DIETRO OGNI GRANDE UOMO .. ..

.. .. c’è una donna che volge il proprio sguardo al cielo. Ma, forse, anche no. Probabilmente dovremmo, infatti, riformulare il tutto con l’espressione “ogni dietro piccolo uomo vi è una donna fatta a sua stessa dimensione” e, per carità, nel pieno rispetto del politically correct, la mia non è una mera allusione alla “mole volumetrica” dell’onorevole Brunetta, quanto, piuttosto, una semplice allegoria circa la reciproca – come dire – “pochezza” che culturamente (e politicamente) accomuna, in questo caso, il marito alla sua degna consorte.

Sarebbe già dannatamente grave il ricorrere all’utilizzo di un fake account per poter esprimere le proprie posizioni politiche. Per il semplice motivo dell’inutilità del fake account medesimo: di cosa avrebbe mai potuto aver paura la signora Tommasa Giovannoni Ottaviani? Ma passi pure l’uso di un account falso; del resto, oramai, esso è divenuto una componente antropologica dell’uomo virtuale. L’aspetto che culturalmente devasta, in effetti, è l’aver sviluppato la brillante idea di utilizzare uno pseudonimo molto vicino ad un determinato politico – Di Maio -, con la conseguenza di spacciarsi pure per esponente e portavoce di un ben definito movimento: il M5S, per l’appunto. Un anno e mezzo di commenti, posttweets, diffusi sotto una falsa e tendenziosa identità, per criticare l’operato dell’Esecutivo. Il tutto mentre l’ignaro onorevole Brunetta continuava imperterrito a porsi ed ergersi a sacro custode della Costituzione, del diritto di voto, della rappresentanza politica, della democrazia e via discorrendo. Senza contare poi i soldi pubblici spesi per l’avvio di un’interrogazione contro proprio quel “cyber fango” mediatico, a causa del quale alcuni esponenti del Governo si erano mostrati indispettiti ed infastiditi – più che altro perché desiderosi di cercare di capire chi fosse, in realtà, siffatta Beatrice Di Maio -. Ma vi sono due aspetti profondamente sconcertanti in questo ennesimo capitolo buio legato alla comunicazione politica nostrana.

Primo: la tempistica. Ebbene sì, ancora una volta la tempistica ha finito con l’enfatizzare la gravità della situazione; il mistero, difatti, è stato svelato poco dopo l’ennesima denuncia esposta dalla Presidentessa Boldrini circa le offesse e violenze verbali mossele contro, all’interno del Web. Ma se il medesimo è usato direttamente, nello stesso identico modo – perché, parliamoci chiaro, le intenzioni sono le stesse: è solo la semantica che cambia, e nemmeno sempre -, da uomini e/o donne che ricoprono posizioni mediatiche o politiche o di pubblico interesse, ci dovremmo davvero meravigliare se il comune cittadino medio decidesse poi di accedere ad Internet per assegnare epiteti ad una carica istituzionale? Ho già espresso più volte la necessità d’interrogarci circa il livello qualitiativo che, sia in termini di contenuti che di mera comunicazione, il Web è in grado di fornire e, al contempo, di costituirsi. Sarebbe davvero il caso di comprendere se ad un tanto incremento della democraticità sia andato di pari passo anche un innalzamento, di pari valore, della cultura media (o pro-capite) di un Paese. Ma resta questa una battaglia persa già in partenza.

Secondo: le motivazioni avanzate dalla stessa Ottaviani. La signora ha, difatti, affermato che <<quel che ho espresso sono io, Bea era il mio impegno civile>>. Arrivati a questo punto, la logica c’impone di prendere come buona e veritiera una delle tre seguenti opzioni:

  • Prima opzione: potremmo accettare allora che l’impegno civile di una persona – e, quindi, i suoi sforzi alla sociabilità ed al perseguimento di interessi collettivi -, sia, in primis, misurabile e, in secundis, conseguibile solo e soltanto attraverso la piattaforma virtuale;
  • Seconda opzione: non solo si è concretamente impegnati civilmente solo accedendo aprioristicamente alla Rete ma, per di più, è necessario che, una volta avuto l’accesso ad Internet, ci si adoperi al più presto per la creazione di una identità falsa, tendenziosa e che possa generare una reale impossibilità di contradditorio – dato che Beatrice Di Maio è persona fisicamente non esistente -;
  • Terza opzione: finendo di ragionare per assurdo – vedi le due opzioni di cui sopra -, potremmo barbaramente, ma giustamente, etichettare il tutto con la tanto virtuale ed amata dicitura epic fail.

