BUDDISMO ZEN: IL KOAN E LO ZAZEN.

Abbiamo detto che per il perseguimento del satori sia di fondamentale importanza “allenare la mente”. La motivazione è tanto ovvia quanto “banale”: l’Illuminazione altro non è, infatti, che uno stato mentale, caratterizzato dal superamento dell’interpretazione logico/razionale della realtà e dalla comprensione del relativo che diviene Assoluto. Le pratiche “congeniali” che possono permettere e rendere possibile questo “allenamento” sono la meditazione – zazen – e l’agnizione dei koan esposti dai maestri ai loro stessi discepoli.

Zazen – o Dhyana in sanscrito – significa porsi a gambe incrociate, nella posizione del loto, di modo da lasciarsi cadere in uno stato di quiete e di profonda contemplazione. Si tratta di un’antica pratica, originatasi in India e diffusasi in tutto l’Oriente. L’arte dello zazen, in connessione con i koan, è parte integrante dello Zen. Dhyana deriva dalla radice dhi che vuol dire “percepire”, “riflettere”, “fissare la mente su” et similia. Etimologicamente parlando, la radice dhi è in assonanza con dha che significa “tenere”, “conservare”, ecc. Tutto ciò è particolarmente importante. Lo zazen, infatti, da una parte, implica che la concentrazione venga rivolta nei riguardi di un qualcosa. Un qualcosa che deve essere tenuto fisso all’interno della propria mente. Ciò, infatti, facilità l’immersione contemplativa. Ma, dall’altra parte, è fondamentale ricordarsi come questo “qualcosa” non sia da intendersi come oggetto di possesso e/o di esclusiva attenzione: contemplare significa riuscire a percepire l’essenza di ciò che percepiamo e il tendere da parte dello stesso all’Assoluto. Il “fissare la mente” è, ad ogni modo, fondamentale, dato che lo zazen è praticato (anche) per la risoluzione dei koan. Si è soliti sostenere che, mentre il koan è l’occhio, lo zazen sia il piede dello Zen.

Il Dhyana rappresenta a sua volta uno dei tre fondamenti più antichi del Buddismo. Essi sono:

  • Sila, ovvero i precetti etico/morali del Buddha;
  • Prajina, ovvero la saggezza del Buddha;
  • Dhyana, ovvero l’arte contemplativa del Buddha.

Gli insegnamenti dei maestri, i sutra e la stessa simbologia buddista sono quanto di più “utile” per comprendere i fondamentali del Buddismo.

Il koan è l’aneddoto di un maestro o un dialogo tra maestro ed allievo o una semplice affermazione o una domanda posta da un insegnante. Tutte pratiche importanti affinché si schiuda l’occhio sullo Zen. Il koan rivolto al discepolo deve servire a quest’ultimo per comprendere come la logica debba essere superata e come limitata sia stata, sino a questo momento, la sua visione del Mondo, a causa proprio di un esclusivo affidarsi alla sola e mera razionalità. Facciamo qualche esempio.

Il maestro Hakuin chiedeva ai propri discepoli di udire il suono prodotto dalla sua mano. Dato che un qualsiasi tipo di suono può venir prodotto solo nel momento in cui entrambe le mani giungono a contatto tra loro, nessun suono avrebbe mai avuto modo di originarsi da una sola delle due. Il punto è proprio questo! L’illogicità della richiesta del maestro verte a far comprendere ai propri discepoli come tale consapevolezza – “soltanto due mani che urtano tra loro possono generare un suono” – sia limitata ed inesorabilmente ancorata ad una visione logico/razionale della Vita. Quindi, fintanto che non udiremo il suono emesso da una sola mano, non saremo in grado di andare oltre in termini di percezione e visione del Mondo. Questa è la scoperta che ridesta la mente e veicola l’allievo a porsi in maniera differente nei confronti di tutto ciò che lo circonda.

Il maestro Joshu, invece, agli allievi che gli domandavano quale mai fosse il significato della venuta del Budda, era solito rispondere così: “L’albero di cipresso nel cortile!”. In questo caso, la risposta del maestro è finalizzata a far comprendere ai propri discepoli come sia errato ricercare l’essenza di un qualcosa in un paradigma logico che mai potrà palesarsi in grado di spiegarne l’essenza. Osservare l’albero di cipresso non significa abbracciare una interpretazione panteistica dell’Assoluto, sulla base di una convinzione di come in esso esista ontologicamente la presenza del Budda. Assolutamente no!

I koan, dunque, consistono in questo: essi mettono fuori discussione qualsivoglia tentativo di razionalizzazione. Non esiste una via logica che sia in grado di condurre l’allievo alla comprensione di questo rebus. Il koan è un dubbio. Un dubbio portato all’estremo. Esso travalica il dualismo che sta alla base della logica: non più una scelta tra “vero o falso” ma un vero e proprio risveglio della mente.

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“PASSATO, PRESENTE E FUTURO” E “CAUSE”.

