ESERCITARSI NEL LASCIARE ANDARE.


Nella pratica buddista si è soliti, molto spesso, sentire/si ripetere la formula lascia andare. Questo invito etico può sembrare tanto semplice quanto immediato ma, personalmente, ritengo sia una delle più grandi sfide che, al Mondo d’oggi – in special modo, all’interno dei frames di lavoro -, il praticante è chiamato a fronteggiare.

Il lasciare andare è certamente un invito. Un invito a far sì che quanto accaduto, indipendentemente dal fatto che abbia o meno danneggiato la nostra persona, non influenzi – oltremodo! – il proseguo della nostra esistenza. Già qui, in effetti, potrebbero sorgere le prime incomprensioni. Quando si verifica un qualcosa, bello o brutto che sia, la nostra concentrazione deve essere sì finalizzata all’attimo presente, ma senza che la stessa vizi l’attimo futuro o venga inquinata dagli attimi passati. Una volta colta l’essenza dell’evento ed appreso quanto da esso fosse stato possibile apprendere, lo stesso non deve più sollecitare la nostra attenzione. O, per essere più precisi, allo stesso non deve essere data la possibilità di muovere inferenze sulla nostra mente. Questo non significa che l’evento in sé non debba destare attenzione e/o curiosità o che non possa divenire fonte di conoscenza e/o apprendimento. Assolutamente! Quanto piuttosto che ciò che accade non deve influenzare in alcun modo quella che resta una corretta visione del Mondo.

Ma potrebbe verificarsi anche un altro vizio comportamentale.

Al non mi interessa segue spesso una deriva comportamentale oltremodo mistificante. Poniamo il caso che venga arrecato un torto alla nostra persona. Pensate davvero che possa mai esserci saggezza in una morale che vi invita a non interessarvi dei torti subiti a causa degli altri? Uhm. Lasciare andare non sta a legittimare il fatto che alle altrui persone sia stato concesso il diritto di far ciò che pare loro all’altrui prossimo. Nemmeno per idea! Del resto, siamo tutti, inevitabilmente ed indissolubilmente, legati dalla causalità karmica. Occorre ricordarlo. Quindi? Esattamente come prima. Se un torto viene compiuto, si tratta di coglierlo e comprenderlo ma senza che lo stesso vizi ed inquini il proprio e personale equilibrio mentale e spirituale – il che, ad esempio, significa “non alimentare rabbia e rancore” e/o “non nutrire desideri di vendetta e di rivalsa”, e via discorrendo -.

Ecco, provate adesso a cercare di adottare una simile etica all’interno dei frames di lavoro. Luoghi dove a volte è fondamentale costruire cupole protettive, scendere a compromessi, fingere e dove, spesso, si deve interloquire con numerosi soggetti, quasi sempre tra loro eterogenei.

Vi è una bellissima citazione, tratta dal libro Il monaco che amava i gatti di Corrado Debiasi, che è di una immediatezza spiazzante:

Lasciare andare, non significa dare ragione o torto a quello che è stato, significa riportare nuovamente la consapevolezza nel presente. Comprendere che staccarsi dal passato, è necessario per vivere bene il presente. Nel lasciare andare ritrovi la pace. Quando non ti aggrappi a nulla sei libero di volare ovunque.

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