SUPERARE IL POSSESSO PER SUPERARE IL DOLORE.

Come affrontare il dolore? Piangere e disperarsi per la dipartita di una persona cara sono da considerarsi azioni capaci di allontanarci dallo Zen? Può la Via che conduce al satori essere “incompatibile” con la esternazione di sentimenti angoscianti e alimentati da una profonda afflizione? Quanto andremo affermando adesso può apparire anche (dannatamente) cinico ma, ancora una volta, la sottigliezza concettuale, che dà linfa e giustificazione a tutto il successivo argomentare, risulterà essere squisitamente nobile, oltre che anche profondamente consolatrice.

Allontanarsi dall’idea di possesso! Questo è quanto di più salutare possa mai esserci per comprendere ed affrontare la purezza di qualsivoglia evento si palesi dinanzi a noi, coinvolgendoci personalmente (ed emotivamente). Se la paura della morte necessita di venire respinta sulla base dell’accettazione del processo di reincarnazione dell’anima – e non solo -, il dolore della perdita, da una parte, deve essere accettato e fatto proprio sulla base della comprensione della sua reale essenza… ma per raggiungere un tale intento, dall’altra parte, è fondamentale alienarsi da idee di possesso e di dominio nei riguardi di quanto smarrito o – ahimè – perduto.

Quando perdiamo qualcosa di importante, proviamo dolore e ci disperiamo. Depressione e profonda tristezza inquinano il nostro animo e la nostra mente. La stessa diviene fiacca ed incapace di concentrarsi, mentre il corpo si atrofizza, non riuscendo più a percepire quanto vada manifestandosi tutt’attorno. L’idea, camuffata da consapevolezza, che quanto perduto non sia più con noi e che si sia smarrito per sempre, si nutre e, al contempo, viene giustificata dalla logica del possesso. “Era nostro”, “faceva parte di noi”, “ci apparteneva” e adesso “non esiste più”… queste sono solo alcune delle formule che ci impediscono di comprendere la vera essenza del dolore.

I monaci buddisti sono soliti stringere forte la mano del defunto, svuotare la mente e cadere in una profonda contemplazione e preghiera. Il tutto affinché l’anima del trapassato trovi serenità e pace e non si spaventi nel percorrere il cammino della reincarnazione. Ecco, tutto ciò evidenzia meravigliosamente l’allontanamento da ogni idea di possesso e di dominio! Pensare che la tristezza o l’afflizione non possano mai affliggere il nostro animo è sbagliato. Profondamente sbagliato. Ma lo Zen permette di non cadere vittima di tali stati d’animo. Che il dolore venga compreso e vissuto. Apertamente. In profondità. Nella sua vera essenza. Alieno da qualsivoglia logica di possesso.

Una persona cara ci ha lasciato. Piangete. Pregate per la sua anima. Rallegratevi rammentando i momenti sereni che avete vissuto al suo fianco. Rimembrate sempre ciò che vi ha lasciato in dono, perché niente muore o sparisce prima di non aver insegnato ciò che doveva insegnare. Siate grati del tempo concessovi di vivere assieme a lui. Siate felici per lui. Gioite del percorso che adesso attende la sua anima.

Se permettiamo alle dinamiche di cui sopra di alimentare il nostro dolore, non solo lo stesso non sarà mai colto nella propria essenza ma, molto probabilmente, finirà con l’allontanarci sempre di più dalla vera Via che conduce alla pace e alla serenità della mente.

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VIVERE NEL DISTACCO.

Si consideri il seguente insegnamento del maestro Kokushi:

Se è garantito che non vi è distinzione fra meditazione e attività ordinarie, allora appare contraddittorio che lo Zen e altre scuole del Buddismo spronino gli allievi a lasciar perdere le cose e a restare distaccati dagli oggetti. […] I metodi di insegnamento usati dai saggi per guidare i discepoli non hanno una forma o un’apparenza prefissate. Poiché è un principio generale di tutte le scuole buddiste universalistiche che non vi sia discrepanza fra Buddismo e fenomeni mondani, nessun autentico maestro potrebbe dire che vi sia pratica di Buddismo al di fuori di eventi e attività. Nondimeno, poiché coloro che non capiscono questo si fanno idee false sulle cose del mondo, i maestri Zen dicono loro umilmente di rinunciare temporaneamente alle cose in modo da consentire loro di sbarazzarsi delle fissazioni.

