Informazioni su Giacomo Rabbachin

Giacomo, classe '84. Amo leggere e scrivere. Da sempre mi appassionano le riflessioni concernenti la comunicazione, intesa nel senso più generale del termine. Filosofia, sociologia, politologia e narrativa sono il mio pane quotidiano. Sono anche un collezionista, per lo più di toys e di vario materiale targato anni ottanta come guide, cataloghi et similia.

SPINOZA: INTRODUZIONE ALL’ETICA.

Pubblicata postuma (1677), l’Etica di Spinoza è un voluminoso progetto filosofico strutturato lungo cinque parti. Al suo interno è raccolto il fulcro del pensiero filosofico spinoziano: dalla metafisica (Parte Prima), passando per la conoscenza e lo studio delle passioni (Parte Seconda e Terza), si giunge fino alla trattazione della morale (Parte Quarte e Quinta). L’opera, ad ogni modo, non deve considerarsi come una mera somma di tematiche distinte e scollegate tra di loro: la concezione di Dio, la conoscenza e lo studio degli affetti risultano, infatti, indispensabili per la disquisizione circa la morale, l’eternità della mente e la beatitudine perpetua (obiettivi cui l’opera tende).

Il primissimo aspetto che deve essere menzionato circa l’Etica di Spinoza riguarda il suo esser strutturata tramite more geometrico: ogni parte, infatti, si compone di assiomi e definizioni, cui seguono quelle che il filosofo indica con il nome di «proposizioni». La struttura dimostrativa geometrica fa sì che le prime verità esposte siano quelle sulle quali si fonda l’intero insieme delle dimostrazioni trattate, legittimando così, consequenzialmente, le stesse proposizioni – che vengono, per l’appunto, rimandate a suddette verità -. Vi sono poi gli «scolii»: sono degli approfondimenti che Spinoza usa per integrare alcune proposizioni. Negli scolii il more geometrico è abbandonato: l’andamento non è dimostrativo e, infatti, questi chiarimenti sono, molto spesso, utilizzati per la confutazione delle tesi avverse.

L’intero progetto di Spinoza si fonda su una ben precisa supposizione: la morale è dimostrabile tramite more geometrico ovvero è intellegibile come lo sono i teoremi geometrici. Ma dato che per arrivare alla morale strincto sensu appare essere fondamentale conoscere e discernere a fondo l’individuo, allora anche tutto ciò che appartiene all’uomo ma è estraneo alla ragione – come l’immaginazione, ad esempio – deve essere discusso e compreso in modo scientifico. Le leggi dell’irrazionale possono, dunque, essere colte e decodificate dalla ragione e ridotte a scienza certa: esattamente come avviene per la natura e la matematica.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

Annunci

CENNI DI MORALE TEORETICA: LINGUAGGIO.

Articolo correlato: MORALE E ONTOLOGIA.

Articolo correlato: MORALE E GNOSEOLOGIA.

Articolo correlato: CENNI DI MORALE TEORETICA: FORME DI ETICA.

Con il termine “Metaetica” si suole indicare la cosiddetta Filosofia Linguistica, una corrente di pensiero stando alla quale la difficoltà della comprensione di un particolare concetto non risiede tanto nella complessità dell’argomentazione stessa quanto, piuttosto, nell’impossibilità per gli interlocutori di poter usufruire di una reciproca e piena comprensione terminologica. Il problema, dunque, risiede all’interno del rapporto dialogico. Anzi, trattandosi di una impasse linguistica, finisce con l’inficiarne proprio la struttura.

È alquanto immediato comprendere come il linguaggio ordinario si vada costituendo di termini prettamente concernenti il tema della moralità. Aggettivi come “giusto”, “buono”, “sbagliato” e via discorrendo, veicolano – intenzionalmente o meno – la finalità del discorso (anche) verso un giudizio di tipo morale. L’assenza di suddetti termini, molto spesso, viene soppesata da un particolare e ben preciso modus espositivo: basti pensare, ad esempio, ad una interiezione o ad una esclamazione del tipo “Comportati bene!”. Si parla, infatti, di “multifunzionalità” del linguaggio morale.

