IL MEDIOEVO DELLE COSCIENZE.

Fa male. Fa dannatamente male osservare la morte di Niccolo Ciatti. È profondamente irritante sottolineare, per l’ennesima volta, la totale assenza di cognizione di causa, da parte dei colpevoli, per quanto compiuto. Esattamente come infastidisce, oltre ogni umana sopportazione, notare l’incapacità, da parte dei più, di discernere la realtà circostante. Grave o no che essa possa essere. Tre individui, che uccidono brutalmente un altro essere umano per il mero gusto di farlo, meriterebbero di essere tagliati fuori dal Mondo ipso facto. Non vi è logica. Non vi è spiegazione. E, quindi, non può esservi alcuna affrancazione nei riguardi di un simile comportamento. Ma quell’apertura “ad arena” di tutti quegli improvvisati spettatori e quella maledetta e deviata attenzione, da essi stessi rivolta, nei riguardi dell’evolversi dell’evento – registrato, addirittura, in diretta tramite smartphone e cellulari – fa male. Fa male da morire. E ci obbliga, per forza di cose, a ritenere quei soggetti tutti quanti complici e responsabili di quel macabro evento. Se ci troviamo dinanzi ad una generazione incapace di comprendere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, non riuscendo, quindi, a comprendere cosa si debba fare per la salvaguardia dell’altrui prossimo, entrino allora in azione le istituzioni. Anche con politiche dal forte impatto coercitivo.

Assistiamo da parecchi anni, oramai, ad una preoccupante perdita di contatto da parte dei più con la propria coscienza. La coscienza umana. Quella stessa coscienza che, secondo alcuni poveri ed irrecuperabili analfabeti, si palesa essere una prerogativa, indiscutibile, dell’essere umano. Al pari del suo stesso intelletto. Beh, di ciò abbiano pace tali illustri pensatori, ma intelletto e coscienza, al giorno d’oggi, latitano molto all’interno della humankindLa spettacolarizzazione della vita umana è quanto di più mistificante influenzi oggi la maggior parte delle scelte fatte e delle azioni compiute da ogni singolo individuo. Vi è un deviato senso di individualismo. Un individualismo dal forte impatto egocentrico. Un individualismo finalizzato e rivolto però alla condivisione e, quindi, al riconoscimento di sé stesso all’interno di realtà – e piattaforme – dall’indubbia struttura sovraindividuale. Il che suona alle mie orecchie come profondamente paradossale.

Da un lato, viviamo con la necessità ontologica di condividere. Condividere tutto. E tramite ogni mezzo messo a disposizione dalla moderna tecnologia. La condivisione viene, molto spesso, ricercata per spettacolarizzare ed esaltare un qualcosa di visto e/o un qualcosa di fatto. Indipendentemente dal fatto che quel qualcosa venga “vissuto”, venga “visto” veramente, venga “compreso” per davvero, “fatto proprio” in seno ad una reale esperienza esperita e via discorrendo – un po’ come i ragazzi che vanno ad un concerto e, invece di viverlo, lo registrano con il proprio proprio tablet -. Quel qualcosa è necessario che venga diffuso, che ottenga dei preziosi likes e che diventi oggetto di contraddittori che, sempre nella maggior parte dei casi, suscitano – o, ad ogni modo, dovrebbero farlo – profondo imbarazzo, a causa della “qualità” dei suoi stessi interlocutori. Al Web porre in essere una tale dinamica riesce fin troppo bene: radio e televisione non forniscono, tutt’oggi, quell’immediatezza partecipativa alla comunicazione che, al contrario, struttura il funzionamento base della Rete – 2.0 e 3.0 -. Un fatto di cronaca, una fake news o un semplice aggiornamento di stato; tutto può essere condiviso e tutto, dunque, può fare notizia. Il che permette la formazione e definizione di una accurata fisionomia virtuale, nei riguardi della quale l’attenzione rivolta dall’user è innegabilmente più esaustiva ed attenta di quella che lo stesso rivolge alla sua “controparte cittadina”. Quella controparte che, in teoria, dovrebbe poi andare costituendosi di alcune “componenti umane” come la socialità, il senso civico, la responsabilità civica et similia.

