KANT E LA PACE PERPETUA: CONCLUSIONE.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE TERZA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUARTA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUINTA.

Adesso analizziamo la seconda ed ultima parte dell’appendice del progetto kantiano, concernente il perseguimento della pace perpetua tra gli Stati ed i popoli:

  • «Dell’accordo della politica con la morale secondo il concetto trascendentale del diritto pubblico.» Kant chiarisce, fin da subito, ciò che chiama «formula trascendentale del diritto pubblico»: «Tutte le azioni riguardanti il diritto di altri uomini, la cui massima non si accordi con la pubblicità, sono ingiuste.» Comprendiamo, quindi, quanto rilevante sia il concetto di “pubblicità” all’interno del pensiero kantiano: ogni “pretesa giuridica” e/o “massima politica” deve essere pubblica, sostiene il filosofo, di modo che di essa possa venirne colta la eventuale falsità (faziosità) – la pubblicità, infatti, è considerata alla stregua di una vera e propria “attitudine della ragion pura”; in questo modo è possibile giudicare i principi stessi che stanno alla base dell’agire (umano) –. La suddetta formula che sta alla base del diritto pubblico è di natura tanto etica quanto giuridica; Kant, difatti, afferma che ogni principio giuridico debba sempre essere “professato pubblicamente a priori”, perché altrimenti, qualora fosse tenuto segreto, non dichiarato apertamente – con l’intento di essere reso così più facilmente universale -, è probabile che minacci la libertà e/o il diritto di qualcuno. Sul tema della “pubblicità del diritto” le riflessioni kantiane si mostrano essere, per l’ennesima volta, profondamente esaustive ed approfondite. Nuovamente tutta quanta l’argomentazione coinvolge le tre forme del diritto pubblico: quello dello Stato, quello del popolo (o delle genti) e quello internazionale (o cosmopolitico). Andiamo con ordine: 1) per quanto riguarda il diritto dello Stato, Kant sofferma la sua attenzione sul diritto di ribellione dei popoli – strumento sì violento, ma che, secondo il filosofo, è legittimo qualora servisse per abbattere un governo tirannico e/o dispotico -. La ribellione, essendo per sua stessa natura “manifesta”, potrebbe essere comunque un’arma a doppio taglio per i sudditi – qualora, per l’appunto, dovesse poi fallire -. Kant afferma proprio come sarebbe del tutto “inutile” gridare in seguito all’ingiustizia, nel caso di eventuali ritorsioni mosse contro di loro dal Capo dello Stato. In breve: nonostante la trascendentalità del diritto pubblico imponga che il diritto a ribellarsi venga reso pubblico, dovendo il popolo dotarsi di un potere superiore a quello del Capo dello Stato per poterlo detronizzare, affinché esso riesca nel suo intento, sarà necessario tenerne segreto l’esercizio – segretezza che non riguarda direttamente però il Capo dello Stato, il quale può rendere pubbliche tutte le eventuali forme di ritorsioni che si ritaglierà di esercitare in caso di ipotetiche rivolte popolari -; 2) sul versante del diritto del popolo, è la presenza stessa di uno stato giuridico, tale da legare liberamente – e non in modo coattivo – gli individui in una associazione «permanentemente libera» e fondata su di una precisa dinamica contrattuale, a contenere, già di per sé, la propria pubblicità giuridica e a consegnare ad ognuno (pubblicamente) i propri diritti e doveri; 3) infine, per quanto concerne il diritto cosmopolitico, Kant ribadisce l’importanza di una federazione libera di Stati (repubblicani), all’interno della quale morale e politica (e prudenza politica) coesistano.

Prima di concludere la trattazione sul tema kantiano della pace perpetua, si consideri per un attimo questi ultimi due punti. Il punto terzo, infatti, permette, di risolvere – attraverso, quindi, una realtà sovra-nazionale – la “non corrispondenza” tra politica e morale. In sintesi, Kant elenca tre situazioni in cui il diritto delle genti non coincide con la morale. E questo perché del tutto impossibile – e sconveniente – renderlo pubblicamente manifesto – mentre abbiamo appena visto come sia doveroso che la pubblicità stia alla base della formula trascendentale del diritto pubblico -. Analizziamo questi tre casi:

