GUERRA ED INFANZIA.

Settimana scorsa ho preso parte alla conferenza di presentazione del nuovo libro del professore Bruno Maida, ricercatore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino. L’opera, L’Infanzia nelle guerre del Novecento, edita da Rizzoli, affronta il tema della guerra vista e filtrata attraverso gli occhi dei più piccoli. E, in effetti, proprio questa riflessione funge da punto di riferimento per l’intera trattazione.

Non si tratta, solo e soltanto, di cercare di comprendere l’impatto esercitato direttamente dal conflitto armato nei riguardi dei più piccoli. Bensì, come il medesimo venga colto ed interpretato proprio da questi giovani protagonisti. Una infanzia, dunque, non solo “mero oggetto” del contesto bellico, ma anche assoluto “attore”, “testimone”, “spettatore” e “protagonista” di tutte quante le vicende che prendono vita all’interno di simili accadimenti storici. Una infanzia che non deve essere colta solamente nelle sue vesti “vittima” del nefasto evolversi dei conflitti armati, quasi la stessa fosse interpretabile soltanto dal punto di vista degli adulti. Perché non è possibile discernere il ruolo ricoperto dai più piccoli all’interno di una guerra, osservando il medesimo soltanto tramite gli occhi “dei più grandi”. Certamente, il dolore di un padre che comprende quanto sia impossibile per suo figlio rifugiarsi nei lieti e sereni ricordi della propria infanzia è assolutamente legittimo e fonte di attendibile veridicità. Ma è una lettura parziale. Prospettica. Non inclusiva del punto di vista e dello stato d’animo di colui che non solo è vittima ma, per l’appunto, anche soggetto attivo nei riguardi di tutto ciò che prende vita attorno a lui. Pensiamo, per un momento, al tema del “gioco”. Cerchiamo di comprendere come mai i bambini rinchiusi all’interno dei lager nazisti giocassero a pallone o perché nelle strade bombardate della Siria sia possibile, oggigiorno, vedere giovani ragazzi divertirsi tra le macerie e le strade divelte dai bombardamenti. Perché numerose testimonianze di altrettanti numerosi sopravvissuti alle deportazioni naziste rimembrano tutt’oggi lo “stupore” che i loro giovani occhi scorsero, una volta scesi dai treni della morte?

Nella sua riflessione circa questo duplice ruolo di oggetto/soggetto, ricoperto dai più giovani all’interno delle guerre diffusasi durante il secolo scorso, Maida sostiene come il Novecento sia andato caratterizzandosi di tre profonde e strutturali contraddizioni interne:

  1. in primis, si è soliti, oramai, ridurre il ruolo e l’impatto comunicativo della presenza dell’infanzia nei conflitti armati ad un qualcosa di meramente mediatico ed iconico. L’esempio delle immagini raffiguranti i bambini morti durante i bombardamenti in Siria, ad esempio, evidenzia tale mistificazione. Questo modo di comunicare, infatti, suscita certamente dolore e commozione, ma senza che da essa segua poi un desiderio di svolgere una lettura più accurata ed analitica circa quanto realmente vissuto ed esperito dagli stessi fanciulli all’interno di quei contesti. Il tutto finisce con il “castrare” letteralmente l’informazione e la conseguente – e virtuale – acculturazione;
  2. in secundis, nonostante all’interno del Novecento l’infanzia lato sensu sia stata oggetto di profondi miglioramenti – basti pensare alla scolarizzazione o alla pediatria, ad esempio -, tali traguardi sono geopolitici. Restano assolutamente geopolitici. Ovvero, riguardano esclusivamente i Paesi Occidentali;
  3. infine, appare doveroso dare una chiave di lettura anche all’andamento della curva della morte. Sebbene l’ingente numero di accordi e trattati, stipulati a difesa dei civili e dei minori, le guerre moderne hanno proprio in tali soggetti il loro più alto numero di vittime. Come se oggigiorno le guerre mietessero non più i soldati ma, al contrario, le popolazioni innocenti. A testimonianza di come da tali convenzioni internazionali non seguano (sempre) delle reali e concrete politiche di attuazione.

Hanno poi preso vita tutta una serie di profonde quante interessanti riflessioni circa il ruolo di agente attivo/passivo assunto dai più giovani all’interno dei contesti bellici. Di particolare interesse è stato quello concernente il tema degli orfani.

