LA NASCITA DELLA SOCIETÀ CIVILE.

Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che strappando i paletti e colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, voi siete perduti.”

Jean-Jacques Rousseau, Le Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalite parmi les hommes (1755).

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IL RUOLO DELLA DONNA.

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Già nelle pagine del Discorso si può intuire la posizione assunta da Rousseau ne riguardi del gentil sesso. Uno degli aspetti “più virtuosi” del selvaggio, del resto, è il presentarsi come “disperso”, ovvero libero da qualsivoglia legame di tipo (prettamente) spaziale (sedentario). Lo stesso amore, come abbiamo già avuto modo di constatare, viene valorizzato solo sul piano meramente dell’atto fisico e non in riferimento alla possibilità che da esso stesso possano poi venire poste in essere le fondamenta per una convivenza familiare/domestica – obiettivo, in special modo, delle donne -. In ambito pedagogico, rappresentando l’Emilio la necessarietà della rieducazione corretta delle nuove generazioni di futuri cittadini, è inevitabile che Rousseau debba nuovamente fare i conti con l’equilibrio di potere tra uomo e donna, ovvero tra marito e moglie. Non nego come sia possibile scorgere spunti particolarmente maschilisti – per non dire misogini – ma ciò che è opportuno ricordare è tutto l’impianto filosofico su cui si fondano le argomentazioni rousseauiane, partendo dalla morale naturale per arrivare al processo di formazione del fanciullo.

Innanzitutto, il libertino parla di “potere attivo” e di “potere passivo”:

Nell’unione dei sessi ciascuno concorre egualmente all’oggetto comune, ma non nella stessa maniera. […] L’uno deve essere attivo e forte, l’altro passivo e debole: necessariamente occorre che uno voglia e possa, l’altro basta che resista poco.

E non si tratta solo di affermare che la donna – quasi fosse così per sua stessa natura – debba solo preoccuparsi dei figli; Rousseau sostiene come non potrà mai possedere un “temperamento” forte e bellicoso al pari di quello degli uomini. Tant’è che:

segue che la donna è fatta specialmente per piacere all’uomo. Se l’uomo deve piacerle a sua volta, si tratta di una necessità meno diretta; questi piace per il solo fatto che è forte. Non è questa la legge dell’amore, ne convengo; ma è quella della natura, anteriore all’amore stesso.

Si ribadisce, quindi, il fatto di come la morale naturale sia apriorica a qualsivoglia forma di artificiosità (amore compreso). Non si tratta, dunque, di una considerazione volutamente maschilista, quanto, piuttosto, affine all’impianto filosofico di sostegno di tutte le riflessioni portate avanti sino ad ora. L’equilibrio di poteri viene ulteriormente ribadito poco più avanti:

Se la donna è fatta per piacere e per essere soggiogata, ella deve rendersi gradevole all’uomo anziché provocarlo: la sua forza è nelle sue grazie; è per loro mezzo che ella deve costringere l’uomo a trovare e ad usare la forza che a lui è propria.

Il posto naturale della donna si trova tra le mura domestiche – motivo che, infatti, come detto ad inizio articolo, porta Rousseau a porsi in una determinata maniera nei riguardi del gentil sesso durante la trattazione del selvaggio -. La sua principale occupazione è la cura dei figli. Per questo una madre deve prestare estrema attenzione alla sua salute fisica, anche a scapito di quella della mente – non si tratta di affermare come ella stessa debba vivere nell’ignoranza quanto, semmai, il sottolineare come non debba aspirare alla stessa educazione dell’uomo. Anche questo, in effetti, è un passaggio che può far storcere il naso al giorno d’oggi, soprattutto se decontestualizzato dal pensiero rousseauiano -. Proprio in seno a questo punto, è interessante vedere anche come la donna sia chiamata a porsi nei riguardi del credo:

Per il fatto stesso che la condotta della donna è assoggettata all’opinione pubblica, la sua credenza è assoggettata all’autorità. Ogni fanciulla deve avere la religione di sua madre, e ogni donna maritata quella di suo marito

Anche in questo caso, si tratta di dover comprendere il peso delle affermazioni in riferimento a quel contesto di legge naturale e di conseguente equilibrio di poteri di cui abbiamo già parlato poc’anzi.

