Informazioni su Giacomo Rabbachin

Giacomo, classe '84. Amo leggere e scrivere. Da sempre mi appassionano le riflessioni concernenti la comunicazione, intesa nel senso più generale del termine. Filosofia, sociologia, politologia e narrativa sono il mio pane quotidiano. Sono anche un collezionista, per lo più di toys e di vario materiale targato anni ottanta come guide, cataloghi et similia.

BUDDISMO ZEN: IL KOAN E LO ZAZEN.

Abbiamo detto che per il perseguimento del satori sia di fondamentale importanza “allenare la mente”. La motivazione è tanto ovvia quanto “banale”: l’Illuminazione altro non è, infatti, che uno stato mentale, caratterizzato dal superamento dell’interpretazione logico/razionale della realtà e dalla comprensione del relativo che diviene Assoluto. Le pratiche “congeniali” che possono permettere e rendere possibile questo “allenamento” sono la meditazione – zazen – e l’agnizione dei koan esposti dai maestri ai loro stessi discepoli.

Zazen – o Dhyana in sanscrito – significa porsi a gambe incrociate, nella posizione del loto, di modo da lasciarsi cadere in uno stato di quiete e di profonda contemplazione. Si tratta di un’antica pratica, originatasi in India e diffusasi in tutto l’Oriente. L’arte dello zazen, in connessione con i koan, è parte integrante dello Zen. Dhyana deriva dalla radice dhi che vuol dire “percepire”, “riflettere”, “fissare la mente su” et similia. Etimologicamente parlando, la radice dhi è in assonanza con dha che significa “tenere”, “conservare”, ecc. Tutto ciò è particolarmente importante. Lo zazen, infatti, da una parte, implica che la concentrazione venga rivolta nei riguardi di un qualcosa. Un qualcosa che deve essere tenuto fisso all’interno della propria mente. Ciò, infatti, facilità l’immersione contemplativa. Ma, dall’altra parte, è fondamentale ricordarsi come questo “qualcosa” non sia da intendersi come oggetto di possesso e/o di esclusiva attenzione: contemplare significa riuscire a percepire l’essenza di ciò che percepiamo e il tendere da parte dello stesso all’Assoluto. Il “fissare la mente” è, ad ogni modo, fondamentale, dato che lo zazen è praticato (anche) per la risoluzione dei koan. Si è soliti sostenere che, mentre il koan è l’occhio, lo zazen sia il piede dello Zen.

Il Dhyana rappresenta a sua volta uno dei tre fondamenti più antichi del Buddismo. Essi sono:

  • Sila, ovvero i precetti etico/morali del Buddha;
  • Prajina, ovvero la saggezza del Buddha;
  • Dhyana, ovvero l’arte contemplativa del Buddha.

Gli insegnamenti dei maestri, i sutra e la stessa simbologia buddista sono quanto di più “utile” per comprendere le tre brache fondamentali del Buddismo.

Il koan è l’aneddoto di un maestro o un dialogo tra maestro ed allievo o una semplice affermazione o una domanda posta da un insegnante. Tutte pratiche importanti affinché si schiuda l’occhio sullo Zen. Il koan rivolto al discepolo deve servire a quest’ultimo per comprendere come la logica debba essere superata e come limitata sia stata, sino a questo momento, la sua visione del Mondo, a causa proprio di un esclusivo affidarsi alla sola e mera razionalità. Facciamo qualche esempio.

Il maestro Hakuin chiedeva ai propri discepoli di udire il suono prodotto dalla sua mano. Dato che un qualsiasi tipo di suono può venir prodotto solo nel momento in cui entrambe le mani giungono a contatto tra loro, nessun suono avrebbe mai avuto modo di originarsi da una sola delle due. Il punto è proprio questo! L’illogicità della richiesta del maestro verte a far comprendere ai propri discepoli come tale consapevolezza – “soltanto due mani che urtano tra loro possono generare un suono” – sia limitata ed inesorabilmente ancorata ad una visione logico/razionale della Vita. Quindi, fintanto che non udiremo il suono emesso da una sola mano, non saremo in grado di andare oltre in termini di percezione e visione del Mondo. Questa è la scoperta che ridesta la mente e veicola l’allievo a porsi in maniera differente nei confronti di tutto ciò che lo circonda.