Il passaggio è particolarmente importante e manifesta una sottigliezza concettuale che merita – necessariamente! – di venire ben spiegata e compresa. La riflessione, almeno in parte, ci permette di ribadire quanto già sostenuto in seno alla meditazione e ai koan.

La meditazione è fondamentale per cogliere la Via che conduce al satori, di modo così da inoltrarsi nel cammino che porta alla Illuminazione. Giusto sostenere come per meditare sia necessario svuotare la mente e fare in modo che essa non fossilizzi la propria attenzione su oggetti e/o contenuti specifici o prefissati. Una mente svuotata da ogni concetto e/o preconcetto è in grado di comprendere l’essenza di qualsivoglia manifestazione, evitando che quanto esperito possa ridursi ad una mera interpretazione logica e razionale. Diviene allora fondamentale ribadire la praticità che sta alla base della individuazione dello Zen.

In ogni particolarità e/o attività modana e abituale è possibile scorgere lo Zen. Per far questo, oltre che travalicare l’interpretazione logica degli eventi, diviene necessario non “legarsi” troppo agli stessi. In ciò consiste il “distaccarsi” dalle manifestazioni sensibili e materiali. In ciò trova forza la convinzione del dover osteggiare l’idea stessa del possesso. Essa, infatti, al pari della logica, è in grado di viziare la percezione dell’Assoluto che risiede nel relativo che viviamo e scorgiamo.

La meditazione, dunque, permette alla mente di trascendere i limiti imposti a lei medesima dalla concezione logica e razionale del Mondo. D’altro canto, l’esecuzione e l’osservazione di attività mondane e pratiche diventano strumenti più che idonei per cogliere lo Zen, a patto che la percezione non venga inquinata da idee di possesso e/o di dipendenza et similia.

Vivere cogliendo il Tutto. Vivere distaccandosi dal Tutto. Lasciare che l’Assoluto si manifesti e venga colto nella propria essenza, senza che diventi però una fissazione della mente o si riduca a contenuto di idee di possesso e/o di dominio.

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LO “SCHIUDERSI” DELLO ZEN: SATORI.

Giungere e cogliere lo Zen significa afferrare un nuovo punto di vista sulla realtà. Lo abbiamo già sostenuto. Trattasi di una lettura e di una visione del Mondo non più dualistica, ovvero fondata sulla contiguità o dicotomia tra “vero/falso” o ” giusto/sbagliato”, e via discorrendo. Siamo oltre la logica o, per essere più precisi, oltre ogni interpretazione di tipo logico/razionale della Vita. Attenzione! Questo andare oltre non si giustifica sulla base della consapevolezza della molteplicità dei punti di vista e – conseguentemente – delle verità prospettiche. È estremamente importante cogliere questa sottigliezza! Una pietra, ad esempio, può apparire in modo differente a due osservatori ma tale distanza non è legittimata da una lettura fenomenologica del Mondo quanto, piuttosto, dalla possibilità che in uno dei due o in entrambi possa risiedere – per l’appunto! – lo Zen. Pensiamo ad un gesto semplice, quotidiano e “umile” come il sorseggiare una tazza di tè… perché dovremmo essere tanto restii nel credere che colui, che lo sta bevendo dinanzi a noi, stia (anche) contemplando l’essenza dell’Assoluto, nel mentre in cui va avvicinando la tazza alle proprie labbra?

