LA “TRIPLICE DISCIPLINA BUDDISTA”: PARTE SECONDA.

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Colto l’indistricabile legame tra prajinadhyana, come risvegliare la propria “auto-natura”, ovvero come riscoprire il nostro vero “io”? Come passare dal relativo che viviamo all’Assoluto? Come arrivare al satori partendo dal mayoi (“smarrimento”)?

Il grande ostacolo è costituito dalla nostra mente o, per essere più precisi, dal fatto che essa – e, di conseguenza il nostro modo di vivere e di concepire il Mondo – risulti ancorata ad una visione troppo logica e razionale. Decodificare tutto ciò che ci circonda sulla base di categorie come finito/infinito, giusto/sbagliato et similia, non aiuta a raggiungere l’Assoluto, ovvero l’essenza vera e genuina di quanto si trova dinanzi a noi. Attenzione! Non si tratta di eliminare tali congetture, così da far sì che quanto di più profondo vi sia, possa (ri)emergere ed illuminarci. È una elevazione. Una contemplazione illuminata. Una consapevolezza nuova e chiara. Il relativo non deve essere messo da parte. Non è in questo modo che l’Assoluto si manifesta per ciò che veramente è. Perché l’Assoluto è sempre lì, sia che ci abbandoniamo a riflessioni egoistiche, personali, definite e via discorrendo, sia che, invece, riusciamo in questo nostro “andare a fondo”.

Il “vedere e cogliere la propria auto-natura”, ovvero il passaggio dal mayoi al satori è improvviso e, di certo, non calcolato. L’Illuminazione è un vero e proprio salto che viene operato a danno del nostro modo di ragionare… un balzo psicologico verso l’inconscio e verso la consapevolezza più profonda. Si parla di “subitaneità”. La saggezza (prajina), quindi, non è il risultato di un ragionamento logico quanto, piuttosto, l’abbandono di un tale modo di pensare e riflettere. Quando il ragionamento viene abbandonato e, psicologicamente, la forza di volontà si annulla, ecco che l’auto-natura si rivela sotto forma di sunyata (“il vuoto di tutte le cose”). Attenzione! Prajina non è una contraddizione. La saggezza sta nell’abbandonare il metodo logico con il quale ci adoperiamo a comprendere il Mondo. Ma non può esservi saggezza senza ragionamento! Prajina, quindi, opera dentro al pensiero e si eleva poi oltre di esso. Non vi è idiosincrasia in questo! La saggezza rende intellegibile la particolarità che il ragionamento logico bolla come falsa e mendace. Ogni cosa, del resto, è disposta nel Mondo secondo le leggi di Natura… ma, mentre il ragionamento logico è discriminante, la saggezza tende al non-discriminante, ovvero al sunyata, ovvero alla bellezza dell’Assoluto. Ma cos’è questa (citata più volte) “auto-natura”?

Essa è la “natura” del Buddha. In ognuno di noi risiede il Buddha. Ma non in un senso panteistico quanto, al contrario, nel significato di “riscoperta” e di “risveglio”… “operazioni” che la nostra mente può realizzare attraverso silaprajinadhyana. L’auto-natura è al contempo Essenza (tathata) e Vuoto (sunyata). L’Essenza è l’Assoluto e, quindi, non può essere compresa per mezzo della relatività e/o della forma. La forma (rupa), “condiziona”… l’Assoluto, invece, è incondizionato e, quindi, privo di forma (arupa). In quanto incondizionato e, perciò, privo di forma, l’Assoluto è Vuoto (sunyata) poiché non ascrivibile a nessuna delle sfere esistenti dei nomi. Di conseguenza, sunyata è ineffabile. Irraggiungibile. Perché al di là della comprensione e della percezione. Oltre l’essere ed il non essere. Esso è sempre presente ma, fintanto che desideriamo coglierlo per ascriverlo alla dimensione dualistica con la quale decodifichiamo il Mondo, esso ci elude e svanisce. È prajina che ci permette di “afferrare” un qualcosa di irraggiungibile e di cogliere un qualcosa di incondizionato e privo di forma. Il tutto in modo improvviso. Senza mai discriminarlo in alcun modo.

