DESCARTES E SPINOZA: DUALISMO E CONTINGENZA.

Poniamo a confronto questi due illustri razionalisti e soffermiamo, in special modo, la nostra attenzione su due dinamiche concettuali particolarmente rilevanti all’interno dei loro rispettivi pensieri filosofici: “dualismo” e “contingenza”.

Nel pensiero di Descartes la res cogitans altro non è che la “tappa” finale della concatenazione di deduzioni logiche, legittimate e basate sull’applicazione del dubbio metodico a qualsivoglia forma di particolarità sensibile. Come sostiene lo stesso filosofo, si è soliti, infine, giungere ad un momento in cui, dopo aver dubitato di tutto, risulta essere necessario rendersi conto di come sia impossibile dubitare di una cosa: il fatto stesso di dubitare. Da qui si origina e prende vita la riflessione concernente il cogito, ergo sum, ovvero il “penso, dunque sono”. La comprensione di essere una “cosa pensante”, un qualcosa in grado di produrre cogitationes, un cogito, per l’appunto, veicola Descartes a porsi due quesiti: in primis, cercare di comprendere se esista o meno sola suddetta cosa pensante – ed è questa una riflessione che conduce alla risoluzione del nodo legato al solipsismo cartesiano -, in secundis, se l’uomo, in quanto tale, sia da intendersi – ontologicamente parlando – come formato essenzialmente ed esclusivamente da una mente oppure se sia costituito anche di un corpo – argomentazione che dà vita alla tematica inerente il dualismo -.

Sappiamo che la res extensa altro non sia che la definizione aritmetica delle particolarità sensibili, le quali, per l’appunto, vengono colte e decodificate razionalmente secondo more aritmetico. La concezione meccanicistica della Natura, ovvero il fatto di considerare la stessa come totalmente permeata da una legalità di tipo causale, e la suddivisione delle caratteristiche possedute dalle stesse particolarità in quantitative – discernibili – e qualitative – ingannatrici -, sono conseguenze della definizione stessa della res extensa. La materia occupa l’intero spazio euclideo; è una massa omogenea, che si muove ed occupa ogni “fessura vuota”, ed è divisibile in infinite parti ma le stesse non sono indipendenti ma, bensì, parti di un tutto. E l’uomo, allora?

Al’interno delle Meditazioni MetafisicheDescartes parla di “sensazioni pragmatiche”. Esse permettono tanto la rilevazione del corpo quanto di cogliere l’indipendenza della mente dallo stesso. Prendiamo in considerazione, ad esempio, il dolore – inteso, per l’appunto, come sensazione -. Il dolore viene sviluppato dal corpo e rilevato dalla mente. Nella individuazione dello stesso, il cogito comprende, in primis, come tale sensazione venga sviluppata dal corpo in un modo del tutto indipendente e, in secundis, come mente e corpo siano inevitabilmente separate. Ciò che legittima e dà forza, dunque, al dualismo cartesiano è una legalità di tipo causale. Ma vi è un problema. Una impasse che finisce con il rendere tale dualismo del tutto irrisolvibile, all’interno del cartesianesimo. L’uomo, infatti, è una particolarità complessa e non può la sua comprensione ridursi in toto ad una visione esclusivamente meccanicistica. Facciamo un esempio molto banale: io posso alzare un braccio perché vengo sollecitato da uno stimolo esterno – causa/effetto -, ma potrei anche decidere di alzarlo per il semplice motivo di volerlo alzare. L’anima viene vista come il punto di equilibro tra l’essere una “cosa pensante” ed una “cosa estesa”, anche se le argomentazioni di Descartes, a tal riguardo, sembrano essere particolarmente lacunose – come quelle inerenti la ghiandola pineale, ad esempio -.

