I TRE FANCIULLI ED IL SERPENTE.

Di ritorno da un monastero, il Buddha vide tre fanciulli intenti a picchiare, con pietre e bastoni, un piccolo serpente. L’Illuminato si avvicinò ai ragazzi, desideroso di comprendere il perché di tutta quella violenza. Vedendo il Maestro avvicinarsi, i tre lasciarono cadere a terra bastoni e pietre. Prese, quindi, vita la seguente conversazione:

Buddha“Perché state picchiando quel povero animale?”

Fanciulli“Venerabile signore, riteniamo si tratti di un serpente velenoso. Per questo motivo lo picchiamo.”

Il Buddha ammonì i tre, dicendo loro che nessuno dovrebbe mai fare del male al prossimo al fine così di non arrecare male a sé stesso. Nel mentre che il serpente scivolava via, il Maestro si sedette dinanzi ai ragazzi e recitò quanto segue:

Tutti hanno paura di venire puniti. La vita è cara a tutti. Mettiti al posto degli altri. Non uccidere nessuno.

Facendo il male, ci si contamina. Evitando il male, ci si purifica. La purezza e l’impurità dipendono da sé stessi. Nessuno può purificare un altro.

Che nessuno trascuri il proprio benessere per il benessere degli altri. Comprendere chiaramente il proprio benessere e lottare sempre per il proprio vero bene.

Uno dovrebbe prima stabilire sé stesso in ciò che è giusto e solo allora cercare di istruire gli altri. Facendo questo, il saggio non sarà criticato.

Controllarsi è difficile. Per farlo, fai ciò che insegni agli altri. Così avrai un vero auto-controllo. Se fai ciò che insegni agli altri, ovvero il controllarti, riuscirai a controllarli. 

Se cerchi il sollievo e prendi un qualcosa da persone che, come te, lo stanno cercando, il nostro incontro, dopo la morte, non avverrà con facilità. Se cerchi sollievo e non prendi alcunché da persone che, come te, lo stanno cercando, il nostro incontro avverrà facilmente dopo la morte.

Ammaliati dagli insegnamenti del Maestro, i ragazzi presero atto di quanto sbagliato fosse stato il loro comportamento. Dopodiché, uno di loro rivolse una domanda al Buddha. Di seguito il loro conversare:

Faciullo“Venerabile signore, ho notato però che se siamo troppo gentili questo può tramutarsi in uno svantaggio per noi. Come comportarsi, dunque?”

Buddha: “Lascia che ti racconti una storia. Una volta c’era un cobra che era famoso tra gli abitanti del villaggio per la sua gentilezza e calma. Era così gentile che, tutte le volte che le persone lo accarezzavano, non si muoveva di un centimetro. Un giorno, una donna andò nel bosco a prendere legna da ardere e, dopo averne raccolta abbastanza, si rese conto di non aver portato con sé una corda per legarla. Vide allora il gentile cobra lì vicino e, senza perdere tempo, legò subito la catasta di legna, usando proprio il povero animale come una corda. Di ritorno a casa, la donna scortese lasciò andare il cobra. Quest’ultimo, poco dopo, fu preso da un grande dolore. Si recò, quindi, in un monastero. Un monaco gentile venne in suo aiuto, gli applicò un medicinale ed ascoltò la sua storia. L’uomo comprese così come il cobra fosse stato sfruttato dalla donna e trattato come un mero strumento. Il monaco, allora, proferì le seguenti parole: “Oh re serpente, ti sei messo giù a causa della tua compassione infinita. È giusto essere compassionevoli, ma quando qualcuno cerca di farti del male, ergiti con orgoglio, perché, dopo tutto, sei un re serpente!”. Il cobra prese in considerazione il consiglio e così non venne mai più molestato. Figli, dovreste sempre essere compassionevoli, ma non al punto da diventare delle innocenti vittime.”

I tre fanciulli compresero l’insegnamento del Buddha. Si recarono, assieme ai propri genitori, al monastero. Divennero monaci.

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LA STORIA DEL PICCOLO SOPAKA.

Sopaka era un bambino nato in una famiglia povera e disagiata. Quando aveva soltanto sette anni suo padre morì e sua madre fu costretta a risposarsi con un uomo malvagio e privo di virtù. Il patrigno, infatti, non perdeva occasione per sgridare e picchiare il fanciullo che, al contrario, non elemosinava mai gentilezza ed innocenza d’animo. Desideroso di liberarsi dalla tediosa presenza del piccolo ma conscio, al contempo, di come sua madre lo amasse più di ogni altra cosa al Mondo, il patrigno, un giorno, orchestrò un piano per far sì che il piccolo Sopaka scomparisse per sempre dalla sua vita.

