GOFFMAN – L’INTERAZIONE STRATEGICA.

Gli individui, al pari degli altri oggetti su questa terra, influenzano l’ambiente circostante in maniera congruente con le loro azioni e proprietà. La loro semplice presenza genera segni e tracce: gli individui, in breve, trasudano espressioni.

Tema centrale dell’opera di Goffman è il gioco. Esso viene inteso come una meravigliosa arte, capace di permettere agli individui di adattarsi a vari contesti sociali, nonché di fingere intenzioni e/o camuffare desideri ed intenti. La pratica del gioco permette l’individuazione dei diversi livelli di realtà che costituiscono la vita quotidiana (e non solo), rendendo possibile per ogni singolo individuo sia il comprendere come muoversi da un contesto ad un altro sia il capire di quali comportamenti dotarsi per giungere a ben precisi e definiti fini. Trattasi della teoria della “cornice”, meglio conosciuta con l’espressione di frame – dinamica concettuale ampiamente spiegata ed illustrata in quella che, molto probabilmente, continua ad essere l’opera più importante del sociologo canadese: Frame analysis -.

In ogni situazione della vita sociale possiamo trovare un certo contesto in cui un partecipante è un osservatore che ha qualcosa da guadagnare dalla valutazione delle espressioni, e un altro è un soggetto che ha qualcosa da guadagnare dalla manipolazione di questo processo. Sotto questo aspetto si può trovare un’unica struttura di circostanze che rende gli agenti simili a noi e noi tutti simili agli agenti.

Ciò che rende profondamente particolare l’opera di Goffman è lo stile. Uno stile che ben si presta a qualsivoglia forma di indagine sociologica e fenomenologica. L’attenzione rivolta ai ruoli, agli interessi posti in gioco e allo scambio di azioni ed attività tra i partecipanti alla sfida, al dialogo e all’interazione, è tanto minuziosa quanto dannatamente analitica. E sono tutti elementi fondamentali per il discernimento di ciò che, di volta in volta, si palesa essere in grado di smuovere, avvicinare, allontanare e rendere complici agenti sociali tra loro differenti.

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TRA IDENTITÀ SOCIALE ED IDENTITÀ PERSONALE.

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Per ciascun stigmatizzato è fondamentale il sapere controbilanciare, tra di loro, la propria identità personale con quella più prettamente sociale. La mole d’informazioni possedute ed il grado di conoscenza, di cui sono custodi i “normali”, sono fondamentali per il raggiungimento di tale equilibrio. Ogni volta che un soggetto stigmatizzato entra in contatto con individui normali, l’identificazione, che quest’ultimi sviluppano su di lui, verte inevitabilmente sulla identità sociale dello stesso. Il fatto è che, partendo da essa, gli individui possono poi anche dare vita ad una identità personale del portatore dello stigma. Essa può divenire più o meno estesa: dipende dal grado di conoscenza posseduta nei riguardi del medesimo – questo causerà un forte o labile senso di anonimia -. Al contrario, un’anonimia assoluta non è possibile che si origini in seno all’identità sociale dello stigmatizzato.

Goffman utilizza il cosiddetto «riconoscimento cognitivo» per sottolineare le procedure e le dinamiche (cognitive e sociali) tramite le quali un qualsiasi individuo viene posto nei confronti di una precisa identità sociale e personale:

IDENTITÀ SOCIALE → Stigma sociale

IDENTITÀ PERSONALE → Controllo ed agnizione delle informazioni relative al possesso dello stigma sociale (carriera morale, visibilità et similia)

IDENTITÀ DELL’IO → Auto-discernimento del proprio stigma sociale

In relazione all’identità dell’io, possiamo esporre due dinamiche di particolare rilevanza:

  1. può verificarsi il caso che il portatore dello stigma sociale venga messo all’erta dal non fare come propri taluni atteggiamenti che siano manifestamente riconducibili allo stigma medesimo. Il tutto per “ingraziarsi” il giudizio dei soggetti normali;
  2. potrebbe anche accadere che lo stigmatizzato decida di comportarsi “normalmente”, dando così l’impressione che sia il possesso dello stigma sia lo stesso non rappresentino, per il medesimo, alcun tipo d’impedimento e/o di ostacolo. È possibile considerare il tutto alla stregua di un tentativo di bilanciare l’auto-accettazione di sé stesso con quella non propriamente assoluta, rivolta allo stigmatizzato dai normali. Goffman parla di passaggio da una «accettazione fantasma» ad una «normalità fantasma».