Nella filosofia di Spinoza, invece, il superamento del dualismo “mente/corpo” è tanto immediato quanto di facile comprensione, dato che i suddetti due attributi non appaiono essere minimamente conflittuali tra di loro. Abbiamo visto che mente e corpo altro non siano che due attributi infiniti di Dio, gli unici a cui l’uomo partecipa e da cui l’uomo segue. In quanto attributi infiniti di Dio, essi compartecipano alla definizione della essenza della sostanza eterna ed infinita (Dio). Significa che mente e corpo finiscono con il trovarsi in uno stato di sintonia, o meglio di correlazione. Spinoza parla addirittura di “identicità”. Se mente e corpo sono identici, allora le idee dei corpi devono coincidere con i corpi. Ovvero: le idee dei corpi contenute nella mente di Dio non possono essere altro che le idee dei corpi sensibili che realmente esistono. Seguendo tutto da Dio, quindi, non solo la realtà sensibile esiste, non solo non potrebbe esistere realtà sensibile alternativa a quella presente ma suddetta realtà non potrebbe essere diversa da come è. La contingenza, dunque, non esiste nel pensiero spinoziano: un oggetto sensibile è – in quanto modo finito degli attributi infiniti di Dio – e non può “essere e non essere”. E per quanto concerne la contingenza nel pensiero di Descartes?

La negazione di una visione contingente della realtà, nel pensiero di Descartes, è tanto ovvia quanto scontata. Il dubbio metodico, di per sé, testimonia come non solo si debba dubitare di quanto colto dagli organi sensoriali ma, bensì, di tutto. Di tutto! Verità matematiche comprese! La riduzione dell’oggettualità ad attributi aritmetici (come l’estensione) è indicativa di come una particolarità non possa mai essere contingente. Il fine ultimo del sistema cartesiano è, infatti, quello di perseguire verità in grado di definirsi certe, assolute ed aliene da qualsivoglia forma di dubbio e/o incertezza.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

IL RAPPORTO MENTE-CORPO SECONDO MORE GEOMETRICO.

Articolo correlato: SPINOZA: INTRODUZIONE ALL’ETICA.

Articolo correlato: SPINOZA: CAUSALITÀ E PRIMI ASSIOMI GENERALI.

Articolo correlato: NECESSARIETÀ ED INFINITÀ.

Articolo correlato: INDIPENDENZA E CONVERGENZA DEGLI ATTRIBUTI.

Articolo correlato: L’ESTENSIONE INFINITA DI DIO.

Articolo correlato: DIO COME CAUSA DI SÉ.

Articolo correlato: DALL’INFINITO AL FINITO.

Articolo correlato: IL DUALISMO SPINOZIANO.

Articolo correlato: SPINOZA OLTRE DESCARTES.

Cerchiamo adesso di approfondire ulteriormente il dualismo mente/corpo, prendendo in esame tutte le induzioni logiche adottate da Spinoza a tal riguardo:

ciascuno di noi “sperimenta” (empiricamente) di essere una mente ed un corpo, ovvero di essere, in quanto individuo, una “unione” tra pensiero ed estensione

pensiero ed estensione sono distinti e ciascuno di noi può pensarli indipendentemente; eppure, assieme, formano noi stessi come unità “semplici” ed “indivisibili”

non possiamo, quindi, considerare mente e corpo alla stregua di due sostanze perché due sostanze eterogenee non possono darsi un’unione come quella che ciascuno di noi sperimenta in sé medesimo; pensiero ed estensione devono, dunque, essere la stessa sostanza

ma ciascuno di noi non può dirsi una sostanza in quanto finito ed in quanto non causa di sé medesimo; siamo, allora, una modificazione di un’altra sostanza alla quale appartengono gli attributi dell’estensione e del pensiero

se pensiero ed estensione sono la stessa sostanza allora devono esprimere la medesima essenza, nonostante siano “pensabili” indipendentemente; l’ordine degli eventi corporei deve, per forza di cose, seguire l’ordine degli eventi psichici, ovvero tra pensiero ed estensione deve esserci una reciproca corrispondenza ed identicità

dato che la mente è una modificazione finita dell’attributo del pensiero ed il corpo una modificazione finita dell’attributo dell’estensione, la corrispondenza tra mente e corpo consisterà sempre nella corrispondenza tra la concatenazione di eventi psichici e la concatenazione di eventi fisici

mente e corpo si corrispondono, sono indipendenti e non tenuti assieme da alcuna legalità causale

quindi, l’attributo del pensiero e quello dell’estensione esprimono in due modi diversi la stessa essenza, ovvero “rivestono” delle loro caratteristiche la medesima concatenazione di eventi

