Informazioni su Giacomo Rabbachin

Giacomo, classe '84. Amo leggere e scrivere. Da sempre mi appassionano le riflessioni concernenti la comunicazione, intesa nel senso più generale del termine. Filosofia, sociologia, politologia e narrativa sono il mio pane quotidiano.

CAPITOLO HOBEN: PARTE PRIMA.

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Allora l’onorato dal Mondo si risvegliò serenamente dalla meditazione e si rivolse a Shariputra:

«La saggezza di tutti i Budda è infinitamente profonda ed immensa. L’accesso che vi conduce è difficile da comprendere e difficile da varcare. Né gli uomini di Studio né quelli di Parziale Illuminazione sono in grado di comprenderla.»

La saggezza del Buddha è immensa e profonda.

Per quanto concerne il primo aspetto, essa è tale da travalicare i limiti temporali e le cognizioni che gli uomini hanno del tempo medesimo. Passato, presente e futuro non esistono, nel senso che non inficiano la conoscenza del Buddha. Essa, dunque, penetra nella vita di ogni individuo, non curandosi né del tempo né dello spazio. All’immensità, infatti, si affianca la infinità.

Nella conoscenza del Buddha sono racchiuse i tre tipi di saggezza che possono mai albergare nella mente dell’uomo:

  1. la saggezza di shomon ed engaku, ovvero la conoscenza universale dei fenomeni;
  2. la saggezza dei bodhisattva, ovvero la conoscenza specifica dei fenomeni;
  3. la saggezza del Buddha, ovvero la conoscenza che permea sia gli aspetti universali che quelli particolari.

La profondità, invece, testimonia come sia le “persone di studio” – shomon – che gli “uomini di parziale illuminazione” – engaku – possano trovarsi in grande difficoltà nel giungere alla vera Illuminazione. Il problema può essere dovuto all’arroganza di tali soggetti. Tanto i primi quanto i secondi hanno sicuramente colto le imperfezioni ed iniquità del Mondo ma, spesso, fanno leva alla propria conoscenza e cultura per elevarsi arrogantemente sul prossimo. Tutto ciò può tramutarsi in un invalicabile ostacolo lungo il cammino dell’Illuminazione.

«La ragione è questa. Un Budda ha praticato innumerevoli austerità seguendo molte centinaia di migliaia di miriadi di koti di Budda. Si è dedicato a queste pratiche così valorosamente ed instancabilmente che il suo nome è universalmente noto. Ha percepito la Legge profonda e incomparabile e la insegna secondo la capacità della gente. Eppure è molto difficile capire la sua intenzione.»

Comprendere e varcare la soglia della vera comprensione è difficile. Il Buddha vi è riuscito attraverso il ripetersi, lungo numerose vite, di altrettante numerose pratiche austere. Inoltre, la saggezza del Buddha non è mai svincolata dalla comprensione delle persone… motivo per cui i suoi insegnamenti o i suoi stessi intenti possono apparire fuorvianti o addirittura illogici.

Le pratiche austere sono le assidue pratiche religiose che dobbiamo eseguire al fine di permettere alla verità del Buddha di penetrare entro di noi. Esse consistono nel recitare nam-myoho-renge-kyo.

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PAURA DELLA MORTE ED ISTINTO SESSUALE: DUE MERE ILLUSIONI.

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È necessario approfondire ancora il concetto di “volontà”. La Volontà (di vivere) non può ridursi soltanto ad un mero impulso finalizzato e/o giustificato dall’auto-conservazione. In tal caso, infatti, la stessa si esaurirebbe con l’esaurirsi della vita dell’individuo. Abbiamo visto la rilevanza che, in seno proprio a suddetta volontà, ricopre l’istinto sessuale: esso, del resto, altro non è che la palese manifestazione del fatto che la Volontà desideri che la Vita si rivolga ad una «serie infinita di generazioni». Ora, secondo Schopenhauer, una esistenza giustificata dal mero istinto auto-conservativo fa sì che la stessa risulti serena e felice, in quanto preoccupazioni e sofferenze mai potrebbero divenire grandi. La Volontà di vivere, però, indirizzando il proprio interesse verso la salvaguardia ed il perdurare della specie, illude gli individui nei riguardi dell’atto sessuale e rende l’esistenza sofferente e dolorosa. Si prenda in considerazione l’esempio di un padre che, per allevare, proteggere e far diventare uomo il proprio figlio, è disposto a subire una afflizione infinita. Qui entra in gioco il tema del “debito”: nel momento stesso in cui veniamo al Mondo, siamo debitori, nei riguardi della Volontà, della vita concessaci… debito che tutti noi saldiamo con la nostra morte:

La vita di un uomo, con la sua infinita fatica, miseria e sofferenza, è da considerare la spiegazione e parafrasi dell’atto della generazione, vale a dire della decisa affermazione della volontà di vivere; essa comporta ancora che egli debba alla natura una morte, ed egli pensa a questo debito con angoscia. Non testimonia ciò che la nostra esistenza contiene un indebitamento? Certo però, in compenso del tributo da pagare periodicamente: nascita e morte, noi esistiamo in perpetuo, assaporando in successione tutti i dolori e tutte le gioie della vita, in modo che non ce ne può sfuggire nessuno: questo è appunto il frutto dell’affermazione della volontà di vivere.

Schopenhauer desidera evidenziare una profonda comparazione tra la paura della morte e l’istinto sessuale: esattamente come il secondo – tramite il quale “entriamo nella Volontà di vivere” – è una mera illusione, tale è anche la paura della morte – come abbiamo più volte detto, infatti, una corretta percezione dell’essenza dell’esistenza ci porta a considerarci eterni poiché tale è la Vita stessa -. Quello che risulta necessario fare, dunque, è andare oltre. Un “andare oltre” che, secondo il filosofo, si rispecchia nel riuscire a “sopprimere volontariamente la volontà”, ovvero ad attuare una vera e propria «conversione della volontà». Essa altro non è che un “ripiegamento” entro l’individuo e da lui stesso posto in essere, e che veicola lo stesso alla comprensione dell’eterno flusso vitale (già più volte menzionato).

L’atto sessuale in quanto atto generativo ed in quanto atto che sancisce la vera essenza della Volontà, non solo è comune ad ogni organismo vivente ma è un nunc stans. Un sempre presente. Qui la riflessione acquisisce un significato temporale profondamente importante. L’atto generativo in sé – e, quindi, la manifestazione della Volontà di vivere – è un eterno “ora” e “qui”. Non esiste passato così come non esiste futuro. L’unica differenza che sussiste tra uomo e animale a tal riguardo è il fatto che l’uomo sia poi veicolato dalla propria coscienza conoscente ad interrogarsi su tale manifestazione. Un veicolare che sprona lo stesso ad interrogarsi anche sul passato e sul futuro, ovvero su riflessioni concernenti l’eventuale svantaggio o vantaggio dell’essersi adoperato in tale maniera. Qui si decide se l’uomo si esprimerà nei riguardi di una affermazione o di una negazione della volontà di vivere.

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LA DIALETTICA COME CATARSI ED ELEVAZIONE.

«Dunque, Glaucone, non è questa l’essenza della melodia eseguita dalla dialettica? Sebbene essa sia puramente intelligibile, viene imitata dalla facoltà della vista, quando, come dicevamo, si sforza di contemplare gli esseri e gli astri e perfino il sole nella loro essenza. Così anche la dialettica, quando tenta di giungere senza l’aiuto dei sensi ma con il puro ragionamento all’essenza di ogni cosa, e non ci rinuncia prima di aver compreso con il pensiero puro l’essenza del bene, giunge ai confini del mondo intelligibile come la vista giunge ai limiti del mondo visibile.»

«È così» disse.

«E a questo procedimento non dai il nome di dialettica?»

«Certo.»

«La liberazione dai ceppi,» ripresi «la conversione dalle ombre alle immagini e alla luce che le proietta; l’ascesa dalla caverna sotterranea verso il sole, e là l’incapacità persistente di guardare gli animali, le piante e la luce del sole, le loro immagini divine riflesse nei corsi d’acqua, le ombre degli esseri reali, non delle immagini proiettate da un’altra luce che è essa stessa l’immagine del sole: ecco gli effetti dello studio delle altre arti da noi passate in rassegna. Esso infatti eleva la parte migliore dell’anima verso la contemplazione della parte migliore dell’essere, appunto come poco fa abbiamo visto il più acuto dei sensi corporei elevarsi verso l’oggetto più luminoso del mondo materiale e visibile.»

Platone, Repubblica (390-360 a.C.).