Ma vi è di più. La pubblica gaffe della signora Ottaviani porta alla luce ancora una volta due dei vizi più manifesti del fare politica e/o mera comunicazione attraverso il Web. Non solo si è per l’ennesima volta constatato quanto sia difficile giudicare qualitativamente il filtraggio di un’informazione resa pubblica su di un vettore virtuale ma, addirittura, sì è assodato come il proselitismo, che essa stessa genera, possa essere a volte mistificante o, peggio ancora, fondato sul nulla – proprio perché giustificato da un qualcosa che all’origine si rivela essere, per l’appunto, fake -; tant’è che molti dei “grillini”, che hanno appoggiato e condiviso le idee esposte dalla signora Ottaviani, non hanno tardato ad affermare di essersi sentiti come profondamente traditi. Ed il danno è duplice. Perché se, da una parte, la notizia strincto sensu è accolta solo sulla base di una precisa percezione mediatica e non sul contenuto della stessa – secondo una logica del tipo “approvo quello che dici perché fai parte del mio movimento politico” -, dall’altra parte, il rifiuto della medesima testimonia davvero come la notizia stessa fosse stata fatta propria solo per motivi prettamente percettivi – “pensavo fossi del mio movimento, non m’interessa più ciò che hai esternato” -.

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DEMOCRAZIA DIRETTA E RESPONSABILITÀ CIVILE: UNA INCOMPATIBILITÀ DOVUTA.

Siamo un popolo che fatica moltissimo a comprendere il direttismo politico. Già lo avevo sostenuto all’indomani dello scorso referendum – quello sulle trivelle, quello del #ciaone – ed oggi, dopo mesi e mesi di diatribe e giustizialismi sia pubblici che virtuali, lo ribadisco nuovamente. Anzi, addirittura con maggiore convinzione e presa di coscienza. La questione che giustifica e legittima questa mia personale presa di posizione, dubbiosa e scettica, nei confronti degli organi di democrazia diretta, non verte solo e soltanto su di una logica tecnica secondo la quale sarebbe “opportuno” – e forse anche logico – non affidarsi alla vox populi per disquisire su tematiche istituzionali sulle quali dovrebbero esprimersi (soprattutto) gli esperti del settore. In parole povere: “Che senso ha interpellare la popolazione su argomenti complessi e delicati quando (in teoria) a livello di res publica vi è una classe politica che per lavoro dovrebbe esclusivamente occuparsi di siffatte mansioni?”. Resta questo un ragionamento corretto; ed il più delle volte sarebbe bastato comprenderlo per rendersi conto dell’assurdità di un’indizione referendaria, ma l’assenza di un rapporto vincolante tra elettore ed eletto non salvaguarda aprioristicamente il comportamento politico che il cittadino si attende dal proprio rappresentante politico – le nefandezze viste in riferimento alla legge Cirinnà, in seno alla mera approvazione di un ddl, ne sono un chiaro esempio -. Quindi, al contempo, una congettura del tipo “no, lasciamo che sia il popolo ad esprimersi perché senza un vincolo di mandato i politicanti potrebbero tranquillamente tradire il programma elettorale che ci avevano proposto” trova una sua logica di fondo. Ma che tristezza, ad ogni modo! Che tristezza l’aver la consapevolezza di legittimare attori e situazioni politiche mistificanti e deviate ed a causa delle quali si dovrebbe, di volta in volta, spendere centinaia di milioni di contributi pubblici per indire un referendum nei confronti del cui contenuto – ed è questo il vero nocciolo di tutta la questione – la totale ignoranza della massa regna sovrana – o almeno per un buon 35-40% della popolazione -.

