MUOVERSI TRA GLI ALTRI.


Inutile negarlo. Rousseau aveva capito tutto. Siamo inevitabilmente portati al confronto. Tutti quanti noi. Ogni qualvolta una forma di legame va consolidandosi, siamo veicolati a rapportarci al nostro prossimo, secondo un ben preciso metro di giudizio. In questo siamo umani. Si tratta, per davvero, di una caratteristica ontologica che sorge nel momento stesso in cui il rapporto con un nostro simile va instaurandosi e rafforzandosi nel tempo. Causa di una sempre più consistente reiterazione nel tempo del medesimo. Generalmente, focalizziamo la nostra attenzione su di un particolare tipo di rapporto interrelazionale. Quello lavorativo. Quello cioè che sorge e si instaura tra colleghi. Non si tratta di una dinamica concettuale di difficile agnizione. Tutt’altro! Essa è tanto palese quanto di immediata ricezione. È sufficiente riflettere sul comportamento che assumiamo e sulla natura delle conversazioni che sviluppiamo, per renderci conto di come l'”altro” sia il referente primario di qualsivoglia forma di comparazione che noi stessi esercitiamo nei riguardi di noi medesimi. Il tutto a fini valutativi, ovviamente.

La vicinanza al nostro prossimo e le relazioni che con esso stringiamo, ci conducono al giudizio e al confronto. È una vera e propria forzatura mentale cui facciamo estrema fatica a liberarci. Essa è talmente inevitabile, da mostrarsi anche banale e superficiale nella sua stessa formulazione. La medesima, infatti, prende vita attraverso espressioni e supposizioni del tipo sono più bravo di luiperché a lui sì e a me no?, e via discorrendo. Ed una prima grande mistificazione è già in atto! Senza che nemmeno abbiamo il tempo di rendercene conto! Lo smarrimento del nostro “io”. O, ad ogni modo, l’impossibilità di riuscire a risalire alla comprensione di cosa realmente siamo in termini di essenza. Perché a meno che non si voglia credere che sia possibile conoscere sé stessi attraverso le valutazioni superficiali che rivolgiamo agli alter ego, l’unica certezza è la perdita di tempo e di energia spesa a smarrire noi stessi. Basterebbe soffermarsi ad ascoltare il proprio respiro o a prendere consapevolezza del nostro corpo che si muove o a ragionare attorno alla natura delle congetture cui, molto spesso, la nostra mente ci fa tendere, per avere anche una minima parvenza di conoscenza di cosa siamo.

Le relazioni ci portano al confronto che, a sua volta, ci conduce alla “necessità deviata” del giudizio. Tutto questo ci allontana dalla comprensione di noi stessi. Ma come rapportarsi allora nei riguardi del nostro prossimo? Io credo che per i buddisti questo sia uno dei più grandi scogli intellettivi in epoca moderna. Il sangaha dhamma parla di altruismo, di compassione, di equità nel trattamento e di adozione di un linguaggio educato e cordiale da rivolgere sempre a chiunque desideri con noi conversare. Il problema resta però il contesto. L’ambiente stesso nel quale i rapporti vanno maturando. Vero che esso altro non è che la trasposizione della condizione della nostra stessa mente. Ed è proprio questo il nocciolo della questione! La purificazione della mente, all’interno di una realtà nella quale, inevitabilmente, il rapporto con il nostro prossimo porta alla mistificazione della pura comprensione, è operazione di una difficoltà incredibile. I maestri ed i precetti (soprattutto) Zen parlano di pratica meditativa. Tanto attiva quanto passiva. Personalmente ritengo essa l’unica soluzione possibile da seguire. Un’altra in passato, a dire il vero, aveva particolarmente catturato la mia attenzione. Si tratta di un percorso che, tutt’oggi, continua ad essere oggetto di alcune mie riflessioni concernenti un’argomentazione che mi è particolarmente cara – e che spero possa presto divenire tema principale di una pubblicazione futura -.

La recitazione. La meravigliosa arte della finzione e dell’adattamento che, specialmente in ambito lavorativo, per quanto concerne i rapporti interpersonali, può assumere le vesti di una vera e propria “strategia di sopravvivenza”. Il muoversi da frameframe in modo diverso, ovvero adattando ai vari contesti del reale comportamenti e modi di fare ad essi congeniali. Gli epiteti sono infiniti. Fregarsene. Andare per la propria strada. Arrivista. Ipocrita. Falso. Opportunista. Atteggiamenti, comportamenti ed attitudini, ora, posti in essere e, ora, ritrattati. Ora, rivolti ad una persona e, ora, condivisi con un’altra. Una deviata catena di giudizi e confronti che fornisce all’artefice la convinzione (falsa?) di riuscire in tal modo ad inserirsi in un determinato contesto e a porsi in una posizione intermedia e neutrale.

Cosa può fornire questa “arte della sopravvivenza” a fini conoscitivi? La comprensione dell’essenza del proprio prossimo? Non credo.

Una conoscenza genuina dei contesti nei quali l’individuo è obbligato a muoversi? Può darsi, dato che deve esserci, ad ogni modo, una forma, anche se elementare, di agnizione degli stessi, se non si vuole pregiudicare la tanto ricercata “sopravvivenza” di cui sopra… dovremmo però, a tal riguardo, “rileggere” l’esistenza del “mistico legame” tra mente e realtà circostante.

Una consapevolezza di chi si é in termini reali? Anche in questo caso trovo difficoltoso il negare ciò. La volontarietà dell’adozione di una simile strategia non potrebbe, già di per sé, evidenziare, infatti, una comprensione di chi si é ed una consapevolezza circa le conseguenze di ciò che si va ponendo in essere?

Muoversi è, dunque, difficilissimo. E tentare di trovare un proprio equilibrio è altrettanto complicato – sebbene dannatamente necessario -. Per chi desidera vivere, dedicando parte della propria esistenza alla ricerca di sé medesimo, la natura dei contesti e l’instaurazione dei legami interrelazionali sono gli ostacoli più ostici con cui deve confrontarsi. Senza contare che l’intera questione è intrisa di moralità. Di una profonda ed inevitabile questione morale circa il cosa fare? ed il come comportarsi?.

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