Anche nei riguardi di tale argomentazione, infatti, è possibile scorgere un profondo cambiamento che, ai giorni nostri, pare stia pesantemente caratterizzando i Paesi Occidentali. Se all’inizio del Novecento – in special modo, nel primo e nel secondo dopoguerra – si poteva assistere ad un vero e proprio investimento che le Nazioni rivolgevano nei riguardi degli orfani di guerra – dovuto a vari motivi, tra i quali svariate politiche di ricostruzione e di ringiovanimento; non a caso, infatti, associazioni come Save The Children furono fondate proprio per gestire l’enorme mole di bambini rimasti soli e senza genitori -, oggi tutto questo non avviene più. Ma non avviene più non solo nei Paesi coinvolti direttamente dal conflitto armato – dato che al momento gli stessi mancano di tali politiche di “ripartenza nazionale” – ma, tanto meno, in quegli occidentali, dove appare non esserci – almeno per il momento – la benché minima volontà di accogliere e farsi carico di un simile capitale umano.

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OMAGGIO ALLA CATALOGNA.

Sarebbe particolarmente interessante domandare al fu saggio Orwell di esprimersi a riguardo di quanto accaduto in Spagna, durante i giorni scorsi. Ritengo che per uno come lui – un fiero combattente sia a Barcellona che a Huesca nel periodo nefasto della Guerra Civile Spagnola – tutto quanto sarebbe finito con l’apparire tanto sconcertante quanto scontato – ahimè -. Devo confessare che, per l’ennesima volta – e di certo non sarà questa l’ultima -, ne abbia lette di tutti i colori. Soprattutto da parte di chi – così per magia o a causa di quel tanto (chissà poi perché?!?) decantato politically correct – si sia riscoperto, improvvisamente, un nazionalista convinto. O “ultranazionalista”. O, più semplicemente, rimbambito cronico.

“Il diritto all’indipendenza dei catalani non esiste perché incostituzionale!”. Embè? Da quando la rivendicazione di un diritto non è lecita – in termini, oserei dire, “esistenziali” – solo perché non prevista aprioricamente dal dettato costituzionale o dall’ordinamento giuridico vigente. Dico… ma allora obliteriamo – che so!?! – il Risorgimento italiano in toto – guarda caso si chiamavano proprio “Guerre d’Indipendenza” – e diamo nuovamente auge all’Impero Austro-Ungarico. Cioè… invece di ragionare attorno alla tematica e di discuterne il contenuto, si boccia la stessa a priori perché… perché non contemplata dalle norme attuali. I catalani, in poche parole, avrebbero la colpa di non aver capito che la costituzione spagnola sia mancante, in effetti, di un articolo del tipo: “Beh, se poi qualcuno volesse scindersi, si senta pure libero di farlo, ragà!”. La follia. Anzi. La lettura più antistorica di tutte le letture antistoriche. Come se il desiderio di autodeterminazione non abbia mai accompagnato la storia dei popoli – aggiungerei, “occidentali” -. Come se gli stessi Stati Nazionali – quelli tanto amati dai nuovi nazionalisti – non fossero passati (anch’essi), per la loro stessa formazione, attraverso quelle diroccate ed insanguinate strade costruite dai rivoluzionari e dai reazionari.

“Il referendum è lecito. È la tematica ad essere illegittima ed anticostituzionale.” Al massimo, potremmo adoperarci affinché ad ogni cittadino sia riconosciuto il diritto di deliberare su tematiche riguardanti, direttamente, la propria realtà socio-politica e territoriale, e, magari – data l’incostituzionalità della delibera -, riconoscere comunque come giusto il non attribuire, all’esito del voto, una valenza giuridicamente valida e vincolante. Ma il voto medesimo, ad ogni modo, dovrebbe comunque poi implicare che lo Stato centrale – nella speranza fosse, per davvero, “di Diritto” ed illuminato – si mostri capace di avviare tutte quelle indagini ed analisi tali da permettere di discernere quanto accaduto. Possibile che dal 2006 il governo spagnolo abbia così pesantemente poltrito ed abbia poi deciso di suicidarsi, gestendo in una tale maniera l’evento referendario? Era tanto difficile lavorare politicamente per impedire che quel vecchio 20% di voti, espressi a favore dell’independència, aumentasse e, al contempo, lavorare per ricreare un barlume di unità e d’identità nazionale? I trozkisti del P.O.U.M. e gli anarchici della F.A.I. niente hanno insegnato negli anni ’30, quando onoravano la Catalogna, respingendo sia i franchisti che i massimalisti?

