’anima dell’uomo di perseguire la propria felicità. E non vi è niente che possa rendere più felice l’anima della conoscenza e della virtù: «non è possibile una vita felice che non sia una vita saggia, bella e giusta, e non è possibile una vita saggia, bella e giusta che non sia felice». L’invito che Epicuro rivolge all’uomo è un invito che veicola lo stesso alla sapienza e alla conservazione dei valori più virtuosi – non è un caso, ad esempio, la grande stima e cura rivolta dal filosofo nei riguardi dell’amicizia -. Comprendiamo, dunque, come l’accusa di edonismo sia totalmente infondata. Ma vi è di più. Anche la ragione e l’intelletto ricoprono un ruolo importantissimo, all’interno della moralità epicurea:

[…] non scegliamo ogni piacere, ma può essere che ne tralasciamo molti, quando da essi provenga un fastidio maggiore, perché per lungo tempo abbiamo sofferto dolori. Tutti i piaceri sono dunque un bene, perché sono per natura a noi congeniali, ma non tutti sono da scegliere; così come tutti i dolori sono un male, ma non tutti sono tali da dover esser fuggiti. Conviene certo giudicare tutte queste cose in base ad una visione opportunamente commisurata dei vantaggi e degli svantaggi. Perché in certe circostanze il bene può essere per noi un male, e viceversa il male può essere un bene.

L’uomo, quindi, deve ponderare le proprie scelte con estrema intelligenza. Se, da una parte, è doveroso tralasciare i piaceri vuoti ed effimeri, dall’altra parte, però, è fondamentale anche comprendere se quel male – che, in quanto tale, possiamo essere portati a “scartare” aprioricamente – possa essere però “meritevole” di venire sopportato per il perseguimento di un piacere superiore. Il buon senso deve quindi spronare la ragione a comprendere cosa sia giusto fare in termini di beatitudine e di virtù, tanto per il corpo quanto per la propria anima.

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