La differenziazione terminologica basilare è quella tra “termini assiologici” – ovvero fondati sulla distinzione tra “buono” e “cattivo” – e “termini deontici” – ovvero basati sulla distinzione tra “giusto” e “sbagliato” -.

I termini assiologici sono finalizzati ad esprimere una vera e propria valutazione. Sia essa di gradimento che di diniego. La valutazione è diffusa indipendentemente dal fatto che l’altro interlocutore conosca – o desideri conoscere – l’oggetto dell’argomentare stesso. Ad esempio, una frase del tipo “Ho comprato un nuovo scaldabagno modello XYZ e vedessi che meraviglia di prodotto!!!”, evidenzia apprezzamento, anche qualora il soggetto a cui mi rivolgo non conosca quell’oggetto e/o non sia minimamente interessato a questo genere di conversazione. L’aspetto valutativo non preclude od oblitera quello descrittivo. Anzi. Si potrebbe verificare anche il caso in cui il mio interlocutore – o perché incuriosito o perché intenzionato a comprare anch’egli uno scaldabagno nuovo – finisca con il chiedermi informazioni e delucidazioni più approfondite ed analitiche sull’oggetto.

Il ragionamento può essere invertito per quanto concerne i termini deontici. In questo caso, infatti, il discorso morale è finalizzato alla descrizione di un comando, di un divieto et similia. Un’espressione del tipo “Non calpestare l’erba!” implica come, prima di tutto, sia doveroso guardarsi dal rispettare quanto appena enunciato; pareri e/o valutazioni possono essere formulate solo in seguito ed assumere la fisionomia di mere vesti accessorie nei riguardi di quanto espresso.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

CENNI DI MORALE TEORETICA: FORME DI ETICA.

Articolo correlato: MORALE E ONTOLOGIA.

Articolo correlato: MORALE E GNOSEOLOGIA.

Per “etica” intendiamo indicare lo studio di un fenomeno morale; con il termine “moralità”, quindi, ci rivolgiamo all’insieme dei comportamenti che costituiscono una precisa etica. Naturale che tali comportamenti siano influenzati e si basino su credenze e valori, mutabili nel corso del tempo e, a loro volta, dipendenti da precisi contesti storici, sociali ed umani. Nel caso volessimo soffermare la nostra attenzione sul descrivere alcuni degli aspetti teoretici – concernenti cioè la mera teoria – dell’etica, potremmo prendere in considerazione alcuni spunti interessanti sia per quanto concerne il tema del linguaggio che della struttura dell’agire morale. Partiamo proprio da questa seconda argomentazione.

La struttura portante dell’agire morale può essere riassunta nella seguente formula:

agente → oggetto → effetto 

A seconda su quale di questi tre parametri desideriamo svolgere la nostra riflessione, avremo modo di definire ben tre tipologie di etiche. Nell’ordine:

  1. “etica del carattere (o “della virtù”)”: in questo caso il giudizio che riversiamo nei confronti dell’agire morale è profondamente “apriorico”. Una specie di vera e propria “presunzione” de facto che viene formulata a priori. Non siamo interessati né a valutare il contenuto dell’agire medesimo né a constatare quale tipologia di effetti lo stesso abbia poi provocato; l’attenzione viene rivolta solo nel comprendere se l’agente si palesi essere o meno un soggetto virtuoso – un vero e proprio “eroe omerico” -;
  2. “etica deontologica”: come vedremo poi meglio in riferimento al linguaggio morale, l’aspetto “deontologico” sta ad indicare come l’agire si rapporti ad un monito, una norma, un divieto, un imperio… un qualcosa che ne sancisca, dunque, la legittimità. Valutare un’etica deontica è alquanto immediato: l’agire sarà “giusto” se non violerà la norma. Al contrario, in quanto illecito, il comportamento verrà considerato vizioso. Inoltre, un’etica di questo tipo permette – almeno da un punto di vista teorico – di poter leggere in anticipo i comportamenti degli alter ego: l’esistenza, infatti, di un sistema legale di riferimento che determina la virtuosità del comportamento umano, fa sì che possiamo aspettarci che i nostri simili esperiscano quel particolare tipo di agire – nel caso in cui volessero comportarsi rettamente, ovvero “secondo la legge”, per l’appunto -. Ovviamente si possono anche verificare situazioni di assoluta straordinarietà e/o necessarietà che possono spronare il singolo individuo ad interrogarsi circa la doverosità di rispettare (o meno) la norma stessa; in alcuni casi, infatti, il soggetto potrebbe ritenere che quel comportamento, anche se vietato, sia meritevole di venire posto in essere – i conflitti interiori e il doversi muovere secondo “buon senso” evidenziano l’incapacità di un’etica deontica a potersi presentare come assoluta e totalizzante -. Molto spesso, onde evitare simili impasse, si parla di norme irreprensibili e/o del tutto inviolabili. Ma i contesti e le circostanze sono variabili umane suscettibili a continui cambiamenti, dopotutto;
  3. “etica teleologica (o “consequenzialistica”)”: in questo caso, il valore morale di un comportamento trova soddisfazione e giustificazione in un giudizio che viene formulato a posteriori, solo e soltanto dopo che il comportamento stesso abbia trovato attuazione. Se gli effetti dell’agire sono benefici, allora il medesimo viene considerato come retto e virtuoso. Altrimenti, l’esatto contrario. Una etica consequenzialistica – come, ad esempio, l’utilitarismo di Bentham – può apparire alquanto “riduttiva”, oltre che obbligare, in casi di assoluta straordinarietà, l’agente a doversi far carico di evidenti pressioni psicologiche – infatti, al fine di agire (o al fine di non agire) sarà necessario prevedere quali conseguenze produrrà quel comportamento e, quindi, se sia vantaggioso (o utile, per l’appunto) porlo, o meno, in essere -. È difficile immaginare una società che sia permeata (solo e soltanto) da un’etica teleologica: dovremmo “sperare” che gli alter ego adottino comportamenti nei confronti dei quali gli stessi siano stati in grado di prevederne totalmente le conseguenze. Il che può lasciare molti dubbi, in effetti.

Merita poi una menzione a parte la dinamica riguardante il cosiddetto “doppio effetto”. In sintesi: un’azione positiva, capace di produrre effetti benefici e posta in essere da un agente virtuoso, qualora producesse anche effetti negativi, continuerebbe ad essere meritevole di venire esperita? Si è soliti rispondere positivamente, a patto che risultino essere rispettati tre punti fondamentali:

  1. l’azione deve essere lecita – in termine deontici -;
  2. il bene prodotto dall’azione stessa deve essere conosciuto dall’agente in maniera apriorica;
  3. il male prodotto dall’azione deve essere conosciuto dall’agente in maniera apriorica e non può, né qualitativamente né quantitativamente, essere superiore al sopraindicato bene.

Il paradigma filosofico del “doppio effetto” ha dato origine, in riferimento all’etica cristiana, al tuziorismo – “si sceglie di porre in essere il comportamento che, in termini di responsabilità, suole mostrarsi come il meno gravoso all’agente” – e al probabilismo – “in caso di dubbio sul da farsi, può risultare risolutivo l’affidarsi ad un’opinione esterna ritenuta essere più che legittima” -. In ogni caso, l’iter descritto non è così esente da dubbi; sappiamo come in ambito morale le variabili umane possano essere determinanti – come l’auto-inganno o l’auto-convincimento, ad esempio -. 

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

MORALE E GNOSEOLOGIA.

Articolo correlato: MORALE E ONTOLOGIA.

Da un punto di vista più prettamente gnoseologico, per quanto concerne lo studio della moralità, si è soliti affrontare la discussione in riferimento alla contrapposizione tra “cognitivismo” e “non cognitivismo”. Analizziamo con attenzione questi due paradigmi concettuali.