Il maestro Joshu, invece, agli allievi che gli domandavano quale mai fosse il significato della venuta del Budda, era solito rispondere così: “L’albero di cipresso nel cortile!”. In questo caso, la risposta del maestro è finalizzata a far comprendere ai propri discepoli come sia errato ricercare l’essenza di un qualcosa in un paradigma logico che mai potrà palesarsi in grado di spiegarne l’essenza. Osservare l’albero di cipresso non significa abbracciare una interpretazione panteistica dell’Assoluto, sulla base di una convinzione di come in esso esista ontologicamente la presenza del Budda. Assolutamente no!

I koan, dunque, consistono in questo: essi mettono fuori discussione qualsivoglia tentativo di razionalizzazione. Non esiste una via logica che sia in grado di condurre l’allievo alla comprensione di questo rebus. Il koan è un dubbio. Un dubbio portato all’estremo. Esso travalica il dualismo che sta alla base della logica: non più una scelta tra “vero o falso” ma un vero e proprio risveglio della mente.

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SUPERARE IL POSSESSO PER SUPERARE IL DOLORE.

Come affrontare il dolore? Piangere e disperarsi per la dipartita di una persona cara sono da considerarsi azioni capaci di allontanarci dallo Zen? Può la Via che conduce al satori essere “incompatibile” con la esternazione di sentimenti angoscianti e alimentati da una profonda afflizione? Quanto andremo affermando adesso può apparire anche (dannatamente) cinico ma, ancora una volta, la sottigliezza concettuale, che dà linfa e giustificazione a tutto il successivo argomentare, risulterà essere squisitamente nobile, oltre che anche profondamente consolatrice.

Allontanarsi dall’idea di possesso! Questo è quanto di più salutare possa mai esserci per comprendere ed affrontare la purezza di qualsivoglia evento si palesi dinanzi a noi, coinvolgendoci personalmente (ed emotivamente). Se la paura della morte necessita di venire respinta sulla base dell’accettazione del processo di reincarnazione dell’anima – e non solo -, il dolore della perdita, da una parte, deve essere accettato e fatto proprio sulla base della comprensione della sua reale essenza… ma per raggiungere un tale intento, dall’altra parte, è fondamentale alienarsi da idee di possesso e di dominio nei riguardi di quanto smarrito o – ahimè – perduto.

Quando perdiamo qualcosa di importante, proviamo dolore e ci disperiamo. Depressione e profonda tristezza inquinano il nostro animo e la nostra mente. La stessa diviene fiacca ed incapace di concentrarsi, mentre il corpo si atrofizza, non riuscendo più a percepire quanto vada manifestandosi tutt’attorno. L’idea, camuffata da consapevolezza, che quanto perduto non sia più con noi e che si sia smarrito per sempre, si nutre e, al contempo, viene giustificata dalla logica del possesso. “Era nostro”, “faceva parte di noi”, “ci apparteneva” e adesso “non esiste più”… queste sono solo alcune delle formule che ci impediscono di comprendere la vera essenza del dolore.

I monaci buddisti sono soliti stringere forte la mano del defunto, svuotare la mente e cadere in una profonda contemplazione e preghiera. Il tutto affinché l’anima del trapassato trovi serenità e pace e non si spaventi nel percorrere il cammino della reincarnazione. Ecco, tutto ciò evidenzia meravigliosamente l’allontanamento da ogni idea di possesso e di dominio! Pensare che la tristezza o l’afflizione non possano mai affliggere il nostro animo è sbagliato. Profondamente sbagliato. Ma lo Zen permette di non cadere vittima di tali stati d’animo. Che il dolore venga compreso e vissuto. Apertamente. In profondità. Nella sua vera essenza. Alieno da qualsivoglia logica di possesso.