Ed è proprio questo ultimo passaggio a permetterci, infine, di comprendere il rapporto esistente tra l’attributo del pensiero e quello dell’estensione in Dio. Ma proseguiamo:

il legame che tiene concatenate tra di loro le idee – eventi mentali – è l’implicazione logica; il legame che tiene concatenati tra di loro gli eventi fisici è il nesso di causa/effetto

dato che pensiero ed estensione si corrispondono e visto che l’ordine degli eventi psichici è lo stesso di quello degli eventi fisici, allora il rapporto di causa/effetto nei corpi deve essere identico al rapporto di implicazione logica tra le idee; significa che negare un effetto data una causa è contraddittorio nella stessa misura in cui osiamo negare una conseguenza (logica) data una premessa (logica)

come abbiamo già avuto modo di vedere, infatti: «La conoscenza dell’effetto dipende dalla conoscenza della causa e la implica».

Secondo Spinoza tutti i corpi possiedono una mente. Tutti. Persino i sassi o gli alberi. Questo perché nell’attributo infinito del pensiero vi sono le idee di tutti i modi dell’estensione. I corpi, però, non sono tutti uguali, motivo per il quale anche le menti differiscano tra di loro. In relazione alla superiorità dei corpi si stabilisce la superiorità delle menti. Inoltre ad una differente “organizzazione corporea” corrisponde una mente differente: il pensiero umano e quello delle farfalle appaiono diversi, ad esempio. Alcuni enti, quindi, sono “superiori” ad altri nel senso che possiedono più gradi di realtà – argomentazione di rimando cartesiano -: «non possiamo negare che le idee differiscano tra loro come gli stessi oggetti, e che l’una è superiore all’altra e contiene più realtà dell’oggetto dell’altra». Questa “maggiore realtà” non si riduce solo e soltanto ad una “maggiore complessità corporea” quanto, piuttosto, anche ad una maggiore capacità di resistere all’ambiente esterno, di possedere idee adeguate e di palesarsi in grado raggiungere la “beatitudine”. Ma sono argomenti che verranno affrontati più avanti.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

SPINOZA OLTRE DESCARTES.

Articolo correlato: SPINOZA: INTRODUZIONE ALL’ETICA.

Articolo correlato: SPINOZA: CAUSALITÀ E PRIMI ASSIOMI GENERALI.

Articolo correlato: NECESSARIETÀ ED INFINITÀ.

Articolo correlato: INDIPENDENZA E CONVERGENZA DEGLI ATTRIBUTI.

Articolo correlato: L’ESTENSIONE INFINITA DI DIO.

Articolo correlato: DIO COME CAUSA DI SÉ.

Articolo correlato: DALL’INFINITO AL FINITO.

Articolo correlato: IL DUALISMO SPINOZIANO.

Il dualismo investe anche lo studio dell’uomo. Spinoza passa così ad analizzare il rapporto mente-corpo all’interno dell’essere umano. Innanzitutto, l’uomo non è una sostanza. Al contrario, si palesa essere una “modificazione degli attributi di Dio”. Come abbiamo già avuto modo di vedere, egli partecipa solo e soltanto all’attributo del pensiero e a quello dell’estensione; i corpi e le menti, quindi, sono modi finiti dei due attributi infiniti di Dio, il che significa che tutti gli altri infiniti attributi di Dio non “appartengono” all’uomo, il quale, dunque, non ha modo di conoscerli. Anche in questo, afferma il filosofo, consiste la finitezza dell’essere umano. Prendono vita, a questo punto, tutta una serie di brillanti induzioni logiche. Procediamo con ordine.

Dato che la mente umana è una modificazione dell’infinito attributo del pensiero, essa stessa altro non è che un’idea alla quale corrisponde un modo dell’estensione infinita, ovvero un corpo (finito) “esistente in atto”. In breve: la mente umana è un’idea che rappresenta un corpo. Ma non un corpo qualsiasi, bensì quel preciso e specifico corpo – «L’oggetto dell’idea che costituisce la mente umana è il corpo, ossia un certo modo dell’estensione esistente in atto, e nient’altro» -. È importante notare come la rilevazione del possesso di un proprio corpo avvenga su base empirica. Spinoza, infatti, parla di “affezioni”: ciascuno di noi percepisce delle affezioni provenire e risiedere nel proprio corpo – ovvero nel corpo che la nostra mente elabora, per l’appunto, come nostro -. Per usare le parole del filosofo: «[…] il corpo umano, in quanto lo sentiamo, esiste». Si tratta di un passaggio che può ricordare moltissimo le argomentazioni cartesiane circa il “pragmatismo delle sensazioni” ma, ad ogni modo, è importante tenere sempre bene a mente come la casualità spinoziana sia profondamente differente da quella teorizzata da Descartes. Ad ogni modo, la riflessione sulla mente umana si presenta come duplice.

