GOFFMAN: PRIMI ACCENNI SUL TEMA DELLA RAPPRESENTAZIONE.

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Lasciamo, adesso, l’argomentazione inerente lo stigma e volgiamo la nostra attenzione su di un’altra tematica particolarmente importante all’interno della riflessione di Goffman: la “rappresentazione”. Essa, infatti, assieme al  tema del “gioco” e al concetto di frame, costituisce uno dei grandi capisaldi dell’intero pensiero del sociologo canadese. Per cercare di comprendere in che cosa consista, prenderemo come punto di riferimento l’opera intitolata The Presentation of Self in everyday life, pubblicata per la prima volta nel 1959. Iniziamo con ordine. Partiamo da qualche osservazione basilare circa il contatto diretto ed i rapporti interrelazionali.

Quando un individuo viene a trovarsi in presenza di altri interlocutori, quest’ultimi cercheranno, durante il rapporto dialogico instauratosi, di ottenere quante più informazioni possibili del suddetto. Le stesse possono venire recepite in varia maniera – può darsi che le stesse vengano anche direttamente fornite dall’interessato, così come è possibile che restino celate o “falsificate” -. La stessa ricezione può vertere su più interessi – anche se generalmente vi è la volontà da parte degli interessati di “gestire” il contesto di riferimento del conversare, di modo da potersi così preparare a comprendere e “sostenere” il dialogo medesimo -. Anche la natura delle informazioni può assumere diverse connotazioni: a seconda di quanto trattato e/o dell’impressione esercitata dall’interlocutore e/o a causa di molte altre variabili, possono venire “richieste” informazioni di tipo socio/economico – tipo l’individuazione dello status del soggetto in questione – e/o lavorativo – tipo la categoria professionale di appartenenza dell’individuo – e via discorrendo. Se ipotizzassimo il caso in cui gli interlocutori conoscano il soggetto in questione e siano a conoscenza dei tratti distintivi del suo carattere e del suo modo di fare e di essere, potremmo ragionare anche in termini apriorici e di generalità: essi, infatti, potrebbero caratterizzare il rapporto dialogico stesso sulla base della consapevolezza di come quei tratti (conosciuti a priori) verranno, inevitabilmente, a manifestarsi, permettendo così loro di svolgere una vera e propria “anticipazione” sull’evolversi della comunicazione medesima. Ma resta questa una considerazione alquanto semplicistica.

Durante l’interazione, infatti, molte informazioni attinenti l’interessato restano fuori dalla conversazione, in quanto non facilmente individuabili e/o celate e/o volutamente non manifestate. Può darsi anche il caso che alcune delle suddette possano venire recepite in modo indiretto, ovvero attraverso una dichiarazione dell’interessato o, ad esempio, una espressione assunta dallo stesso. Ma anche in questo caso si tratta poi di evidenziarne la veridicità e/o la rilevanza contestuale. Rappresentazione e finzione, dunque, giocano un ruolo fondamentale nello studio dell’evoluzione di un rapporto interrelazionale.

Ricordiamo che all’interno di una interazione, tanto gli interlocutori si adoperano per il recupero delle informazioni dell’interessato tanto quest’ultimo proietta il suo sé verso il rapporto dialogico medesimo. Ogni individuo possiede, infatti, delle proprie caratteristiche sociali; questo può tranquillamente implicare il fatto che, durante una conversazione, l’interlocutore possa adoperarsi per far sì che le stesse risultino manifeste e vengano chiaramente recepite dagli altri, di modo che quest’ultimi lo valutino e considerino in modo appropriato – appropriato cioè sulla base della “fisionomia sociale” espressa –. In questo caso, quindi, l’interessato proietta una precisa immagine di sé, informando gli altri di che persona egli sia ed aspettandosi per questo motivo un particolare tipo di trattamento e di presa in considerazione. Può però verificarsi il caso che suddetta proiezione venga respinta e/o non compresa e/o ritenuta non degna di venire presa in considerazione – a causa forse o del contesto nel quale avviene la comunicazione o della natura degli interlocutori stessi -. L’interessato può ricorrere a tutta una serie di stratagemmi comunicativi, onde desideri tutelare e proteggere l’immagine che di sé ha manifestato all’interno dell’interazione: ad esempio, può enfatizzare alcune assunzioni formulate circa uno specifico argomento oppure “centellinare” con attenzione il numero di informazioni da diffondere presso gli altri interlocutori, di modo da non monopolizzare con la propria presenza l’intera comunicazione e così da far apparire la propria proiezione più “semplice” da recepire – “parlare poco ma parlare bene” -.