Che valore o che giudizio qualitativo dovremmo mai attribuire all’opinione pubblica? Perché il problema risiede tutto qui. Si sostiene, giustamente, che la democrazia diretta strincto sensu sia quanto di più virtuoso vi possa essere in uno Stato di Diritto, dato che legittima la diretta partecipazione ed ingerenza della cittadinanza nelle questioni politiche concernenti la res publica. Ed è questa una verità incontestabile. Ma almeno prendiamoci il disturbo di valutare l’argomento politico, sociale o economico nei riguardi del quale si richiede il giudizio popolare, e prestiamo anche attenzione al livello culturale della popolazione medesima. Perché è altrettanto incontestabile il fatto che niente di peggio vi possa essere, per la genuinità delle infrastrutture democratiche di un Paese, che quello di permettere a persone indottrinate, viziate o non informate dei fatti di disquisire su questioni di interesse nazionale; questioni nei riguardi delle quali le istituzioni devolvono, per inadempienza o incapacità,  il raggiungimento di un particolare risultato politico ad un mero consenso popolare – lasciando cioè il tutto nelle mani della massa -. Con buona pace per la responsabilità civile di entrambi gli attori chiamati in causa: classe politica e cittadinanza. Rappresentanza e direttismo sono due principi tecnicamente differenti in politologia. Forse, probabilmente, non è ancora chiaro il concetto che, in una moderna democrazia, la res publica si rispecchia nel suo stesso corpo sociale, legittimandolo e venendone legittimata al contempo: fintanto che esso non sarà composto, per un buon 60-65% dei suoi componenti, da cittadini illuminati e dotati di capacità critica – una criticità che sia indipendente da appartenenze politiche et similia – pochissimi traguardi potranno mai essere raggiunti. Ma sto divagando troppo.

Ora il referendum del prossimo Dicembre verte direttamente sulla modifica sostanziale del nostro quadro istituzionale. Riguarda la Costituzione. E la Carta Costituzionale appartiene a tutti i cittadini. Quindi, anche in termini di purezza politica, benvenuta sia la partecipazione popolare a tale discussione. Peccato che ci siamo ritrovati nuovamente, per l’ennesima volta, a vivere questa occasione in un panorama di totale delirio, comunicativo e politico, tutto targato made in Italy. Un po’ come già accaduto in seno alla famosa Devolution, qualche anno fa. Focalizziamo, per un attimo, la nostra attenzione su ambo gli attori sociali chiamati all’azione da mesi nei riguardi di questo appuntamento storico. Partiamo dal versante istituzionale.

Come si può personalizzare politicamente un referendum? Comprendo benissimo tutti i discorsi che possono essere fatti in riferimento alla spettacolarizzazione della politica o al ridurre la profondità della politologia stessa ad una mera percezione mediatica, ma un’indizione referendaria, che verte sulla modifica della Carta Costituzionale, come può limitarsi ad una o meno appartenenza politica nei riguardi di una singola e specifica legislatura? Ma badate bene: questo “provincialismo politico” – dai connotati molto, ma molto italiani – non trova motivo di essere esclusivamente sul versante dell’Esecutivo. Come può un invito, rivolto dal piano istituzionale alla cittadinanza, per l’approvazione o meno di una modifica all’impianto costituzionale, limitarsi a divenire un mero voto di fiducia al Governo in pectore? Cosa dovrebbero mai rappresentarmi i renzexit? Si è chiamati per disquisire sul contenuto del ddl, svolgendo analisi comparative tra i pro ed i contro tenendo in mano la Costituzione, o è solo un’occasione per rimaner fedeli a ciò che viene espresso dal proprio schieramento politico di appartenenza, comportandosi poi di conseguenza? Se è un giudizio politico dai connotati elettorali quello che viene chiesto alla popolazione, perché indire il referendum? Certo, lo s’indice perché è la Costituzione stessa che lo impone, ma l’opportunità di elevare il dibattito, approfittando anche della partecipazione popolare, dove va a finire? Ovvio che se poi si è pure costretti a dover sorbire vaccate politiche – mi si passi il termine, per cortesia – del tipo <<questa riforma aiuterà a combattere il terrorismo>>, allora tutto questo disquisire diviene davvero fine a sé stesso.

Quanti tra i cittadini indignati e/o giustizialisti, o quanti tra coloro che approvano e difendono questa riforma, hanno mai letto la nostra Costituzione? Quanti sanno cosa sia la navetta parlamentare? O cosa rappresenti un regolamento parlamentare? Si cita oggi l’art. 70, la Resistenza o – immancabilmente – l’eredità lasciateci dai nostri Padri costituenti, ma quanti sgranerebbero gli occhi dinanzi a nomi come LabriolaLa Pira – tanto per citarne due -? Quanti voteranno a favore o osteggeranno tale riforma solo per una logica di fedeltà al giudizio espresso dalla propria forza politica di riferimento? Eppure è un voto questo che dovrebbe essere svincolato in toto da ogni forma di mero proselitismo.

L’unica verità è che per l’ennesima volta le istituzioni hanno ridotto l’intera comunicazione ad una mera retorica elettorale, riducendo il tutto ad un banale voto di approvazione o di diniego nei confronti dell’attuale legislatura. In pochi, forse pochissimi, hanno tentato di divulgare giuste informazioni, diffondendo una chiara conoscenza dei contenuti della riforma, di modo da permettere così al cittadino di votare in piena autonomia e con profonda cognizione di causa. Nessuno ha voluto elevare la qualità del dibattito. In pochi ne sarebbero, del resto, stati in grado. Gli schieramenti si sono formati sulla base di memescreenshotslikes sparsi sul Web. Lo status quo ringrazia. Ancora una volta.