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STIGMA E VISIBILITÀ.

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“Stigma” e “visibilità” ruotano attorno a tre precisi paradigmi concettuali, all’interno della sociologia fenomenologica di Goffman:

  1. innanzitutto, «la visibilità di uno stigma deve essere distolta dalla conoscenza che si ha di esso.» In sintesi: il fatto che alcuni siano a conoscenza dello stigma di un individuo, dipende dall’aver esperito nei riguardi del medesimo una certa forma di “comprensione”, fondata su pregiudizi e/o pettegolezzi e/o contatti diretti e via discorrendo;
  2. è sempre particolarmente importante discernere se la percezione dello stigma si mostri essere immediata o meno. È altrettanto importante evidenziare come la stessa possa o meno variare di grado e d’intensità, durante la stessa interazione – ad esempio: un uomo costretto sulla sedia a rotelle è “immediatamente percepibile”, a patto di non trovarsi in situazioni particolari (come una riunione all’interno della quale tutti i membri stiano a sedere);
  3. infine, la visibilità (più o meno immediata e/o chiara e/o manifesta) di uno stigma sociale veicola il percipiente a ragionare in seno al cosiddetto «punto focale percepito». Lo stesso consente di comprendere nei riguardi di chi e/o cosa lo stigmatizzato si troverà in una situazione di estrema difficoltà – ad esempio, la “bruttezza” meramente estetica può pregiudicare il rapporto (anche) con l’altro sesso -.

Queste tre dinamiche dipendono dal grado di capacità d’interpretazione della visibilità dello stigma, da parte dei soggetti “normali”.

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STIGMI E MODELLI DI RIFERIMENTO.

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Passiamo adesso in rassegna i principali modelli di riferimento, teorizzati da Goffman, nei riguardi dei portatori di stigmi sociali:

  1. un primo modello può essere quello costituito da soggetti che sono considerati come degli stigmatizzati a causa di mancanze possedute fin dalla nascita e/o dalla giovanissima età. Si tratta di mancanze che possono arrecare gravi forme di disagio e/o difficoltà sociale ed umana (anche) in seno alla capacità e possibilità di relazionarsi col prossimo. Un esempio può essere quello dell’orfano. L’orfano, difatti, cresce non conoscendo cosa significhi avere un padre ed una madre – eventualmente, potrà apprenderlo solo in seguito -. In riferimento a questo modello vi sono poi tutta una serie di correttivi che possono essere posti a difesa dello stigmatizzato da parte di parenti e/o amici, con l’intento di alienare l’individuo da tutte quelle dinamiche che potrebbero fargli percepire chiaramente il fatto di essere un “diverso”. Molti “drammi umani” si potrebbero, ad ogni modo, verificare proprio nel momento in cui tale difese – per cause di forza maggiore – venissero destituite, lasciando così lo stigmatizzato “nudo” agli occhi dei normali – l’esempio del “primo giorno di scuola” calza a pennello, in questo senso -;
  2. un secondo modello può costituirsi di due dinamiche intrinseche: A) vi possono esseri soggetti che vengono discriminati e riconosciuti essere portatori di uno stigma, ma in una fase avanzata – o molto avanzata – della loro vita – in tal caso questi soggetti non avranno problemi di “reinterpretazione del proprio passato” a causa del riconoscimento stesso dello stigma sociale -; B) oppure vi possono essere individui che si accorgono di essere “toccati” da un particolare stigma sociale solo molto tardi – in età adulta -. Questi soggetti sanno già perfettamente cosa significhi essere un “normale” e cosa implichi l’avere uno stigma – socialmente parlando – e, quindi, potrebbero incorrere in gravi difficoltà nel cercare di “ricollocare” e “catalogare” socialmente la loro stessa persona a seguito di tale scoperta;
  3. vi possono poi essere anche dei modelli caratterizzati da soggetti stigmatizzati capaci di acquisire un nuovo stigma sociale, in modo tale da originare un nuovo «io stigmatizzato», in grado di provocare rotture parziali e/o totali con la precedente fase di socializzazione. Come sottolinea lo stesso sociologo, «il disagio che prova per le nuove conoscenze può lentamente cedere il passo a quello che sente nei confronti delle vecchie. [.. ..] Può darsi che le conoscenze fatte dopo lo stigma lo considerino semplicemente come un minorato, mentre quelle precedenti allo stigma, proprio perché sono ancora ferme all’idea che avevano di lui, non siano capaci di trattarlo con tatto, familiarità o accettazione.»