Una sera, quindi, il patrigno invitò il fanciullo a fare una passeggiata in sua compagnia. Sopaka, che come detto, era puro e nobile di cuore, accettò di buon grado, in quanto fiducioso che sua madre avesse intercesso con l’uomo in suo favore, così che fra i due potesse sorgere un vero legame padre/figlio. Ma, purtroppo, le intenzioni del patrigno erano meschine e dettate dall’odio. Una volta giunti, infatti, nei pressi di un cimitero, l’uomo legò il ragazzo al corpo in decomposizione di un defunto, fuggendo poi via veloce da quel tetro e lugubre luogo.

Sopaka restò da solo per ore ed ore. Al freddo. Con il volto solcato dalle lacrime. Quando poi scorse numerosi animali accorrere verso di lui per cibarsi della sua carne, comprese come la sua vita fosse giunta al termine. Fu nell’esatto momento in cui percepì il terrore paralizzarlo del tutto e la paura della morte inquinargli la mente che, prima di chiudere gli occhi dallo sgomento, riuscì a scorgere una persona dal nobile aspetto ed avvolto da una luce brillante. Il Buddha era giunto sin lì per assisterlo.

Liberatolo dal funesto giogo cui il patrigno lo aveva condannato, il Maestro condusse il ragazzo al monastero di Jetavana. Qui il Buddha si prese cura del piccolo, lavandolo, dandogli del cibo e dei vestiti e consolandolo per ore intere.

Nel frattempo la madre, vedendo tornare a casa soltanto suo marito e non credendo alle sue menzogne, era fuggita di casa e, in preda al dubbio e al timore, si era messa a correre di villaggio in villaggio, per cercare di capire se qualcuno avesse visto il suo adorato figlio. Sconsolata, alla fine, decise di recarsi dal Buddha, nella speranza che l’Illuminato potesse darle consiglio sul da farsi.

Esattamente come aveva fatto con il piccolo Sopaka, il Maestro consolò la povera madre, informandola di come suo figlio fosse al sicuro e fosse diventato un monaco. Felice per aver ritrovato il proprio figlio ed illuminata dagli insegnamenti del Buddha, anche la madre decise di divenire una discepola del Maestro e, esattamente come accaduto al giovane ragazzo, anch’ella si sentì libera dai mali terreni.

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UTTARA ED IL RE SERPENTE.

Ai tempi del Buddha viveva un re serpente di nome Erakapatta. In una delle sue esistenze passate, Erakapatta era stato un monaco (bhikkhu) ma, a causa di un maltorto compiuto durante quella sua vita, non fu in grado di liberarsi dal circolo delle reincarnazioni, rinascendo così, per l’appunto, sotto le sembianze di un naga. Desideroso di incontrare il BuddhaErakapatta decise di sfruttare la propria figlia per trovare il Maestro. Il re naga, infatti, sparse in giro la voce che chiunque fosse stato in grado di rispondere a quattro precise domande, avrebbe potuto rivendicare la mano della sua bellissima e seducente figlia. Proprio per questo, infatti, Erakapatta la faceva danzare e ballare all’aperto, per poi invitarla a porgere le domande, pensate dal padre, a tutti i pretendenti che le si facevano avanti. Ma nessuno riuscì mai a dare le risposte corrette.

Un giorno, però, il Buddha vide, in una sua visione, un giovane. Il nome di costui era Uttara. Il Maestro intuì come il ragazzo, in relazione alle domande poste dalla figlia del re serpente, avrebbe finito con il raggiungere la sotapatti. Fu per questa ragione che, nel mentre che si stava recando a far visita ad Erakapatta, Uttara venne fermato dal Buddha. Il Maestro lo educò circa il modo corretto di rispondere ai quesiti del naga.

Fu proprio come l’Illuminato aveva scorto nella sua visione: Uttara, infatti, prestando ascolto agli insegnamenti impartiti, raggiunse la sotapatti. A quel punto però, il ragazzo non desiderava più la mano della donna. Decise, comunque, di recarsi al cospetto di Elakapatta per rispondere correttamente alle sue domande. In tal modo, il ragazzo illuminò la mente di tutti i presenti, facendo presente loro come effimeri e futili fossero i desideri egoistici terreni.

Queste le domande di Erakapatta e le risposte di Uttara:

  1. “Chi è un vero sovrano?”. Solo chi controlla i sei sensi può dirsi “sovrano”;
  2. “Colui che è sopraffatto dalla nebbia delle contaminazioni morali può dirsi sovrano?”. No. Soltanto colui che è libero dalla brama può definirsi “sovrano”.
  3. “Quale sovrano è libero dalle contaminazioni morali?”. Soltanto il sovrano libero dalla brama è un sovrano libero dalle contaminazioni morali.
  4. “Chi è una persona sciocca?”. Colui che brama i piaceri terreni e il mero appagamento dei sensi è uno sciocco.

