IL BELLO SENTIMENTALE: SHAFTESBURY E HUTCHESON.

Alla res extensa cartesiana Shaftesbury contrappone l’idea (platonica) di un “tutto cosmico”, assolutamente perfetto ed ordinato e tale da incarnare una perfetta idea di bellezza ed armonia. Le varie parti costituenti questo “tutto” devono al confluire allo stesso la propria legittimazione ad esistere. Significa che non possono essere oggetto di argomentazioni inerenti una loro separabilità e/o indipendenza dal “tutto”… motivo per cui la bellezza risiede nella capacità del molteplice di risplendere nella sua uniformità. Il bello, afferma Shaftesbury, non viene colto né facendo appello ai sensi né osservando la realtà sensibile attraverso gli occhi della ragione. La ricezione della bellezza avviene attraverso un sesto senso, indicato con il termine di “intuizione” – altro rimando profondamente platonico -.

Shaftesbury, inoltre, sostiene come il Bello sia fortemente correlato al Vero e al Giusto – esattamente come Platone evidenziava il forte legame esistente tra queste tre forme ideali -. Tant’è che il “bello sentimentale” coincide con il “bello morale”. Si tratta, quindi, di comprendere come per il filosofo l’ordine sociale tragga forza e giustificazione (anche) dalla contemplazione, comprensione e condivisione di sentimenti positivi. Il “bel sentimento”, infatti, produce e genera “desiderio di socievolezza”, finendo così con il legittimare tutti quei precetti morali che stanno alla base di una pacifica convivenza con l’altrui prossimo.

Hutcheson si inserisce appieno sulla scia del pensiero di Shaftesbury, integrando lo stesso con alcune interessanti argomentazioni circa il Bello e l’estetica. Ragione e sensi vengono considerati essere vettori non idonei per la individuazione della bellezza. Essa, infatti, viene colta attraverso il taste. Inoltre ciò che è bello è tale per il fatto di riuscire a coinvolgere emotivamente il percipiente, e questo indipendentemente da una conoscenza teoretica posseduta nei riguardi della particolarità medesima. In sintesi: può piacere una qualsiasi cosa che non conosciamo e/o di cui ignoriamo persino l’utilità. La bellezza, infatti, risiede nella capacità del molteplice di darsi una propria uniformità. Inoltre, quando due oggettualità possiedono lo stesso grado di uniformità, il nostro coinvolgimento emotivo verterà maggiormente su quel sensibile che mostra di essere affetto da un livello più alto di molteplicità. E viceversa. Ad esempio: un quadrato è più bello di un rombo perché più uniforme, esattamente come un pentagono è più bello di un quadrato perché più molteplice.

Hutcheson, quando parla di bellezza e di coinvolgimento emotivo, volge la propria attenzione sui cosiddetti “piaceri complessi” che, a differenza di quelli “semplici” (immediatamente discernibili), presentano al loro interno una struttura, per l’appunto, “molteplice” e tendente all’uniformità. Pensiamo, ad esempio, ad una canzone che, al contrario di una singola nota, va componendosi di più parti. Ebbene, quando affermiamo che la bellezza risiede nella capacità del molteplice di uniformarsi, è necessario ricordare che un piacere complesso non sia da intendersi come la mera somma dei piaceri semplici che lo costituiscono. La bellezza è profondamente soggettiva, viene manifestata attraverso l’uniformità e ritenuta tale sulla base del tipo di coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere al fruitore. Essa, quindi, è un qualcosa di intrinseco all’oggetto, sul quale poi il percipiente può rivolgere un giudizio estetico.

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LA NASCITA DELLA SOCIETÀ CIVILE.

Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che strappando i paletti e colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, voi siete perduti.”

Jean-Jacques Rousseau, Le Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalite parmi les hommes (1755).

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RICCHEZZA E POVERTÀ.

Da quanto è stato detto risulta evidente che in una nazione libera dove non è permesso tenere schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri laboriosi: oltre al fatto che essi costituiscono una riserva inesauribile di uomini per le flotte e gli eserciti, senza di loro non ci sarebbe nessun piacere al mondo e nessun prodotto di alcun paese avrebbe valore. Per garantire la felicità a una nazione e la tranquillità alla gente anche in circostanze sfavorevoli, è necessario che un gran numero di persone sia ignorante e povero. La conoscenza allarga e moltiplica i nostri desideri e quanto meno cose un uomo desidera, tanto più facilmente si può provvedere alle sue necessità. Perciò il benessere e la felicità di ogni stato e di ogni regno richiedono che le conoscenze di un lavoratore povero siano ristrette nei limiti del suo lavoro e non travalichino mai (almeno per quanto riguarda le cose concrete) il confine di ciò che interessa la sua occupazione. Quante più cose del mondo e di ciò che è estraneo al proprio lavoro o impiego conosce un pastore, un aratore o qualsiasi altro contadino, tanto meno sarà adatto a sopportare le fatiche e le durezze del proprio lavoro con gioia e soddisfazione.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

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EPICURO E L’ETICA: LA LETTERA A MENECEO.

