MORALE E VOLONTÀ: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: SCHOPENHAUER: LA VOLONTÀ DI VIVERE.

Articolo correlato: IL PERSISTERE DELLA VITA.

Articolo correlato: NATURA E RITORNO IN SCHOPENHAUER.

Articolo correlato: SCHOPENHAUER: TEMPO ED ETERNITÀ.

Articolo correlato: CADUCITÀ DELL’IO ED INFINITÀ DELLA VITA.

Articolo correlato: SCHOPENHAUER TRA INTELLETTO E VOLONTÀ.

Articolo correlato: METEMPSICOSI O PALINGENESI?

Articolo correlato: L’ATTO SESSUALE QUALE MANIFESTAZIONE DELLA VOLONTÀ DI VIVERE.

Articolo correlato: LA TRASMISSIONE DELLE QUALITÀ.

Articolo correlato: L’AMORE SECONDO SCHOPENHAUER: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: L’AMORE SECONDO SCHOPENHAUER: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: L’AMORE SECONDO SCHOPENHAUER: PARTE TERZA.

Articolo correlato: PAURA DELLA MORTE ED ISTINTO SESSUALE: DUE MERE ILLUSIONI.

Articolo correlato: L’ESISTENZIALISMO DI SCHOPENHAUER: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: L’ESISTENZIALISMO DI SCHOPENHAUER: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: MORALE E VOLONTÀ: PARTE PRIMA.

La riflessione circa la Morale veicola Schopenhauer a disquisire in tema di res publica, ossia nei riguardi tanto della concezione del diritto lato sensu quanto della funzione e legittimazione da ascrivere allo Stato. Il diritto esiste indipendentemente dallo Stato ma è con quest’ultimo che si rende possibile fornire al medesimo protezione e riconoscimento (giuridico). Di conseguenza, lo Stato altro non è che un «istituto di protezione», la cui esistenza è assolutamente necessaria al fine di tutelare gli individui dagli indiscriminati attacchi che gli stessi altrimenti subirebbero senza alcuna remora.

Secondo Schopenhauer allo Stato devono essere riconosciute le seguenti funzioni:

  1. proteggere la comunità da qualsivoglia minaccia proveniente dall’esterno. Al fine che i popoli non adottino politiche aggressive e di conquista a danno di altri popoli, si deve istituire e rispettare un diritto “internazionale”, la cui «conservazione è affidata all’onore dell’umanità»;
  2. tutelare ogni cittadino da azioni e minacce che possono venirgli mosse contro da un suo stesso consociato. Questa “protezione all’interno” si avvale del riconoscimento di un diritto “privato”, tale da sancire la costituzione di un vero e proprio Stato di Diritto;
  3. infine, si rende necessario garantire all’individuo una solida protezione contro i suoi stessi “protettori”. Per evitare un abuso di potere, si deve garantire la sicurezza del diritto “pubblico” e tale è possibile soltanto attraverso una ferma divisione dei poteri – giuridico, legislativo ed esecutivo -.

Particolarmente interessante risulta anche essere tutta la trattazione circa il diritto penale. Innanzitutto, secondo Schopenhauer, la punizione deve soprattutto colpire l’atto e non il reo:

Alla base del diritto penale bisognerebbe porre, a mio modo di vedere, il principio che propriamente non viene punito l’uomo, ma solo l’azione, affinché questa non si ripeta; il reo è solo la materia su cui viene punita l’azione; affinché la legge, in conseguenza della quale è comminata la pena, conservi il suo potere deterrente.

Da qui le critiche a Kant e alla sua concezione del diritto penale come ius talionis, tramite il quale sia il codice penale che il sistema penitenziario mirano a colpire l’uomo e non l’atto. Il fatto è che per Schopenhauer l’intero disquisire non può esimersi dal concetto di volontà. È certamente vero che tante variabili – quali l’ignoranza o il vivere in condizioni difficili – possono determinare l’atto violento, ma resta altrettanto vero che moltissimi altri individui, nelle medesime condizioni, non si piegano a comportarsi contro la legge. Tutto quindi verte sulla moralità del singolo, ovvero sulla volontà che ne determina l’adozione di determinati comportamenti. Colpire l’atto è fondamentale perché «un vero miglioramento morale non è affatto possibile; è solo possibile dissuadere dall’azione».