Persino le pietre sono a conoscenza di quali (macro)fratture sociali si costituisca, tutt’oggi, il rapporto tra la Catalogna ed il Governo di Madrid. Ridurre il tutto a formule del tipo “se non è scritto nella costituzione, allora non esiste” è una attitude degna della Korea del Nord – anche laggiù mi dicono abbondino i nazionalisti, in effetti -.

Colpisce poi constatare come sia ancora possibile assistere a simili “suicidi istituzionali”, al giorno d’oggi. Oggi! Che non si è nemmeno più certi di non essere ripresi mentre si sta comodamente seduti sopra la tazza del water. L’UE tace. Ci mancherebbe. Ed i Paesi “nemici”, quelli pieni di terroristi, quelli che non contemplano la vita, quelli che disprezzano la cultura di noi occidentali… ebbene, godono e si beano nel vedere quanto i valori dell’Occidente siano – a quanto pare – solo mere congetture e di come gli stessi siano facilmente rimovibili per mezzo di calci e manganellate. Regards!

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LOGICA EDITORIALE CERCASI…

Cercasi disperatamente una logica di fondo nell’imperscrutabile Mondo dell’editoria italica! Perché non ve ne è. O almeno il sottoscritto fatica moltissimo a scorgerla chiaramente, in tutta quanta la sua luminosa iridescenza.

Una delle ennesime derive democratiche, che sta caratterizzando il profondo e tetro Medioevo culturale dei nostri tempi, verte sul fatto che tutti, oggigiorno, si dichiarino essere scrittori – ebbene no! -. E sul fatto che tutti possano e/o debbano sentirsi in diritto di poter scrivere – ebbene no! -. Così, oggi, pagando una casa editrice, l’opera letteraria in questione, frutto della personalissima mente del ben lieto autore provetto, può trovare un proprio posto ed una propria collocazione nella sconfinata fila di romanzi, saggi, raccolte di aforismi, trattati (e via discorrendo) presenti nelle librerie di tutta Italia.

Il prezzo in soldoni che viene richiesto all’apprendista scrittore, affinché la propria proprietà intellettuale ottenga un riconoscimento concreto – di modo anche da concedergli una remunerazione che, in media, si attesta su circa il 15% per ogni 16/17,00 € di vendita (non dovrebbero essere nemmeno 3,00 eurI, sempre che il more mathematico non m’inganni) -, serve a coprire i costi di stampa e di acquisizione della pubblicità. Molto bene.

I costi di stampa coprono la correzione delle bozze. Ebbene chi necessita di assistenza per il controllo sintattico e grammaticale del proprio elaborato, eviti di scrivere – almeno per un primo momento della propria umana esistenza (si rimembri semper l’uso del congiuntivo, per Odino! Il congiuntivo!) -. La casa editrice cura l’impaginazione dell’elaborato presentatole. Come sopra: l’apprendimento delle norme editoriali e la cura dell’impaginazione deve essere elemento ontologicamente costituente il presunto scrittore. La pubblicità, per Prometeo!!! Beh, questo è un punto indubbiamente vero. Ma non per questo esente del tutto da una potenziale illogicità di fondo. Del resto: “se io ho pagato A affinché pubblichi il mio B, chi mi assicura che vi sarà da parte di A l’assoluto intento a pubblicizzare B?”. È un ragionamento molto ingiusto, in effetti. Ma non posso non dubitare del fatto che molto di ciò che viene pubblicato sia puro letame e che, di conseguenza, non vi sia un apriorico desiderio di pubblicizzarlo con tutte le proprie forze. Proprio perché da parte della stessa casa editrice vi è l’assoluta convinzione della non “elevatezza” del lavoro redatto dall’autore. Mi domando: “ma le porcate di molti youtubers… sì ecco, quelle porcate, che dopo un paio di giorni dalla prima run di stampa finiscono a 3,00€ in libreria – con l’assoluta disperazione del libraio di turno! Povero Cristo che non riesce nemmeno a piazzarne una copia ai non vedenti! -, dovevano essere pubblicate per forza?”. Beh no. “Ma mi ha pagato per farlo”, tuona la casa editrice! “Ma io ho il diritto di scrivere”, esclama, in preda ad un orgasmo mancato, il writer della domenica!

