Informazioni su Giacomo Rabbachin

Giacomo, classe '84. Amo leggere e scrivere. Da sempre mi appassionano le riflessioni concernenti la comunicazione, intesa nel senso più generale del termine. Filosofia, sociologia, politologia e narrativa sono il mio pane quotidiano. Sono anche un collezionista, per lo più di toys e di vario materiale targato anni ottanta come guide, cataloghi et similia.

PAVANA MUKTA ASANA: “POSIZIONE DEL RILASCIO DEI VENTI”.

La “posizione del rilascio dei venti” è una asana particolarmente comune nello yoga. Si tratta di una posizione che viene generalmente compiuta dopo aver eseguito alcuni esercizi in cui si è stati costretti a lavorare molto sulla schiena – tipo inarcamenti lungo la spina dorsale –. Rilassante per l’intero corpo e benefica per quanto concerne l’addome e la spina dorsale. Resta una tecnica molto elementare.

  • Etimologia: il termine sanscrito pavana significa “vento”, mentre mukta viene tradotto con il participio passato “liberato da”. Da qui la traduzione in “posizione del rilascio dei venti”.
  • Parti del corpo coinvolte: addome, schiena, braccia e cosce.
  • Esecuzione: una volta distesi a terra, tramite una espirazione, avvicinare entrambe le ginocchia al petto, afferrandole poi le con le braccia, di modo da tenere le due gambe strette e vicine. Con le mani agguantare i gomiti opposti, così da rendere la presa ancora più salda. Cosce e ginocchia devono tendere al petto, mentre la testa deve restare rilassata a terra – bisogna evitare di sollevare troppo le spalle e l’osso sacro non deve alzarsi dal tappetino! -. Restare in posizione per la durata di 1 minuto.
  • Esecuzione alternativa: è possibile eseguire l’esercizio anche in più steps, iniziando prima ad avvicinare una gamba, poi l’altra e, infine, tutte e due assieme.

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VERSO LE COSTITUZIONI ARISTOTELICHE.

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Una delle tematiche su cui Aristotele verte gran parte della propria attenzione in riferimento alla polis, è la divisione del lavoro – argomento su cui già lo stesso Platone si era ampiamente espresso all’interno della Repubblica -. Più che divisione del lavoro, Aristotele affronta soprattutto la questione inerente la produzione e la distribuzione delle risorse, evidenziando come queste due dinamiche finiscano con il subire deviate evoluzioni, a seguito della crescita demografica di una comunità. All’inizio, infatti, quando l’organizzazione e la struttura cittadina si trovano ad un livello elementare, la produzione e la distribuzione delle risorse riescono a raggiungere un perfetto e reciproco equilibrio. Suddetto è garantito dalla formula secondo cui vengono prodotti e messi a disposizione, solo e soltanto, i beni necessari alla salvaguardia e sopravvivenza di tutti i consociati. È la stessa necessità di soddisfare i bisogni essenziali e naturali a far sì, quindi, che l’intero impianto produttivo e commerciale diventi in grado di auto-regolarsi dinanzi ad uno specifico ed invalicabile limite. E si tratta di un limite intrinseco alla produzione e alla distribuzione stessa, dato che viene prodotto solo il necessario e solo il necessario viene distribuito per soddisfare tale necessarietà.

Problematiche profonde, di tipo strutturale e valoriale, vengono ad originarsi a seguito delle esplosioni demografiche cui, molto spesso, le comunità umane sono soggette. Da una parte, infatti, la produzione viene incrementata. E non solo per compensare l’aumento delle necessità essenziali, ma anche perché, assieme alla crescita numerica dei consociati, si assiste ad un incremento dei desideri, degli interessi e delle richieste individualistiche. Dall’altra parte, gli scambi tendono a farsi più ampi, da un punto di vista spaziale, e il denaro finisce con il divenire l’elemento chiave tanto della produzione quanto della distribuzione. Aristotele è assolutamente convinto nel ritenere la presenza del denaro un male pericolosissimo per la salvaguardia dell’equilibrio socio-economico di una città. La moneta, infatti, diviene il motivo per il quale sia l’attività produttiva che quella commerciale vengono poste in essere – la ricerca del guadagno – e non rappresenta alcun limite – dato che non esiste limite al guadagno -, motivo per cui si tende a produrre molto di più di quanto sia necessario e per il solo scopo di vendere per ottenere profitti sempre più crescenti. La critica aristotelica al denaro è talmente forte e profonda, da veicolare lo stesso filosofo a condannare la stessa retribuzione lavorativa. Per Aristotele, infatti, è assolutamente inconcepibile che le attività manuali, le quali dovrebbero essere assegnate ai servi di modo da permettere ai cittadini di partecipare al logos e alla vita politica della comunità, diventino oggetto di un contratto che preveda il versamento di un salario sulla base del numero di unità di lavoro prodotto – del resto, Aristotele crede fermamente nella società schiavista -.