Da un lato, infatti, la mente è l’idea del corpo umano perché è un modo finito dell’infinito attributo del pensiero di Dio, quindi altro non è che l’idea che in Dio rappresenta il corpo umano medesimo. Dall’altro lato, però, la mente umana ha idea del proprio corpo e del corpo degli alter ego, riuscendo a percepire il primo ed i secondi empiricamente. Il passaggio successivo consiste nel recuperare quel concetto di corrispondenza (e di identicità) che abbiamo già visto, precedentemente, in seno al dualismo spinoziano. Perché Spinoza sostiene che l’idea, che in Dio rappresenta un certo corpo, e la mente umana, che corrisponde a quel corpo, coincidono. Dato che la mente umana è un modo finito dell’infinito pensiero di Dio e dato che la stessa possiede come idea quel corpo che sente come proprio, quello stesso specifico corpo altro non può essere che l’idea in Dio di quello stesso specifico corpo.

L’idea, all’interno della filosofia spinoziana, è una particolare modificazione del pensiero, che rappresenta qualcosa. L’idea che costituisce la mente di Paolo è il corpo di Paolo, esattamente come l’idea che Paolo ha di Andrea costituisce il corpo di Andrea. Ciò che l’idea, dunque, rappresenta (ciò che possiede come oggetto) è il suo contenuto oggettivo – esattamente come è per Descartes -. Le affezioni – le percezioni sensibili – consentono a ciascun percipiente di comprendere l’esistenza del proprio corpo e di cogliere il legame che unisce la mente a quello specifico corpo – senza che questo legittimi una causalità (cartesiana) -.

Il rapporto mente-corpo, all’interno delle riflessioni di Spinoza, si sviluppa attorno a tre concetti portanti:

  • l’irriducibilità degli eventi fisici agli eventi psichici e viceversa – come abbiamo visto, le cose materiali hanno una spiegazione fisica, mentre quelle mentali una psichica -;
  • l’assenza di causalità tra eventi fisici ed eventi psichici – si parla al contrario, infatti, di “corrispondenza” e di “identicità” -;
  • la “unità numerica” dell’individuo cui gli eventi afferiscono.

Si suole utilizzare il termine “parallelismo” per spiegare il dualismo spinoziano. Tale termine, in effetti, spiegherebbe abbastanza bene il fatto che mente e corpo siano “corrispondenti” ma svincolati da una azione reciproca – ovvero da una legalità di causa/effetto -. La difficoltà sorge però in riferimento alla sopracitata “unità numerica” di eventi che coinvolgono il singolo individuo. Facciamo un esempio e procediamo con ordine.

Prendiamo in considerazione il desiderio. Esso è, in termini psichici, lo stesso evento (identico e corrispondente) che, in termini fisici, si palesa essere come una modificazione cerebrale; esso produce una serie di eventi – ad esempio, un affetto – che non sono prettamente fisici ma che hanno una corrispondenza rigida con eventi materiali – modificazioni cerebrali causate dalla prima modificazione cerebrale che corrisponde al desiderio medesimo -. Ora la critica che potremmo muovere nei riguardi di Spinoza è quella di considerare le sue argomentazioni come profondamente materialiste. In sintesi, potremmo quasi sostenere che il parallelismo spinoziano permetta al filosofo di ridurre gli eventi psichici a eventi materiali – anche per la loro mera agnizione -. Il fatto è che, per spiegare una passione o una volizione (come, ad esempio, il desiderio), si è appena deciso di partire dalla descrizione di eventi fisici – le modificazioni cerebrali, nell’esempio di cui sopra – per giungere poi alla comprensione di eventi mentali. Ma a questa forma di conoscenza – la “conoscenza inadeguata” – Spinoza contrapporrà poi la cosiddetta “conoscenza adeguata”, che ha per oggetto lo studio dell’attività della mente umana. Come vedremo, in quel caso il filosofo prediligerà ragionare in termini prettamente mentali, evidenziando, quindi, una non apriorica adesione a tesi materialiste. Per il momento, dunque, è bene tenere a mente il seguente assioma: gli eventi sono sia fisici che mentali e non sono più fisici di quanto non siano mentali e né il corpo né la mente godono di precedenza alcuna l’uno sull’altra.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

IL DUALISMO SPINOZIANO.