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IN NOME DEL POPOLO SOVRANO.

In questa fase della nostra comunicazione politica, nella quale i meme, gli screenshots e altri strumenti simili svolgono, oramai, il ruolo (quasi primario) di gestore della divulgazione e diffusione dell’informazione, complice probabilmente anche la proliferazione di movimenti anti-sistema ed anti-partitici, mi capita sempre più spesso di visionare veri e propri strafalcioni culturali all’interno del Web. Non me ne meraviglio né rammarico più di tanto, se devo essere onesto. Ho da sempre riservato alla Rete ampiamente intesa – con particolare attenzione al Web 2.0 ed ai SNS – un giudizio particolarmente scettico e negativo (sotto molti punti di vista). Resta, ad ogni modo, il fatto e la consapevolezza di come alcuni post o meri “aggiornamenti di stato” siano profondamente intrisi di ignoranza circa la materia che dovrebbero – il condizionale è fortemente necessario data l’irrealtà della situazione – trattare. Uno di questi – o, per essere maggiormente precisi, uno di quelli che ultimamente mi ha particolarmente colpito – concerne il direttismo politico; nel senso che di esso né è effetto e causa allo stesso tempo. In sintesi, onde evitare di continuare a girare attorno alla questione col rischio di perdersi in una iperbole infinita di perifrasi senza senso, ho letto e visto condividere questa affermazione: <<Votate il popolo sovrano!>>. Tralasciando da parte l’orientamento politico degli users in questione e del referente del contenuto della notizia medesima, vediamo se è possibile cercare di avviare un dibattito costruttivo a tal riguardo. Per farlo partiamo dal nostro dettato costituzionale. Non dobbiamo nemmeno svolgere impervie azioni di carattere filologico; sarà sufficiente soffermarsi alla lettura del I° art.:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La domanda di partenza che dobbiamo porci è: “Il popolo è sovrano?” La nostra Costituzione afferma che il popolo è sì sovrano ma – e questo pare essere un comma di difficile discernimento -, al contempo, chiarisce anche che questa sovranità è non solo legittimata ma anche limitata dal dettato costituzionale medesimo. Il fatto che la sovranità possa e debba essere esercitata nelle forme e nei limiti di quanto esposto nel testo costituzionale, significa indubbiamente che i canali di democrazia diretta, ove e come descritti e contemplati, siano al servizio della cittadinanza per lo svolgimento di una propria ingerenza in seno alla res publica ma non che l’Italia sia uno Stato di Diritto fondato sul plebiscito e/o sul referendum. Tanto meno su quelli a carattere virtuale. L’Italia è una Democrazia rappresentativa: significa che il popolo è sovrano perché, tramite il suffragio universale e l’inalienabilità – salvo i casi previsti dalla legge – dei diritti politici, può eleggere dei propri rappresentanti che nelle aule parlamentari avranno poi il dovere di rispettare tale mandato elettorale sulla base di una reciprocità d’interessi tra programma politico ed elettorato. Si è sovrani, dunque, non perché aprioristicamente si esercita sempre e comunque una partecipazione diretta alla vita politica; si è sovrani perché si può liberamente delegare a dei propri “delegati” politici la cura dei nostri interessi particolaristici e (anche) collettivi. <<Votate il popolo sovrano!>> resta, quindi, una banale aporia dal sapore di populismo becero ed anacronistico. Qual’è il problema allora? Perché si originano tali incomprensioni? Il fatto è che in Italia, come spesso accade del resto dalle nostre parti, tra ciò che è scritto e ciò che viene posto in essere vi è una ben visibile idiosincrasia di fondo.