Dall’altro lato, tutto allora è spettacolo. O, ad ogni modo, tutto ciò che avviene si palesa come un “potenziale spettacolo in divenire”. “Virtuale”, per l’appunto – mai, come in questo caso, l’accostamento di significato di tale aggettivo appare tanto azzeccato -. Comprendere, dunque, come riprendere un qualcosa – per poi diffonderlo – susciti maggiore interesse rispetto al viverlo, appare abbastanza immediato. Vedere soggetti, che, invece di attivarsi come cittadini, si limitano a filmare quanto accade nel Mondo per poi divulgarlo e commentarlo sul Web – una volta indossate nuovamente le seducenti ed irresponsabili vesti dell’user -, non deve meravigliare.

Se vi meravigliate di questo, allora avete qualcosa che non va… un intelletto, forse… e, magari, anche una coscienza.

Che il riposo ti sia sereno.

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BENVENUTO WEB 3.0: UN NUOVO SNS.

L’era del Web 3.0 si va costituendo dell’ennesima “perla” sociale: ThisCrush, il nuovo SNS, particolarmente in voga, a quanto pare, tra gli adolescenti di Cagliari e dintorni. L’età media dei followers di questa nuova piattaforma multimediale è bassa. Molto bassa. Compresa tra i 12 ed i 16 anni di età. Il che, per forza di cose, rende il Social Network Site medesimo come “soggetto ad un doveroso controllo”, visto e considerato l’ingente diffusione di atti e comportamenti legati al Mondo del cyberbullyng e del cybercrime. E, difatti, ThisCrush di siffatte realtà è un ottimo predittore, oltre che diffusore.

A differenza di altre piattaforme – come Ask, ad esempio – il “contraddittorio” in ThisCrush è privato di quella “reciproca immediatezza” che sta alla base dell’auto-comunicazione di massa. Questo social, infatti, non contempla, in alcun modo, la possibilità e l’opportunità di poter rispondere, direttamente sulla piattaforma medesima, a quanto ivi reso pubblico e “postato”. La dinamica dialogica si va costituendo, nella maggior parte dei casi, della creazione di screenshots, che vengono postati poi sugli accounts Instagram dei vari followers – su Instagram, infatti, le stories si cancellano, automaticamente, trascorse le 24 ore ed è, quindi, possibile continuare, con assoluta tranquillità, il “libero” e “virtuale” lancio di insulti ed ingiurie varie -.

Preoccupante è la volontarietà con la quale i ragazzi decidono d’iscriversi a ThisCrush. Come la ancora palese incapacità dei genitori di non sapere monitorare l’operato virtuale dei propri figli – anche a causa della problematica individuazione degli strumenti adatti per il controllo e la prevenzione di tutti quanti quei comportamenti riconducibili al fenomeno del cyberbullismo -.

Come da consuetudine riporto di seguito qualche link per l’approfondimento di quanto appena discusso.

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LAURA IANNELLI – FACEBOOK E CO.

In sintesi, alla luce delle considerazioni sviluppate fin qui, possiamo affermare i SNS riproducono dinamiche relazionali non più nettamente separate da quelle quotidiane e «reali», e lo fanno attraverso una struttura basata su tre elementi: il profilo, le liste di amici e le diverse pratiche conversazionali.

Il testo della professoressa Iannelli è un brillante resoconto ed approfondimento in seno all’ingerenza ed inferenza sviluppate e poste in essere nella vita reale dai più comuni Social Network Sites. Partendo dall’analisi – anche statistica ed inferenziale – dell’oramai caduto in disuso My SpaceIannelli sofferma la propria attenzione ed indagine sul passaggio “culturale” verificatosi partendo dalle piattaforme multimediali contest driven per arrivare a quelle friend driven, tipiche dell’attuale Web 2.0 – e dell’oramai prossimo 3.0 -. L’uso dei tags, degli hashtags, dei tag clouds e simili, sono solo alcune delle features prese in esame dalla ricercatrice, per cercare di cogliere ed evidenziare tutti gli aspetti virtuali che oggi hanno finito col caratterizzare le interazioni tra gli individui; sia sul piano virtuale che, di rimando, a quello più marcatamente “reale”- nel tentativo di voler proprio evidenziare la sovrapposizione (o meno) di codesti due suddetti piani di realtà -.