La lettura cognitivista di un’idea morale si costituisce di asserzioni dal carattere per lo più descrittivo. Vi è la consapevolezza di riuscire a discernere la reale essenza del precetto morale, giungendo persino ad evidenziarne la veridicità e/o la falsità di contenuto. Il cognitivismo, al contrario, in quanto “derivante” dalla filosofia linguistica – o “metaetica” – si affida ad asserzioni dal carattere più propriamente valutativo, sostenendo come, nei riguardi di una qualsivoglia idea morale, sia impossibile comprenderne l’essenza ultima e come di conseguenza, in seno alla stessa, sia possibile, per lo più, solo formulare giudizi e/o interpretazioni valutative.

Il fatto che il cognitivismo si costituisca di un modus operandi più descrittivo, rispetto a quello valutativo del non cognitivismo, non deve sorprendere o trarre in inganno. Non più del dovuto, almeno. Il cognitivismo, infatti, è, da un punto di vista gnoseologico, oggettivista; d’altro canto, il non cognitivismo si presenta per essere una pratica concernente il soggettivismo. Si tratta, quindi, di cercare di comprendere cosa, in etica, significhino questi due concetti – la cui distanza concettuale, in alcuni casi, può (anche) non apparire così netta e chiara -.

Gli oggettivisti sostengono come sia possibile giungere sino alla reale essenza di un concetto e come, di conseguenza, lo stesso possa essere poi investito di una validità universale e generale; del resto, l’applicazione dell’aggettivo “oggettivo” ad un sistema di valori, ad esempio, fa sì che lo stesso possa godere di un riconoscimento e di una legittimazione assoluta e totalizzante. Realtà oggettive possono essere quelle concernenti il piano metafisico o teologico – la Rivelazione, ad esempio -, i cui precetti, quindi, appaiono essere come inconfutabili ed universalmente validi. Prima della esplosione della bioetica, anche le scienze naturali vantavano spesso un tale riconoscimento. Le etiche cognitiviste sono generalmente oggettiviste.

I soggettivisti, invece, non negano – in termini apriorici – la possibilità dell’esistenza (ipotetica e/o potenziale) di una realtà oggettiva: si limitano a sostenere come la stessa sia impossibile da comprendere e da perseguire in termini gnoseologici e che, quindi, l’interpretazione di un qualsiasi concetto dipenda e sia ancorata ad una credenza soggettiva del conoscente. Perciò, a differenza, degli oggettivisti, non viene contemplata l’esistenza di una realtà definita – ed esistente, per l’appunto – che sia esterna al percipiente. Le etiche non cognitiviste sono generalmente soggettiviste.

Come detto poc’anzi, a volte la distanza tra soggettivismo ed oggettivismo può non essere così netta e chiara. Vi sono, infatti, alcune etiche nelle quali è possibile scorgere anche una qualche tipologia di commistione. Ad esempio, l’etica “naturalistica a fondamento psicologico” permette di studiare gli atti psicologici del conoscente, affidandosi ad asserzioni descrittive; ma, in ogni caso, si tratta di concetti che non sono esterni al conoscente e che, dunque, godono di un “riconoscimento” profondamente soggettivistico.

Rimanendo sulla scia di quanto appena trattato, potremmo anche affrontare il tema del “relativismo” in ambito gnoseologico. Esso può presentarsi sotto due vesti:

  1. “relativismo soggettivista”: può essere sia cognitivista che non cognitivista. Infatti, che sia meramente descrittivo o valutativo non ha importanza: l’idea morale è descritta e/o giudicata in riferimento al punto di vista personale del conoscente;
  2. “relativismo convenzionale”: la ricerca gnoseologica in questo caso mira, più che altro, ad appurare che l’idea morale non sia “anacronistica” ovvero che si palesi, invece, conforme al sistema di valori, vigente all’interno di quel determinato contesto culturale. Sempre da un punto di vista gnoseologico, il doversi assicurare di ciò può spronare il conoscente a studiare a fondo lo stesso universo simbolico nel quale vive: pratica questa che può portarlo a comprendere l’esistenza di una vera e propria moralità plurima. Una tale scoperta può sfociare nel nichilismo o nell’indifferentismo etico o, ancora, nella certezza dell’esistenza di un pluralismo morale, ove ogni precetto è meritevole di riconoscimento e di tutela, e si presenta come (ipotetico) oggetto – sulla base del senso di appartenenza al proprio sistema etico di valori – di giudizio e critica.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

MORALE E ONTOLOGIA.