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“EFFETTI” ED “ORIENTAMENTO”.

  • Effetti del Buddismo:

Alcuni dicono di credere nel Buddismo, o nello Zen, che praticano da anni ma senza effetto. La domanda è: quali effetti stanno cercando?

Alcuni vogliono diventare famosi, o vogliono guadagnare qualcosa per sé. Alcuni pregano i budda e gli spiriti di tenere lontane le disgrazie e inviare la buona sorte. Alcuni studiano per guadagnare conoscenza. Alcuni eseguono pratiche esoteriche per ottenere poteri soprannaturali. Alcuni praticano arti e abilità per superare gli altri. Alcuni praticano la guarigione nello sforzo di estirpare le malattie. In queste situazioni si può parlare di effetti o di loro assenza, ma il messaggio dello Zen non è in quest’ordine.

Per quanto riguarda il messaggio dello Zen, è stato detto: “È intrinseco in ognuno, completo in ogni individuo, non di meno nelle persone comuni, non di più nei saggi.” È detto inoltre: “È completo come lo spazio cosmico, senza carenza né eccesso.” Se pensi di ottenere un qualche effetto praticando il Buddismo, questo è come vedere una mancanza nello spazio cosmico. In entrambi i casi non capisci niente.

Tra i più sciocchi fra gli sciocchi vi sono coloro i quali si preoccupano del fatto che non raggiungeranno l’Illuminazione anche se praticheranno il Buddismo e pertanto rinunciano all’idea prima ancora di provare perché non vogliono sprecare tempo ed energie. Che cos’è al Mondo un successo garantito? Coloro che vogliono essere pagati prima di fare il lavoro, per così dire, che domandano la certezza del successo prima di compiere qualunque sforzo, non arriveranno mai da nessuna parte, né nel Buddismo né nelle imprese ordinarie.

 

  • Orientamento:

Un antico maestro Zen disse che la meditazione Zen non è di alcun giovamento se l’applicazione della mente non è chiara. Questo non significa che sia inutile alle persone non erudite praticare la meditazione Zen; è un avvertimento a coloro che siedono in una nebbia di ignoranza e chiamano questo meditazione Zen.

Alcuni dicono che la meditazione Zen non è accessibile ai non eruditi, cosicché essi dovrebbero invece recitare scritture e incantesimi, perché le pratiche formali come le recitazioni sono più facili e quindi conducono meglio alla realizzazione. La scrittura dice però: “Se l’orientamento della mente non è corretto, tutte le pratiche sono vane.”

Questo si applica alla meditazione Zen come pure a tutte le pratiche formali. Se l’applicazione della mente è corretta, non vi saranno aberrazioni nelle pratiche. Altrimenti tutte le pratiche, formali o informi, concrete o astratte, sono inutili.

Muso Kokushi

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ENSÕ, OVVERO IL “CERCHIO DELL’INFINITO”.

La parola ensō, nella lingua giapponese, significa “cerchio”. È molto comune nella calligrafia nipponica. Simboleggia l’Illuminazione e l’Universo. Si tratta di un segno che lascia all’artista ampi margini di “discrezionalità creativa”: alcuni, infatti, lo realizzano con un’apertura – quasi a voler testimoniare la ineluttabilità di un eterno legame con le cose terrene -, mentre altri, al contrario, chiudono del tutto la sua circonferenza. In molti casi, inoltre, è possibile scorgere all’interno di suddetto cerchio altri simboli particolari, come l’Om, ad esempio.

L’ensō è la “metafora” dello Zen assoluto, ovvero la natura ed essenza più pura della comprensione dell’esistenza e del satori. L’ensō fonde assieme l’assoluto al relativo, il complesso al semplice, il vuoto al pieno. Soprattutto quando è disegnato con una apertura, esso lascia intendere a chi l’osserva che l’esistenza non si contiene in sé ma, al contrario, si apre all’infinità dell’Universo. L’ensō, quindi, è anche il simbolo dell’Infinito. Il “perfetto stato meditativo” (satori), ove più alcuna differenza sussiste tra chi percepisce e l’oggetto della percezione medesima.