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I LIMITI DELLA CONOSCENZA.

Infatti la conoscibilità in genere, con la sua forma essenzialissima, e quindi sempre necessaria, di soggetto e oggetto, appartiene solo al fenomeno, non all’essenza in sé delle cose. Dove c’è conoscenza, cioè rappresentazione, ivi è anche solo fenomeno, e noi ci troviamo colà già nel campo del fenomeno; anzi, la conoscenza ci è in genere nota solo come un fenomeno cerebrale, e noi non solo non siamo autorizzati, ma non siamo neanche capaci, di pensarla in altro modo. Che cosa il mondo sia come mondo, si può capire: esso è fenomeno, e noi possiamo conoscere, immediatamente da noi stessi, in grazia dell’autocoscienza ben analizzata, quel che vi si manifesta; poi ancora si può, mediante questa chiave che ci fa penetrare nell’essenza del mondo, decifrare l’intero mondo fenomenico, nella sua connessione, come io credo di aver fatto. […] L’essenza delle cose prima o di là del mondo e quindi al di là della volontà, non è aperta a nessuna indagine, perché la conoscenza è essa stessa solo fenomeno, e trova quindi posto solo nel mondo, come il mondo solo in essa. L’intima essenza in sé delle cose non è un’essenza conoscente, un intelletto, bensì un essere privo di conoscenza: la conoscenza sopraggiunge solo come un accidente, un ausilio del fenomeno di quell’essenza, può dunque accoglierla in sé anche solo per quanto lo consente la sua natura, calcolata a tutt’altri fini (quelli della volontà individuale), perciò molto imperfettamente. Da ciò dipende che, dell’esistenza, essenza ed origine del mondo, non sia possibile una comprensione completa.

A. Schopenhauer, Il Mondo come volontà e rappresentazione (1819).

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L’AMORE SECONDO SCHOPENHAUER: PARTE TERZA.

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Segue poi la categoria di tutti quei tratti che in termini relativi – e, quindi, non più assoluti – determinano l’individuo ed influenzano la scelta del proprio amante. Come abbiamo già avuto modo di anticipare nel precedente articolo, questi tratti altro non sono che le mancanze che possediamo e che cerchiamo di compensare attraverso la scelta di un soggetto che ne è esente. Si tratta, dunque, di un vero e proprio tentativo di concordanza e di reciproca compensazione che gli amanti pongono in essere, di modo che le imperfezioni vengano a mancare e il nascituro sia “ottimale” per la sua specie di appartenenza. Sono questi i requisiti che in maniera maggiore determinano e veicolano l’innamoramento, secondo Schopenhauer. Vediamo in cosa consistono.

La prima conclusione del filosofo è la seguente: «ogni sessualità è unilateralità». In seno a quanto appena detto, suddetta unilateralità deve essere oggetto di una “neutralizzazione”. Essa, del resto, è fondamentale affinché vi sia “corrispondenza” e “compensazione” tra i due amanti. In pratica, è sempre necessario che i tratti relativi dei due soggetti finiscano con l’annullarsi reciprocamente. Considerando proprio il caso della sessualità unilaterale, un uomo assai virile, ad esempio, cercherà una donna estremamente femminile, dato che il grado determinato della virilità di lui dovrà essere compensato dal grado determinato della femminilità di lei.

Altri tratti sono quelli della forza – riguardo al quale le donne, per natura meno forti e robuste degli uomini, tendono a scegliere compagni più forti di loro – e dell’altezza – che, in parte, abbiamo già avuto modo di prendere in considerazione, dal punto di vista dell’uomo, in seno ai tratti assoluti  -.

Indubbiamente, tutta quanta questa trattazione sta ad indicare come per Schopenhauer l’innamoramento altro non sia che un insolito gioco fatto di occhiate, percezioni, congetture e chirurgiche osservazioni, rivolte dall’uno all’altro degli amanti e finalizzate alla comprensione se tale  (ipotetica e potenziale) unione possa, infine, dirsi vantaggiosa o meno alla procreazione. È ciò che il filosofo chiama «meditazione del genio della specie»:

Questo ricercare ed esaminare è cioè la meditazione del genio della specie sull’individuo per loro tramite possibile e sulla combinazione delle sue qualità. Quale il risultato di essa, tale il grado di reciproca attrazione e di desiderio che l’una proverà sull’altra. Ciò può, dopo aver raggiunto un grado importante, estinguersi ancora improvvisamente, per la scoperta di qualcosa che era rimasto fino ad allora inosservato. In tal modo dunque il genio della specie medita, in tutti coloro che sono atti alla procreazione, sulla generazione futura.

