SALUTO A CASALEGGIO: IL GURU DELLA DEMOCRAZIA DA WEB.


Con la morte di Casaleggio se ne va un interprete sui generis della comunicazione politica. Soprattutto di quella italiana. In special modo, di quella italiana, sottolineo. Esattamente come espresso dal Presidente Della Repubblica Mattarella, il quale non ha tardato ad evidenziare la caratura politica alternativa assunta da Casaleggio sul piano, soprattutto, della mera comunicazione e del mero linguaggio politico. Niente di più distante e lontano dall’oramai secolarizzato “politichese” italiano. Niente di più lontano e distaccato dalla storicizzata retorica politica dei politicanti nostrani.

Ad ogni modo, ritengo sia particolarmente opportuno mantenere sempre un certo distacco, anche emotivo – soprattutto emotivo, direi -, quando si è chiamati, con coscienza critica, a formulare riflessioni e conclusioni oggettive circa l’operato di personaggi dal forte impatto mediatico e pubblico. E questo è uno di quei casi. Indubbiamente.

Sostenere che Casaleggio sia stato un innovatore della comunicazione politica e della sociologia della comunicazione, mi appare, sotto molti aspetti, un azzardo. Un azzardo dettato, probabilmente, anche dai più sinceri sentimenti. L’innovazione della tanto apprezzata e citata “democrazia orizzontale” – o “partecipativa” o “partecipata” – risiede nel Web. Anzi, per la precisione, risiede nel Web 2.0. L’autocomunicazione di massa, la segmentazione dell’elettorato attivo, la proliferazione dei valori post-materialisti e tutti gli altri fattori e parametri, caratterizzanti e legittimanti lo sviluppo esponenziale del moderno “direttismo politico” – soprattutto, dell’incessante richiesta di un sempre maggiore “direttismo politico” -, sono le diverse variabili che non solo hanno rivoluzionato le agende politiche moderne – pensiamo alle tematiche ed alle campagne animaliste -, ma hanno anche finito col rimodellare la fisionomia ed il ruolo stesso del cittadino moderno. Un cittadino divenuto ora vettore di ricezione e di condivisione dei valori concernenti (anche) la res publica; il tutto per mezzo delle piattaforme multimediali medesime, messe alla personale ed individuale disposizione di ogni singolo componente la società.

Il concetto di “spazio pubblico mediatizzato” trova fondamento presso gli studi effettuati in sociologia della comunicazione circa il ruolo e l’introduzione della televisione nella vita politica di una qualsiasi organizzazione sociale. Gran parte delle riflessioni svolte in materia hanno portato alla definizione del cosiddetto “cittadino a bassa razionalità”, ovvero di un individuo non particolarmente propenso all’acculturazione ma, al contempo, “mediaticamente” re-indirizzabile all’apprendimento ed alla ricezione degli avvenimenti di pubblico interesse, proprio per merito delle programmazioni televisive. Programmazioni fondate su di un circuito dialettico chiuso tra mass media ed ascoltatore: un vero e proprio framing.

Ebbene, tralasciando i giudizi e le conclusioni di stampo etico o morale cui ciascuno di noi può giungere in seno al valore sociale da attribuire alla Rete – ampiamente intesa -, è indubbio che la velocità dell’assimilazione, della condivisione e dell’elaborazione dei contenuti virtuali susciti oggi un sentimento di più marcata partecipazione alla res publica nella cittadinanza: da questo deriva il parallelismo tra Web ed agorà greca. Un parallelismo molto caro a Casaleggio. Ma non solo a lui. Una grande fetta della moderna ricerca epistemologica (di stampo sia sociologico che politologico) ha veicolato la propria attenzione proprio sull’ingerenza ed inferenza esercitata dalla Rete nei riguardi della realtà sociale. Lo stesso Rodotà – ora vicino, ora lontano al “movimento dei pentastellati” – ha trattato, da giurista, tale similitudine in più occasioni, giungendo persino a porsi alcune rilevanti domande come la necessarietà o meno di equiparare l’accesso stesso ad Internet al livello di un vero e proprio diritto di natura, dato che tale accesso consente la libera ed individuale espressione del pensiero. Libertà, questa, di assoluta inviolabilità e di imprescindibile importanza presso tutti gli Stati di Diritto.