Ad una riflessione concettuale e marcatamente sociologica, segue poi tutta un’argomentazione profondamente politica ed incentrata anche sulla comunicazione esistente, al giorno d’oggi, tra cittadinanza e res publicaFramessound bitesscreenshots e via discorrendo, sono tutti elementi che vengono via via posti ad analisi, con l’intento di evidenziare la trasformazione subita dalla comunicazione strincto sensu e di come essa stessa, da una parte, venga filtrata dai vettori multimediali e di come debba, al contempo, dall’altra parte, presentarsi nei suoi contenuti per essere poi correttamente diffusa e recepita. Il tutto nell’osservanza dei principi di quella che viene indicata generalmente con la terminologia di “auto-comunicazione di massa”.

Facebook & Co., in sintesi, non sono strumenti di «circostanza» e la comunicazione dei politici deve adattarsi ai loro registri più sintetici, anche nella forma sincopata dei messaggi di status; nei sistemi di comunicazione dei Social Network Sites, infatti, sembra radicalizzarsi la tendenza alla «frammentazione dell’informazione politica», in cui il dibattito pubblico si esaurisce nel sound bite, le dichiarazioni sintetiche, le citazioni brevi, le battute a effetto. Il nuovo divario digitale, anche tra i politici, si baserà dunque sui diversi livelli di consapevolezza nell’uso di questi siti personali.

Integrato da numerose riflessioni di moderni sociologi – GoffmanCollinsThompson, ecc. -, lo studio svolto dalla professoressa Iannelli si presenta particolarmente intuitivo e d’immediata comprensione, oltre che semplicemente illuminante, considerando che tutti gli aspetti relativi alla comunicazione risultino essere esposti e presentati con estrema chiarezza ed precisione.

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TRA COMPLOTTISMO E GIUSTIFICAZIONISMO.

Si tratta di una vera e propria piaga di cui, molto probabilmente, non riusciremo – in quanto genere umano – mai a liberarci. Mai. E chi ritenesse – o avesse ritenuto -, appellandosi e abbracciando gli slogans passati del tipo <<Internet vi renderà liberi>>, che il Web 2.0 sarebbe stato in grado di promuovere solo e soltanto acculturazione, di modo da far proliferare in ciascuno di noi coscienza critica e capacità oggettiva di agnizione della realtà a noi contemporanea, ha finito col commettere un grossolano errore di valutazione. Questo è effettivamente indubbio.

Sulla scia di quanto avvenuto in questa maledetta estate tra Francia e Germania, il “popolo del Web” – ad alcuni esponenti politici (e non) nostrani piace addirittura indicarlo con il termine di agorà – si è, per lo più, distinto in due enormi correnti di pensiero. Il tutto per dimostrare, ancora una volta, come la Rete – ampiamente intesa – possa davvero assumere le sembianze di un vero e proprio predittore antropologico per il genere umano, riuscendo a cogliere fin nel medio-lungo periodo tutti quegli iperbolici picchi di ignoranza ed analfabetismo che già oggi ci stanno investendo in pieno e con forte virulenza.

Da un lato abbiamo i complottisti. Per i complottisti tutto risale e deve essere giustificato su di un piano di lettura superiore, che trascende l’evento in sé e le dinamiche socio-politiche che lo determinano. Il complottista non s’interroga del perché un cittadino possa diventare un foreign fighter, ad esempio; il complottista si chiede come sia possibile che il parabrezza del camion utilizzato per la strage di Nizza non abbia segni di proiettili sul lato del guidatore. E non si tratta di una questione che non meriti di essere colta o posta ad analisi, non fraintendetemi; il problema, piuttosto, è che essa finisce col servire solo per legittimare una lettura macro-sociale, finalizzata alla formulazione e diffusione di speculazioni e congetture di natura geo-politica, nella maggior parte delle volte. Una vera e propria decontestualizzazione sia dell’indagine sia dell’oggetto posto ad analisi.

Messi da parte i complottisti, ci ritroviamo subito in compagnia dei giustificazionisti del mestiere. Il “risalire alle crociate” come fonte di giustificazionismo storico, per – non voglio dire legittimare, ma tant’è – tentare di comprendere il perché dello svilupparsi del fondamentalismo islamico, è arte diffusissima in Rete. Con buona pace per la Storia strincto sensu – e, soprattutto, per quella “linearità” del susseguirsi degli eventi nello sviluppo della storia medesima, dato che la prima crociata avvenne (anche) in risposta ad un qualcosa che era già precedentemente accaduto a Costantinopoli -. Alcuni motti – massicciamente condivisi all’interno del Web e conditi da likes e “pollici su” -, del tipo <<abbiamo iniziato noi>>, <<i primi terroristi furono i cristiani>> et similia, sono alla base della prassi comunicativa del giustificazionismo di massa. Da lì poi prendono vita tutte le correnti agnostiche o pseudo tali che approfittano (letteralmente) di tali tragedie per diffondere la pratica ateista ed il proprio culto dogmatico del “non Dio”: <<la religione non è cultura, è ignoranza>>, <<la religione è culto e non cultura>> e via discorrendo, sono solo alcune delle innumerevoli bestemmie culturali di cui ho avuto testimonianza in seno ai principali Social Network Sites.