Non aspetti il giovane a filosofare, né il vecchio di filosofare si stanchi: nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. Chi dice che non è ancora giunta l’età di filosofare o che è già trascorsa, è come se dicesse che non è ancora o non è più l’età per essere felici. Cosicché devono filosofare sia il giovane, sia il vecchio: questo perché invecchiando rimanga giovane nei beni, per il ricordo gradito del passato; quello perché sia insieme giovane e vecchio, per l’assenza di timore di fronte al futuro: bisogna dunque esercitare ciò che procura la felicità, perché se abbiamo questa, abbiamo tutto, ma se manca, facciamo di tutto per averla.

La morale epicurea è particolarmente semplice da comprendere. Questo perché è lo stesso Epicuro a esporne con estrema chiarezza i principi portanti. Essi sono quattro e vengono generalmente indicati con il termine di “tetrafarmaco”. In poche parole, la “cura”, che permette all’individuo di alienarsi dal dolore e di vivere per la ricerca del piacere, si articola in quattro “avvertenze” dal profondissimo significato filosofico:

  1. non si deve avere paura della morte;
  2. non si devono temere gli Dei;
  3. è fondamentale ricercare sempre il piacere ed estraniare il proprio corpo da ogni forma di dolore;
  4. qualora il dolore ci dovesse colpire, è necessario adoperarsi perché tale afflizione fisica sia la meno intensa possibile e, nel caso, vivere con la consapevolezza che la morte impedirà al nostro corpo di patire ulteriormente.

Per quanto concerne la paura della morte, essa è profondamente illogica per Epicuro. Quando noi siamo in vita, infatti, la morte non ci ha ancora colpito. Quindi non ha senso temerla. Quando siamo morti, invece, siamo, per l’appunto, non più in grado di sentire alcunché. Perciò, anche in questo caso, temere un qualcosa di cui non possiamo avere percezione è oltremodo assurdo. L’uomo allora non fa altro che ingannarsi da solo: non teme la morte ma la venuta della morte. Ma una vita spesa a temere di morire è una vita passata in compagnia della rinuncia della ricerca del piacere. Il passaggio è di una profondità impressionante:

Abituati a pensare che la morte per noi è nulla: perché ogni bene e ogni male risiede nella possibilità di sentirlo: ma la morte è perdita di sensazione. Per cui, la retta conoscenza che la morte per noi è nulla rende piacevole che la vita sia mortale, non perché la prolunga per un tempo infinito, ma perché la libera dal desiderio dell’immortalità. Non c’è infatti nulla di temibile nella vita per chi ha la profonda convinzione che nulla di temibile vi è nel non vivere più. Cosicché è folle chi asserisce di temere la morte non perché quando sarà presente gli arrecherà dolore, ma perché è l’attesa che gliene provoca. Ciò che non ci inquieta se presente, ci affligge infatti vanamente quando lo si attende. Il male, dunque, che più ci atterrisce, la morte, è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte noi non siamo più. Pertanto essa è nulla per i vivi e per i morti, perché per quelli non c’è, e questi non sono più.

Gli Dei esistono ma sono totalmente disinteressati dalle questioni umane e terrene. Le Divinità, infatti, sostiene Epicuro, vivono perennemente immerse nel loro stato di beatitudine, che altro non è che una perpetua percezione del piacere. Pensare che gli Altissimi si interessino alle azioni dell’uomo significa mancare loro di rispetto, dato che ciò implicherebbe da parte loro l’allontanamento dalla suddetta beatitudine. L’uomo, invece di temere la collera divina, volga piuttosto lo sguardo alla perfezione degli Dei e si adoperi per perseguire in vita quello stesso piacere che, da sempre, rende dolce l’esistenza degli Altissimi.

Gli dèi esistono: perché la loro conoscenza è evidente; ma non esistono nel modo in cui i più li concepiscono, perché non conservano la nozione che ne hanno. Empio non è chi non riconosce gli dèi del volgo, ma chi agli dèi applica le opinioni del volgo. Perché non sono prenozioni, ma ingannevoli supposizioni i giudizi del volgo sugli dèi. Da ciò si attribuiscono agli dèi i più grandi danni e vantaggi. Essi in realtà, dediti soltanto alle virtù loro proprie, accolgono i loro simili, reputando estraneo tutto ciò che non è tale.

Infine, arriva il tema inerente il “piacere”. Argomento delicato e profondo. Che deve essere compreso con estrema chiarezza, dato che lo stesso, se confuso, può portare a ridurre l’epicureismo ad un banale e superficiale sensismo edonistico. Procediamo con ordine.

Innanzitutto Epicuro presenta una tripartitica classificazione del piacere umano:

  • piaceri naturali e necessari;
  • piaceri naturali;
  • piaceri vuoti.