Casaleggio, piuttosto, spetta dunque l’oggettivo merito di aver colto tale sfaccettatura e di aver intuito – e questo indipendentemente dal fatto che sia stato un bene od un male – come il piano della res publica potesse tornare ad attirare le attenzioni dei cittadini, semplicemente spostando quel medesimo piano comunicativo dalla televisione – di cui il M5S si è indubbiamente servito in seno alla spettacolarizzazione della politica; basti pensare ai vaffa days – alla Rete. Con Casaleggio si è raggiunto, quindi, quello che attualmente è, in campo internazionale, lo step ultimo della comunicazione politica: quella virtuale. Una comunicazione fondata non più sul rapporto “comizio-piazza” o “televisione-ascoltatore”, ma, bensì, giustificata sulla bilaterale reciprocità “utente-Web“.

Resta da capire se, effettivamente, questa tanto discussa “democrazia orizzontale” possa essere davvero un sinonimo di crescita e di sviluppo culturale e cognitivo per le masse cittadine sparse lungo il globo. La possibilità per ciascuna persona di “loggarsi” ed esprimere in piena libertà il proprio punto di vista o la propria opinione in riferimento alle più svariate tematiche discusse e dibattute, è, concettualmente parlando, un forte, fortissimo inno allo spirito più puro dei valori democratici. Ma la questione sulla quale è doveroso poi disquisire, facendo anche un passo indietro rispetto a cotanto iniziale clamore, verte sulla valutazione, prettamente qualitativa, che deve esser poi assegnata sia alla mera (o anche indiretta) partecipazione mediatica sia alla condivisione delle idee, espresse e diffuse tramite la Rete. Perché ogni volta che l’attenzione verte su tematiche concernenti la res publica, è necessario dotarsi di una forte criticità e di un profondo senso di responsabilità civica per definire se quanto diffuso o esplicitato possa essere un bene od un male per l’intero assetto sociale di riferimento. Le considerazioni non discostano molto da quelle molto spesso già formulate in seno sia ai comuni – e classici – organi di democrazia diretta – come il referendum – sia nei riguardi dell’opinione pubblica. Queste posizioni – avrei quasi l’ardore di definirle “sartoriane” – si legittimano su di un semplice ragionamento di fondo: “quanto sono preparate o acculturate sull’argomento trattato – o sull’argomento nei confronti del quale sono invitate ad esercitare direttamente i propri diritti politici – le persone chiamate ad esprimere la propria opinione o il proprio consenso?”

È, quindi, fondamentale anche cercare di capire come le informazioni vengano diffuse nel Web, come le avanguardie culturali – partiti, movimenti, associazioni et similia – gestiscano la Rete per la diffusione di tali contenuti e, soprattutto, quale possa mai essere il backgorund culturale di appartenenza dell’utente interessato, oltre alle motivazioni che lo spronano ad accedere alla Rete per utilizzare le piattaforme mediatiche ivi locate. Perché molti fattori – tipicamente virtuali o, comunque, che possono risultare essere potenziati in ambito multimediale -, come l’anonimia o la semplice distanza fisica esistente tra gli interlocutori, potrebbero – il condizionale è d’obbligo – pre-indirizzare e/o mistificare il nostro senso critico e la nostra capacità oggettiva di giudizio. Se il Web è un’agorà allora è un’agorà particolarmente affollata e, in talune circostanze, questo può rendere anche molto arduo e problematico il cogliere spiragli di critica costruttiva e/o di responsabile partecipazione.

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