Una persona cara ci ha lasciato. Piangete. Pregate per la sua anima. Rallegratevi rammentando i momenti sereni che avete vissuto al suo fianco. Rimembrate sempre ciò che vi ha lasciato in dono, perché niente muore o sparisce prima di non aver insegnato ciò che doveva insegnare. Siate grati del tempo concessovi di vivere assieme a lui. Siate felici per lui. Gioite del percorso che adesso attende la sua anima.

Se permettiamo alle dinamiche di cui sopra di alimentare il nostro dolore, non solo lo stesso non sarà mai colto nella propria essenza ma, molto probabilmente, finirà con l’allontanarci sempre di più dalla vera Via che conduce alla pace e alla serenità della mente.

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REPUBBLICA, LIBRO V: IL POSSESSO COMUNE DI DONNE E FIGLI.

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Il V° libro affronta uno dei temi più “curiosi” e, al contempo, “controversi” del pensiero platonico. Socrate, infatti, rivolgendosi sia a Glaucone che a Trasimaco, riallacciandosi a quanto esposto in seno alla educazione dei guerrieri, parla delle donne e della necessità per lo Stato di equipararle, in seno alle funzioni svolte, agli uomini. Nel pieno rispetto del principio – già più volte esposto! – per il quale “che ad ognuno venga assegnata la funzione più idonea alla propria natura”, risulta necessario comprendere se le stesse debbano (o meno) sottostare alla medesima educazione cui vengono sottoposti gli uomini:

Però che cosa ci vedi di tanto ridicolo? Evidentemente il fatto che le donne si esercitino nude nelle palestre insieme agli uomini, non solo le giovani ma anche quelle ormai anziane, come i vecchi nei ginnasi, che sono rugosi e brutti a vedersi eppure fanno gli esercizi con piacere. […]

Socrate è convinto che le donne risultino inferiori agli uomini in quasi tutte le mansioni svolte ma, al contempo, sostiene che le medesime, esattamente come avviene per gli appartenenti al sesso maschile, possiedano “inclinazioni casuali” determinanti per lo svolgimento (e la conseguente assegnazione) di determinate funzioni. Esattamente come gli uomini, quindi, esistono donne “inclini” alla musica o alla ginnastica o alla sapienza et similia:

Dunque nel governo dello Stato non c’è nessuna funzione propria dell’uomo o della donna in quanto tali, ma le inclinazioni sono casuali in entrambi, e per natura la donna ha un’assoluta comunanza di funzioni con l’uomo, sebbene in tutte risulti inferiore. […] Dunque esistono anche donne guardiane e donne incapaci di questa funzione; non abbiamo forse scelto anche i guardiani maschi in base a tale propensione?

Il ragionamento, quindi, porta a constatare come, sulla base delle proprie inclinazioni naturali, donne e uomini, in riferimento alle funzioni cui sono propensi, debbano avere la stessa educazione. In sintesi, prendendo come esempio i guardiani, uomini e donne inclini a difendere lo Stato dovranno seguire il medesimo percorso educativo ma con la consapevolezza che «l’una è più debole e l’altro è più forte». Questo implica però che anche simili donne siano educate alla ginnastica e alla musica così da potersi adoperare, al pari degli uomini, alla difesa e protezione dello Stato. Un simile ragionamento (comparativo e giustificato sul piano logico) lo possiamo porre in essere anche per quanto riguarda le altre due categorie lavorative: produttori e reggitori.

Con questo suo primo argomentare Socrate non soltanto riesce ad affermare come l’educazione tra i due sessi debba essere uguale – tenendo sempre ferma la propensione alla funzione da svolgersi in seno alla propria inclinazione naturale -, quanto anche a sostenere come, al pari dei guardiani maschi, anche le donne guardiane debbano vivere in comunione con i propri “simili”. È da questa considerazione che si sviluppa ipso facto la “sfida” successiva del filosofo: dimostrare che «le donne dei guardiani siano tutte in comune, nessuna conviva in privato con nessuno; e anche i figli siano comuni, e il padre non conosca il figlio e il figlio non conosca il padre». Per sostenere la veridicità di tale riflessione, Socrate procede per gradi. Prima espone il modo attraverso il quale lo Stato possa palesarsi in grado di promulgare una simile legge circa la comunione di donne e figli tra i guardiani. Subito dopo, cerca di esporre il vantaggio che la polis riuscirebbe ad ottenere dal riconoscimento di suddetta norma.