Omnibus omnia fit, un ragionamento povero e qualunquista potrebbe anche portarmi a ritenere che la spesa di pubblicazione serva (molto spesso) a colmare il rischio che intercorre tra casa editrice e libreria. Ed è dannatamente curioso – e gratificante come uno scaldabagno rotto che versa brodo di pollo – prendere consapevolezza di come l’Italia sia tra i primi paesi europei, per quanto concerne la pubblicazione di testi ed opere varie, e, al contempo, tra gli ultimi, per quanto riguarda, invece, la “lettura pro-capite” – meravigliosa la pubblicità, che attualmente gira in televisione, intitolata IO LEGGO; epica come la scelta dei suoi stessi testimoni, in effetti -.

Succede alcune volte – di rado, molto ma molto di rado – che alcuni illustri scrittori e/o saggisti vengano direttamente contattati da case editrici per l’assegnazione di una vera e propria mansione lavorativa. Il paradigma è spesso il seguente: “Caro A abbiamo bisogno che tu ci scriva un bel saggio su B; quando lo hai finito, te lo pubblichiamo agggratissse!”. Ma come? Vuoi da me un prodotto e devo pure lavorare gratis? La logica di Pippo.

La soluzione? Non c’è. O meglio, ne esiste una, ma è sbagliata – come il 99,99% delle cose in questo strano Paese -. Il self-publishing. Che può essere utile, per carità. Del resto, permette di evitare di dover sopportare ingenti spese e di poter godere di un minimo di gratificazione personale. Ma, di certo, non aiuta il panorama culturale. Innanzitutto, l’autogestione non è sinonimo di responsabilità. È possibile pagare servizi per la correzione delle bozze, dell’impaginazione, ecc., senza che niente giudichi la qualità o meno dell’elaborato. Inoltre ha, letteralmente, “ingolfato” la stessa produzione online. Fate un salto su Amazon. Ci sono perle. Difficili da scorgere. Che potrebbero anche correre il rischio di venire oscurate per sempre. Perché circondate da tanto letame. Da così tanto di quel letame, che si potrebbe promuovere una rotazione  ad eternum delle semine nei campi.

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NINTENDANDO…

Lo sbobbamento – si può dire “sbobbamento”? – sul trailer ufficiale mi aveva letteralmente “svuotato”, durante questi ultimi mesi. Quindi dopo anni, e anni, e anni, e anni, e anni che non acquistavo più una console al tanto famigerato day one, stamani mi sono armato di risparmi – i pochi, i residui… ho fame, non magio più da giorni… – e… no poi niente, perché con gli zebedi calati che mi mettevo a spendere 4 sacchi per la Switch. Un salutare finanziamento rateale, in modalità “morto di fame”, e me la sono portata a casa.

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Tralasciando l’euforia tutta “gambittiana” targata supereroi, devo dire che sono rimasto dannatamente convinto della qualità, in primis, dei materiali con cui la console è stata realizzata e, in secundis, della maneggiabilità della stessa – forse il fatto di non avere delle mani Morandi’s style aiuta, e non poco, ad impugnare, come Dio comanda, quei due joycons -.

Ma, soprattutto, il vero nocciolo di tutta la questione è il seguente: io non ho tempo libero. Manco per tirarmi su i calzoni qualora dovessero rovinosamente cadermi sulle caviglie. Ho da un anno Uncharted 4 per la PS4 e ancora devo avviarlo. Sbavo sopra ad Horizon ed al prossimo futuro Mass Effect… ma so già che rinvierò quei dovuti acquisti, per la stessa identica ragione che tutt’oggi m’impedisce di far impugnare al buon Drake un sano AK-47Quindi necessitavo di una comoda e rilassante piattaforma ludica che mi permettesse di distrarmi, durante quei momenti in cui ciascuno di noi può godere di una assoluta libertà esistenziale.

Quando si è distesi sul letto, poco prima di coricarsi. Quando si è in treno, durante un lungo viaggio. Quando si è a sedere su di una bella e comoda panchina, mentre si aspetta il bus o si attende che il proprio amico a quattro zampe abbia finito di concimare il parco pubblico più vicino. Ed anche quando si è sulla tazza. Sì, esatto. La fedele compagna di mille avventure gastro-intestinali. La divina tazza!

Perché ogni uomo è un Re… quando la tavoletta è abbassata. Che non si alzi giammai quel ponte levatoio, per Odino! 