L’assenza di un vincolo di mandato che leghi eletto ed elettore, la – oserei quasi dire, imbarazzante – banalità e superficialità con la quale vengono scelti e posti in essere i capolista durante le varie elezioni, il susseguirsi di Esecutivi non legittimati da un consenso elettorale e via discorrendo, sono solo alcune delle dinamiche deviate della nostra democrazia che hanno portato alla valorizzazione ed all’enfasi mediatica di slogans del tipo <<Votate il popolo sovrano!>>. Il fulcro della questione però resta un altro. Non è tanto l’indignazione in sé che deve essere osteggiata. Tutt’altro. È, tutt’al più, il modo in cui essa viene diretta e, di conseguenza, depotenziata che dovrebbe preoccupare il cittadino medio. Lasciarsi andare a sfoghi prettamente populisti, evitando così di monitorare e di approfondire il panorama tecno-politico che struttura il nostro ordinamento giuridico, non solo è inutile, ma è anche dannatamente conveniente per ambo le parti, cioè sia per gli higher levels, a cui viene facilitato la “mansione” di mantenimento dell’attuale status quo, sia per la cittadinanza, la quale può dare libero sfogo alle proprie frustrazioni senza che ciò implichi di conseguenza un doversi acculturare in merito alla materia trattata.

Dovendo, quindi, cercare di ragionare ed argomentare in riferimento a quello che è l’Italia, cioè una Democrazia rappresentativa, più che indignarsi col solo fine di esaltare tout court il direttismo politico, sarebbe, a mio modo di vedere, più opportuno cercare di comprendere in che modo la rappresentatività politica stessa possa essere sanata e rinnovata. Il contrattualismo potrebbe fornire alcune soluzioni in tal merito. Un vincolo di mandato, che si costituisse di un doppio livello di legittimazione, impedirebbe, in molti casi, la deriva del nostro sistema democratico in seno proprio alla rappresentanza politica. Un primo livello dovrebbe rispecchiarsi in un vero e proprio contratto tra elettorato e forza politica, con tanto di sottoscrizione da parte della cittadinanza del programma politico proposto – una partecipazione alla compilazione dello stesso da parte dei componenti l’elettorato dovrebbe essere esclusa per alcuni motivi che a breve esporrò -. Un secondo livello, invece, dovrebbe essere posto tra forza politica – partito, movimento, lista, e via discorrendo – e parlamentare stesso, nella speranza di porre fine ai connubi, ai trasformismi e alla diffusione dei gruppi misti che non solo arrecano danno all’immagine della nostra infrastruttura parlamentare, ma che addirittura viziano profondamente l’iter legislativo medesimo.

Ma il problema della difficoltà di attuazione di tali riforme risiede tutto nell’arretratezza culturale della cittadinanza. Le proposte di legge, le sottoscrizioni virtuali, le adesioni, le partecipazioni et similia, affinché non vizino l’apparato politico, devono essere giustificate da una presa di posizione critica del cittadino. Situazione che al momento, considerando per l’appunto il nostro attuale livello medio di cultura nazionale, mi appare ancora come particolarmente utopica. Molto più facile, allora, condividere qualche meme su qualche social.

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LIMITI, FALLE E CONTRADDIZIONI DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA: LA BREXIT.

La Brexit ha letteralmente sconvolto il panorama politico europeo. E non solo. Probabilmente anche per il modo in cui si è imposta: il giorno prima vi era molto ottimismo sulla vittoria del “remain vote“. Ottimismo che, a dir la verità, continuava a rimanere ben saldo e forte anche durante le prime ore dello scrutinio. Ma il tutto per poi cadere rovinosamente con l’affermazione definitiva del leave. Con “buona pace”, soprattutto, per gli scozzesi: loro che avevano rinunciato per “amor di patria” a staccarsi dal Regno Unito per poi finire col sentirsi letteralmente traditi dall’Inghilterra che adesso, forse più che mai, davvero potrebbe rischiare di vedere passare quel referendum di scissione scozzese che porta alla mente le imprese storiche di William Wallace.

In Italia, nonostante alcune forze e leaders politici abbiano cercato – con non poca fatica – di descrivere con calma e pacatezza quanto accaduto oltremanica, la confusione ed il populismo da strada, ancora una volta, hanno immancabilmente dominato la nostra scena mediatica. E così ci siamo ritrovati con l’avere, da una parte, Saviano, che sulla base (anche) di una più che meritevole critica alla democrazia diretta ha finito col paragonare l’esito del referendum britannico al 1933 tedesco, e, dall’altra, il duo SalviniGrillo, i quali hanno subito a gran voce fatto appello per una Itexit – non sapendo o, peggio ancora, facendo finta di non sapere che ad oggi, in Italia, sono previste dal dettato costituzionale solo due tipologie di indizioni referendarie: quella “abrogativa di legge” e quella di “revisione costituzionale”. Una terza, quella “propositiva di legge”, che, praticamente, andrebbe, in parte, a sostituire i disegni di legge di iniziativa popolare, entrerà in vigore solo e soltanto col passaggio della riforma Boschi, che, guarda caso, è l’appuntamento referendario del prossimo Autunno. Ad ogni modo, referendum in seno agli “affari internazionali” non sono minimamente contemplati. Da nessuna parte. Chiusa la parentesi -. In sintesi, quindi, se da un lato si è gridato ed inveito contro la dabbenaggine dei cittadini inglesi, dall’altra ci si è lasciati andare a predicazioni ed affermazioni del tipo <<è giusto che il popolo italiano possa scegliere>>. Vediamo di riuscire a fare un minimo di chiarezza, cercando di estraniarci da ogni forma di estremismo becero e cieco. E da ogni forma di opportunismo politico dal finalismo meramente elettorale.