Si tratta, ad ogni modo, di una dicotomia assolutamente priva di un qualsivoglia reale fondamento. Assistiamo ad una idiosincrasia superficiale e di mera facciata. Perché il fine ultimo di ambedue le osservazioni è quello di un nulla ripieno di un niente. Si ragiona, per assurdo, su questioni macro-sociali, dai connotati fortemente politici ed economici – stando proprio a quanto sostenuto dai due schieramenti -, senza rendersi conto del fatto che non solo le argomentazioni sono colme di contraddizioni e/o legittimate da semplici speculazioni, ma addirittura non comprendendo come tutta la questione posta in essere verta, in realtà, su situazioni e dinamiche dannatamente micro-sociali, che richiederebbero anche una specifica contestualizzazione territoriale – proprio per meglio comprendere quella precisa realtà sociale ed i suoi impianti normativi di riferimento -. Ritengo, dunque, sia proprio il piano di lettura ad essere completamente fuorviante. Ragioniamo per assurdo, per un istante.

Si ipotizzi che la realtà nella quale viviamo sia effettivamente quella decifrata da una lettura complottista o giustificazionista – scegliete quella che meglio vi aggrada -. E allora? Nel senso, potremmo anche accettare – sempre per assurdo – che il tutto sia pilotato o che il tutto debba esser giustificato aprioristicamente ma, alla fine dei conti, sul piano della concretezza dell’argomentazione trattata e posta ad analisi, cosa ne ricaviamo? Ovvio che una lettura globale sia necessaria e debba esser fatta, ma nei confronti della medesima è davvero necessario risalire? Piuttosto che parlare in termini macro di geopolitica – attenzione, in termini (sempre) complottisti e/o giustificazionisti – non risulta chiaro che il problema affondi le proprie radici in situazioni micro-sociali? Non dovremmo chiederci perché in quel determinato contesto territoriale, urbano, nazionale e via discorrendo, le integrazioni non siano state correttamente poste in essere ed assimilate? Non dovremmo interrogarci sul perché sia così estremamente facile arruolare proseliti tramite un indottrinamento religioso fazioso e deviato? Non dovremmo cercare di comprendere come possa essere possibile che un cittadino tedesco o francese decida di sacrificare la propria esistenza a seguito dell’adesione ad una cultura apologeta dell’odio e del ripudio della vita? Non dovremmo tentare di cogliere quali “funzioni” stia davvero svolgendo quel particolare credo religioso in quel preciso contesto urbano? Non dovremmo studiare la comunità e la pluralità (e diversità) di componenti di cui essa si costituisce?

Il problema di fondo, quello che realmente giustifica il porsi in essere di tali sciagure, è il complotto di una pseudo politica mondiale? Oppure tutto deve essere letto come una diretta conseguenza di azioni passate ed ora denunciate per mezzo di imbarazzanti – nonché opportunistici – revisionismi storici? Tutto può davvero essere banalmente giustificato da queste dinamiche di studio? Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

GIOVANNI SARTORI – HOMO VIDENS.

Lo ridico: le potenzialità di Internet sono pressoché infinite, e tanto nel male come nel bene. Sono e saranno positive quando l’utente userà lo strumento per acquisire informazioni e conoscenze, e cioè quando sarà ispirato da genuini interessi intellettuali, dalla voglia di sapere e capire. Ma il grosso degli utenti di Internet non è, e prevedo che nemmeno sarà, di questo tipo. [.. .. ..] Si dirà che in questo non c’è niente di male. Sì; ma non c’è nemmeno niente di bene. E tanto meno nessun progresso. Anzi.