Socrate affronta un tema particolarmente delicato. Sostiene che le donne non debbano unirsi alla “rinfusa”. Al contrario, è necessario che da parte dello Stato vi sia un attento controllo rivolto alle unioni e ai matrimoni. Il ragionamento può apparire alquanto terrificante ai giorni nostri: è necessario che le “donne guardiane migliori” si uniscano agli “uomini guardiani migliori” e che soltanto i figli delle prime siano allevati se «il gregge deve essere assolutamente eccellente». Si tratta di una riflessione che porta a concepire il Mondo dei guardiani come capace di auto-mantenersi ed auto-consolidarsi nel tempo. Ma è necessario che tutto ciò venga predisposto dallo Stato! Questo significa che le unioni e gli stessi matrimoni siano decisi e predisposti dai governanti e che i guardiani siano tenuti all’oscuro di una tale macchinazione:

Ma che tutto questo avvenga debbono saperlo solo i governanti stessi, se occorre che il gregge dei guardiani si mantenga il più possibile esente dalla discordia.

Ecco il perché della necessità dell’indizione di feste all’interno delle quali, tramite sorteggi pilotati, si vengono a creare coppie di futuri amanti e sposi. Ma non solo! Ai guardiani più valorosi e coraggiosi è necessario venga messa a disposizione la possibilità di unirsi con maggiore frequenza alle donne guardiane. Così da poter procreare un maggior numero di figli “adatti” al mantenimento dell’eccellenza del “gregge”. Ma ancora! I figli “idonei” vivranno in ovili allestiti in sezioni speciali della città e saranno allevati da nutrici capaci, mentre «i figli dei vili e quelli degli altri che siano nati con qualche minorazione, saranno tenuti nascosti, come si conviene, in un luogo segreto e invisibile». Alle madri guardiane verrà concesso il diritto di recarsi all’ovile per allattare i figli. Figli che loro stesse non possono riconoscere come “i propri” perché sottratti alla nascita dalle braccia materne. Socrate, inoltre, ascrive anche una “legittimazione anagrafica” a questa legge dello Stato:

La donna comincerà a dare figli allo Stato a vent’anni, fino a quaranta. E l’uomo, superato il tempo della corsa più ardente, comincerà a procreare per lo Stato dai trent’anni fino ai cinquantacinque.

Chiarito il “funzionamento” di questa legge, Socrate spiega il perché la stessa sia da ritenersi giusta e possa contribuire a fare il bene dello Stato. Si tratta di una riflessione che, almeno in parte, era già stata anticipata in precedenza, quando il maestro era andato trattando le diverse forme dell’anima dell’uomo e le corrispondenti ascrizioni a ciascuna delle tre categorie lavorative. Il possesso di donne e figli, infatti, fa sì che l’intera realtà dei guardiani sia da intendersi alla stregua di una vasta e salutare comunità familiare al cui interno la concezione privata di famiglia viene meno – oltre a rendersi necessario, come visto, “valorizzare” la dimensione del matrimonio -. La critica platonica verte verso la proprietà privata e verso la proliferazione degli interessi individualistici. Come già sostenuto in precedenza, del resto, il possesso in comune di donne e figli fa sì che i guardiani possano guardarsi l’uno l’altro come fratelli, impedendo a rivendicazioni ed intenti privati di far sorgere invidia e discordia tra i ranghi.