Ad una lettura oggettiva e tecnicamente politica di tutta la faccenda, ritengo sia indubbio il fatto che la democrazia diretta abbia, per l’ennesima volta, mostrato tutti i suoi limiti e tutte quelle contraddizioni che, molto spesso, la viziano e mistificano. E ritengo che il fatto che questo debba essere imputato, in questa occasione, agli anglosassoni, che politicamente poco hanno da imparare e molto da “esportare” – è sufficiente, a tal riguardo, aprire e sfogliare un qualsivoglia testo di storia o di politica o di economia -, sia un monito per tutti noi. Non mi riferisco tanto alla vittoria in sé del leave. Il distacco non è stato abissale, onde a testimoniare una società letteralmente spaccata in due – anche da un punto di vista prettamente generazionale dove gli youngs hanno votato in massa a favore dell’EU, al contrario dei cittadini appartenenti, invece, alle generazioni passate -. Non voglio nemmeno stare qui a trattare circa tutte le dinamiche socio-politiche che possono aver influenzato (o meno) quella determinata scelta di voto – pare abbia molto pesato, più che l’austerity, la tematica legata ai flussi migratori -. La sconfitta della democrazia diretta – o, ad ogni modo, la sua stessa inadeguatezza circa il giudizio che pone in essere a seguito dell’espressione della volontà popolare nei riguardi di alcune tematiche macro-sociali – è stata evidenziata da due fattori.

In primis, la ricerca rilasciata, dopo l’esito della Brexit, da Google Trends può, effettivamente, lasciare molti spazi a preoccupanti riflessioni. Evidenzia – o, comunque, può evidenziare con tutti gli accorgimenti dovuti – come una grandissima fetta di cittadini inglesi sia andata a votare pur non avendo le nozioni minime in seno alle tematiche sulle quali era stata chiamata ad esprimere la propria opinione. Come secondo quesito, maggiormente “cliccato” dall’utenza d’oltremanica, compare quello del What is the EU?

Ricerca Google Trends #01

Ma sono, soprattutto, i risultati del sondaggio effettuato da Ipsos Mori – un’agenzia britannica di marketing – a lasciare sbigottiti. Stando ai risultati raccolti da questo campionamento, il cittadino medio inglese ritiene, ad esempio, che gli immigrati ricoprano circa il 15% dell’intera popolazione – per la precisione, i sostenitori del remain attribuiscono a tale fattore una percentuale del 10%, mentre coloro che hanno votato leave il 20% -, mentre all’incirca gli immigrati sono tre milioni e mezzo (siamo attorno al 5-6%). Il cittadino medio inglese ritiene che l’Inghilterra sia il paese europeo a dover sopportare le spese pubbliche più alte per la politica sovranazionale: in realtà l’Inghilterra è al quarto posto, preceduta, in ordine, da Germania, Francia ed Italia. Soltanto 6 intervistati su 10 sanno che gli europarlamentari vengono scelti a seguito di elezioni nazionali all’interno di ogni singolo Paese membro; soltanto il 5% dei cittadini inseriti nel campione ha saputo nominare almeno un proprio rappresentante europeo a Bruxelles. E così si continua – anche su argomenti, a dire il vero, maggiormente tecnici e di natura finanziaria -, tanto per dimostrare come la disinformazione e non la volontà di acculturarsi – questo resta il dramma principale, a mio modesto modo di vedere – riescano a minare il fondamento valoriale della democrazia diretta.

Resta, sempre e comunque, doveroso fare tutti gli accorgimenti del caso. Dobbiamo sempre tenere a mente che la statistica inferenziale, i sondaggi, i campionamenti et similia sono molto spesso soggetti ad errori e, soprattutto, sono influenzati da variabili e fattori dal connotato fortemente soggettivo. Tutto ciò che da essi se ne può trarre rimane certamente importante ed indicativo per definire un quadro di riferimento generale, tramite il quale poter compiere riflessioni ed indagini analitiche. Ad ogni modo, sostenere, banalmente, che gli inglesi fossero completamente disinformati e che siano andati a votare “per inerzia” è un’affermazione politica molto azzardata e poco credibile.