Da prendere in considerazione anche la riflessione circa la pena di morte:

Che la pena debba avere, come ha insegnato Beccaria, un giusto rapporto con il reato, non dipende dal fatto che essa sia un’espiazione del medesimo, bensì dal fatto che il pegno deve essere commisurato al valore di ciò che garantisce. Perciò ognuno ha il diritto di esigere in pegno, come garanzia della sicurezza della propria vita, la vita altrui: ma non anche di esigerlo per la sicurezza della sua proprietà, per la quale la libertà altrui è pegno sufficiente. Per assicurare la vita dei cittadini la pena di morte è assolutamente necessaria.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

MORALE E VOLONTÀ: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: SCHOPENHAUER: LA VOLONTÀ DI VIVERE.

Articolo correlato: IL PERSISTERE DELLA VITA.

Articolo correlato: NATURA E RITORNO IN SCHOPENHAUER.

Articolo correlato: SCHOPENHAUER: TEMPO ED ETERNITÀ.

Articolo correlato: CADUCITÀ DELL’IO ED INFINITÀ DELLA VITA.

Articolo correlato: SCHOPENHAUER TRA INTELLETTO E VOLONTÀ.

Articolo correlato: METEMPSICOSI O PALINGENESI?

Articolo correlato: L’ATTO SESSUALE QUALE MANIFESTAZIONE DELLA VOLONTÀ DI VIVERE.

Articolo correlato: LA TRASMISSIONE DELLE QUALITÀ.

Articolo correlato: L’AMORE SECONDO SCHOPENHAUER: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: L’AMORE SECONDO SCHOPENHAUER: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: L’AMORE SECONDO SCHOPENHAUER: PARTE TERZA.

Articolo correlato: PAURA DELLA MORTE ED ISTINTO SESSUALE: DUE MERE ILLUSIONI.

Articolo correlato: L’ESISTENZIALISMO DI SCHOPENHAUER: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: L’ESISTENZIALISMO DI SCHOPENHAUER: PARTE SECONDA.

La distinzione tra Morale e Fisica è ben chiara, nella mente di Schopenhauer. Essa rimane una differenza costituita sia da tratti ontologici che epistemologici. La Morale “tocca immediatamente la cosa in sé”, ovvero è attraverso di essa che è possibile cogliere, nei riguardi della particolarità presa ad esame, la Volontà – intesa come essenza -. Le indagini e le verità della Fisica, invece, si muovono sempre attorno al fenomeno e, quindi, non vanno mai oltre il “Mondo della rappresentazione”. Inoltre, mentre quest’ultime, incapaci di “svincolarsi” dal fenomeno, altro non fanno che fornirci conclusioni preoccupanti e/o, ad ogni modo, non in grado di alleviare la nostra sofferenza, la Morale, dal canto suo, consente l’indagine approfondita della nostra interiorità – permettendoci di “andare oltre” la mera percezione fenomenica -.

Ciò che preme a Schopenhauer è far comprendere che tra Morale e Volontà dell’uomo sussiste un rapporto di assoluta reciprocità: soltanto quando l’individuo agisce e si comporta nel pieno ascolto e rispetto della sua volontà, è possibile imputare a lui – e a lui soltanto! – siffatte gesta ed attitudini. Da qui si originano le forti critiche che il filosofo rivolge al teismo, al panteismo e al realismo:

Nell’etica non si tratta dell’agire e dell’esito, ma del volere, e il volere stesso si svolge sempre e solo nell’individuo. Non il destino dei popoli, che esiste solo nel fenomeno, ma quello del singolo si decide moralmente. I popoli sono in realtà mere astrazioni: solo gli individui esistono realmente. In tale rapporto sta dunque il panteismo con l’etica. Ma i mali e i tormenti del mondo già non si accordavano con il teismo: perciò quest’ultimo cercò di trarsi d’impaccio con ogni sorta di scappatoie e teodicee, che però soggiacquero irrimediabilmente alle argomentazioni di Hume e di Voltaire. Ma il panteismo è poi assolutamente insostenibile se messo di fronte a quei lati brutti del mondo. Solo cioè quando si considera il mondo affatto dall’esterno ed esclusivamente dal lato fisico, e ad altro non si bada se non all’ordine che sempre di nuovo si rispristina e pertanto alla relativa eternità del tutto, è possibile forse dire che esso è un Dio, seppur sempre e solo simbolicamente. Ma se si penetra nell’interno, se cioè vi si aggiungono il lato soggettivo e il lato morale, con la loro preponderanza di necessità, dolore e tormento, di discordia, cattiveria, scellerataggine e assurdità, allora ci si accorge subito con terrore che tutto si ha di fronte fuorché una teofania.