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UNA STORIA ITALIANA DI ORDINARIA FOLLIA.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Un nulla ripieno di un niente. Oppure un niente ripieno di un nulla. Possiamo sentirci liberi di applicare la proprietà transitiva tutte le volte che vogliamo, tanto il risultato, ad ogni modo, non cambierebbe. Nemmeno di una misera virgola. Una Nazione che non si cura o che – peggio ancora – nemmeno è in grado di rendersi conto dello sterminio sia fisico che psicologico dei propri giovani non può essere considerata una Nazione. Al massimo, un agglomerato mal riuscito – e pessimamente governato – di individui. Tra i quali spiccano i “meritevoli” che devono fuggire all’estero, i “necessari” di cui si viene a conoscenza solo e soltanto quando si verificano situazioni di estrema urgenza e necessità, i “bisognosi” nei riguardi dei quali vi è una visione distorta del politically correct – “mandiamoli in onda su Quinta Colonna, almeno ci facciamo un po’ di audience!” -, i “normali” ovvero coloro che pagano le tasse, rispettano le leggi ordinarie e – Dio sia lodato! – possono pure vantarsi di essere fortunati perché possiedono (addirittura!) un lavoro – magari sottopagato, non tutelato, non gratificante e via discorrendo ma, del resto, si viene al Mondo per soffrire – e, infine, “loro”. “Loro”!

Sono il frutto di una diabolica deriva panteistica. Perché te li ritrovi ovunque. Ovunque! Anche nelle scatole dei cereali e nelle ciotole dove mangiano i nostri amici a quattro zampe! Raccomandati. Analfabeti. Buttanculo. Tirinculo. Opportunisti. Affaristi. Individui nemmeno capaci di scrivere correttamente una frase elementare di senso compiuto, formata da soggetto, verbo e complemento oggetto. Soggetti presi di peso e messi sulla cima del Monte Olimpo. A far danni. A fregarsene. A non dover rendere conto a nessuno delle porcate che giornalmente commettono o della loro inadeguatezza a svolgere quelle precise mansioni assegnateli. Ladri. Mafiosi. Corrotti e corruttori. Irresponsabili. Incapaci totali. Sbaglierebbero persino a dire correttamente la tabellina del due o a coniugare il Presente Indicativo del verbo “fottere il prossimo”. Ma in mezzo a tutta questa bontà divina, in mezzo a questo infinito cosmo di mancato darwinismo… c’è un aspetto che mi arreca un’infinita stitichezza oramai. La loro stramaledetta noscialans.

Esatto! Perché ignorano la realtà sociale. Di essa se ne sbattono letteralmente gli zebedei. Anzi. Peggio ancora. Ne riducono la complessità e la molteplicità dei problemi a mere formule matematiche di natura economica. Come pil, spread e simili, dimenticandosi totalmente della componente umana che sta alla base del contesto sociale stesso. Ma vi è pure di peggio. Perché a fianco di questi ipocriti, vi si affiancano poi gli ignoranti veri e propri. Quelli che, anche qualora lo volessero veramente, non riuscirebbero, nemmeno tra un milione di anni, a comprendere le difficoltà ed i disagi di centinaia di migliaia di cittadini. E come mai potrebbero dato che possono vantare uno status socio-economico che, oltre ad essere incomparabile con quello del misero volgo, li posiziona pure al primo livello della catena alimentare?!? Evitate di dire loro che cinquecento euro di pensione puzzano effettivamente di miseria nera. Evitate di dire loro che non siete più in grado di pagare il mutuo. Evitate di dire loro che non riuscite più a permettervi nemmeno una cena al ristorante con la vostra famiglia. Perché, fatta eccezione per quelli che se ne sbatterebbero allegramente lo scroto, gli altri vi guarderebbero increduli. Arrivando persino a considerarvi dei bugiardi.

Io ho un sogno. Si tratta di un sogno utopico. Il troppo leggere mi ha letteralmente rincoglionito da anni. Questa è cosa risaputa. Ad ogni modo, sogno un giorno in cui un pinco pallino qualsiasi incida sul terreno una linea. Chiara. Ben marcata. Bella profonda. Sogno che Cristo Nostro Signore scenda dalla croce e, a forza, ci metta tutti quanti dietro alla medesima. “Adesso partirete tutti alla pari!”. Io arriverei in fondo. Questo già lo so. Ma ho la sensazione che quel giorno questa intestinale stitichezza italica cesserebbe di colpo di tormentarmi. Perché tante facce note, tante facce note a molti, tante facce note a tutti… finirebbero col dovermi guardare il buco del culo a gara in corso.

Che il sonno sia lieve a tutti coloro che hanno deciso di rinunciare alla propria vita perché abbandonati dal loro prossimo e dalle loro Istituzioni.

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