LA CONOSCENZA ADEGUATA: PARTE TERZA.

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Il concetto di “eternità”, come abbiamo visto, ricopre un ruolo fondamentale all’interno della trattazione spinoziana. Se, da una parte, infatti, abbiamo sostenuto come la conoscenza adeguata delle particolarità, in quanto tale, implichi necessariamente l’idea adeguata di Dio, dall’altra parte, notiamo come la mente è anche idea dell’essenza del corpo «sotto una specie di eternità». Questo significa che le conoscenze universali, nonostante siano “implicite nella percezione sensibile”, non sono accessibili né alla sensibilità stessa né all’immaginazione, ovvero non sono ricavabili da una generalizzazione delle esperienze sensibili. Tutta la conoscenza adeguata – dato che è eterna e fuori dal tempo – è “perseguibile” solo e soltanto dalla ragione e dall’intelletto, poiché questi solo gli unici attributi della mente a vivere fuori dal tempo – ovvero a non essere ancorati alle restrizioni temporali (durata) -. In termini epistemologici, quindi, per giungere alla conoscenza è fondamentale utilizzare (come “strumenti”) le capacità cognitive della propria mente.

L’idea spinoziana di Dio – un’idea che lo stesso filosofo considera come «nota a tutti» – si comporta in modo analogo a quella “innata” di Descartes. Si tratta di un’idea sempre presente nella mente ed accessibile a tutti ma, al contempo, irraggiungibile per coloro che non si affidano alla propria ragione ed al proprio intelletto – ovvero alla parte fuori dal tempo della propria mente – per coglierla e discernerla. Questi percipienti, infatti, gnoseologicamente parlando, non si renderanno mai conto di aver per davvero colto le nozioni comuni a tutti i corpi e, di conseguenza, la reale essenza della natura eterna ed infinita di Dio. In breve: le proprietà dei corpi, dai quali si originano “proposizioni eternamente vere” – le nozioni e le proprietà comunemente condivise ed universalmente vere -, vengono colte e comprese solo e soltanto dalla parte eterna della mente. Non è necessario, quindi, affidarsi né all’empirismo né a reiterate esperienze sensibili, quanto piuttosto passare al vaglio della ragione le molte idee di cui la mente è popolata – in quanto la stessa ha ed è idea del corpo –.

Sono due le implicazioni fondamentali della conoscenza adeguata. In primis, il fatto che – a causa di tutto quello che abbiamo esposto fino ad ora – non possa esistere mente priva di corpo – promuovendo in tal modo tanto la distanza quanto il superamento del dualismo cartesiano -. In secundis, il dover considerare il corpo come formato da una duplice struttura, ovvero come costituito da un’essenza esistente nel tempo e da un’essenza collocata fuori dal tempo. Conseguentemente, anche la mente umana possiede, dunque, una duplice sistemazione: la mente che è idea del corpo esistente nel tempo e la mente che è idea del corpo esistente fuori da qualsivoglia logica di durata. Alla prima, appartiene il sapere immaginativo, sensibile e soggettivo (conoscenza inadeguata), mentre alla seconda la individuazione e comprensione degli universali della ragione (conoscenza adeguata).

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IMMAGINAZIONE ED ERRORE.

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L’immaginazione, dunque, produce sempre una conoscenza inadeguata. Spinoza parla, per l’appunto, anche di errori causati dall’unione, sbagliata ed ingannatrice, di parole e cose. Come, ad esempio, il pronunciare il nome di Dio, congiungendolo ad un qualcosa che non possiede niente degli attributi Dio e/o che non ha niente a che fare con l’idea di Dio.

Tra i numerosi errori della conoscenza immaginativa – o “mutilata” -, Spinoza parla di quello prodotto dall’idea medesima, nel caso in cui la stessa si palesi incompleta: «[…] la Mente non cade in errore per il fatto che immagina; ma soltanto in quanto la si considera priva dell’idea che esclude l’esistenza di quelle cose che immagina come a sé presenti». Prendiamo, ad esempio, in considerazione l’errore della libertà di volere: secondo Spinoza, la mente non sbaglia nel percepire i propri desideri, quanto piuttosto, nel considerare i medesimi come liberi e “incausati”; questo perché è incapace di comprendere e di individuare le cause che legittimano e giustificano i desideri stessi – infatti, nella mente non si trovano suddette cause e tale assenza rende la stessa “incompleta” -. L’errore, dunque, verte su ciò che la mente ignora e non su quello che conosce.