Articolo correlato: SPINOZA: INTRODUZIONE ALL’ETICA.

Articolo correlato: SPINOZA: CAUSALITÀ E PRIMI ASSIOMI GENERALI.

Articolo correlato: NECESSARIETÀ ED INFINITÀ.

Articolo correlato: INDIPENDENZA E CONVERGENZA DEGLI ATTRIBUTI.

Articolo correlato: L’ESTENSIONE INFINITA DI DIO.

Articolo correlato: DIO COME CAUSA DI SÉ.

Articolo correlato: DALL’INFINITO AL FINITO.

Sappiamo che, in termini di esperienza, l’uomo è “partecipe del pensiero e dell’estensione” – solo e soltanto di questi due attributi – e che il contenuto del pensiero è limitato (per l’appunto) ai modi del pensiero e dell’estensione. Il modo che costituisce l’uomo è la finitezza. L’essere umano, infatti, è un modo finito e, per questo motivo, è ben altra cosa rispetto alla sostanza infinita – sostanza verso la quale, in ogni caso, inerisce -. Spinoza sostiene come tutti gli enti finiti siano in Dio e come la loro stessa concezione e/o esistenza sarebbe del tutto impossibile senza l’infinità dell’Altissimo. Ma attenzione! Il fatto che gli enti finiti appartengano necessariamente a Dio e che la loro esistenza si paleserebbe come nulla in caso contrario, non implica che tra Dio e gli enti finiti stessi non vi sia una differenza ontologica ed esistenziale! A tal riguardo, prendiamo proprio in considerazione le parole del filosofo. Secondo Spinoza, all’essenza di un qualcosa appartiene «ciò senza cui la cosa e, viceversa, ciò che, senza la cosa, non può né essere, né essere concepito.» Facciamo un esempio.

Se consideriamo l’essere umano un animale razionale, allora non può esistere razionalità che non conduca all’idea di umanità, esattamente come non può venire concepito il concetto di umanità privo di un tale attributo. Ma, se il rapporto coinvolge enti finiti – come l’uomo, per l’appunto – e Dio, allora tutto cambia: da una parte, è senz’altro giusto affermare come l’ente finito non possa essere né venire concepito senza Dio, ma, dall’altra parte, Dio non appartiene all’essenza degli enti finiti, il che significa che è e viene inteso anche senza i medesimi. Dobbiamo però nuovamente fare attenzione.

Abbiamo visto, infatti, che l’essenza di Dio è infinita e che da essa seguono, necessariamente, infinite cose in infiniti modi, il che permette alla potenza di Dio di identificarsi con la sua stessa essenza. Possiamo, quindi, concepire Dio, alienandolo dalle conseguenze – gli enti finiti – della sua sopracitata potenza? In realtà, Spinoza adatta la definizione di Dio a quella di “effetto” della volontà divina. Dio non sarebbe tale se non fosse la causa di tutte le cose che seguono dalla sua natura, ma quelle stesse cose non sono ciò che lo rendono una sostanza infinita o che ne legittimano l’esistenza; al contrario, sono gli effetti del suo agire e, per questo, non rientrano nella definizione di sé medesimo. Quindi: i modi finiti necessitano di Dio per esistere, ma l’esistenza di Dio non dipende da loro, bensì dall’infinità dell’essenza divina. L’intento spinoziano, dunque, è quello di tenere distinta la natura delle cose finite dalla natura di Dio, nonostante le cose finite siano in Dio e siano modi del suo essere l’unica sostanza infinita esistente.