Anche il tema della “individualizzazione” ricopre, comunque, un ruolo assai importante, per quanto concerne l’amore e l’innamoramento. L’istinto sessuale, infatti, se non riesce ad individualizzarsi, resta “accessibile” a tutti: la specie, in questo caso, viene salvaguardata soltanto da un punto di vista meramente quantitativo. I tratti sia assoluti che relativi, che vanno determinando la fase dell’innamoramento, altro non sono che un processo di determinazione ed individualizzazione dell’amante. Tutto ciò è finalizzato alla comprensione se tale unione possa dirsi utile o meno alla specie… in pratica vi è una profonda attenzione qualitativa in riferimento alla proleSchopenhauer non a caso parla anche di vera e propria “passione” tra gli amanti. Essa fa sì che due individui – che si sono “trovati” – non pensino ad altro che alla loro unione, tanto forte è stato il lavoro svolto dal “genio” per far loro comprendere come il loro figlio debba assolutamente venire al Mondo:

Questa brama metafisica della volontà in se non ha, immediatamente, nessun’altra sfera di azione nella serie degli esseri che i cuori dei futuri genitori, che perciò vengono afferrati da questo impulso e credono poi di desiderare per se stessi ciò che ha solo uno scopo per ora ancora metafisico, ossia che si trova al di fuori della serie delle cose realmente esistenti. È dunque l’impulso dell’individuo futuro, divenuto solo qui possibile, ad entrare nell’esistenza […] ciò che si presenta nel fenomeno come l’alta passione reciproca dei futuri genitori, la quale spregia ogni cosa fuori di sé, ma in realtà come un vaneggiamento senza pari, per il quale un tale innamorato darebbe tutti i beni del Mondo per coire con questa donna […].

Se abbiamo correttamente compreso tutte le argomentazioni in seno all’innamoramento, alla passione e alla volontà della specie, la conclusione di Schopenhauer non può apparirci viziata da dubbi e/o imperfezioni. Nel momento stesso in cui l’atto si estingue e l’appagamento si esaurisce, l’individuo torna, inevitabilmente, nel proprio stato di miseria e povertà. Sono una miseria ed una povertà allegoriche o che, in ogni caso, meglio verranno comprese quando tratteremo il tema del “Velo di Maya”. In ogni caso, essendo stato il tutto frutto di una bieca illusione – posta in essere dalla volontà della specie -, una volta che il desiderio è scemato, l’individuo comprende di essere stato ingannato e di aver agito non tanto per il perseguimento di un interesse personale ed egoistico ma, altresì, del tutto generale:

Siccome cioè la passione si basava su un’illusione, che faceva vedere come prezioso per l’individuo ciò che solo ha valore per la specie, l’incanto è destinato a svanire dopo che il fine della specie sia raggiunto. Lo spirito della specie che si era impossessato dell’individuo, lo lascia nuovamente libero. Da quello abbandonato, l’individuo ricade nella sua nativa limitazione e povertà, e vede con meraviglia che, dopo un’impennata così alta, eroica e infinta, nulla resta per il suo piacere, se non ciò che ogni soddisfazione sessuale può dare: contro la sua aspettativa, non si ritrova più felice di prima. Si accorge di esser stato lo zimbello della volontà della specie.

Si tratta della stessa ragione per la quale, molto spesso, i matrimoni d’amore finiscono o con il concludersi o con il tramutarsi in situazioni tediose ed infelici. Scemata la passione, infatti, lo scopo predominante, ovvero la volontà della specie, fa sì che i reali motivi dell’innamoramento diventino palesi e manifesti. Secondo Schopenhauer hanno molta più forza e capacità di perdurare i matrimoni di convenienza, i quali si fondano su valutazioni reali che non possono scomparire così nel nulla. In tali unioni, però, l’individuo è veicolato a vivere “più per il denaro che per la specie”, finendo, dunque, con il divenire oggetto di profondo disprezzo. In sintesi: è estremamente difficile che la passione e la convenienza vadano mano nella mano… diviene, quindi, fondamentale muoversi ora verso l’individuo ora verso l’interesse della specie.

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