  • Passato, presente e futuro:

È una tendenza caratteristica degli esseri umani indulgere a emozioni quali la felicità, afflizione o collera in risposta alle condizioni attuali, non riuscendo a equilibrare questi sentimenti con la consapevolezza che le condizioni attuali sono il risultato di cause passate. È illogico affrontare il presente solo come oggetto di godimento o di sopportazione, trascurando di usarlo come occasione per creare il futuro.

 

  • Cause:

Le cause sono complesse e hanno diversi piani temporali. Gli sforzi dell’individuo non sono l’unico fattore determinante delle condizioni di vita della persona, perché ognuno fa parte del nesso sociale e naturale e del fluire del tempo. È normale che le persone attribuiscano le cause in modo sbagliato per via della percezione erronea delle reali connessioni. Ogni causa è l’effetto di qualcos’altro. Ciò che può sembrare una maledizione può essere una benedizione, e ciò che può sembrare una benedizione può essere una maledizione. Le ristrettezze sono una benedizione quando spronano l’attività e lo sviluppo; gli agi sono una maledizione quando accrescono il compiacimento e l’indulgenza verso le passioni.

Muso Kokushi

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PRATICARE LO ZEN.

Un monaco domandò al suo maestro: “È trascorso un certo tempo da quando sono venuto da voi per essere istruito sul santo sentiero che conduce al Buddha, ma nemmeno un indizio me ne avete ancora dato.” Ecco la risposta: “Cosa intendi, figlio mio? Ogni mattina mi saluti, e io non ti ricambio? Quando mi porti una tazza di tè, forse che io non l’accetto e non mi rallegro nel berla? Al di là di ciò, quali altri istruzioni desideri da me?”.

Praticità e Zen vanno di pari passo. Questo significa che per raggiungere lo Zen è necessario praticare la Vita, ampiamente intesa, in ogni sfaccettatura e particolarità la stessa vada costituendosi, volgendo attenzione e cura ad ogni mansione svolta – anche la più umile ed apparentemente priva di significato -. Questa consapevolezza si origina a seguito di quanto detto e sostenuto fino a questo momento: apprendere lo Zen non significa abbandonarsi ad un mero ed “esclusivo” percorso intellettuale. L’illuminazione arriva nel momento in cui la contemplazione del particolare eseguito e posto in essere permette il raggiungimento dell’Assoluto. Lo Zen, quindi, è la “Vita di ogni giorno”, sia essa correre o nuotare o anche il semplice respirare, perché in qualsivoglia azione pratica è possibile raggiungere il satori. Lo Zen è svincolato da ogni coercizione in quanto libero e permeato da una assoluta naturalezza di espressione e manifestazione.

Forse, che sia proprio il suo carattere pratico a rendere difficile l’individuazione dello Zen? Perché se, da un lato, è corretto sostenere come esso si manifesti nella conduzione e nell’esercizio pratico dell’esistenza, dall’altro lato, è necessario trascendere ogni interpretazione logica del vivere per permettere al particolare di condurci all’assolutezza dello Zen. Non solo il tempo e lo spazio devono venire trascesi, ovvero privati della loro capacità di influenzare il nostro giudizio su quanto osservato e/o esperito… è necessario anche andare oltre ogni lettura sistemica della realtà. Che significa che un evento A è più importante di un evento B? Porsi in tale maniera nei riguardi di un qualsiasi avvenire non consente di cogliere l’essenza assoluta della manifestazione.

Non si tratta di fenomenologia. Non stiamo parlando di verità prospettiche o di flussi di coscienza. Tutt’altro. Stiamo parlando di un Assoluto che si rivela per quello che è. Non stiamo nemmeno parlando di una interpretazione panteistica del Mondo. Quando andiamo sostenendo che “tutti siamo Buddha” non affermiamo che Buddha sia presente in qualsivoglia particolarità, quanto piuttosto come sia possibile scorgerlo in qualsiasi cosa. Non una determinante ontologica, quindi. Ma un risveglio. Una consapevolezza. Un percorso che conduce all’Assoluto. Una chiara manifestazione di ciò che è in quanto tale. Una illuminazione, appunto.

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“LIBERAZIONE” E “SCOPO DELLA VITA”.

  • Liberazione:

Coloro che cercano la liberazione soltanto per se stessi non possono divenire pienamente illuminati. Sebbene si possa dire che chi non è già liberato non può liberare gli altri, il processo stesso di dimenticare se stessi per aiutare gli altri è in sé liberatorio. Pertanto coloro che cercano di fare del bene soltanto a se stessi in realtà così facendo si fanno del male, mentre coloro che aiutano gli altri così facendo aiutano anche se stessi.

 

  • Scopo della vita:

In ultima analisi non vi è modo di salvaguardare alcunché in questo mondo; tutto ciò che guadagni può andare perduto, venire distrutto o essere portato via. Per questa ragione, se fai dell’acquisizione e della conservazione di beni o di condizione sociale il tuo scopo nella vita, questa è la via verso l’ansia e il dolore.