Note:

  • nella pratica buddista il sesto senso è da riferirsi ai cosiddetti “fenomeni mentali”. Essi sono percepibili attraverso l'”occhio della mente”. Non si tratta, quindi, del mero intuito (occidentale) quanto, piuttosto, della capacità di sfruttare la mente per descrivere e comprendere pensieri, immaginazioni e via discorrendo. Anche i fenomeni che appartengono agli altri sensi ma vengono portati alla luce attraverso il sesto senso, vengono ascritti a quest’ultimo: pensiamo, ad esempio, a quando sfruttiamo la mente per descrivere una persona che abbiamo visto ma che ora è assente;
  • sotapatti è il primo stadio del percorso che conduce al Nirvana. Significa “entrare nel flusso/nella corrente”.

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KISA GOTAMI ED IL SEME DI SENAPE.

Ai tempi del Buddha viveva una donna di nome Kisa Gotami. Poco tempo dopo il proprio matrimonio, la donna dette alla luce un figlio. Ma, purtroppo, il bambino si ammalò e nel giro di qualche giorno esalò il suo ultimo respiro, congedandosi così dal Mondo. Il dolore della madre, ad ogni modo, era inarrestabile: Kisa Gotami, infatti, per giorni e giorni, continuò a trasportare con sé il corpo privo di vita di suo figlio, fermandosi di villaggio in villaggio e pregando chiunque incontrasse di aiutarla a riportare alla luce colui che più di ogni altra cosa al Mondo aveva amato e che così prematuramente aveva perduto. Purtroppo, nessuno poté mai dirsi capace di aiutarla: in nessun villaggio alcun abitante o viandante si palesò in grado di alleviare le sofferenze della donna e di farle comprendere come suo figlio fosse morto.

Un giorno però un anziano di un villaggio le consigliò di andare a fare visita al Buddha. L’uomo convinse la donna di seguire quel suo suggerimento. Perché se mai vi fosse stato qualcuno al Mondo in grado di ridare la vita ad un defunto, quella persona non avrebbe potuto essere che l’Illuminato. Eccitata e speranzosa, Kisa Gotami si mise in viaggio, intenzionata a raggiungere al più presto la dimora del Buddha. Incontratasi finalmente con il Maestro, la donna lo supplicò di accogliere le sue preghiere e di riportare in vita quel figlio così tanto amato. Questa la loro conversazione:

Buddha“Kisa Gotami, sappi che io conosco un modo per riportare in vita tuo figlio.”

Kisa Gotami“Illuminato, sono disposta a tutto per riportare in vita mio figlio.”

Buddha“Se è così, allora trovami quello di cui ho bisogno. Devi portarmi un seme di senape. Ma non un seme di senape qualsiasi. Devi fartelo dare da un abitante nella cui casa non sia mai venuto a mancare un membro della famiglia. Portami questo seme ed io ti prometto che ricondurrò alla vita tuo figlio.”

Nutrendo grande e sincera fiducia nelle parole del Buddha, Kisa Gotami si rimise subito in viaggio verso il villaggio più vicino, certa che a breve avrebbe trovato quanto il maestro le aveva raccomandato di portargli. Ma, ahimè, la madre ben presto comprese come il suo peregrinare non sarebbe stato breve.

Alla prima casa che trovò, il proprietario si disse ben disposto a farle dono di un seme di senape ma ammonì anche la donna che tempo addietro, in quella stessa dimora, si era spenta sua nonna. Fu così che Kisa Gotami si vide costretta a spostarsi nell’abitazione accanto. Anche la seconda casa, ad ogni modo, non soddisfaceva i requisiti del Buddha: tempo fa, entro queste mura, era andato spegnendosi il padre di famiglia. Così come nella terza casa era morto uno zio e nella quarta una zia. Kisa Gotami continuò a muoversi. Di abitazione in abitazione. Di villaggio in villaggio. Ma la risposta che riceveva da tutti coloro che la invitavano ad entrare, non cambiava. Tutti quanti avevano perso qualcuno nel corso della propria vita.

Fu così che il dolore di Kisa Gotami venne allievato da una consapevolezza profondamente umana. La donna, inoltre, si rese conto di come lo stesso poteva venire condiviso tra i propri simili. Nessuno al Mondo può esimersi dal dolore della perdita, ma la comprensione che la morte altro non sia che un fenomeno tanto naturale quanto inevitabile della vita può condurre alla Illuminazione.

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LA LEGGENDA DEL DEMONE ALAVAKA.