Questo punto di vista nuovo ed alternativo, questo “acquistare” ed “afferrare” lo Zen si chiama satori. Non esiste Zen senza satori perché esso stesso altro non è che lo “schiudersi dello Zen“. Per giungere al satori è necessario porsi in contrasto con ogni forma di apprendimento intellettuale, razionale e logico. Travalicare, quindi, la comprensione confusa del Mondo… una tipologia di agnizione tipica di una mente dualistica. Il satori è “irriducibile” a qualsivoglia forma di spiegazione intellettuale. Questo significa che esso non può venire spiegato. Né, tanto meno, insegnato. Il maestro può condurre il discepolo verso la Via, palesandogli la propria esperienza ed invitandolo all’arte della meditazione e alla contemplazione dei koan. Ma il “risveglio” è personale, spirituale ed introspettivo. L’Illuminazione, dunque, può avvenire in qualsiasi luogo ed in qualsiasi modo. Perché una volta che la mente viene liberata da ogni interpretazione logica della Vita, anche il suono più comune o il gesto più semplice può permettere, a chi ascolta o osserva, di cogliere la magnificenza dell’essenza dell’Assoluto. L’Assoluto che ci circonda e che si manifesta nel relativo che viviamo. Ecco, quindi, un altro passaggio fondamentale da comprendere: tutte le cause del satori risiedono nella nostra mente! Attendono solo di schiudersi ma, affinché ciò avvenga, è necessario che l’involucro stesso ceda il passo all’acquisto di questa nuova e meravigliosa visione sul Mondo!

Occorre un’altra precisazione, giunti a questo punto della riflessione. Abbiamo parlato di meditazione, ma attenzione! Sicuramente meditare e concentrarsi possono essere utili per rivolgere lo sguardo alla Via che conduce all’Illuminazione. Ma non dobbiamo concepire il satori come il fine o – peggio ancora! – l’oggetto stesso del nostro meditare. La meditazione implica un orientarsi verso un qualcosa. Lo Zen, invece, è uno schiudersi ed un afferrare un nuovo punto di vista sul Mondo. Che la meditazione, dunque, sia di aiuto a liberare e svuotare la mente, così da permettere alla stessa di cogliere l’essenza vera ed assoluta di qualsivoglia manifestazione vada esperendosi dinanzi a noi. Questo accorgimento ci obbliga, d’altro canto, a ribadire quanto sostenuto poc’anzi: il satori non può giungere se noi stessi non ci indirizziamo verso la Via che ad Esso ci conduce. Ecco perché tanto la meditazione quanto i koan sono strumenti congeniali per far sì che la mente si predisponga all’accoglimento della rivelazione dello Zen.

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PRATICARE LO ZEN.

Un monaco domandò al suo maestro: “È trascorso un certo tempo da quando sono venuto da voi per essere istruito sul santo sentiero che conduce al Buddha, ma nemmeno un indizio me ne avete ancora dato.” Ecco la risposta: “Cosa intendi, figlio mio? Ogni mattina mi saluti, e io non ti ricambio? Quando mi porti una tazza di tè, forse che io non l’accetto e non mi rallegro nel berla? Al di là di ciò, quali altri istruzioni desideri da me?”.

Praticità e Zen vanno di pari passo. Questo significa che per raggiungere lo Zen è necessario praticare la Vita, ampiamente intesa, in ogni sfaccettatura e particolarità la stessa vada costituendosi, volgendo attenzione e cura ad ogni mansione svolta – anche la più umile ed apparentemente priva di significato -. Questa consapevolezza si origina a seguito di quanto detto e sostenuto fino a questo momento: apprendere lo Zen non significa abbandonarsi ad un mero ed “esclusivo” percorso intellettuale. L’illuminazione arriva nel momento in cui la contemplazione del particolare eseguito e posto in essere permette il raggiungimento dell’Assoluto. Lo Zen, quindi, è la “Vita di ogni giorno”, sia essa correre o nuotare o anche il semplice respirare, perché in qualsivoglia azione pratica è possibile raggiungere il satori. Lo Zen è svincolato da ogni coercizione in quanto libero e permeato da una assoluta naturalezza di espressione e manifestazione.

Forse, che sia proprio il suo carattere pratico a rendere difficile l’individuazione dello Zen? Perché se, da un lato, è corretto sostenere come esso si manifesti nella conduzione e nell’esercizio pratico dell’esistenza, dall’altro lato, è necessario trascendere ogni interpretazione logica del vivere per permettere al particolare di condurci all’assolutezza dello Zen. Non solo il tempo e lo spazio devono venire trascesi, ovvero privati della loro capacità di influenzare il nostro giudizio su quanto osservato e/o esperito… è necessario anche andare oltre ogni lettura sistemica della realtà. Che significa che un evento A è più importante di un evento B? Porsi in tale maniera nei riguardi di un qualsiasi avvenire non consente di cogliere l’essenza assoluta della manifestazione.