Concludiamo questo breve scorcio introduttivo evidenziando alcune definizioni particolarmente importanti per lo sviluppo dell’argomentazione futura:

  • “incontro” o “interazione face to face“: si giustifica sulla capacità degli individui di influenzarsi reciprocamente nell’immediata presenza. La condivisione di un argomento discusso e la compresenza spaziale tra gli interlocutori, quindi, sono gli elementi fondamentali per  dare vita ad un incontro;
  • “rappresentazione”: è l’attività eseguita durante un incontro da un interlocutore, con il fine di influenzare la comunicazione stessa e la percezione altrui;
  • “routine”: è la “parte” assunta ed eseguita dall’interlocutore desideroso di proiettare specifiche rappresentazioni all’interno del rapporto dialogico. Se un individuo “interpreta” sempre la stessa parte – o “ruolo” – dinanzi sempre al medesimo pubblico, allora quest’ultimo diviene un “pubblico sociale”, in quanto tende ad omogeneizzarsi con la rappresentazione manifestata – si pensi ad un politico ed al suo elettorato -.

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TRA IDENTITÀ SOCIALE ED IDENTITÀ PERSONALE.

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Per ciascun stigmatizzato è fondamentale il sapere controbilanciare, tra di loro, la propria identità personale con quella più prettamente sociale. La mole d’informazioni possedute ed il grado di conoscenza, di cui sono custodi i “normali”, sono fondamentali per il raggiungimento di tale equilibrio. Ogni volta che un soggetto stigmatizzato entra in contatto con individui normali, l’identificazione, che quest’ultimi sviluppano su di lui, verte inevitabilmente sulla identità sociale dello stesso. Il fatto è che, partendo da essa, gli individui possono poi anche dare vita ad una identità personale del portatore dello stigma. Essa può divenire più o meno estesa: dipende dal grado di conoscenza posseduta nei riguardi del medesimo – questo causerà un forte o labile senso di anonimia -. Al contrario, un’anonimia assoluta non è possibile che si origini in seno all’identità sociale dello stigmatizzato.

Goffman utilizza il cosiddetto «riconoscimento cognitivo» per sottolineare le procedure e le dinamiche (cognitive e sociali) tramite le quali un qualsiasi individuo viene posto nei confronti di una precisa identità sociale e personale:

IDENTITÀ SOCIALE → Stigma sociale

IDENTITÀ PERSONALE → Controllo ed agnizione delle informazioni relative al possesso dello stigma sociale (carriera morale, visibilità et similia)

IDENTITÀ DELL’IO → Auto-discernimento del proprio stigma sociale

In relazione all’identità dell’io, possiamo esporre due dinamiche di particolare rilevanza:

  1. può verificarsi il caso che il portatore dello stigma sociale venga messo all’erta dal non fare come propri taluni atteggiamenti che siano manifestamente riconducibili allo stigma medesimo. Il tutto per “ingraziarsi” il giudizio dei soggetti normali;
  2. potrebbe anche accadere che lo stigmatizzato decida di comportarsi “normalmente”, dando così l’impressione che sia il possesso dello stigma sia lo stesso non rappresentino, per il medesimo, alcun tipo d’impedimento e/o di ostacolo. È possibile considerare il tutto alla stregua di un tentativo di bilanciare l’auto-accettazione di sé stesso con quella non propriamente assoluta, rivolta allo stigmatizzato dai normali. Goffman parla di passaggio da una «accettazione fantasma» ad una «normalità fantasma».

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STIGMA E VISIBILITÀ.