Per “realizzare” un ensō non è obbligatorio attenersi ad alcuna regola formale. Il “Cerchio dell’Infinito”, infatti, può essere simmetrico o sbilanciato, realizzato mediante un’ampia pennellata o reso sottile lungo tutta quanta la propria circonferenza, e via discorrendo. Questo perché, nella cultura Zen, l’ensō è la pura e diretta manifestazione dell’energia dell’artista, ovvero il suo “qui ed ora contemplativo”, la sua chiara testimonianza in quanto nunc stans. Quanto di più profondo viene raggiunto dalla meditazione e quanto di più genuino viene manifestato dalla mano. Esso è mushin, ovvero la “mente indifferenziata” dell’artista.

Come detto poc’anzi, l’ensō può accompagnarsi ad altri numerosi simboli o citazioni. L’Om e la Luna, ad esempio, molto spesso integrano il “Cerchio dell’Infinito” in quanto segni che testimoniano l’Illuminazione, secondo la disciplina buddhista. Interessante poi è l’analogia con un altro antico simbolo chiamato uroboro.

L’uroboro è un drago od un serpente che, inghiottendo la propria coda, finisce con il formare un cerchio. Come simbolo rappresenta la ciclicità, l’eterno ritorno, la continua e peritura auto-generazione. Prendendo le dovute distanze dal Buddhismo, potremmo (forse) parlare anche di palingenesi. L’uroboro è estremamente importante nel simbolismo mitologico, basti pensare che in passato indicava la “circolarità” dell’opera degli alchimisti. È, inoltre, spesso associato all’ermetismo e allo gnosticismo.

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IL RITO SACRIFICALE DI BIMBISARA.

Bimbisara era il potente e temuto Re di Magadha, un regno situato nell’India settentrionale. Al fine di ottenere la benevolenza degli Dei, un giorno Bimbisara ordinò che venisse allestita una grande festa. La stessa avrebbe dovuto svilupparsi attorno ad un grande rito sacrificale, ove decine e decine di animali sarebbero stati, per l’appunto, uccisi in onore al Cielo. Certo di come tale gesto avrebbe arriso gli Altissimi, il Re ordinò che le povere bestie venissero anche marchiate con segni particolari, così da renderle “meritevoli” di venire sacrificate per la gloria degli Dei.

Nel mentre che andava recandosi verso la capitale, il Buddha incontrò per caso, lungo la strada, un pastore che stava conducendo dietro di sé un grande gregge di pecore. Incuriosito, il Maestro chiese all’uomo dove stesse andando con tutti quegli animali al seguito. Il pastore raccontò così all’Illuminato quanto fosse stato ordinato di fare a lui e a molti altri sudditi dal sovrano e di come tutte quelle povere bestiole, da lì a breve, avrebbero finito con il trovare la morte al fine di rendere omaggio agli Altissimi.

Il Buddha provò un dispiacere infinito al solo immaginare tutta la crudeltà che il Re avrebbe rivolto contro quelle povere creature innocenti. E – per giunta! – per il solo fine di ottenere la benevolenza degli Dei. Ad ogni modo, il Maestro rimase stupito nello scorgere, dietro a tutte quelle pecore, la presenza di un piccolo agnello. L’animale, infatti, era ferito e zoppicava vistosamente ma, nonostante questo, tentava, con tutte le sue forze, di non perdere il passo coi propri simili. Quasi desiderasse non essere un peso per il resto del gregge. Quasi desiderasse condividere di tutti gli altri animali la medesima sorte.

Mosso da profonda umanità e compassione, il Buddha afferrò tra le proprie braccia il piccolo agnello, stringendolo forte a sé. Disse poi al pastore di volerlo affiancare nella sua lunga marcia verso lo yagashala – il luogo sacrificale scelto dal Re -, così da poter prendere parte anch’egli alla grande festa. Il pastore trovò divertente il gesto del Maestro di prendere in braccio quella piccola bestiola e, non riuscendo a comprendere la profondità di un tale gesto, si lasciò andare a sonore risate. Il Buddha, ad ogni modo, non prestò ascolto allo scherno dell’uomo e, in silenzio, si mise a camminare al suo fianco.