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IO SERVO DIO…

Io servo Dio nella semplicità del mio cuore. Non cerco di sapere che ciò che è importante per la mia condotta. Quanto ai dogmi che non influiscono né sulle azioni, né sulla condotta, e per i quali tanta gente si tormenta, io non ci sto punto in angustie. Considero tutte le religioni particolari come tante istituzioni salutari che prescrivono in ciascun paese una maniera uniforme di onorare Dio per mezzo di un culto pubblico, e che possono tutte aver le loro ragioni in base al clima, al governo, al genio del popolo, o a qualche altra causa locale che rende l’una preferibile all’altra, secondo i tempi e i luoghi. Io le credo tutte buone quando vi si serve Dio convenientemente. Il culto essenziale è quello del cuore.

Jean-Jacques Rousseau, Emile ou de l’éducation (1762).

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ROUSSEAU: MATERIA E DIO.

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Prevedo quanti lettori saranno sorpresi nel vedermi seguire tutta la prima età del mio allievo senza parlargli di religione. A quindici anni non sapeva se aveva un’anima, e forse a diciotto non è ancora tempo che lo impari; infatti, se lo impara prima di quel che occorra, corre il rischio di non saperlo mai.

La premessa rousseauiana è particolarmente consona e conforme a quanto trattato fino a questo momento: niente deve essere imposto e/o “forzatamente anticipato” all’interno del percorso pedagogico di formazione del fanciullo. In questo consiste l’ordine e la “sensibilità” della morale naturale. Rousseau sostiene come «la parola spirito non ha alcun significato per chi non ha filosofato», sottolineando come un “uso” prematuro di un simile concetto da parte di una mente non ancora pronta e non profondamente acculturata possa «promuovere concezioni inadeguate e antropomorfiche dello spirito e della divinità».

Secondo Rousseau le sensazioni sono collocate entro l’essere umano e sono ciò che permettono al medesimo di avere coscienza del proprio corpo. Le loro cause, invece, sono esterne ed estranee all’individuo, il quale non può né originarle né annullarle: «concepisco dunque chiaramente che la sensazione che è in me, e la sua causa o il suo oggetto che sono fuori di me, non sono la stessa cosa». Il passaggio dall’interno all’esterno e l’intersoggettività stessa traggono forza da questa argomentazione: «così, non soltanto io esisto, ma esistono degli altri esseri, cioè gli oggetti delle mie sensazioni». La comparazione con Berkeley è inevitabile. Secondo il filosofo inglese, infatti, ogni idea per esistere deve venire percepita – ovvero, deve essere assimilabile ai sensi -, il che implica il dover riflettere molto sia sul ruolo dell’immaginazione umana sia sull’inesistenza di un qualcosa chiamato “materia”. Rousseau afferma, invece, che «tutto quello che sento fuori di me e che agisce sui miei sensi, io lo chiamo materia; e tutte le porzioni di materia che concepisco riunite in esseri individuali, le chiamo corpi», limitandosi a sostenere come le sensazioni, che non possono essere volutamente prodotte dall’uomo, abbiano una causa esterna al corpo; causa esterna (e presunta) a cui viene dato il nome di “oggetto”. Il problema, quindi, stando al pensiero del libertino, non è tanto metafisico – legato cioè alle leggi di natura berkelyane e al perpetuo legame tra Dio e Creato, indispensabile per la diffusione delle idee nelle menti dei percipienti – quanto, piuttosto, “semantico”.

La materia, secondo Rousseau, è passiva. Profondamente passiva e inerte, dato che le «prime cause del movimento non sono affatto nella materia; essa riceve il movimento e lo comunica, ma non lo produce». È necessario risalire ad una volontà, dunque, dato che «non vi sono affatto delle vere azioni senza volontà». Si tratta di quello che il filosofo chiama «primo articolo di fede», ovvero la consapevolezza e necessarietà dell’esistenza di una Volontà in grado di imprimere il movimento all’intero Universo:

Come una volontà possa muovere la materia non è certo cosa facile a concepirsi, tanto nell’universo che nell’essere umano […]. Però quel materialismo che assegna il movimento alla materia è ancora più assurdo: o si tratta di un movimento caotico dal quale può uscire solo il caos stesso, o si tratta di un movimento determinato che suppone una causa che lo determini.