A Dio appartengono i due attributi infiniti del pensiero e dell’estensione – ovvero gli stessi rientrano nella definizione di sé medesimo in quanto legati indissolubilmente alla sua essenza infinita -. Grazie all’attributo del pensiero, Dio ha piena conoscenza di sé stesso, di tutte le cose che seguono dalla sua natura e di tutto ciò che costituisce il contenuto del suo intelletto infinito – «In Dio si dà necessariamente l’idea tanto della sua essenza quando di tutte le cose che seguono necessariamente dalla sua essenza.» -. Si tratta di un passaggio particolarmente complesso. A differenza di molte teologie, infatti, la creazione del Mondo, secondo Spinoza, non è libera. Si parla di “negazione della libertà di scelta in Dio”: mentre in molte dottrine si riconosce in Dio l’idea di sé stesso e di tutte le cose che può produrre – nel senso che ciò che Dio conosce è una conseguenza della sua stessa natura – e che la creazione del Mondo, ottenuta utilizzando proprio quelle idee come un modello ideale, sia del tutto libera, in Spinoza, al contrario, alle idee delle cose corrispondono, inevitabilmente, le cose nella realtà, nel senso che l’ambito delle idee divine non è assolutamente più esteso – in termini tanto di libertà quanto di discrezionalità – di quello delle cose esistenti. E questo perché i corpi seguono dalla natura di Dio con la stessa necessità con la quale da quella stessa natura seguono le idee dei corpi, palesando così una reciprocità assoluta. Inoltre le idee (in Dio) delle cose non sono causate dalla cose stesse, esattamente come le cose medesime non sono causate dalle idee che Dio possiede di esse. Tra idee e cose, dunque, vige una corrispondenza stretta, priva di qualsivoglia forma di legalità causale.

Non deve sorprendere la mancanza di una causalità tra pensiero – le idee – ed estensione – le cose -, all’interno dell’argomentazione spinoziana. Se, infatti, riprendiamo l’assioma di causalità – “non può esservi causalità a meno che si dia qualcosa in comune” – appare alquanto intuitivo il ragionamento di Spinoza. Pensiero ed estensione sono, infatti, corrispondenti non perché legati da un rapporto di causalità ma, bensì, perché semplicemente esprimono la stessa essenza: sono da sempre uniti, legati l’uno all’altro, e traducono in due linguaggi diversi – in quanto sono due attributi infiniti dell’infinita essenza di Dio – lo stesso identico messaggio – la definizione di Dio -. Quindi si corrispondono perfettamente senza che vi sia la necessità che l’uno sia causa dell’altro o viceversa. Ecco perché «l’ordine e la connessione delle idee è lo stesso che l’ordine e la connessione delle cose». Ma vi è di più. Non si tratta, infatti, solo di una mera corrispondenza. Spinoza pone proprio il concetto di “identicità” a fondamento del legame tra pensiero ed estensione; questi due attributi infiniti dell’infinita essenza di Dio sono «una e identica sostanza che è compresa ora sotto questo ora sotto quell’attributo». Quindi mente e corpo – ovvero, pensiero ed estensione – si corrispondono perché (semplicemente) identici, nel senso cioè che costituiscono, per davvero, la stessa essenza. Il dualismo (cartesiano) è risolto sotto un duplice aspetto: non solo non esiste causalità tra pensiero ed estensione ma non è possibile nemmeno ipotizzare una “conflittualità causale” tanto nelle cause quanto negli effetti, nel senso che l’ordine delle idee e l’ordine delle cose non possono venire sovrapposti in alcun modo: le cose materiali hanno una spiegazione esclusivamente fisica, mentre quelle mentali una di tipo psichica.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

DALL’ANTIRIDUZIONISMO ALL’EMERGENTISMO.

Articolo correlato: CRANE E L’INTENZIONALISMO.

Articolo correlato: OGGETTO O CONTENUTO?

Articolo correlato: RIFLESSIONI SUL DUALISMO IN CRANE.

Il principio d’identicità – ovvero la riduzione (ontologica) della mente al corpo – risolve, concettualmente parlando, il problema dell’interazione causale tra mente e fisicalismo. Ma si tratta di una teoria non accettabile dato che sostiene come due entità, per condividere le stesse proprietà mentali (o gli stessi eventi mentali), debbano trovarsi anche nelle stesse condizioni fisiche. Ad esempio: io provo dolore, esattamente come il mio cane di casa, ma è del tutto assurdo ipotizzare che tale dolore sia mentalmente identico in entrambi (anche a causa delle ovvie differenze fisiche/organiche/biologiche esistenti) .