Spinoza, approfondendo le riflessioni circa l’errore inerente la conoscenza inadeguata, giunge a formulare un principio fondamentale, all’interno della sua filosofia: ad ogni idea segue un giudizio. Sempre. E inevitabilmente. L’idea adeguata porta alla definizione di un qualcosa che risulta essere completo e vero, mentre la conoscenza inadeguata, dal canto suo, veicola il percipiente alla promozione di giudizi incompleti e falsi. È, dunque, possibile constatare un altro punto di profonda distanza tra SpinozaDescartes. Mentre per il filosofo francese, infatti, l’errore è tutto da imputare alla volontà umana, colpevole di volersi sovrapporre alla capacità cognitiva dell’intelletto, Spinoza tende, più che altro, a sottolineare la necessarietà dell’esistenza del giudizio stesso, sia esso vero o falso, perché parte costituente l’idea medesima – «l’idea, in quanto idea, implica un’affermazione o una negazione» -. Questo significa che il giudizio falso, causato dalla conoscenza immaginativa, sia l’unica forma di espressione che da tali idee possa mai originarsi e che lo stesso finisca sempre con l’apparire (erroneamente) vero nella mente del percipiente.

Da quanto appena detto, possiamo far discendere un’importante osservazione circa il libero arbitro trattato all’interno delle Meditazioni metafisiche cartesiane. L’errore, infatti, è imputabile alla volontà umana, secondo Descartes, e non quindi ad un Dio ingannatore o ad un «Genio maligno». La “sospensione” della volontà, ovvero la capacità dell’uomo di comprendere come non si debba esprimere un giudizio su un qualcosa che fuoriesca dalla capacità cognitiva del proprio intelletto, è riletta sotto un’altra luce, nell’ottica spinoziana. Più che di “sospensione della volontà”, Spinoza parla, infatti, di “aggiunta” di una percezione ulteriore, in grado di evidenziare come, nell’ambito della prima percezione esperita, la mente del percipiente fosse manchevole proprio di questa seconda percezione (aggiuntiva) – è una riflessione che rimanda alla mente il concetto jamesiano di “appercezione”, nonostante non si possa qui parlare di “sede della casualità legale” in seno alle esperienze sensibili -.

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AFFEZIONI E PERCEZIONI: LA CONOSCENZA INADEGUATA.

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Dobbiamo però prestare attenzione alle percezioni sensibili – le stesse che permettono alla mente umana di rilevare il corpo -. Abbiamo detto che la mente umana è l’idea che in Dio rappresenta un determinato corpo. Ma questo non significa che la stessa possieda solo e soltanto idee adeguate. La mente umana, infatti, esattamente come il corpo umano, è un modo finito ed è determinata all’infinito – come abbiamo già avuto modo di vedere – da altri modi finiti. La conoscenza completa di un modo finito appartiene esclusivamente alla mente che possiede le idee di altri modi finiti. E, quindi, non può essere il caso delle percezioni, tramite le quali la mente di ogni singolo individuo registra le modificazioni riscontrate dal proprio corpo durante il contatto con il Mondo esterno. In sintesi: tutte le idee in Dio sono adeguate e questo perché Dio possiede anche le idee di altri corpi (modi finiti). Dio, cioè, ha, a differenza della mente umana, tutte le idee; significa che mentre Dio conoscerà “adeguatamente” il tutto, ciò che, invece, si palesa essere “manchevole” alla percezione della mente umana apparirà alla stessa in modo “inadeguato”. La conclusione, dunque, è la seguente: le percezioni sensibili non sono di per sé adeguate – ovvero non implicano di per sé l’accesso ad una conoscenza e/o comprensione adeguata -. La mente umana percepisce le modificazioni del corpo di cui è idea, ma per comprendere i corpi, che procurano tali modificazioni, deve possederne le idee. E non le possiede. Questo significa anche che, mentre per la mente umana le percezioni si mostrano inadeguate, esse stesse siano sempre adeguate in Dio. Ma, nuovamente, è necessario prestare attenzione.

Il fatto che le percezioni siano inadeguate non significa che la mente umana sia sprovvista di idee adeguate. L’idea adeguata nella mente finita è quell’idea che è adeguata in Dio e che si esplica soltanto attraverso la mente umana. Ovvero è quell’idea che in Dio è adeguata prescindendo da idee che la mente umana non possiede.