Stando alle riflessioni di Goffman, lo “screditato” altro non è che un soggetto stigmatizzato il cui stigma era già conosciuto in precedenza dai normali, prima ancora che quest’ultimi stringessero rapporti col medesimo. Dunque, affinché un soggetto qualsiasi possa venire definito “screditato” o “screditabile”, diviene necessario valutare le informazioni pervenuteci aprioristicamente. Queste informazioni vengono, generalmente, indicate con il termine di “simboli”: i simboli presi in considerazione sono, ovviamente, i “simboli di stigma”, ovvero tutti quei parametri informativi e conoscitivi che ci permettono di definire la fisionomia sociale del soggetto stesso. Un’altra categoria di simboli sono quelli definiti “distruttori di identità”, tramite i quali lo screditato tenta di porre in essere delle dinamiche finalizzate all’abbattimento di quel segno che lo rende diverso agli occhi dei normali – ad esempio, un analfabeta che finge e/o tenta di saper leggere e scrivere -. Si tratta, ad ogni modo, di simboli “istituzionalizzati” – nel senso proprio sociologico del termine -, altrimenti la loro capacità di assolvere tali funzioni informative (in ambito sociale) sarebbe del tutto inficiata e resa vana.

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GLI STIGMATIZZATI ED I GRUPPI SOCIALI.

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Quando si viene ad instaurare un contatto diretto tra uno stigmatizzato ed un soggetto “normale”, lo stigma viene inevitabilmente affrontato, durante l’evolversi dell’interazione stessa. Goffman, difatti, sostiene che, anche qualora esso non venga né comunicato esplicitamente né individuato nell’immediatezza del momento dialogico, il portatore di stigma sarà, ad ogni modo, portato a chiedersi:

  • se lo stigma sia stato recepito dal normale;
  • in quale categoria il normale, sulla base della tipologia dello stigma medesimo, collocherà lo stigmatizzato;
  • se il giudizio che ha di lui il normale sarà influenzato in parte o in toto dal possesso di quello specifico stigma.

Il sociologo canadese, soffermando la propria attenzione proprio nei riguardi dei contatti diretti, afferma che una particolare forma d’imbarazzo, verso cui può essere assoggettato lo stigmatizzato, potrebbe originarsi qualora il normale offra forme di aiuto e/o di assistenza non necessarie o non richieste dal portatore dello stigma, ma proposte solo perché incentivate da curiosità e desiderio di approfondire, più da vicino, la natura stessa dello stigma sociale. Queste intrusioni possono essere giustificate anche da ragionamenti che il normale potrebbe basare su pregiudizi o particolari tipologie di stereotipi. Teniamo, ad ogni modo, sempre bene a mente che situazioni di disagio ed imbarazzo possono anche vertere nei riguardi dei normali stessi: ad esempio, per un individuo normale potrebbe essere (anche) abbastanza problematico, in un determinato contesto e nei riguardi di un preciso stigma, “muoversi” nel rapporto dialogico senza dare troppo peso ad alcune risposte dello stigmatizzato oppure tentare di non opprimerlo avanzandogli delle richieste per lui impossibili da soddisfare, data la natura del suo stigma. Nei confronti di questi contatti diretti – Goffman utilizza, molto spesso, la dicitura «contatti misti» – si possono verificare occasioni e situazioni in cui, da parte dello stigmatizzato, siano poste in essere critiche e reazioni anche particolarmente violente. Un atteggiamento ostile di questo tipo può essere  recepito e decodificato in diversi modi da parte dei soggetti normali – ad esempio, potrebbe per loro divenire l’ennesima prova e testimonianza del possesso reale di quel particolare tipo di stigma sociale -.