  1. “nel caso in cui la presenza di un piccolo Stato interrompesse la continuità territoriale di uno Stato più grande – continuità magari anche fondamentale per la sua stessa sopravvivenza -, quest’ultimo sarebbe autorizzato a conquistarlo e/o ad annetterlo?”: in questo caso, rendere pubblica questa massima lederebbe, fin da subito, gli interessi dello Stato più grande, persuadendo, per l’appunto, i più piccoli a coalizzarsi in tempo e per tempo – senza contare che lo Stato più piccolo potrebbe pure divenire “la preda” di un terzo Stato -;
  2. “qualora uno Stato cresca militarmente e desti preoccupazione a Stati terzi e/o limitrofi, il primo può avere il diritto di conquista e ai secondi può venire riconosciuto il diritto di attaccare anche in assenza di un’offesa subita?”: rendere pubbliche tale massime renderebbe profondamente vana ogni politica finalizzata al perseguimento della pace perpetua;
  3. “se uno Stato, vincolato ad altri Stati sulla base di promesse di aiuto e/o di assistenza e/o di alleanza et similia, fosse costretto, per motivi di varia natura, a venire meno alla parola data, come muterebbe la sua immagine internazionale?”: si tratta proprio della riflessione a cui Kant rivolge maggiore attenzione. Uno Stato che apioricamente rendesse pubblico il ritagliarsi il diritto di venire meno agli accordi presi qualora sorgessero situazioni di varia natura, finirebbe con l’isolarsi da qualsivoglia relazione internazionale.

La pubblicità delle suddette massime politiche è, perciò, sconsigliata in tutti e tre i casi.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUINTA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE TERZA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUARTA.

L’appendice finale del progetto kantiano sulla pace perpetua tra gli Stati si costituisce di due argomentazioni. Sono entrambe particolarmente interessanti e rilevanti per l’intera filosofia di Kant, perché focalizzano la propria attenzione su due tematiche fondamentali per l’illuminista: il rapporto tra morale e politica, e la trascendentalità del diritto (pubblico). Analizziamo il tutto con ordine, affrontando, intanto, la prima argomentazione:

  • «Sulla discordanza tra la morale e la politica, nella prospettiva della pace perpetua.» Kant evidenzia come il precetto portante della politica risponda ad una formula del tipo “siate furbi come serpenti”, mentre quello che sta alla base della morale possa essere riassunto in “siate semplici come colombe”. L’illuminista afferma come la politica entrerebbe, inevitabilmente, in conflitto con la morale, nel caso in cui queste due massime, di cui sopra, dovessero coesistere in un unico comando. La lettura di Kant è tanto pragmatica quanto – oserei dire – idealistica: del detto “l’onestà è la migliore politica” il filosofo evidenzia le numerose (ed umane) pecche ed incongruenze che il “politicare” stesso pone in essere abitualmente; d’altro canto, il principio “l’onestà è migliore di ogni politica” resta per l’illuminista «la condizione incontrovertibile della politica.» La riflessione kantiana diventa particolarmente interessante riguardo alla distinzione tra “politico morale” e “moralista politico”. Il fatto è che, secondo Kant, politica e morale devono sempre cercare di coesistere reciprocamente: il “politico morale” è colui che si mostra essere “prudente politicamente” perché attento a fare in modo che la politica stessa non leda i precetti morali; il “moralista politico”, invece, manipola e plasma i contenuti etici e morali per giustificare intenti e manovre politiche. Inutile dire che Kant esalti la figura del politico morale ed osteggi quella del moralista politico: «Il politico morale avrà come principio che, quando nella costituzione statale o nei rapporti fra Stati vengano compiuti errori che non si sono potuti evitare, sia un dovere, soprattutto per i capi dello Stato, preoccuparsi di come tale costituzione possa essere più presto possibile migliorata e come possa essere resa conforme al diritto naturale […].» Si tratta di un passaggio molto delicato in effetti. Kant afferma che, quando uno Stato non sia ancora pronto per organizzarsi in una repubblica, la prudenza politica – che coesiste con la morale (da qui la fisionomia del politico morale, per l’appunto) per il perseguimento della pace perpetua tra gli Stati – deve “suggerire” al politico (governante o Capo dello Stato) di non procedere con irruenza o avventatezza, al fine di sostituire, nel minor tempo possibile, l’apparato istituzionale del Paese. Ciò che è fondamentale, invece, è che «una tale trasformazione sia profondamente sentita dal detentore del potere, così da rimanere in costante avvicinamento al fine (l’ottima costituzione secondo le leggi del diritto) […].» In sintesi, Kant va sostenendo che: «Uno Stato può già governarsi in modo repubblicano anche quando la sua carta costituzionale è ancora basata su un potere di comando dispotico: sino a che, gradualmente, il popolo sarà capace di sentire l’influsso della semplice idea dell’autorità della legge […] e quindi verrà trovato in grado di dare la propria legislazione […].» La riflessione formulata sulla “prudenza politica” verte anche sui rapporti internazionali, secondo Kant: se uno Stato, ad esempio, dovesse correre il rischio di venire conquistato da un altro Stato, anche qualora la sua costituzione fosse dispotica – o, ad ogni modo, non repubblicana -, non sarebbe auspicabile, per la sua stessa sopravvivenza, un cambiamento repentino del proprio impianto istituzionale. I moralisti politici, invece, non trattano la morale se non per asservirla, come fonte di giustificazione, alle proprie manovre e decisioni politiche. La “prudenza” non appartiene loro, anzi, «mascherando i principi statali contrari al diritto col pretesto di una natura umana incapace del bene che la ragione le prescrive, rendono impossibile il progresso, per quanto sta in loro potere, e perpetuano la violazione del diritto.» In pratica, ledono la trascendentalità del diritto stesso e negano il progresso della ragione umana, mistificandolo. Sono tre le pratiche che, stando all’argomentazione presentataci da Kant, permettono al moralista politico di inficiare tanto la morale quanto la politica di uno Stato (e di un popolo): 1) fac et excusa: si tratta dell’attitudine ad approfittarsi del cosiddetto bonus eventus, ovvero lo sfruttare una particolare situazione per porre in essere forme di comando e/o di possesso i cui contenuti, considerando la situazione stessa, si ritiene potranno essere più facilmente compresi e/o perdonati dalla popolazione, in un secondo momento; 2) si fecisti, nega: semplicemente il negare quanto compiuto, sfruttando la propria posizione politica ed i poteri da essa stessa concessa; 3) divide et impera: ovvero, dividere il più possibile la società, di modo da rendere più governabili e controllabili i vari agenti ed attori sociali, o il promuovere, in ambito internazionale, divisioni tra vari Paesi, sempre per il medesimo fine. In termini di “ragion pratica”, Kant approfondisce ulteriormente la questione, ponendo la seguente domanda: “La ragion pratica trae il proprio fondamento dal suo “principio materiale” – ovvero il “fine” inteso come l’oggetto della decisione presa – o dal suo “principio formale” – ovvero il principio secondo il quale l’uomo agisce on l’intento di rendere la propria massima una legge universale -? Kant sostiene che il principio formale anticipi quello materiale: il principio formale possiede una «necessità incondizionata», mentre quello materiale diviene «obbligante solo presupponendo le condizioni empiriche, ossia le condizioni esplicative, del fine che è stato prefissato […].» Per il conseguimento della pace perpetua tra gli Stati, Kant afferma come il problema del moralista politico sia di natura tecnica, mentre quello del politico morale, per lo più, di tipo morale (per l’appunto). In breve: l’attuazione della pace perpetua può essere un problema per il moralista politico perché la stessa è ritenuta essere da quest’ultimo un mero oggetto fisico, mentre per il moralista politico si tratta anche di un vero e proprio dovere. Il problema del moralista politico è, dunque, un problema di “prudenza” – di cui, infatti, è privo, come abbiamo potuto constatare a più riprese – ed investe tutte e tre le forme del diritto (dello Stato, del popolo ed internazionale), come visto poc’anzi. Il politico morale soffre, invece, di un problema di “saggezza” che però, sostiene l’illuminista, è un problema che tende ad auto-risolversi da solo, a patto che la prudenza convinca sempre il politico a non agire «frettolosamente, con violenza, ma di avvicinarsi ad esso in modo costante, secondo il presentarsi di circostanze favorevoli.» Il conflitto tra morale e politica – anche nell’ambito del perseguimento della pace perpetua – è solamente soggettivo mai oggettivo: dipende da quella che Kant chiama «dipendenza egoistica degli uomini». Ma si tratta, ad ogni modo, di un conflitto quasi “terapeutico” per l’uomo stesso:

[…] è bene che resti sempre, poiché serve per rendere affilata la virtù, il cui vero coraggio[…], nel caso presente, non consiste tanto nell’affrontare con fermo proposito i mali e i sacrifici che qui devono essere accettati, ma nell’affrontare il cattivo principio in noi stessi […] e nel vincerne la perfidia.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUARTA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE TERZA.