La mente umana ha idea solo delle affezioni del proprio corpo. Ovvero, percepisce le modificazioni rilevate sul corpo di cui è e ha idea. Spinoza sostiene come tali “affezioni” dipendano tanto dalla natura del “corpo affetto” quanto da quella del/dei “corpo/i afficiente/i”. Ma dato che del/dei corpo/i esterno/i la mente finita non possiede idee, il percipiente non saprà mai come esso/i sia/siano davvero ma, tutt’al più, come appaia/appaiano a seconda della natura del corpo affetto. In questo consiste la soggettività e la percezione sensibile dell’alter ego, per Spinoza. Ma vi è di più. Le affezioni che il percipiente coglie sul proprio corpo, così come le percezioni sensibili medesime, non garantiscono di per sé l’esistenza dei corpi esterni. Spinoza sostiene che la percezione della modificazione prodotta da un corpo esterno al corpo di cui la mente ha idea, è identica alla percezione che la medesima mente rileva quando lo stesso corpo, di cui ha idea, viene modificato non a causa di un corpo esterno afficiente. In pratica, quando si verificano queste situazioni – pensiamo ai sogni o alle semplici fantasie – è possibile che ciascuno di noi immagini un qualcosa d’inesistente ma che, al contempo, viene percepito come assolutamente presente. Comprendiamo, dunque, come la distanza rispetto a Descartes appaia essere alquanto evidente: per il filosofo francese, infatti, le percezioni – i cosiddetti “sensi ingannatori” – non forniscono alcuna forma di verità e di conoscenza, compresa la consapevolezza di essere un corpo – non confondiamo le percezioni con le sensazioni, all’interno della riflessione cartesiana -; difatti, il risultato finale dell’indagine di Descartes, il «cogito, ergo sum», altro non è che la consapevolezza di essere una res cogitansSpinoza, dal canto suo, sembra seguire il ragionamento cartesiano ma la riflessione cui giunge è del tipo: “sono sì una mente finita e, proprio a causa di questo, sono anche un corpo, ma non un corpo qualsiasi, bensì il corpo di cui la mia stessa mente è e ha idea”.

La conoscenza inadeguata investe anche il campo della rimemorazione. Le affezioni del corpo umano – intese come vere e proprie esperienze sensibili e/o psichiche – possono far sì che la mente abbia ricordi e/o associazioni di idee che non dipendono però dalla somiglianza tra le idee stesse, in quanto imposte (per l’appunto) da precise esperienze vissute. Ad esempio, se due particolarità, in passato, si sono presentate assieme, la riconferma di una provocherà la rimemorazione della seconda. Ma la legalità tra le stesse non si fonda sulla corrispondenza e/o sulla identicità. Ma, esclusivamente, sull’esperienza. Anche in questo caso, Spinoza parla di conoscenza inadeguata perché queste forme di associazioni non dicono niente sulla reale essenza di quanto esperito. Si parla, in tal caso, di “associazioni immaginative”.

Arrivati a questo punto però, Spinoza compie un passo ulteriore e giunge a riformulare persino parte delle sue precedenti osservazioni. È giusto affermare, sostiene il filosofo, che la mente umana non abbia una conoscenza adeguata dei corpi afficienti ma, al contempo, essa, invero, non possiede nemmeno una conoscenza adeguata (e, dunque, completa) del corpo di cui ha idea. Perché la stessa riesce a percepirlo solo grazie alle affezioni e alle modificazioni che sul medesimo si sviluppano a seguito dei corpi esterni; ma, non potendo conoscere la reale essenza di quest’ultimi, la comprensione del corpo di cui possiede un’idea risulta essere viziata a priori. Quindi, per poter conoscere adeguatamente un corpo è necessario possedere una mente che possieda le idee adeguate di tutti i corpi – sia di quelli affetti che di quelli afficienti – e questa mente appartiene solo e soltanto a Dio. Dunque, la mente umana, in realtà, non solo non possiede una conoscenza “scientifica” della natura del corpo di cui è e ha idea ma, di conseguenza, essa non ha nemmeno pieno accesso a sé stessa – ovvero, è limitata nell’esperire e comprendere le sue piene facoltà -; del corpo di cui è e ha idea conosce, infatti, solo le percezioni e le affezioni (modificazioni), dove quest’ultime dipendono da corpi esterni di cui non possiede alcuna idea. Spinoza parla di «conoscenza mutilata»:

La mente, infatti, non conosce se stessa se non in quanto percepisce le idee delle affezioni del corpo. E non percepisce il proprio corpo se non per mezzo delle stesse idee delle affezioni mediante le quali soltanto percepisce anche i corpi esterni; e perciò, in quanto ha anche queste idee, non ha una conoscenza adeguata, ma soltanto mutilata e confusa di se stessa, del suo corpo, e dei corpi esterni.