Il gigantesco demone Alavaka viveva nei pressi della città di Alavi. La sua dimora era un gigantesco albero di banyanAlavaka era un antico demone, dotato di grande potere e dal carattere feroce e presuntuoso. Era temuto soprattutto per la sua arma. Un’arma tanto antica quanto divina. Si trattava di una veste dal bianco colore in grado di arrecare danno e sofferenza ovunque essa andasse poggiandosi. Se Alavaka l’avesse fatta sventolare in aria, alcuna goccia di pioggia avrebbe più benedetto la terra per almeno dodici anni. Se Alavaka l’avesse lasciata cadere al suolo, tutte le piante sarebbero morte ed alcuna forma di vita sarebbe comparsa per molto tempo. Se Alavaka l’avesse gettata in mare, lo stesso si sarebbe subito prosciugato. Se Alavaka l’avesse lanciata contro una montagna, quest’ultima si sarebbe subito erosa e spezzata in due.

Il demone, nel corso della sua esistenza, mai aveva portato rispetto ad alcuno. Neanche agli asceti. Nemmeno ai propri genitori. Tanto era  vivo tra la gente il timore della sua ferocia e della sua collera, che il re Vessavana concesse al demone il diritto di uccidere e mangiare chiunque avesse finito con il farsi coprire a mezzogiorno dall’ombra del grande albero di banyan. Accadde però che, un giorno, lo stesso re, di ritorno da una battuta di caccia, si mise a riposare proprio sotto la dimora del demone. Alavaka decise di risparmiare la vita al sovrano solo in cambio di un patto: per ogni dì al di là da venire, alla creatura demoniaca dovevano essere consegnati, come pietanza, un essere vivente ed una pentola di riso. Ritornato a palazzo, Vessavana incaricò le proprie guardie di far sì che tutti i giorni venisse consegnato ad Alavaka, assieme a del riso, uno tra i tanti demoni tenuti prigionieri nelle segrete del castello, così che il patto potesse dirsi rispettato. Quando non vi furono più prigionieri da consegnare, il re ordinò che gioielli e tesori venissero depositati, in bella vista, lungo la strada. Colui che li avrebbe raccolti, sarebbe stato arrestato e consegnato al demone assieme sempre ad una pentola di riso. Ben presto, però, nessuno osò più raccogliere quelle ricchezze.

A questo punto il re ordinò che i propri sudditi rinunciassero ai loro stessi figli. Uno alla volta, sarebbero stati consegnati al demone per placare la sua ira e per far sì che il patto, stretto tempo addietro, non venisse infranto. Quando nel regno non restarono più bambini, Vessavana si vide costretto a consegnare il suo stesso figlio. Ma prima che il principe finisse nelle mani di Alavaka, fece la propria comparsa il Buddha.

Quella sera stessa, infatti, il Buddha si recò da solo nella dimora del demone per ammonirlo della propria ferocia. Alavaka stava tenendo parte ad un incontro con altri demoni. Fu il guardiano Gadrabha ad avvisare Alavaka della visita del Buddha. Fu allora che tra i due prese vita il seguente dialogo:

Alavaka: “Oh, Siddhārtha Gautama, quale è il miglior tesoro di questo mondo? Quale è la pratica che porta la vera felicità? Quale è il gusto più delizioso e quale tipo di sostentamento è il più nobile?”

Buddha: In questo mondo, Alavaka, avere fiducia nelle Tre Gemme è il miglior tesoro. Solo la pratica delle Dieci Azioni meritorie può portare la vera felicità. Dire la verità è il gusto più delizioso. E la conoscenza che porta benefici nel presente è il nutrimento più nobile.”

Ascoltando le risposte pacate e gentili del Buddha, l’anima di Alavaka poté, infine, placarsi e raggiungere l’Illuminazione. La mattina seguente, il demone provò vergogna nel vedergli consegnato, dinanzi al Buddha, il figlio del re. Per allievare il suo imbarazzo, Alavaka consegnò il principe nelle mani del suo ospite. Il giovane divenne così allievo del Buddha. Prese il nome di Hatthalavaka e dedicò la propria esistenza alla pratica del sangaha dhamma.

Questo fu il modo mediante il quale il Buddha riuscì a domare e sottomettere il feroce demone Alavaka. Il popolo di Alavi e tutte le vittime della bestia furono così liberate dal circolo delle rinascite.

Note:

  • sangaha dhamma vuol dire “aiuto che rivolgo al prossimo”. Questo “aiutare” avviene per mezzo di quattro nobili virtù: il donare all’altro (dona), l’usare un linguaggio piacevole e delicato (piyavasa), l’essere benevoli e misericordiosi (attacariya) e l’essere equi ed imparziali (samanahattata);
  • le “Tre Gemme del Buddismo” sono: buddhadharmasangha. Esse rappresentano rispettivamente “colui che è illuminato”, l’insegnamento e la comunità;

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