Nella parte conclusiva del quinto libro, Socrate e Glaucone tornano a parlare dei reggitori. La discussione, dunque, verte nuovamente sul ruolo che spetta ai filosofi e sull’importanza dell’accesso alla comprensione della forma ideale del Bene, per governare in maniera virtuosa l’apparato statale. Secondo Platone il Male è da intendersi come la scissione tra l’idea del Bene e la conoscenza; del resto, come ben sappiamo, è soltanto attraverso l’accesso alle forme ideali che i guardiani – educati alla dialettica e alle verità matematiche – possono dirsi, infine, filosofi. Per travalicare il Male, dunque, diviene necessario accedere alla vera sapienza, ovvero ripristinare il legame tra conoscenza e idea del Bene. Nella Repubblica il legame tra politica e filosofia è particolarmente stretto… molto di più di quanto lo è nel Politico in cui il re/filosofo agisce affidandosi all’uomo di Stato.

Segue, infine, una lunga esposizione tramite la quale Socrate espone i ben noti fondamenti della filosofia platonica circa le idee e le profonde differenze ontologiche che le separano dalle opinioni, dalle credenze e da qualsivoglia forma di particolarità sensibile.

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VIVERE NEL DISTACCO.

Si consideri il seguente insegnamento del maestro Kokushi:

Se è garantito che non vi è distinzione fra meditazione e attività ordinarie, allora appare contraddittorio che lo Zen e altre scuole del Buddismo spronino gli allievi a lasciar perdere le cose e a restare distaccati dagli oggetti. […] I metodi di insegnamento usati dai saggi per guidare i discepoli non hanno una forma o un’apparenza prefissate. Poiché è un principio generale di tutte le scuole buddiste universalistiche che non vi sia discrepanza fra Buddismo e fenomeni mondani, nessun autentico maestro potrebbe dire che vi sia pratica di Buddismo al di fuori di eventi e attività. Nondimeno, poiché coloro che non capiscono questo si fanno idee false sulle cose del mondo, i maestri Zen dicono loro umilmente di rinunciare temporaneamente alle cose in modo da consentire loro di sbarazzarsi delle fissazioni.

Il passaggio è particolarmente importante e manifesta una sottigliezza concettuale che merita – necessariamente! – di venire ben spiegata e compresa. La riflessione, almeno in parte, ci permette di ribadire quanto già sostenuto in seno alla meditazione e ai koan.

La meditazione è fondamentale per cogliere la Via che conduce al satori, di modo così da inoltrarsi nel cammino che porta alla Illuminazione. Giusto sostenere come per meditare sia necessario svuotare la mente e fare in modo che essa non fossilizzi la propria attenzione su oggetti e/o contenuti specifici o prefissati. Una mente svuotata da ogni concetto e/o preconcetto è in grado di comprendere l’essenza di qualsivoglia manifestazione, evitando che quanto esperito possa ridursi ad una mera interpretazione logica e razionale. Diviene allora fondamentale ribadire la praticità che sta alla base della individuazione dello Zen.

In ogni particolarità e/o attività modana e abituale è possibile scorgere lo Zen. Per far questo, oltre che travalicare l’interpretazione logica degli eventi, diviene necessario non “legarsi” troppo agli stessi. In ciò consiste il “distaccarsi” dalle manifestazioni sensibili e materiali. In ciò trova forza la convinzione del dover osteggiare l’idea stessa del possesso. Essa, infatti, al pari della logica, è in grado di viziare la percezione dell’Assoluto che risiede nel relativo che viviamo e scorgiamo.

La meditazione, dunque, permette alla mente di trascendere i limiti imposti a lei medesima dalla concezione logica e razionale del Mondo. D’altro canto, l’esecuzione e l’osservazione di attività mondane e pratiche diventano strumenti più che idonei per cogliere lo Zen, a patto che la percezione non venga inquinata da idee di possesso e/o di dipendenza et similia.

Vivere cogliendo il Tutto. Vivere distaccandosi dal Tutto. Lasciare che l’Assoluto si manifesti e venga colto nella propria essenza, senza che diventi però una fissazione della mente o si riduca a contenuto di idee di possesso e/o di dominio.

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LA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI: IL MITO DEI DIOSCURI.