Il dualismo – ovvero l’interazione causale “mente-corpo” – per Crane risulta essere, quindi, inevitabile. Resta ora da capire quali siano le teorie capaci di descrivere il rapporto tra la causalità mentale ed il fisicalismo. Nuovamente il filosofo ne individua due: la teoria della “sopravvenienza causale” evidenzia la dipendenza della causa (proprietà) mentale da quella fisica; il “principio emergentista”, d’altro canto, afferma come sia necessaria una causa mentale affinché quella fisica sia sufficiente per la produzione dell’effetto considerato.

La “sopravvenienza causale” si fonda sul “fisicalismo non riduzionista”. Questo tipo di fisicalismo nega il principio di identicità – e, quindi, la riduzione delle proprietà mentali a quelle fisiche -. È chiamato anche “teoria dell’identità di token“, dove i token (particolari) mentali e fisici sono identici, pur mantenendo distinti le loro stesse proprietà intrinseche. Nonostante l’assenza dell’identicità tra le proprietà – ecco perché è “non riduzionista” -, le proprietà mentali dipendono da quelle fisiche (del cervello); in questo modo il fisico determina ogni cosa – ecco perché è un “fisicalismo” –. Questa dipendenza è spesso indicata col termine di “sopravvenienza”, per l’appunto: A sopravviene a B, quando in A non notiamo alcuna differenza senza che ve ne sia una (anche) in B. Ovvero, per essere maggiormente esplicativi: due cose non possono differire nelle loro proprietà mentali a meno che non differiscano sulla base di qualche loro proprietà fisica. Approfondiamo per un attimo proprio questa dinamica filosofica.

Potremmo sostenere, infatti, che l’interazione causale tra mente e corpo si riduca ad una relazione controfattuale tra stati mentali ed eventi fisici. La controfattualità, per l’appunto, si fonda sul seguente paradigma: se il mentale sopravviene sul fisico, allora ogni volta che una causa fisica produce un effetto, ad essa si accompagnerà sempre anche una causa mentale. E la causa mentale è causa nello stesso senso di quella fisica. La causalità appare, dunque, essere come una dipendenza controfattuale. Si parla spesso, infatti, di “sopravvenienza necessaria” o di “determinazione metafisicamente necessaria”.

A fianco del fisicalismo non riduzionista, Crane fa menzione anche del cosiddetto “emergentismo”. Stando a quanto sostiene questa corrente di pensiero, le proprietà mentali sarebbero, per l’appunto, “emergenti” ed “emergerebbero” dalla materia nel momento in cui quest’ultima sia riuscita a raggiungere un certo grado di complessità. Non tutte le proprietà della materia sono emergenti. La massa, ad esempio, si costituisce delle masse possedute da ciascuna singola parte costituente la materia medesima. In genere si distingue tra proprietà “emergenti” e proprietà “risultanti”. Così come la massa è una proprietà risultante, il colore, ad esempio, è una proprietà emergente. Può l’emergentismo delle proprietà mentali seguire il percorso segnato fino ad ora, ovvero considerare le proprietà mentali come distinte da quelle fisiche, capaci di sopravvenire a quest’ultime, ed essere dotate quindi di un’efficacia causale?

Secondo Crane l’emergentismo nega la completezza della fisica (fisicalismo). Consideriamo il seguente esempio: ho mal di testa e, per questa ragione, mi dirigo verso la credenza per prendere un’aspirina. Il mal di testa, quindi, causa il mio stesso movimento e resta distinto dalla proprietà cerebrale (il muoversi) che mi “permette” di avvicinarmi alla credenza. Se non avessi avuto mal di testa non mi sarei diretto verso la credenza. Così come se non avessi avuto la proprietà cerebrale di muovermi. Domando: “Se il mal di testa è una causa necessaria affinché io mi diriga verso la credenza, dato che se fossi stato bene non mi sarei diretto verso la stessa, la mera proprietà cerebrale è sufficiente (in alternativa) per “spronarmi” ad andare a prendere l’aspirina?”. No. A patto che la causa fisica non includa anche quella mentale. Quindi, per negare la completezza della fisica, è sufficiente supporre che una causa, per l’appunto, fisica – per essere sufficiente – debba includere anche una causa mentale (necessaria).

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.