EMPEDOCLE, ANASSAGORA E DEMOCRITO: LA FILOSOFIA POST-PARMENIDEA.

Il monismo parmenideo si fonda su di una premessa concettuale molto chiara: “essere e pensare sono la stessa cosa”. Questo non solo significa che l’attenzione epistemologica debba essere rivolta a Dio – in quanto, per l’appunto, “essere” – e non alla molteplicità ingannevole ed illusoria costituente la realtà sensibile ma, soprattutto, come sia necessario non violare un assioma filosofico ben preciso: essere e non essere sono separati e niente di esistente può originarsi da un qualcosa che non esiste. La difficoltà intellettuale dei pluralisti risiede proprio attorno a questa dinamica concettuale. Da una parte, infatti, la scia di pensatori da Empedocle in poi sottolinea con forza il desiderio di indagare il piano della realtà sensibile. La volontà di discernere di essa la tanto criticata molteplicità. Il tutto per tentare di comprendere quali siano gli “elementi primi” in grado di costituirla e plasmarla. Dall’altra parte, però, resta presente la doverosa attenzione da rivolgere al presupposto di fondo, espresso in partenza da Parmenide, circa la già citata distinzione tra “ciò che è” e “ciò che non è”.

Mi limiterò, adesso, ad esporre le posizioni chiave dei principali pluralisti:

  • Empedocle: stando a quanto sostenuto da Empedocle, i principi fondanti l’intera realtà sensibile sono i quattro elementi: aria, terra, fuoco ed acqua. Essi sono sempre in movimento e, per tale ragione, sono inevitabilmente portati a scontrarsi e ad urtarsi gli uni con gli altri. Il movimento dei suddetti è determinato tanto dalla contesa quanto dall’armonia. Questa apparente dicotomia tra amore e odio è ciò che fa sì che tali principi possano “tanto corrompere quanto generare” le particolarità sensibili. In alcune oggettualità, un elemento sarà maggiormente prevalente rispetto agli altri, proprio come un determinato movimento potrà essere maggiormente dettato da dinamiche conflittuali o pacifiche. La conseguenza filosofica delle riflessioni di Empedocle assume il nome di “omogeneità ontologica”: non esiste particolarità sensibile la cui esistenza non sia giustificata dalla commistione dei quattro elementi di cui sopra. Uomo compreso;
  • Anassagora: la riflessione di Anassagora si presenta più “estesa” rispetto a quella di Empedocle. Al posto dei quattro elementi, infatti, Anassagora parla di “semi” infiniti. Vi sono tanti semi quante sono le oggettualità esistenti. Il che significa che esiste il seme dell’osso, dell’oro, del miele e via discorrendo. I semi sono sempre commisti tra loro ovvero non esiste una sola particolarità che non sia composta da tutti i semi esistenti; i semi simili si uniscono ed originano l’oggetto sensibile, ma l’oggetto sensibile medesimo si va componendo anche di tutti gli altri elementi. Ad esempio, l’acqua è formata dal seme dell’acqua ma, al suo interno, presenta anche tutti gli altri semi. Qui allora diviene ancora più importante e necessario il concetto della prevalenza di un seme rispetto agli altri, per quanto concerne la doverosa non violazione del principio parmenideo stando al quale “essere e non essere sono sempre distinti”. Facciamo un esempio molto semplice. Il cibo che ingerisco permette anche la nascita e lo sviluppo dei miei capelli – visto le sostanze nutritive di cui si costituisce -. Ma non può essere che un qualcosa che “non è” – il cibo non ancora ingerito – possa originare un qualcosa che “è” – i miei capelli -. Dunque, nel cibo che ingerisco vi è anche il seme dei capelli. A differenza degli elementi di Empedocle, quindi (divisibili solo e soltanto in porzioni dell’elemento stesso di partenza), questi semi sono sempre commisti tra loro. Aristotele chiamerà i semi di Anassagora con il nome di “omomerie”. Le omomerie sono in pratica i “semi simili” ovvero quegli stessi semi che si uniscono reciprocamente in base ad una condivisa somiglianza. Per rendere meglio l’idea, potremmo considerare le omomerie alla stregua delle moderne molecole. Il fulcro dell’argomentazione è il seguente: “il tutto sta nel tutto”. La commistione di tutti i semi in una singola particolarità, infatti, indipendentemente dalla plusvalenza di uno rispetto agli altri, fa sì che l’intero Universo, in termini di principi primi, risieda anche nella più piccola delle oggettualità sensibili. La riflessione di Anassagora si costituisce anche di una (inevitabile) argomentazione cosmologica. All’inizio, durante il “caos primordiale”, i semi erano tutti uniti tra loro senza alcuna logica e senza alcun criterio. Il noûs è l’intelletto divino e regolatore che ha pianificato la separazione dei semi per la formazione, prima, dei corpi celesti e, in seguito, delle particolarità sensibili. Bisogna sottolineare il fatto che Anassagora pare non approfondire mai la questione circa la costituzione (o meno) tramite semi anche del suddetto noûs. Al contempo, però, il filosofo crede che l’agire di questa entità regolatrice non sia dettato da intenti finalistici o di natura provvidenziale quanto, piuttosto, dal fatto di essere – per l’appunto! – un divino intelletto regolatore;
  • Democrito: con Democrito viene introdotto, per la prima volta, il concetto di “atomo”. Gli atomi sono le particelle che costituiscono ogni particolarità sensibile. Sono indivisibili, indistruttibili ed ingenerati. Sono circondati dallo spazio vuoto, il che è, a tutti gli effetti, tanto una condizione quanto una caratteristica fondamentale del loro stesso essere. Lo spazio vuoto, infatti, permette agli atomi di muoversi liberamente e di venire in contatto gli uni con gli altri. Quando atomi dalla stessa forma vengono ad urtarsi, ecco che finiscono con l’unirsi e con il dare vita ad una ben precisa oggettualità. Gli atomi, sostiene Democrito, possono essere classificati sulla base di tre caratteristiche: forma, posizione e ordine. Ancora una volta, è Aristotele a spiegare il modus operandi di tale classificazione, sfruttando per tale fine il semplice alfabeto: gli atomi si distinguono per forma come A si distingue da B, per posizione come Z si distingue da N e per ordine come AB si distingue da BA. Nel primo caso abbiamo due forme completamente diverse, nel secondo due forme uguali ma non coincidenti – dato che l’una è capovolta rispetto all’altra e viceversa – e nell’ultimo caso troviamo due elementi identici ma disposti in modo inverso. Democrito sostiene come gli atomi siano inevitabilmente portati a scontrarsi gli uni con gli altri, quasi che vi fosse una necessità di fondo che li veicola a dare vita alle oggettualità sensibili. Gli atomi, infatti, si muovono sempre. Incessantemente. Non stanno mai fermi. Si attraggono se uguali e si respingono se diversi. La stessa anima dell’uomo è composta di atomi e si forma a seguito di questo continuo movimento nello spazio vuoto. Questo “desiderio di aggregazione” permette allo stesso filosofo di espandere tali riflessioni ed argomentazioni (di natura prettamente fisica) anche in ambito politico, dove la volontà degli uomini ad unirsi apre al filosofo l’orizzonte circa la discussione sul cosmopolitismo.