Spostando l’attenzione sull’analisi dei gruppi sociali, Goffman ne individua soprattutto due:

  1. un gruppo i cui componenti sono tutti portatori dello stesso identico stigma: il sociologo sottolinea la presenza di «saggi» che, sulla base della propria esperienza sia umana che sociale, sono in grado d’impartire ai membri del gruppo le “tattiche comportamentali” a cui affidarsi per muoversi con scioltezza all’interno del contesto sociale;
  2. un gruppo formato unicamente da «saggi»: dove, in questo caso, gli stessi sono individui che hanno maturato e sviluppato, nel corso degli anni, una così intensa e forte affiliazione, intimità ed affettività con gli stigmatizzati, che quest’ultimi si mostrano loro senza imbarazzo e privi di alcuna remora. La “saggezza” di questi individui trae legittimazione dal continuo e lungo lavoro svolto in ambienti specifici, caratterizzati dalla presenza di stigmi particolari.

Goffman afferma che la figura del “saggio” non sia di semplice lettura. O almeno non lo è in termini aprioristici. Un saggio, per il sociologo canadese, può essere anche un individuo normale che però, al pari di uno stigmatizzato, vive con la perenne necessità di guardarsi dal giudizio dei normali. E, proprio a causa di questo, riesce a sviluppare un forte legame con i portatori di stigma. Un esempio può essere quello del padre di un tossicodipendente.

Goffman, ad ogni modo, distingue il concetto di gruppo da quello di categoria. Una categoria sociale non coincide sempre e/o necessariamente con un gruppo sociale; questo perché una categoria non possiede «la capacità di compiere azioni collettive, né una struttura stabile e comprensiva di interazione reciproca.» Una categoria è formata da vari gruppi, accomunati, per l’appunto, dalla condivisione di caratteristiche che li fanno appartenere alla medesima categoria sociale. Ma la totalità dei membri di una categoria non può costituire di per sé un gruppo. All’interno poi di una categoria possono “ergersi” particolari figure di rappresentanza. Sono, in genere, stigmatizzati che sono riusciti a raggiungere elevate posizioni professionali, politiche, economiche, ecc. Questa dinamica può comportare due cose:

  1. colui che ha “professionalizzato” il proprio stigma può comunicare anche con gruppi di altre categorie e/o rappresentare altri gruppi della stessa categoria. Questo provoca la rottura di eventuali “circoli chiusi” – soprattutto di tipo comunicativo ed interrelazionale – all’interno delle categorie medesime;
  2. il “rappresentante”, dovendo enfatizzare sempre e comunque il suo stigma – perché da esso ne deriva la definizione di sé come individuo, oltre alla sua stessa professionalizzazione -, a seconda dei contesti, potrebbe essere obbligato o ad esaltarlo o a sminuirlo. In ambo i casi, questo può provocare una mistificazione del contenuto più puro della sua funzione di rappresentanza.

Rappresentanti, membri onorari, «saggi» et similia, possono anche contribuire, secondo Goffman, al processo di «normalizzazione dello stigma», per far comprendere fino a che punto sia possibile trattare lo stigma facendo in modo che esso non venga recepito come mistificante e/o “distorsivo”. La “normalizzazione” non deve essere confusa con il processo di «normificazione», tramite il quale si cerca – anche forzatamente – di far apparire normale uno stigma sociale.

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