La aristé politeia è la migliore forma di costituzione perseguibile dall’uomo. Da essa Aristotele deriva tre forme corrette e, successivamente, tre forme deviate – quest’ultime si originano quando il detentore o i detentori del potere esercitano il medesimo per fini privati e/o egoistici -. La tripartizione delle forme di governo verte attorno ad un principio particolarmente immediato da cogliere e comprendere. Le costituzioni, infatti, si differenziano in base al numero di persone che detengono l’autorità statale:

Monarchia → Tirannide

Aristocrazia → Oligarchia

Politeia → Democrazia

Monarchia e governo aristocratico sono costituzioni ottime ma – e qui sorge la problematica – a patto che il corpo sociale vada costituendosi di politici abili e virtuosi. In sintesi, si tratta dello stesso problema che già Platone aveva evidenziato in ambito politico; trovare, infatti, individui in possesso di una tale fisionomia etica e professionale è particolarmente difficile – ricordiamo che Platone andava sostenendo come il vero politico non avesse nemmeno bisogno di leggi scritte per governare, data la sua capacità di attingere alla conoscenza, di mediare e di professare politica. La monarchia è ottima, quando è possibile fare affidamento ad un “politico regale”, ma, in sua assenza, diviene la forma di governo più detestabile e pericolosa -. Sul versante democratico, dobbiamo, invece, sviluppare la profonda riflessione che Aristotele elabora in seno al corpo civico e alla sua stessa composizione.

Affinché una democrazia funzioni, diviene fondamentale curare – letteralmente – l’accesso al corpo civico. Innanzitutto – e questo, sulla base di quanto già sostenuto in precedenza, non dovrebbe stupire -, dallo stesso devono essere immediatamente esclusi sia i servi che i barbari – considerati sullo stesso piano dal filosofo -. Inoltre, anche tutti coloro che svolgono attività sì importanti ma non “nobili”, come i contadini, devono essere preclusi dall’accesso alla res publica. Infine, le attività che i cittadini aventi diritto andranno poi svolgendo all’interno della polis, devono venire redistribuite sulla base di una lettura prettamente anagrafica dei suddetti: ai giovani si dovranno assegnare incarichi militari, alle persone in età adulta mansioni di governo, mentre agli anziani ruoli di tipo sacerdotale.

Infine, cerchiamo di comprendere il perché la categoria dei commercianti – ceto medio – goda di profondo rispetto in Aristotele. In realtà, si tratta di ricordare quanto già sostenuto in ambito etico. Il commerciante, infatti, incarna perfettamente la “medietà”… quella stessa “medietà” che abbiamo visto essere funzionale in ambito di “desiderio razionale”. Ovvero, è un cittadino eticamente virtuoso perché il proprio desiderio viene filtrato dalla ragione e dalla intelligenza pratica, al fine di poter comprendere se il suddetto sia o meno un interesse perseguibile. Il commerciante non fa mai “il passo più lungo della gamba”. Non si abbandona a desideri irrealizzabili. Deve sempre esser sicuro che quanto va bramando sia raggiungibile. Altrimenti non agisce. Quindi, eticamente parlando – e teniamo sempre bene a mente cosa sia l’etica in Aristotele -, è un uomo che vive secondo virtù.

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LA FALSA RICCHEZZA.

Nelle società moderne si osserva uno straordinario paradosso: pur avendo raggiunto l’apice del progresso tecnico e materiale dell’umanità, siamo affetti da ansia, portati alla depressione, preoccupati di come ci vedono gli altri, insicuri delle nostre amicizie, spinti a consumare in continuazione e privi di una vita di comunità degna di questo nome. In assenza del contatto sociale rilassato e della gratificazione emotiva di cui abbiamo bisogno, cerchiamo conforto negli eccessi alimentari, nello shopping e negli acquisti ossessivi, oppure ci lasciamo andare all’abuso di alcol, psicofarmaci e sostanze stupefacenti. Com’è possibile che abbiamo creato tanta sofferenza mentale ed emotiva, nonostante livelli di ricchezza e di agio che non hanno precedenti nella storia umana? Spesso ciò di cui sentiamo la mancanza è solo un po’ di tempo per stare in compagnia degli amici, eppure anche questo semplice piacere appare talora irraggiungibile. Parliamo come se le nostre vite fossero una continua battaglia per la sopravvivenza psicologica, una lotta contro lo stress e l’esaurimento nervoso; ma, in verità, godiamo di un tenore di vita talmente lussuoso e dispendioso da minacciare gli equilibri dell’intero pianeta.

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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