Per Schopenhauer la Volontà (di vivere) è la volontà che è in ciascuno di noi. Ecco perché la morale è in rapporto diretto con la forza che produce il fenomeno. Quindi, al “modo di essere” della volontà corrisponde, inevitabilmente, il suo fenomeno. Come abbiamo poi visto, in relazione al proprio fenomeno la volontà di vivere si nega o si afferma. Questo ci permette di ricollegarci al già citato più volte tema del dover “andare oltre” al fine di cogliere la reale essenza della cosa in sé – in questo caso, la nostra stessa interiorità –.

Quali i tratti morali presi in maggiore considerazione da Schopenhauer? Vediamone alcuni:

  • inclinazione: essa è «ogni accresciuta sensibilità della volontà ai motivi di una certa specie»;
  • passione: la passione è una inclinazione molto forte che viene esercitata sulla volontà. Tale forza deriva dai motivi che la giustificano e nutrono, e sono, ovviamente, ragioni ben più salde di quelle che potrebbero determinare un comportamento completamente opposto. In queste situazioni, la volontà è sottomessa e può solo patire passivamente;
  • affetto: si tratta di una forma d’inclinazione più debole di quella che genera una passione. In questo caso, quindi, non abbiamo un sentimento o una emozione capace di soppiantare la volontà. Tuttavia, la forza dell’affetto è quello di generarsi in modo improvviso, così da escludere l’originarsi di tutti quei motivi contrari che ne delegittimerebbero il sorgere. Come afferma lo stesso Schopenhauer: «Pertanto l’affetto sta alla passione come la fantasia febbrile sta alla follia»;
  • pentimento: alla base di un pentimento morale vi è il porre in essere un’azione, nutrita e guidata da una forte inclinazione… talmente forte che l’intelletto non è libero di cogliere chiaramente tutti quei motivi che avrebbero portato ad un’azione contraria. Quest’ultimi vengono poi, di conseguenza, resi inefficaci dall’avvenire dell’azione medesima. Qui si origina il pentimento, ovvero nel momento stesso in cui l’individuo si rende conto, una volta valutate e soppesate queste altre ragioni, che esse erano, in realtà, ben più forti dei motivi che lo hanno spinto a comportarsi in tale maniera.  La passione ha, quindi, impedito all’intelletto di agire. Può anche darsi il caso che quest’ultimo abbia valutato le motivazioni alternative soltanto in abstracto, non riuscendo, dunque, a comprenderne la vera forza. Quando la volontà, dominata dalla passione, impedisce all’intelletto di vagliare le ragioni dell’agire, si generano sempre azioni nei confronti delle quali (spesso) si nutre poi rimorso.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

IL BELLO SENTIMENTALE: SHAFTESBURY E HUTCHESON.

Alla res extensa cartesiana Shaftesbury contrappone l’idea (platonica) di un “tutto cosmico”, assolutamente perfetto ed ordinato e tale da incarnare una perfetta idea di bellezza ed armonia. Le varie parti costituenti questo “tutto” devono al confluire allo stesso la propria legittimazione ad esistere. Significa che non possono essere oggetto di argomentazioni inerenti una loro separabilità e/o indipendenza dal “tutto”… motivo per cui la bellezza risiede nella capacità del molteplice di risplendere nella sua uniformità. Il bello, afferma Shaftesbury, non viene colto né facendo appello ai sensi né osservando la realtà sensibile attraverso gli occhi della ragione. La ricezione della bellezza avviene attraverso un sesto senso, indicato con il termine di “intuizione” – altro rimando profondamente platonico -.