La conoscenza “immaginativa”, dunque, è un sapere sì soggettivo ma anche del tutto passivo, in quanto non “creato” volontariamente o direttamente dalla mente umana, ma, piuttosto, frutto di associazioni di idee originatesi da esperienze casuali.

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INTRODUZIONE ALLA CONOSCENZA.

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L’implicazione del dualismo mente/corpo è, secondo Spinoza, la consapevolezza che ciascun percipiente sia “certo” unicamente del proprio corpo. E tale “certezza” è giustificata dalla percezione delle modificazioni che avvengono sul corpo e che vengono registrate dalla mente. Questo significa che tutte le conoscenze possedute dalla mente altro non sono che le modificazioni di quel corpo cui la mente medesima si riferisce – dove il “riferirsi”, permette, per l’appunto, al percipiente di esser certo di  possedere proprio quel corpo -. Ma percepire le modificazioni del proprio corpo non significa entrare automaticamente in possesso di idee adeguate di ciò che provoca suddette modificazioni. È a questo punto che appare il concetto di “conoscenza”, all’interno della trattazione spinoziana.

Occorre intanto partire da una distinzione concettuale. Spinoza parla di “idea vera” e di “idea adeguata”:

  • una “idea vera” è una idea che corrisponde al suo oggetto, ovvero che “adegua” il pensiero alla cosa – si tratta di evidenziare la corrispondenza tra l’oggetto del pensiero e la particolarità (sensibile) stessa -;
  • una “idea adeguata” è una idea che «in quanto la si considera in sé, senza relazione all’oggetto, ha tutte le proprietà, ossia le denominazioni intrinseche della idea vera».

Le caratteristiche che danno forma ad un’idea adeguata, quindi, non si fondano su una necessaria corrispondenza tra l’idea ed il suo oggetto – “ideato” – ma, bensì, prendono in considerazione solo il contenuto dell’idea medesima. Quindi, una idea per essere adeguata deve essere in grado, tramite le proprie caratteristiche, di permettere di dedurre tutte le proprietà che appartengono all’oggetto che l’idea stessa rappresenta. Facciamo un esempio. Possiamo considerare adeguata l’idea di “cerchio” quando la stessa ci permette di dedurre il  medesimo come una figura generata dal movimento di un segmento una cui estremità resta sempre fissa, cosicché sia possibile per tutti noi discernere l’uguaglianza dei raggi. Ma se, invece, considerassimo il cerchio come una figura le cui linee condotte dal centro alla circonferenza sono tutte uguali, allora avremmo tra le mani un’idea inadeguata perché una tale definizione ci permette solo di comprendere una proprietà del cerchio e non la sua assoluta e totale essenza.

Tenendo sempre a mente l’esempio di cui sopra, possiamo comprendere come al concetto di “adeguatezza” Spinoza affianchi quello di “completezza”. Una idea adeguata, infatti, è una idea che consente di risalire a tutte le proprietà dell’oggetto – “definito” – e dato, che ciò da cui discendono le proprietà altro non è che una “causa” nel pensiero spinoziano, la “conoscenza adeguata” è la conoscenza che comprende tutte le cause di ciò di cui si parla e/o tratta. Inoltre l’idea adeguata è sempre vera, proprio perché permette di discernere la reale essenza dell’oggetto cui l’idea stessa si riferisce: «Ogni idea, che in noi è assoluta, ossia adeguata e perfetta, è vera.»

L’identificazione tra idea adeguata ed idea vera, pone Spinoza su un piano radicalmente opposto – anche in termini epistemologici – rispetto a Descartes. Secondo quest’ultimo, infatti, la mente umana resta sempre separata da quella divina e, dato che è finita, le sue stesse idee restano finite oltre che separate dalla conoscenza (infinita) che Dio sviluppa sulle stesse – come detto, la mente umana è separata da quella di Dio -. Per Descartes, quindi, la mente umana può anche raggiungere una conoscenza adeguata di un qualcosa – pensiamo alla res extensa e agli attributi che la costituiscono -, ma non si tratterà mai di una conoscenza “completa” perché, in quanto finita e separata da quella di Dio, la mente umana non riuscirà mai a cogliere l’infinita conoscenza che Dio stessa rivolge nei confronti di ciò verso cui l’idea si riferisce. Spinoza, invece, è molto più diretto: le idee adeguate (e, quindi, vere) della mente finita sono le stesse di quelle della mente infinita di Dio. Per usare proprio le parole del filosofo:

[…] la nostra Mente, in quanto percepisce veramente le cose, è una parte dell’intelletto infinito di Dio; e perciò è tanto necessario che le idee chiare e distinte della mente umana siano vere, quanto è necessario che lo siano le idee di Dio.

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