Non si tratta di fenomenologia. Non stiamo parlando di verità prospettiche o di flussi di coscienza. Tutt’altro. Stiamo parlando di un Assoluto che si rivela per quello che è. Non stiamo nemmeno parlando di una interpretazione panteistica del Mondo. Quando andiamo sostenendo che “tutti siamo Buddha” non affermiamo che Buddha sia presente in qualsivoglia particolarità, quanto piuttosto come sia possibile scorgerlo in qualsiasi cosa. Non una determinante ontologica, quindi. Ma un risveglio. Una consapevolezza. Un percorso che conduce all’Assoluto. Una chiara manifestazione di ciò che è in quanto tale. Una illuminazione, appunto.

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LO ZEN COME AFFERMAZIONE.

Si prenda in considerazione il seguente koan del maestro Shou-Shan (926-992):

«Osservate questo shippe – (bastone) –! Chiamatelo shippe, e voi affermate; non chiamatelo shippe, e voi negate. Ora non affermate e non negate: come definite ciò? Parlate, parlate!

Il suddetto koan è illuminante. Per una duplice ragione. In primis, evidenzia il ruolo del maestro. Egli si limita ad indicare la Via. Spetta al discepolo scorgere in essa lo ZenIn secundis, quanto richiesto da Shou-Shan impone un andare oltre. Il travalicare il dualismo che legittima e giustifica il funzionamento della logica. Il binomio “vero/falso”. La contrapposizione tra una affermazione ed una negazione. Abbiamo detto che lo Zen non è mai una negazione ma sempre, solo e soltanto, una affermazione. Pura. Ebbene non una affermazione fondata e giustificata da un ragionamento logico. Non il frutto di una deduzione o induzione. Non il risultato dell’aver osteggiato una negazione. In tal caso, sarebbe una affermazione relativa e, quindi, mai assoluta. Lo Zen è pura affermazione perché tale è lo Zen. Perché collocato al di là della logica. Perché non è individuabile da un ragionamento. Perché non si riduce ad un qualsivoglia tipo di appagamento intellettuale e intellettivo. Lo Zen è una affermazione alta. Più alta di ogni altra.

Dunque lo Zen è illogico? Sì. Senza alcun dubbio. Ma non perché privo di significato. Più che altro perché privo di un significato logico. Ovvero di un significato riconducibile alla logica. Ovvero di un significato deducibile e/o interpretabile da un approccio logico. Andare oltre la logica. Lasciarsi alle spalle la logica che sta alla base di ogni interpretazione e agnizione della realtà. Ecco cosa è richiesto per scorgere lo Zen. Un “sì” frutto della logica è senza dubbio un qualcosa che può gratificare da un punto di vista intellettivo. Ma resta pur sempre un qualcosa che limita. Perché impedisce di scorgere la vera affermazione. Un “no” frutto della logica è un negare. In quanto esclusione, anch’esso non può mai coincidere con l’essenza dello Zen. Non esiste Zen né nella limitazione né nella esclusione, dunque. Questo significa che nello Zen non vi è antitesi. Mai. Tutto è in perfetto equilibro. Ogni cosa contribuisce e confluisce nel Tutto. Pace e armonia.

Ma allora cosa rispondere? Quale risposta deve essere data al maestro Shou-Shan nei riguardi del bastone che brandisce con tanto impeto? Ebbene, qualsiasi risposta. Qualsiasi risposta è valida. Qualsiasi risposta è manifestazione dello Zen se proviene dall’essenza più profonda di chi la esperisce. Se la contemplazione di quanto osserviamo non si riduce ad una mera interpretazione logica, se raggiungiamo il satori, allora la nostra risposta sarà più che valida. Ecco l’insegnamento del maestro. Invitare il discepolo a liberarsi di ogni appiglio. Obbligarlo a disancorarsi del tutto dal modo ordinario d’intendere la realtà. Messo con le spalle al muro ed impossibilitato  del tutto a sfruttare la mera logica, all’allievo altro non resta che guardare dentro di sé.

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