Homo videns di Giovanni Sartori resta, senza alcuna ombra di dubbio, un’opera illuminante e profondamente moderna. La modernità politica di questo saggio continua ad essere rappresentata dal fatto che l’illustre politologo nostrano già aveva ampiamente colto ed intuito il degrado e la decadenza culturale cui la popolazione italiana – e mondiale – sarebbe stata da lì a poco “colpita” a seguito di un utilizzo irresponsabile dei mass media. Le riflessioni sartoriane partono e si sviluppano da un’accusa molto forte rivolta nei confronti della televisione, rea – a detta dell’autore – di aver privato gli esseri umani della propria capacità d’astrazione, minando così de facto la genuinità culturale e comunicativa dei rapporti e delle interazioni dialogiche. L’analisi politica di Sartori – rivolta al “capire attraverso l’immagine ed il mero vedere”, a danno cioè della capacità di elaborazione e di discernimento razionale del singolo individuo – evidenzia come il legame interrelazionale tra persone si fondi, oramai, su di un rapporto di framing (molto spesso) unidirezionale; dove la notizia, già “impacchettata e preparata”, viene poi diffusa e condivisa, tra i vari soggetti costituenti un particolare contesto sociale, con la sola necessità che essa stessa venga recepita e non (obbligatoriamente) verificata e/o confutata. Sartori conia, a tal riguardo, il concetto di “antropogenetica”: l’homo videns viene considerato come lo step successivo, in tema di evoluzione, dell’homo sapiens. Un passaggio evoluzionistico, ad ogni modo, dai connotati particolarmente negativi e nel quale “il capire attraverso il vedere” ha finito col divenire un vero e proprio elemento antropologico costituente la natura stessa dell’essere umano; il tutto tanto per ribadire ed evidenziare, ancora una volta, l’onnipresenza e la perenne ingerenza svolta dalla televisione nella vita di ogni singolo cittadino.

Ma la riflessione sartoriana non si esaurisce solo nell’analisi del ruolo socio-politico della televisione e dell’ingerenza, da essa esercitata, nella vita di tutti i giorni di ogni singolo essere umano. Internet, l’opinione pubblica, i sondaggi e lo stesso “direttismo politico” divengono oggetto di profonde ed attente confutazioni da parte del politologo. Il Web – con il funesto orizzonte del negropontismo, tanto osteggiato da Sartori – viene presentato come essere il vettore multimediale in procinto di sostituire, in ambito comunicativo, la televisione; con la preoccupazione – non nascosta ma, anzi, chiaramente manifestata – che in esso vi accederanno in massa soggetti già precedentemente “svuotati” dal “mero vedere televisivo”. Le stesse critiche rivolte ai sondaggi, all’opinione pubblica lato sensu e, soprattutto, alle pratiche politiche, legittimanti l’aumento della richiesta di democrazia diretta a scapito di quella rappresentativa, sono tutte finalizzate a portare alla luce una preoccupazione molto profonda e radicata nella mente dell’autore: se le persone non sono acculturate e non sfruttano i vettori multimediali per acculturarsi, come potrebbe mai essere solo ipotizzabile giustificare e legittimare un incremento del direttismo politico e/o dare una valenza giuridica all’espressione popolare?

E questo è il processo che viene atrofizzato quando l’homo sapiens viene soppiantato dall’homo videns. In quest’ultimo il linguaggio concettuale (astratto) è sostituito da un linguaggio percettivo (concreto) che è infinitamente più povero: più povero non soltanto di parole (nel numero di parole) ma soprattutto di ricchezza di significato, di capacità connotativa.

Il tema sartoriano si dimostra essere di un’attuabilità impressionante. Viviamo una fase comunicativa totalmente permeata dallo “spazio pubblico mediatizzato”, con l’ascesa sempre più forte e massiccia del Web 2.0. (e 3.0). Interrogarsi se, effettivamente, questi vettori siano utilizzati in modo “pulito” e “giusto”, considerando il grande peso che oramai essi ricoprono in ambito di divulgazione dell’informazione lato sensu – in seno, soprattutto, alle tematiche concernenti la res publica -, appare, oggi più che mai, come un dovere civile. Un dovere ed una responsabilità che ogni singolo cittadino deve far propria.

Sartori ci invita a riflettere attentamente sul concetto di democrazia diretta e di sovranità popolare, a dimostrazione di come in politica si debba sempre e comunque partire dall’analizzare attentamente il corpo sociale sul quale l’apparato istituzionale si erge. E di come sia assolutamente necessario che il medesimo si dimostri degno, culturalmente ed intellettualmente, di svolgere delle dirette ingerenze negli affari di Stato.

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