In secundis, la petizione, che in queste ore sta già raccogliendo più di due milioni di firme per la promulgazione di una legge nazionale che preveda e consenta la ripetizione di un referendum nel caso in cui l’esito di quest’ultimo sia stato inferiore al 60% dei voti validamente espressi, a fronte di una partecipazione alle urne non inferiore al 70% degli aventi diritto – petizione pubblicata sul sito del Parlamento britannico -, è la dimostrazione non solo di come la società anglosassone sia letteralmente spaccata in due ma, soprattutto, di come il voto di maggioranza, pur se espresso democraticamente, non produca sempre – come fosse un automatismo meccanico – benessere e/o equità sociale. Allora domando: è meglio lasciare che sia il popolo, con tutti i propri limiti e difetti, a disquisire sulle tematiche macro-sociali o è meglio che quest’ultimo si adoperi giornalmente, nel tempo, a fare in modo di avere una classe dirigente responsabile e che sappia perseguire interessi, largamente condivisi da tutta la popolazione, che non siano discriminatori verso una larga fetta della realtà cittadina?

Vorrei concludere con un’osservazione di carattere sociologico. Tanto per argomentare ancora un po’ e fornire un punto di vista che possa essere complementare a quanto detto e, magari, anche alternativo alle varie riflessioni formulate durante questi giorni. L’uscita dall’Europa si tradurrà, quasi sicuramente, per l’Inghilterra in difficoltà economiche. Almeno nel breve-medio periodo. La presenza della moneta nazionale, ad ogni modo, già rappresenta un ottimo deterrente finanziario – ritengo che i Paesi membri, in cui è in vigore la moneta unica, abbiano un’ulteriore gatta da pelare a tal riguardo -. Ad ogni modo, l’Inghilterra rimane una Nazione capace – e la storia ce lo insegna – di resistere a delicate e particolari fasi storiche, stringendosi attorno a precisi valori ed icone nazionali. Esistono punti di riferimento (appunto) nazionali, centri di aggregazione valoriale nei confronti dei quali l’intera popolazione ha sempre rivolto la propria attenzione. Fra questi, spicca l’istituzione monarchica. L’Europa non è, ad oggi, percepita in toto in tal modo: è, per lo più, una realtà sovranazionale fondata su di una legittimazione che ancora non rispecchia un vasto consenso popolare. Inutile negarlo. Ma vorrei domandare, soprattutto agli italiani che fomentano la richiesta di direttismo politico nel “Bel Paese”: se l’Italia dovesse uscire dall’Europa, con la necessità di (ri)allestire una banca nazionale per l’emissione della propria moneta, in un periodo come questo, di profonda crisi economica, sociale e politica, siamo davvero sicuri di poter eventualmente contare, all’interno del nostro Paese, su precise avanguardie culturali, nazionalmente riconosciute all’unanimità, verso le quali poterci stringere a chiedere conforto ed aiuto? E badate bene che anch’io sono profondamente “euroscettico”.

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QUANDO LA VOLONTÀ GENERALE DIVENTA DEMOCRAZIA ORIZZONTALE: DA ROUSSEAU A GRILLO.

La nuova piattaforma virtuale referente al Movimento Cinque Stelle porta il nome di Rousseau. Devo essere sincero: da amante della filosofia – in special modo di quella settecentesca – quando ho letto tutto ciò, mi son cadute letteralmente le braccia. Perdonatemi, sono di parte, me ne rendo conto, ma confesso che provo una profonda difficoltà a rimanere sostanzialmente obiettivo ed emotivamente distante da tutto ciò. La prima congettura (maligna) che mi è sobbalzata in mente è stata il voler solo ipotizzare quanti individui, tra le centinaia di migliaia di persone che accederanno in Rete per rilasciare il proprio voto, conoscano o meno il pensiero dell’illustre filosofo svizzero del XVIII secolo. Ma torno a ripetere che trattasi di un’elaborazione mentale tutta mia. Consideratela alla stregua di un loop. Anzi, consideratela come una malvagia presunzione formulata a priori dal sottoscritto. In realtà, l’accostamento con l’autore del Contrat social – forzato, anzi forzatissimo continuo a sostenere – può avere, sotto qualche punto di vista, una sua logica di fondo: si tratta, per lo più, di cercare di accostare il concetto rousseauiano di “volontà generale” a quello moderno di “democrazia orizzontale”. Il parallelismo concettuale, che sono stato obbligato a teorizzare, si fonda, dunque, su di una dinamica di questo tipo: esattamente come tutti coloro che, avendo partecipato alla stipulazione del contratto sociale, sarebbero poi stati artefici diretti, secondo quanto filosofeggiato dal libertino, della politica repubblicana, anche tutti coloro che accederanno alla Rete potranno direttamente influenzare con le proprie scelte la res publica. Si tratta, ad ogni modo, di una forzatura concettuale davvero molto forte; dovremmo accettare il fatto che la piattaforma mediatica sia in grado di legittimare non solo la dinamica contrattualistica rousseauiana, ma, addirittura, che essa possa giustificare il superamento di quel “grave incidente” caratterizzante, per Rousseau, la natura stessa dell’uomo: la diseguaglianza.