A completamento del progetto kantiano inerente la pace perpetua tra gli Stati, vi sono due “supplementi” ed un’appendice finale, che risultano essere particolarmente interessanti. Guardiamo intanto i due restanti articoli:

  • «Primo supplemento. Sulla garanzia della pace perpetua.» Si tratta di un passaggio particolarmente importante e che evidenzia quello spiccato ottimismo antropologico di cui avevamo già fatto menzione in precedenza. Secondo Kant, una vera e propria “assicurazione” al raggiungimento della pace perpetua tra gli Stati è data, in un modo del tutto indiscutibile, dalla stessa Natura «dal cui corso meccanico risalta visibilmente la finalità di far sorgere dalla discordia tra gli uomini, anche contro la loro stessa volontà, la concordia […].» Kant usa proprio il termine di “provvidenza” la cui valenza è tanto teoretica quanto pratica; in altre parole, l’illuminista tende a considerare il raggiungimento della pace tra i popoli come una tappa inevitabile del lento – ma continuo – progresso della ragione umana. A fondamento di tale principio – la “provvidenza” -, garante del perseguimento della pace perpetua, il filosofo pone tre riflessioni fondamentali: essa «si è preoccupata che gli uomini potessero vivere dovunque sulla Terra», «con la guerra li ha spinti dovunque, anche nelle contrade più inospitali, così da popolarle» e «sempre con la guerra li ha costretti ad entrare in rapporti più o meno legali».
  • «Secondo supplemento. Articolo segreto per la pace perpetua.» Si tratta questa di una riflessione piuttosto sintetica e dall’immediato apprendimento. In quanto figlio dei Lumi, Kant non può esimere sé stesso dal glorificare il ruolo di avanguardia politica spettante al filosofo latu sensu:

Che i re filosofeggino o i filosofi divengano re non c’è da aspettarselo; e neppure da desiderarlo, perché il possesso del potere corrompe inevitabilmente il libero giudizio della ragione. Che però re e popoli regali (che si comandano da sé secondo leggi di eguaglianza) non facciano scomparire o ammutolire la classe dei filosofi, ma la facciano parlare pubblicamente, è ad entrambi indispensabile per la chiarificazione del loro compito, e, dato che questa classe è per sua natura incapace di rivolta e unioni in club, la calunnia di fare propaganda non la riguarda.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE TERZA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE SECONDA.

Proseguiamo adesso con l’analisi degli articoli inseriti all’interno della seconda sezione del progetto kantiano:

  1. «La costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana.» Kant sottolinea come la costituzione repubblicana di uno Stato debba – necessariamente – fondarsi su tre principi fondamentali: la libertà riconosciuta a ciascun membro della società – in quanto essere umano -, la dipendenza che vincola ciascun individuo ad una comune legislazione – l’illuminista utilizza, in tal senso, il termine “suddito” – e l’eguaglianza di trattamento dinanzi a leggi che, per l’appunto, devono essere uguali per tutti – in questo caso, la dicitura è proprio quella di “cittadino” –. Per quanto concerne il diritto strincto sensu, la costituzione repubblicana è l’unica carta costituzionale civile tale da permettere il riconoscimento di queste suddette tre qualifiche. La domanda che si pone il filosofo è se sia anche l’unica in grado di guidare gli Stati al perseguimento della pace perpetua. Kant si affida ad un ragionamento logico-politico alquanto immediato da discernere. All’interno di una costituzione repubblicana, infatti, il suddito è anche cittadino; questo significa che qualora la cittadinanza si dovesse esprimere a favore di una guerra, la stessa dovrebbe poi assumersi la responsabilità delle calamità dello scontro armato, verso il quale ha espresso giudizio favorevole. Nelle altre costituzioni, invece, il Capo dello Stato è il “Padrone dello Stato” e gli uomini, che formano il contesto sociale, sono solo sudditi, e non cittadini. In questo caso la guerra può essere dettata da tanti fattori, anche i più egoistici ed irresponsabili, dato che sia la Nazione stessa che la sua cittadinanza vengono valutati alla stregua di meri oggetti di cui poter liberamente disporre. La riflessione sulla costituzione repubblicana viene poi integrata da un’altra interessante osservazione da parte di Kant. Il filosofo tedesco evidenzia, infatti, come, molto spesso, possa capitare di confondere una costituzione repubblicana per una democratica. Stando alle parole di Kant, una forma di Stato può essere classificata sulla base o della «forma di dominio» – forma imperi – o della «forma di governo» – forma regimis -. Nella prima vengono elencate le seguenti tre forme di Stato: autocrazia, aristocrazia e democrazia. In breve, la forma imperi si caratterizza per l’andare a “vedere” quante siano le persone a detenere il potere statale – uno, alcuni o tutti -. Nella seconda, invece, Kant menziona la repubblica ed il dispotismo. Il repubblicanesimo si fonda sulla separazione del potere esecutivo da quello legislativo; il dispotismo, dal canto suo, è «il principio statale dell’esecuzione arbitraria, da parte dello Stato, di leggi che esso stesso ha dato, e dunque la volontà pubblica viene adoperata dal governante come sua volontà privata.» È interessante constatare come per Kant la democrazia sia, invero, un dispotismo: nella democrazia, infatti, tutti deliberano su tutto e nel caso in cui vi sia anche un solo “uno” che sia restio a dare il proprio consenso, tutti allora deliberano, in pratica, contro quell’uno; si tratta di un “tutti” che però non è un vero “tutti”, provocando così una contraddizione all’interno del significato più puro di volontà generale. È una riflessione profondamente “figlia dei Lumi” – si pensi a Tocqueville – e che sarà poi oggetto di ulteriori approfondimenti futuri – come, ad esempio, in Thoreau -. Vi è poi il tema della rappresentanza che deve, necessariamente, venire menzionato. Secondo Kant, ogni forma di governo deve essere anche rappresentativa, onde evitare che il legislatore sia esecutore diretto della sua stessa volontà. L’illuminista sostiene che mentre l’autocrazia e una forma di governo aristocratico possano rendere difficile l’instaurazione di canali di rappresentanza politica, la democrazia rende del tutto vano il raggiungimento di questo fine «perché in essa ognuno vuole essere signore.» Kant, infatti, afferma che tanto più piccolo è il numero di governanti – cioè di persone che detengono il potere statale – tanto più estesa sarà la rappresentanza politica che formerà quella forma di governo;
  2. «Il diritto delle genti deve essere fondato su un federalismo di liberi Stati.» Secondo Kant i popoli possono essere giudicati come singoli uomini che, trovandosi gli uni vicino agli altri, necessitano della formazione di una costituzione (analoga a quella) civile tale che diritti e doveri degli uni siano riconosciuti e richiesti dagli altri. Il tutto per assicurare la valenza del diritto lato sensu – concetto giuridico di natura trascendentale all’interno della filosofia kantiana -. Una (eventuale e/o ipotetica) “federazione di popoli” non viene intesa, dall’illuminista tedesco, alla stregua di uno “Stato di popoli”: ogni Stato, sostiene Kant, si fonda su di un rapporto tra chi fa le leggi e chi obbedisce alle medesime. “Stato di popoli”, dunque, è un’aporia: se molti popoli formano uno Stato, in realtà di un solo ed unico popolo si trattaKant afferma che «la ragione, dal trono del supremo potere moralmente legislativo, condanna in modo assoluto la guerra come procedimento giuridico e viceversa fa dello stato di pace un dovere immediato, che però senza un contratto fra popoli non può essere istituito o assicurato […].» Il passaggio è particolarmente importante non solo perché evidenzia l’aspetto contrattualistico del pensiero kantiano, ma anche perché mostra come in Kant l’ottimismo antropologico sovrasti, in effetti, il pessimismo storico. Come avremo modo, infatti, di cogliere più avanti, il perseguimento della pace perpetua tra gli Stati non appare essere utopico. Al contrario. Secondo l’illuminista il progresso umano non fa altro che procedere (lentamente) verso il raggiungimento di questo obiettivo finale. A tal riguardo, Kant parla di una «confederazione pacifica» – foedus pacificum – di Stati (e popoli), distinta però dal mero trattato di pace – pactum pacis -, per via del fatto che, mentre la seconda desidera porre fine ad una guerra, la prima tende a rendere vane tutte le guerre. Il foedus pacificum non implica l’acquisizione di un particolare tipo di potere da parte di uno o più Stati, ma solo la salvaguardia delle libertà di tutti gli Stati confederati. Il federalismo auspicato da Kant trova nel repubblicanesimo il proprio centro politico-istituzionale di riferimento e nei precetti dell’Illuminismo la propria fonte di giustificazione concettuale: questa idea deve diffondersi presso tutti gli Stati, permettendo così il perseguimento, tra gli stessi, della pace perpetua; ecco perché è necessario che vi sia un Paese (illuminato) che si organizzi costituzionalmente in una repubblica, di modo così da divenire il punto di riferimento centrale dell’unione federativa per tutti gli altri Stati;
  3. «Il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni della ospitalità universale.» Ancora una volta le parole dello stesso Kant suonano come alquanto esaustive: «[…] ospitalità significa il diritto di uno straniero di non essere trattato ostilmente quando arriva sul suolo di un altro. Quest’ultimo può allontanare il primo quando ciò accada senza che ne consegua la rovina; ma sinché quello straniero sta pacificamente al suo posto, non lo può accogliere ostilmente.» Nuovamente, la riflessione kantiana appare essere figlia del pensiero umanitaristico dei Lumi; Kant afferma che un tale diritto, riconosciuto allo straniero, non si fondi tanto sul mero «diritto di essere ospitato» quanto, piuttosto, sul «diritto di visita, che spetta a tutti gli uomini, di proporsi come membri della società per via del diritto al possesso comune della superficie della Terra […].» Una tale e reciproca comunicabilità è il primo passo da compiere verso il perseguimento del diritto cosmopolitico.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE PRIMA.