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DAI FISICI IONICI ALLA SCUOLA PITAGORICA: UN BREVE EXCURSUS.

Svolgiamo adesso un breve excursus in riferimento alla filosofia classica antica (dal VII sec. a.C. in poi). Ma, prima di tutto, occorre porre in essere una doverosa premessa.

Il problema principale risiede nella difficoltà dell’individuazione e dell’attendibilità delle fonti. Il perché di tutto ciò è particolarmente semplice: molti di questi filosofi o non hanno scritto niente (vedi Socrate) o le loro opere sono giunte sino ai nostri giorni in modo discontinuo e frammentato. Dunque? È inevitabile affidarsi a fonti indirette. Le stesse possono presentarsi come “dossografiche” – altro non sono che vaste raccolte di opinioni e credenze perdurate nel tempo; dòxa vuol dire proprio “credenza” in greco – oppure consistono in quanto (ri)proposto, in seno a determinate argomentazioni, da pensatori successivi – lo stesso Aristotele, ad esempio, pone la propria attenzione su spunti e riflessioni appartenute a filosofi precedenti, quando si accinge ad argomentare determinate questioni -. In quest’ultimo caso, ad ogni modo, la riproposizione di argomentazioni precedenti resta pur sempre strumentale all’interesse epistemologico del filosofo di turno, il quale, per l’appunto, “sfrutta” quanto sostenuto in precedenza per poi sviluppare il proprio punto di vista; motivo più che valido per continuare a considerare queste fonti come assolutamente indirette.