Shaftesbury, inoltre, sostiene come il Bello sia fortemente correlato al Vero e al Giusto – esattamente come Platone evidenziava il forte legame esistente tra queste tre forme ideali -. Tant’è che il “bello sentimentale” coincide con il “bello morale”. Si tratta, quindi, di comprendere come per il filosofo l’ordine sociale tragga forza e giustificazione (anche) dalla contemplazione, comprensione e condivisione di sentimenti positivi. Il “bel sentimento”, infatti, produce e genera “desiderio di socievolezza”, finendo così con il legittimare tutti quei precetti morali che stanno alla base di una pacifica convivenza con l’altrui prossimo.

Hutcheson si inserisce appieno sulla scia del pensiero di Shaftesbury, integrando lo stesso con alcune interessanti argomentazioni circa il Bello e l’estetica. Ragione e sensi vengono considerati essere vettori non idonei per la individuazione della bellezza. Essa, infatti, viene colta attraverso il taste. Inoltre ciò che è bello è tale per il fatto di riuscire a coinvolgere emotivamente il percipiente, e questo indipendentemente da una conoscenza teoretica posseduta nei riguardi della particolarità medesima. In sintesi: può piacere una qualsiasi cosa che non conosciamo e/o di cui ignoriamo persino l’utilità. La bellezza, infatti, risiede nella capacità del molteplice di darsi una propria uniformità. Inoltre, quando due oggettualità possiedono lo stesso grado di uniformità, il nostro coinvolgimento emotivo verterà maggiormente su quel sensibile che mostra di essere affetto da un livello più alto di molteplicità. E viceversa. Ad esempio: un quadrato è più bello di un rombo perché più uniforme, esattamente come un pentagono è più bello di un quadrato perché più molteplice.

Hutcheson, quando parla di bellezza e di coinvolgimento emotivo, volge la propria attenzione sui cosiddetti “piaceri complessi” che, a differenza di quelli “semplici” (immediatamente discernibili), presentano al loro interno una struttura, per l’appunto, “molteplice” e tendente all’uniformità. Pensiamo, ad esempio, ad una canzone che, al contrario di una singola nota, va componendosi di più parti. Ebbene, quando affermiamo che la bellezza risiede nella capacità del molteplice di uniformarsi, è necessario ricordare che un piacere complesso non sia da intendersi come la mera somma dei piaceri semplici che lo costituiscono. La bellezza è profondamente soggettiva, viene manifestata attraverso l’uniformità e ritenuta tale sulla base del tipo di coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere al fruitore. Essa, quindi, è un qualcosa di intrinseco all’oggetto, sul quale poi il percipiente può rivolgere un giudizio estetico.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

LA NASCITA DELLA SOCIETÀ CIVILE.

Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che strappando i paletti e colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, voi siete perduti.”

Jean-Jacques Rousseau, Le Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalite parmi les hommes (1755).

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

RICCHEZZA E POVERTÀ.

Da quanto è stato detto risulta evidente che in una nazione libera dove non è permesso tenere schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri laboriosi: oltre al fatto che essi costituiscono una riserva inesauribile di uomini per le flotte e gli eserciti, senza di loro non ci sarebbe nessun piacere al mondo e nessun prodotto di alcun paese avrebbe valore. Per garantire la felicità a una nazione e la tranquillità alla gente anche in circostanze sfavorevoli, è necessario che un gran numero di persone sia ignorante e povero. La conoscenza allarga e moltiplica i nostri desideri e quanto meno cose un uomo desidera, tanto più facilmente si può provvedere alle sue necessità. Perciò il benessere e la felicità di ogni stato e di ogni regno richiedono che le conoscenze di un lavoratore povero siano ristrette nei limiti del suo lavoro e non travalichino mai (almeno per quanto riguarda le cose concrete) il confine di ciò che interessa la sua occupazione. Quante più cose del mondo e di ciò che è estraneo al proprio lavoro o impiego conosce un pastore, un aratore o qualsiasi altro contadino, tanto meno sarà adatto a sopportare le fatiche e le durezze del proprio lavoro con gioia e soddisfazione.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.