Quando raggiunsero il luogo del sacrificio, già moltissime persone, giunte da tutta l’India, si erano riunite per assistere all’uccisione di quei poveri animali. Nel momento stesso in cui una pecora innocente si trovava sul punto di venire sacrificata, il Buddha si fece però avanti, ammonendo con parole dolci ma, al contempo, austere tanto il sacerdote quanto lo stolto sovrano. Questo l’ammonimento del Maestro:

Buddha“Grande Re, non pensare mai che puoi compiacere gli Dei, sacrificando dei poveri animali. Perché essi sono tanto amati dagli Dei quanto lo sono gli esseri umani. Quindi non commettere più il peccato del sacrificio nel nome degli Dei. Nessuno mai potrà compiacere gli Dei con tali sacrifici. E nessuno mai potrà fuggire da simili peccati.”

Le parole del Buddha penetrarono nell’animo del Re e di tutti i presenti. Bimbisara divenne così un discepolo del Maestro e nel Regno di Magadha mai più alcun rito sacrificale venne allestito per compiacere gli Altissimi.

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“PRATICA” E “GIUDIZIO”.

  • Mettere da parte è pure un mezzo:

Se metti tutto da parte e non conservi nella mente né il Buddismo né il Mondo, è forse questo che si chiama il fondamentale? Il fondatore dello Zen disse: “Non perseguendo oggetti esteriormente, con la mente che non si affanna interiormente, se la mente è come una parete, si può entrare nella Via.”

Un altro maestro Zen spiegò che il significato di tutto questo è che la pratica di mettere da parte tutti gli oggetti e non stimolare la mente è un metodo utile per entrare nella Via. Pertanto considerare questa condizione in sé come la Via è in realtà contrario all’intento del fondamentale dello Zen.

 

  • Non giudicare gli altri:

È detto che coloro i quali sono veramente nella Via non discutono i giudizi degli altri. Questo non significa che non danno giudizi ma li sopprimono;  significa che non vedono le persone in termini di sé e di altro. Il terzo patriarca dello Zen disse: “Nel regno dell’essere com’è, non vi è altro e non vi è sé.” Dice una scrittura: “La natura della realtà è come un oceano; non bisogna dire che vi è ragione o torto.”

Se si considera il Mondo in termini di distinzioni fra l’altro e sé, inevitabilmente si danno giudizi di giusto e sbagliato. Se si possiedono opinioni di giusto e sbagliato, non si è veri praticanti della Via, anche se ci si trattiene dall’esprimere le proprie opinioni.

Piuttosto che trattenersi dal discutere i giudizi degli altri, pertanto, gli studenti di Buddismo dovrebbero voltarsi e riflettere: “Chi è che parla di giusto o sbagliato negli altri?”

Una scrittura dice che bisogna “considerare la costituzione fisica come il proprio corpo e considerare i riflessi dei dati sensoriali come la propria mente.” Il significato di questa affermazione è che ciò che le persone comuni ritengono essere il proprio sé non è il vero sé. E se non sai cosa sia il tuo vero sé, non puoi neanche vedere gli altri come sono veramente.

Così se le tue idee di sé e di altro sono entrambe non vere, come puoi giudicare il giusto e lo sbagliato?

Normalmente chi presume di essere sulla Via e non parla di giusto e sbagliato negli altri continua comunque a definire il bene e il male nella propria mente e a fare distinzioni di acutezza e ottusità nelle persone. Concettualizzando la superficialità e profondità di comprensione, costoro contrastano errore e correttezza della pratica. Essi non possono procedere direttamente verso l’illuminazione suprema, per cui sono incoraggiati a non prestare attenzione ai giudizi di giusto e sbagliato.

Muso Kokushi

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