Analizzare l’aspetto ontologico dell’etica significa comprendere i contenuti dei principi morali di cui la stessa si costituisce. Tale comprensione può ridursi ad una mera descrizione – “intuizionismo” – o alla formulazione di disquisizioni più o meno profonde. Vediamo di esporre qualche riflessione in riferimento alle ontologie più conosciute:

  • “Soprannaturalismo”: si è soliti fare riferimento alla ben nota risposta formulata da Eutifrone alla domanda posta da Socrate “che cosa è giusto?”. Eutifrone sostiene che “giusto è ciò che è gradito agli Dei”. Si tratta di una risposta che, allo stesso tempo, è anche una non risposta. Da un lato, infatti, se una cosa è giusta perché è gradita agli dei, allora il problema ontologico della definizione del “giusto” è risolto – e, di conseguenza, la difficoltà gnoseologica di cogliere e definire quali siano i comportamenti virtuosi risulta essere “semplificata” -. Dall’altro lato, però, se ci domandassimo se quella cosa risulti essere gradita agli Dei in quanto giusta, dovremmo allora prima definire ontologicamente cosa sia il giusto – in termini apriorici, per l’appunto -; proprio perché la cosa è gradita perché giusta – e non è giusta perché gradita -. Il soprannaturalismo affonda le proprie radici nella prima constatazione. Tale ontologia sostiene che il principio morale si fondi su una fonte di giustificazione e di legittimazione esterna, inconfutabile e metafisica – la “semantica” può essere spesso di tipo religioso: basti pensare alla Rivelazione, intesa come “dinamica” legittimante il precetto in questione -. L’argomentazione verte, soprattutto, sui contributi filosofici di PlatonePlatone teorizza l’esistenza di una realtà eidetica – il famoso “iperuranio” -, composta esclusivamente da idee; le idee sono essenze eterne ed immutabili. Sono distribuite secondo una precisa e ferrea scala gerarchica, sulla cui vetta primeggia l’idea del Bene Supremo. Tale realtà eidetica è separata da quella sensibile. Anzi è perfettamente sovrapponibile alla stessa, dato che il Mondo delle oggettualità sensibili è visto essere come una “copia” del Mondo delle idee. Quest’ultime sono conosciute dall’uomo, ma dimenticate nel momento esatto in cui lo stesso si costituisce sotto forma di corpo. Per comprendere le idee, dunque, è necessario rimembrarle. E per rimembrarle è necessario intuirle. L’intuizione, quindi, permette di cogliere l’essenza stessa di ogni cosa. Se intuisco l’idea del bene, posso poi comportarmi rettamente – e posso intuire l’idea del bene perché ne ho rimembranza -;
  • “Naturalismo”: opposto al trascendentalismo platonico, troviamo l’immanentismo naturale di Aristotele. Anche Aristotele sostiene che le idee esistano e che siano reali. Ma non concepisce la possibilità che possano trovarsi in una realtà distinta e separata dal Mondo sensibile. La natura, infatti, si presenta agli occhi del filosofo come unita, indivisibile e costituita di materia. Nei riguardi di ciascuna essenza vige il “fine ultimo” della natura, che altro non è che la “potenza in divenire” di qualsivoglia oggettualità sensibile. La potenza in divenire dell’uomo, ad esempio, è il comportarsi secondo virtù. Il fine ultimo della natura per l’uomo, dunque, è fare in modo che lo stesso si comporti rettamente. Da qui la formula “comportarsi secondo natura”. Da qui l’imprescindibilità della riflessione antropologica in seno alla moralità. Aristotele sembra quasi ritenersi in grado di – filosoficamente parlando – “fotografare” l’oggettività della natura, escludendo poi dalla propria riflessione tutti quei comportamenti non propriamente degni di apprezzamento. La natura, infatti, si costituisce anche di molte attitudini alquanto “criticabili”. Ecco il perché della critica mossagli poi contro dal filosofo inglese John Stuart Mill, secondo cui, il “comportasi secondo natura” impone il porre prima in essere un “procedimento apriorico di selezione dei comportamenti”: risulta essere doveroso “inserire” nella natura ciò che riteniamo essere moralmente apprezzabile, prima di veicolare il nostro comportamento etico al rispetto dei principi in essa contenuta;
  • “Edonismo”: l’edonismo epicureo sostiene come gli uomini si comportino in modo tale da alienare sé stessi da qualsivoglia forma di dolore, con l’interesse di percepire il piacere. Si tratta di una concezione dell’edonismo cosiddetta “psichica”. Vi è anche una formulazione “etica”, secondo la quale l’uomo vive esclusivamente per perseguire il proprio piacere personale. Quest’ultima è fortemente dubbia – oltre che facilmente criticabile, per mezzo anche di una mera osservazione empirica dei comportamenti umani -;
  • “Egoismo”: se l’edonismo sprona l’uomo a perseguire il piacere, l’egoismo, dal canto suo, incita l’uomo a raggiungere i propri interessi – egoistici, per l’appunto -. Possono essere intenti anche non meramente edonistici – come la ricerca di una maggiore ricchezza, ad esempio -. Anche in seno all’egoismo possiamo evidenziare una valenza psichica da un’altra più prettamente etica; ed anche in questo caso sostenere che l’uomo viva esclusivamente per perseguire i propri fini privati è alquanto discutibile – oltre che “moralmente poco auspicabile”: pensare ad una convivenza pacifica tra individui spronati solo da interessi egoistici è oltremodo assurdo… a patto che non si teorizzi una specie di “mano invisibile” capace di indirizzare tale molteplicità di fini individualistici verso il perseguimento di un interesse generale e/o universale -;
  • “Riduzionismo”: si tratta di un’analisi che permette di “ridurre” il principio morale nei minimi comuni denominatori di una fonte di giustificazione che, all’interno del campo d’interesse nel quale è situata, viene ritenuta essere apodittica ed inconfutabile. Facciamo un esempio:

pregare è giusto → l’atto di pregare è voluto da Dio → pregare è giusto perché è voluto da Dio

(dove “Dio”, come parametro cognitivo e concettuale, è apodittico nel campo di interesse nel quale risiede)

  • “Non naturalismo”: il filosofo inglese Moore, utilizzando un linguaggio (a tratti) platonico, afferma come i principi morali siano, per lo più, atti mentali che devono essere colti e valutati solo sulla base del significato che esprimono – la cosiddetta “referenzialità del significato” -. Sono concetti esistenti, ma solo nella mente, in quanto non sono riducibili e/o riconducibili a proposizioni in grado di descriverne con accuratezza (scientifica) il contenuto. Parla, a tal riguardo, di “fallacia naturalistica”;
  • “Intuizionismo”: secondo gli intuizionisti, il discorso morale è un semplice discorso descrittivo, “riducibile” ad una classificazione del tipo “vero o falso”. Ne viene, quindi, criticata l’incapacità di descrizione e di analisi del contenuto morale stesso, nonché la totale assenza di una lettura teleologica del medesimo. Per fare un banale esempio: gli intuizionisti possono intuire cosa sia giusto ma, primo, non si mostrano essere in grado di esplicitare tale concetto e, secondo, non riescono a prevedere le conseguenze (negative o positive) di quanto intuito – ovvero se quel comportamento produrrà esiti virtuosi o nefasti -.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.