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“Stigma” e “visibilità” ruotano attorno a tre precisi paradigmi concettuali, all’interno della sociologia fenomenologica di Goffman:

  1. innanzitutto, «la visibilità di uno stigma deve essere distolta dalla conoscenza che si ha di esso.» In sintesi: il fatto che alcuni siano a conoscenza dello stigma di un individuo, dipende dall’aver esperito nei riguardi del medesimo una certa forma di “comprensione”, fondata su pregiudizi e/o pettegolezzi e/o contatti diretti e via discorrendo;
  2. è sempre particolarmente importante discernere se la percezione dello stigma si mostri essere immediata o meno. È altrettanto importante evidenziare come la stessa possa o meno variare di grado e d’intensità, durante la stessa interazione – ad esempio: un uomo costretto sulla sedia a rotelle è “immediatamente percepibile”, a patto di non trovarsi in situazioni particolari (come una riunione all’interno della quale tutti i membri stiano a sedere);
  3. infine, la visibilità (più o meno immediata e/o chiara e/o manifesta) di uno stigma sociale veicola il percipiente a ragionare in seno al cosiddetto «punto focale percepito». Lo stesso consente di comprendere nei riguardi di chi e/o cosa lo stigmatizzato si troverà in una situazione di estrema difficoltà – ad esempio, la “bruttezza” meramente estetica può pregiudicare il rapporto (anche) con l’altro sesso -.

Queste tre dinamiche dipendono dal grado di capacità d’interpretazione della visibilità dello stigma, da parte dei soggetti “normali”.

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SOGNO O REALTÀ?

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Come passare, invece, dal “senso d’identità” a quello della realtà?

Uno degli assiomi epistemologici di Schütz trova la propria (incrollabile) certezza nel ritenere necessari gli alter ego per definire come certe e reali talune particolari situazioni. Al fine di esporre meglio l’argomentazione, il sociologo austriaco contrappone tra di loro due «province finite di significato»: la quotidianità – che abbiamo già avuto modo di cogliere in più circostanze, all’interno della sociologia fenomenologica schütziana – ed il sogno. Sviluppiamo la nostra riflessione partendo da una domanda alquanto semplice (e banale): “Come è possibile distinguere il Mondo dei sogni da quello della realtà?”.

Schütz parla di «resistenza». Il concetto non è particolarmente complesso da comprendere. In sintesi: tutti gli oggetti “esterni” al percipiente producono una “resistenza” alla libertà di azione dello stesso: tale coercizione è funzionale per la comprensione dell’ambiente circostante – in pratica, sono i medesimi a permetterci di capire dove ci troviamo -. Un esempio banale può essere quello del cuscino: il solo sentirlo sotto la nostra testa ci consente di comprendere che ci troviamo distesi sopra ad un letto. Ma se siffatta “resistenza” risultasse essere mancante?

Qualora fosse impossibile discernere la sopracitata coercizione esercitata dalle oggettualità sensibili, diventerebbe assolutamente fondamentale, per Schütz, la presenza degli alter ego – come anticipato ad inizio articolo, per l’appunto -. Si rende necessario raggiungere un certo tipo di “accordo” con gli altri individui per poter comprendere cosa sia reale e cosa, invece, non lo sia. Si tratta, in poche parole, di tentare di ottenere una determinata conferma da parte degli altri percipienti – una specie di “convergenza di giudizio” -. Ma una dinamica di questo tipo spalanca le porte ad un altro interrogativo: “Come si può ritenere apodittica ed inoppugnabile la posizione assunta dalla collettività nei riguardi di quella particolare situazione?”. Procediamo a piccoli passi.

Abbiamo già visto come soltanto una piccola parte della conoscenza sia (effettivamente) privata e personale, secondo Schütz; tutto è filtrato dalle socializzazioni e dai rapporti interrelazionali. Non a caso il sociologo parla di «conoscenza socialmente derivata». Ma nei riguardi della stessa, Schütz sottolinea come non sia possibile evidenziarne una apriorica attendibilità: la conoscenza della quotidianità – nonostante la realtà oggettiva possa apparire agli occhi dei percipienti come tale – non è certa ma, bensì, probabile, ovvero costituita da una moltitudine di elementi che consentono, per lo più, il mero orientamento all’interno di essa. La necessarietà del giudizio altrui, per giungere a definire il reale, non è altro, dunque, che l’essenza di una idealizzazione che abbiamo già avuto modo di affrontare: la “tesi della reciprocità delle prospettive”. Quando Schütz conia l’espressione «pensare come al solito», non sta facendo altro che raggruppare – “intersoggettivamente” – degli individui che condividono tra di loro i valori fondanti un proprio universo simbolico di appartenenza e riferimento.

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