  • Talete: fondatore della Scuola Ionica e “primo filosofo” a filosofare circa la necessarietà di individuare il “principio primo delle cose”. L’iter epistemologico di Talete verte sul punto fermo niente si origina e niente si distrugge, evidenziando, in tal modo, l’importanza dell’esistenza nella realtà di un definito “equilibrio” – dinamica concettuale che investirà buonissima parte dei pensatori successivi -. Il principio di tutte le cose è l’acqua. Ciò che consente a Talete di giungere ad una tale affermazione altro non è che l’esperienza empirica: l’acqua, infatti, è la sostanza nutritiva di ogni essere vivente;
  • Anassimene: anch’egli individua in un qualcosa di unico e definito il principio primo di ogni cosa. Si tratta dell’aria, la quale, grazie alla capacità di condensazione e refrigerazione, permette la formazione di tutti gli altri stati naturali – dalla formazione delle nubi al nascere del fuoco -. Le particolarità sensibili, quindi, si originano per mezzo delle caratteristiche dell’aria, evidenziando in tal modo come sia un qualcosa di “qualitativo” a determinare l’essenza stessa della realtà. Anche in questo caso l’esperienza empirica svolge un ruolo fondamentale nell’argomentazione di Anassimene, dato che l’aria viene vista come quanto di più essenziale esista per la vita di tutte le creature – essa è ciò che permette la respirazione, dopotutto -;
  • Anassimandro: con Anassimandro abbiamo un primo punto di rottura. Il principio primo viene individuato in un qualcosa di “illimitato” – àpeiron – che si trova in uno stato di infinito movimento, tale che dallo stesso vengono a separarsi e ad originarsi i quattro contrari (caldo, secco, umido freddo). Ogni particolarità è finita e limitata, oltre che destinata alla “dissoluzione” – ovvero a venire riassorbita dal perpetuo movimento stesso -. L’àpeiron di Anassimandro avvolge l’intero Universo: esso possiede una forma sferica, con al centro la Terra – a cui viene assegnata una “insolita” struttura cilindrica -;
  • Eraclito: qui la riflessione circa l’individuazione e comprensione di un vero e proprio “logos cosmico”, in grado di porre in equilibrio l’intero Universo, inizia ad assumere una rilevanza senza pari. Così come la considerazione rivolta nei riguardi dello stesso filosofare: la filosofia, infatti, viene vista da Eraclito come l’unica disciplina in grado di permettere all’individuo la comprensione di sé medesimo e, di conseguenza, l’agnizione di un assoluto che, alieno dai vari particolarismi, determina il tutto, ponendolo sotto un equilibrio divino e perfetto. Sia Eraclito che Cràtilo volgono poi la propria attenzione sul principio filosofico denominato pánta rheî, ovvero il concetto stando al quale “tutto scorre e tutto diviene”. Il cosiddetto “eterno divenire” rappresenta quel definito movimento eterno, tramite il quale i contrari vengono ad originarsi, a porsi in contrasto gli uni con gli altri e, nuovamente, ad originarsi. Si tratta, ad ogni modo, di un qualcosa permeato, intrinsecamente, da un armonioso equilibrio, in quanto dal fuoco tutto si origina e al fuoco tutto fa ritorno – motivo per il quale lo stesso Aristotele finirà poi con il considerare Eraclito alla stregua degli altri fisici ionici, data la individuazione di un definito principio primo di tutte le cose (il fuoco, per l’appunto) -. Il fuoco, quindi, allegoricamente incarna il monismo eracliteo. L’idea dell’uno che è tutto. Il suddetto logos, per l’appunto. Una frase che viene attribuita ad Eraclito è la seguente: phýsis krýptesthai philèi, ovvero “la Natura ama nascondersi”. Da un punto di vista prettamente epistemologico, questa frase può promuovere due distinte modalità di “accesso” allo studio delle particolarità sensibili. Dato che la Natura ama nascondersi, lo studioso può essere spronato a porsi nei suoi stessi confronti in modo diretto ed invasivo, qualora intenda, per davvero, carpirne ogni segreto. Altrimenti, l’invito del filosofo è proprio l’esatto opposto: affinché essa non si chiuda ulteriormente in sé stessa, può essere consigliabile mantenere una certa distanza, per poi introdurvisi con pacatezza e rispetto. Una riflessione ulteriore può essere svolta anche nei riguardi del verbo greco krýptesthai. Lo stesso, infatti, assume anche il significato di “far morire”, “far scomparire” et similia. Può darsi che Eraclito, anticipando alcune posizioni epicuree, abbia desiderato evidenziare la ineluttabilità della morte, in quanto componente intrinseca ed indissolubile della Natura… un motivo più che valido per non temerla e/o disprezzarla;
  • Pitagora: nei riguardi della scuola pitagorica possiamo fare menzione di alcuni interessanti aspetti strutturali. Ad esempio, la dieta vegetariana, imposta agli adepti a causa dell’idea condivisa circa la metempsicosi (o “trasmigrazione dell’anima”). Oppure, il vincolo del silenzio, a cui tutti quanti gli iscritti erano tenuti, di modo da non diffondere, al di fuori delle mura della scuola, le argomentazioni trattate durante le lezioni – un imperativo che porta a considerare la suddetta scuola alla stregua di una vera e propria setta (riservata a pochi) -. Oppure ancora, la suddivisione interna della medesima, al cui interno al vertice più alto – occupato dai “matematici” – fanno eco i semplici ascoltatori – chiamati “acusmatici” -. L’equilibrio cosmico, secondo Pitagora, si fonda sull’armonioso bilanciamento dei numeri della matematica. In particolar modo dei primi quattro numeri (1, 2, 3 e 4). Gli stessi in cui si organizzano gli accordi musicali (4/3, 3/2 e 2/1). Si tratta, quindi, di un equilibrio musicale, nel quale l’essenza algebrica fa sì che lo stesso sia “limitato all’uno” – in quanto l’uno è, di per sé, il limite al numero successivo – e “soggetto al molteplice” – dato che l’uno permette al numero di aumentare all’infinito -. Inoltre, i primi quattro numeri sono perfetti in quanto, in geometria, permettono il passaggio dal punto (1) alla linea (2), poi dalla linea alla superficie (3) e, infine, dalla superficie  al solido (4). Essi formano anche la decade – 1+2+3+4=10 – e non è un caso se l’Universo pitagorico vada formandosi di dieci astri.

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