Nella lingua greca, la parola “Dioscuri” significa “figli di Zeus“. L’epiteto è particolarmente interessante. Soprattutto se consideriamo il fatto che i due principi spartani non possano dirsi condividere la medesima provenienza. Ma, nonostante questo, infatti, il legame che si viene a creare tra i due fratelli è a dir poco indissolubile. Motivo per cui persino lo stesso Signore dell’Olimpo è alla fine chiamato a sancire tale vicinanza con forza ed intensità, rendendo entrambi immortali e palesando questa sua decisione nell’alta e stellata Volta Celeste.

Leda partorisce quattro figli. Due gemelli maschi e due femmine. Ma mentre Polluce ed Elena sono immortali – in quanto figli di Zeus -, Castore e Clitennestra sono comuni mortali, poiché nati dall’unione tra Leda ed il suo sposo Tindaro, re di Sparta. Si tratta di una discendenza leggendaria. Clitennestra sarà la futura regina di Micene. Sposa ed assassina di Agamennone. Elena, invece, sarà colei che, volente o nolente, determinerà la nascita della decennale guerra tra greci e troiani.

Il mito dei due gemelli va costituendosi di tutta una serie di eventi ed accadimenti tanto epici quanto drammatici. I principi spartani, infatti, partecipano assieme a Giasone e agli altri Argonauti alla difficile missione della ricerca del vello d’oro. Sono inoltre artefici della conquista della città di Atene e della detronizzazione di Teseo, colpevole di aver osato rapire Elena, poiché infatuatosi della irresistibile e seducente bellezza della giovane principessa. Sono proprio Polluce e Castore a costringere gli ateniesi a nominare, come loro nuovo re, Menesteo, ponendo così in essere una ingerenza profonda, oltre che giustificata dal fatto che, se la stessa non fosse stata accolta, ciò avrebbe determinato la distruzione della stessa città.

Ciò che colpisce con assoluta purezza nella trattazione del mito dei due eroi spartani, è il legame indissolubile che lega, fin dal primo giorno di vita, Castore e Polluce. Nonostante la differente provenienza ed il fatto che il primo fosse mortale mentre il secondo di divina discendenza, non vi è missione o accadimento che i due principi non affrontano assieme. L’uno al fianco dell’altro. Non esiste contrasto o attrito tra i due fratelli. Il loro legame non è soltanto empatico ma anche profondamente simbiotico, tale che un semplice cenno o pensiero di uno dei due venga immediatamente compreso e fatto proprio dall’altro. Di una tale vicinanza è prova il rapimento delle loro due stesse cugine, Febe e Ilaria, sottratte con l’inganno ai promessi sposi Linceo e Ida. La complicità tra i due fratelli non conosce restrizione di alcun tipo, dunque.

Persino l’epilogo del mito di Castore e Polluce, sebbene drammatico, riesce con assoluta franchezza a palesare, per l’ennesima volta, la profondità del legame affettivo che unisce i due ragazzi. Castore, infatti, ferito mortalmente dalla lancia di Linceo, crolla esanime tra le braccia del fratello. Polluce prega il Padre Celeste affinché al suo mortale fratello venga fatto il dono dell’immortalità… impossibilitato nel compiere un tale gesto ma, al contempo, non in grado di ignorare le suppliche strazianti del suo stesso figlio, Zeus propone a Polluce di condividere con Castore un fato comune, di modo che entrambi possano così continuare a vivere assieme. Metà della loro esistenza sarà da condursi negli Inferi. L’altra metà nell’Olimpo, al fianco degli Altissimi. Ammaliato in seguito dal legame indissolubile che continua a tenere uniti i due ragazzi, Zeus tramuta entrambi in stelle. Nasce così la costellazione dei gemelli, punto di riferimento dei naviganti e di tutti coloro che, proprio come i due principi spartani avevano compiuto in vita, si mettono per mare alla ricerca di gloria ed onore.

Il mito dei Dioscuri sancisce, quindi, l’importanza dell’amore fraterno. Del legame. Del sacrificio e della rinuncia. Per il semplice desiderio di continuare ad esistere l’uno al fianco dell’altro. Fino alla Fine dei Tempi.

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