I piaceri naturali – come, ad esempio, l’appagamento sessuale – e quelli vuoti – come il desiderio di potere – sono tenuti in scarsa considerazione da Epicuro. Affinché, infatti, il corpo venga estraniato dal dolore e possa godere di felicità e beatitudine è necessario che l’uomo si adoperi per il perseguimento di tutto ciò che è naturalmente necessario – come il bere ed il mangiare -. Ma non solo.

Analogamente bisogna credere che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e di quelli naturali, alcuni sono necessari, altri solamente naturali; e di quelli necessari, alcuni sono necessari per la felicità, altri per il benessere del corpo, altri per la vita stessa. Una sicura conoscenza di essi sa infatti ricondurre ogni scelta e ogni rifiuto alla salute del corpo e alla tranquillità dell’anima, perché questo è il fine della vita felice.

La felicità epicurea, dunque, è un perfetto equilibrio tra “aponia” ed “atarassia”, ovvero tanto il corpo deve essere esentato dal dolore tanto l’anima deve vivere in una situazione di quiete e di beatitudine interiore. Anche l’anima, infatti, è materiale ed esattamente come il corpo può venire afflitta da affezioni. I piaceri necessari, quindi, devono sì curare il corpo fisico ma anche permettere all’anima dell’uomo di perseguire la propria felicità. E non vi è niente che possa rendere più felice l’anima della conoscenza e della virtù: «non è possibile una vita felice che non sia una vita saggia, bella e giusta, e non è possibile una vita saggia, bella e giusta che non sia felice». L’invito che Epicuro rivolge all’uomo è un invito che veicola lo stesso alla sapienza e alla conservazione dei valori più virtuosi – non è un caso, ad esempio, la grande stima e cura rivolta dal filosofo nei riguardi dell’amicizia -. Comprendiamo, dunque, come l’accusa di edonismo sia totalmente infondata. Ma vi è di più. Anche la ragione e l’intelletto ricoprono un ruolo importantissimo, all’interno della moralità epicurea:

[…] non scegliamo ogni piacere, ma può essere che ne tralasciamo molti, quando da essi provenga un fastidio maggiore, perché per lungo tempo abbiamo sofferto dolori. Tutti i piaceri sono dunque un bene, perché sono per natura a noi congeniali, ma non tutti sono da scegliere; così come tutti i dolori sono un male, ma non tutti sono tali da dover esser fuggiti. Conviene certo giudicare tutte queste cose in base ad una visione opportunamente commisurata dei vantaggi e degli svantaggi. Perché in certe circostanze il bene può essere per noi un male, e viceversa il male può essere un bene.

L’uomo, quindi, deve ponderare le proprie scelte con estrema intelligenza. Se, da una parte, è doveroso tralasciare i piaceri vuoti ed effimeri, dall’altra parte, però, è fondamentale anche comprendere se quel male – che, in quanto tale, possiamo essere portati a “scartare” aprioricamente – possa essere però “meritevole” di venire sopportato per il perseguimento di un piacere superiore. Il buon senso deve quindi spronare la ragione a comprendere cosa sia giusto fare in termini di beatitudine e di virtù, tanto per il corpo quanto per la propria anima.

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VIZI E VIRTÙ.

Quello che accade nella natura si verifica anche nella morale: non c’è niente di così perfettamente buono nelle creature che non possa essere nocivo a qualcuno nella società, né alcuna cosa così interamente cattiva che non possa rivelarsi benefica ad una parte o ad un’altra del creato: da questo possiamo concludere che le cose sono buone o cattive solo in rapporto a qualcos’altro, e a seconda delle circostanze e della posizione in cui si trovano e dell’angolatura da cui sono osservate. Quello che ci piace è buono sotto questo aspetto ed è seguendo questa regola che ogni uomo si augura tutto il bene che riesce a concepire, senza preoccuparsi molto del suo vicino. Se non fosse mai piovuto in una stagione molto secca, nonostante tutte le preghiere pubbliche per ottenere un po’ d’acqua dal cielo, ciò non impedirebbe a un individuo che deve mettersi in viaggio di augurarsi che possa essere bel tempo solo per quel giorno. Quando il grano è fitto nei campi a primavera e tutta la nazione gioisce a quel piacevole spettacolo, il ricco fattore, che ha conservato il raccolto dell’anno precedente, aspettando che i prezzi del mercato gli fossero favorevoli, soffre a questo spettacolo, e gli sanguina il cuore alla prospettiva di una messe abbondante. […] È una fortuna che le preghiere e gli auspici della maggior parte della gente siano assurdi e non vadano a buon fine, altrimenti l’unica circostanza che potrebbe conservare gli uomini adatti alla società ed evitare che il mondo tornasse nel caos sarebbe l’impossibilità che tutte le richieste rivolte al cielo potessero essere esaudite.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

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