Inoltriamoci adesso nella seconda sezione del progetto filosofico kantiano, concernente il perseguimento della pace perpetua tra gli Stati. Questa seconda sezione si costituisce di una breve introduzione, di tre articoli – più vasti ed esaustivi di quelli precedenti – e di due supplementi finali.

L’introduzione alla seconda sezione è particolarmente importante per il tema trattato, soprattutto perché ci permette di constatare come Kant decida di prendere le distanze da Rousseau e dalla sua considerazione (“benigna”) circa lo stato di natura dell’uomo. Quest’ultimo, infatti, secondo il filosofo tedesco, non è uno stato di pace. Tutt’altro. Si tratta di un (potenziale e/o virtuale) vero e proprio stato di guerra, dove la costante minaccia di un conflitto risulta essere pressoché onnipresente. Dunque, lo stato di pace deve essere istituito – quindi, sono necessarie le istituzioni e gli uomini colti nel loro stato sociale -. Kant approfondisce moltissimo tutta la questione inerente la contrapposizione tra lo stato di natura e lo stato sociale. Per ottenere una pace perpetua tra gli Stati, è fondamentale, per l’illuminista, che gli stessi si trovino in una situazione socio-politica di tipo “civile-legale”; l’uomo colto nel suo stato di natura non è in grado – oserei dire, “ontologicamente” – di promuovere alcuna forma di sicurezza per il suo vicino, proprio perché non vi sono leggi che ne regolano il suo stato medesimo – la considerazione sul diritto naturale rousseauiano decade, quindi, nel pensiero kantiano –. In tal caso, afferma Kant, colui, che si trova a dover convivere con uomini che vivono perennemente solo nel loro stato naturale, per il perseguimento della propria sicurezza, deve:

  • o convincere i medesimi ad adoperarsi per l’acquisizione di uno stato legale (magari il più comune possibile a quello di già posseduto dal popolo dello Stato confinante);
  • o allontanarli.

Il diritto, difatti – tematica questa tanto fondamentale quanto trascendentale, all’interno di tutta la filosofia kantiana -, assume per Kant tre precise forme – nessuna delle quali rimanda a quella “naturale”, teorizzata da Rousseau -:

  • “diritto statale-civile”: lo ius civitatis, ovvero il diritto che appartiene agli uomini che costituiscono un popolo;
  • “diritto delle genti”: lo ius gentium, ovvero il diritto che regola i rapporti e le reciprocità tra gli Stati sovrani;
  • “diritto cosmopolitico”: lo ius cosmopoliticum, ovvero il diritto che spetta ai cittadini, intesi come appartenenti ad un unico Stato universale – data l’esistenza della reciproca influenza che vincola, inevitabilmente, tra di loro i singoli Paesi -.

Approfondire questa breve introduzione è fondamentale per il corretto proseguo dell’analisi del pensiero di Kant.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.