Muso Kokushi

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LO ZEN COME SUPERAMENTO DELLA LOGICA.

Dobbiamo prendere consapevolezza di un fatto. Lo Zen può apparire tanto illogico quanto paradossale. Non nel senso che esso sia privo di significato. Al contrario. Più che altro significa che per coglierlo e cercare di comprenderlo diviene necessario abbandonare ogni forma di sillogismo e di interpretazione logica della realtà. Attenzione. Non si tratta di negare la logica. Come già sostenuto più volte, lo Zen non è negazione. Mai. Si tratta, piuttosto, di un andare oltre la logica. Un “andare oltre” che implica uno scrutare ed un osservare la realtà non più tramite gli occhi della ragione e/o dell’intelletto. È necessario acquistare un nuovo punto di vista. Un nuovo “occhio sul Mondo”. Una affermazione zen, quindi, è illogica e paradossale non perché priva di senso ma perché, per coglierne il senso, è necessario abbandonare la logica. In questo consiste la unicità dello Zen e la difficoltà di trovare e cogliere dello stesso l’essenza.

Se lo Zen si “colloca” al di là di ogni interpretazione logica e/o sistemica e/o intellettiva, cosa ci comunica, una volta che viene percepito e raggiunto? Anche in questo caso, si tratta di dover fare i conti con una consapevolezza nuova, che porta a rivoluzionare il modo in cui interpretiamo ed osserviamo la realtà. Lo Zen, infatti, evidenzia come sia necessario dotarsi di un nuovo punto di vista per soddisfare e comprendere le proprie personali esigenze spirituali più profonde. Proprio perché le stesse non possono divenire oggetto di una lettura di tipo logico-razionale. La Vita non può, dunque, ridursi ad una interpretazione esclusivamente di tipo logico, razionale e/o matematico.

Se, dunque, lo Zen si trova oltre la logica, il paradigma di determinazione e di non contraddizione aristotelica del tipo A=A diviene, tutto d’un tratto, confutabile e non più esente da dubbi o perplessità. Scavalcare e travalicare questo modus operandi di decodificare la realtà porta, inevitabilmente, con sé una implicazione profonda e rivoluzionaria. Le parole non hanno significato. Lo hanno se si integrano alla logica ed assieme alla medesima permettono l’agnizione della realtà. Ma, nel momento in cui l’essenza della stessa non si riduce più ad una lettura razionale, allora le parole e la logica hanno fallito il proprio scopo e risultano inutili. Parole e logica perdono così ogni forma di dominio nei nostri riguardi. “A=A” si integra con “A=non A”, proprio come A mani vuote io vado, e la vanga è portata dalle mie mani!. Non si tratta di una negazione. Né di una mera contingenza filosofica. Il nuovo punto di vista trascende l’oggetto stesso dell’osservazione. Trascendere ciò che si osserva significa non ridurne l’essenza ad una mera proposizione o spiegazione logica. Significa risalire alla sua più pura essenza, dove vige armonia e quiete. L’illuminazione consiste nel  riuscire a cogliere tale aspetto.

Forse l’unico vero paradosso dello Zen è quello di essere semplice. Talmente semplice da essere  – paradossalmente! – così difficile da venire scorto e compreso. Perché problematico può essere per ciascuno di noi estraniarsi ed alienarsi dall’interpretare logicamente e razionalmente ciò che si sviluppa all’interno della realtà nella quale viviamo. La semplicità consiste nel ritenere che A sia A e che, allo stesso tempo, A sia non A. Fermarsi alla prima formula significa affidarsi alla logica e – probabilmente – al buon senso. Accettare – e comprendere assieme alla prima – la seconda implica, al contrario, l’aver scorto lo Zen. Ed è innegabile che questo obbliga l’individuo a leggere con un altro “occhio” il Mondo attorno a lui. Nello Zen, quindi, tutto acquista vita. Anche ciò che la logica e la ragione ci obbliga a considerare come aporia. Ecco perché lo Zen è sempre riconoscimento, vita e creazione. Non vi sono, infatti, astrazioni. Non si tratta di ridurre il tutto ad un mero filosofeggiare. Lo Zen è pratico. Talmente pratico e diretto da non poter essere spiegato a parole. Talmente pratico e diretto da non poter essere oggetto di alcuna dialettica. Lo Zen ci mostra una vanga e con audacia afferma: “Sto tenendo una vanga, eppure non la sto tenendo”. Ecco l’andare oltre. Il satori.

Lo Zen è Vita. Semplicemente questo. Vita immediata, diretta e pura. Non filtrata. Non mediata. Non rappresentata. Non interpretata. Vita come quella di un uccello che vola o di un pesce che nuota. Nel momento stesso in cui ogni agire è finalizzato o imposto o calcolato o presunto, lo Zen sparisce. Anche l’etica, quindi, deve liberarsi da ogni riferimento logico ed attingere dall’interno di ciascuno di noi.

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