Casaleggio era solito affermare che Rousseau fosse stato il fondatore della democrazia diretta. Ed è, in parte, vero. Ma da qui a sostenere che la realtà virtuale possa – automaticamente – garantire sia giustizia sia egualitarismo sociale, potrebbe apparire un azzardo. Un grave azzardo, aggiungo. La scelta del nome Rousseau, quindi, deve esser compresa sulla base solo di una mera opzione mediatica e comunicativa, data tale incompatibilità valoriale. Il tutto, ovviamente, con buona pace per un monolite della cultura moderna occidentale.

Detto questo, vediamo di capire la struttura ed il funzionamento di questo Rousseau. Opterò molto per l’uso del condizionale, d’ora in avanti. Allora dovrebbe trattarsi di un sistema chiuso, accessibile, dunque, solo agli iscritti; quest’ultimi dovrebbero venire identificati all’interno della Rete e dovrebbero, di conseguenza, essere legittimati ad agire esclusivamente sulla base della propria identità riconosciuta, quindi, a priori. Per essere ancora più precisi: hanno diritto ad entrare solo gli aderenti al M5S e che risultino verificati ed iscritti al sito prima del Gennaio 2015; tutti gli altri sono e saranno rimandati – non ho ben capito entro quale limite temporale – al blog di Grillo. Questa nuova piattaforma, a quanto pare, andrà presentandosi come una specie di coordinatore multimediale di tutte le attività – molte delle quali risultano ancora inattive – preposte agli iscritti. L’integrazione finale dovrebbe prevedere l’upload e l’entrata in funzione di: una sezione dedicata alle votazioni, una dedicata alle leggi – regionali, nazionali ed europee -, una denominata “scudo”, finalizzata a mettere a disposizione di ciascun iscritto tutta una lista di studi legali propensi (in teoria) a difendere l’interessato contro varie cause giuridiche (di chissà quale natura), una sezione di meetup, una di e-learning – dove saranno “postate” informazioni circa le modalità di voto, via via necessarie per esercitare correttamente il proprio diritto politico -, una chiamata activism, dedicata alla pubblicazione di materiale video et similia, una sezione nella quale saranno presentate alcune proposte di legge che verranno poi inoltrate presso gli eletti nelle sedi locali corrispondenti ai proponenti medesimi – questa sezione dovrebbe chiamarsi lex iscritti – e per finire quella di fund raising per la raccolta volontaria di fondi – in linea con il ripudio del M5S al finanziamento pubblico dei partiti -.

Non ho profonde ed impeccabili cognizioni informatiche, ma questo Rousseau, al momento, altro non è se non un semplice sito sviluppato in php, con semplici scripts in html usati in centinaia di migliaia di altri siti sparsi per la Rete; inoltre, il server del dominio è apache, che, a detta di molti esperti informatici, oltre a non esser potente ed innovativo è anche meno sicuro di altri hostings come  lighttpd o nginx. Stiamo parlando, del resto, dell’esercizio e della registrazione sia del diritto politico sia della partecipazione alla vita politica di ogni cittadino. E non sono questioni di poco conto, come potete ben intuire.

Nel caso in cui poi mi fosse pure permesso e concesso di terminare la riflessione con un’osservazione un po’ cattiva, sostengo che bisognerebbe, comunque, anche ricordare “cosa” e “chi” le teorie rousseauiane abbiano rispettivamente causato ed ispirato nel corso del settecento: il giacobinismo, il Terrore, la Congiura Degli Eguali di Babeuf, i sanculotti, Robespierre, Saint-Just, Marat, et similia, sono stati, sono e saranno sempre reali. Non virtuali.

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