Il «secondo articolo di fede» trova giustificazione in riferimento ad una corrispondenza e complementarietà logica come la seguente:

la materia, muovendosi, mi illumina circa l’esistenza di una Volontà

⇓⇑

la materia, muovendosi secondo determinate leggi, mi illumina circa l’esistenza di una intelligenza

L’intelligenza di cui parla Rousseau è la capacità di agire, confrontare, scegliere… ovvero tutte quelle azioni in grado di rendere un soggetto attivo e pensante. È nel voler rispondere alla domanda che lui stesso si pone – «Dove lo vedete esistere?», in riferimento al sopracitato soggetto -, che il filosofo finisce con l’illuminarci circa la sua posizione nei riguardi di Dio e la risoluzione del problema della teodicea – il che ci porta nuovamente a riflettere circa il rapporto tra stato naturale e stato sociale dell’uomo -:

Il mondo è dunque governato da una volontà potente e saggia. Le varie difficoltà metafisiche che possono sorgere passano in seconda linea di fronte a questa verità luminosa. Questo essere che vuole e che può […] io lo chiamo Dio. Se poi mi volgo a considerare qual posto occupo io, uomo, nell’ordine delle cose, sono colpito dalla mia eccellenza. […] Ma se poi considero la società umana come tale, il quadro muta totalmente, non vi vedo che confusione e disordine, e nasce il problema di spiegare il male sulla terra.

La sopracitata teodicea viene ulteriormente spiegata e risolta nell’esposizione del «terzo articolo di fede» di Rousseau. L’uomo è libero di scegliere e giudicare, ovvero di fare o il bene o il male. Tutto questo è possibile proprio perché l’uomo ha una coscienza, nel senso cioè che è «animato da una sostanza immateriale». Se il male esiste, dunque, la colpa non è ascrivibile a Dio, esattamente come l’esistenza della disuguaglianza non può essere imputata all’Altissimo, ma soltanto all’errato progresso umano. Questa riflessione morale deve trovare il proprio punto di equilibrio con «l’amor di sé», ovvero con quel precetto della morale naturale secondo il quale ciascuno debba sì pensare alla propria salvaguardia ma senza che la stessa comporti danno a quella altrui – altro motivo a causa del quale la “dispersione” del selvaggio viene enfatizzata nelle pagine del Discorso -.

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EDUCARE ALLA PIETÀ.

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Rammentate la pietà rousseauiana? Il nobile sentimento, legittimato dalla legge naturale ed in grado di porre gli individui pacificamente gli uni verso gli altri, garantendo loro, al contempo, il perseguimento del fine più importante predisposto dalla Natura – la propria integrità -, torna anche nelle pagine dell’Emilio. Il ragionamento di Rousseau verte tanto sull’empatia quanto su di una specie di morale simpatetica, dato che la necessarietà a divenire sensibile e pietoso, «secondo l’ordine della natura», passa attraverso la comprensione sia dell’esistenza dell’alter ego sia della possibilità per quest’ultimo di soffrire o gioire a causa del determinarsi di particolari situazioni:

Per divenire sensibile e pietoso, bisogna che il fanciullo sappia che ci sono degli esseri simili a lui che soffrono ciò che lui ha sofferto, che sentono i dolori che egli ha sentito, ed altri dolori che deve pensare che anch’egli potrebbe sentire. Effettivamente, com’è che ci lasciamo muovere a pietà, se non trasportandoci fuori di noi ed identificandoci con l’animale sofferente, abbandonando, per così dire, il nostro essere per assumere il suo?

Rousseau afferma che «noi non soffriamo che in quanto giudichiamo che egli soffra; non è in noi, è in lui che noi soffriamo», evidenziando la profondità del legame empatico posto in essere dal senso di pietà. E si tratta di un senso di pietà che, inevitabilmente, nonostante focalizzi la propria attenzione sull’interiorità del percipiente, finisce con il veicolare il medesimo al suo prossimo: «così nessuno diventa sensibile se non quando la sua immaginazione si anima e comincia a trasportarlo fuori di lui». La pietà è alla base della morale naturale e funge da elemento chiave per i rapporti interrelazionali. La comprensione di quanto sia importante il garantire la propria sopravvivenza funge da consapevolezza acquisita per l’ascrizione del modo moralmente corretto con il quale porsi nei riguardi del prossimo. Il richiamo alle riflessioni già discusse all’interno del Discorso è particolarmente palese. Ma sopravviene qui l’idea della inevitabilità della formazione del legame con l’alter ego, paradigma concettuale nei riguardi del quale lo stesso filosofo si era posto in maniera del tutto particolare in seno alla trattazione sui selvaggi.

[…] che altro, in altre parole, fuorché eccitare in lui la bontà, l’umanità, la commiserazione, la beneficenza, tutte le passioni attraenti e dolci che piacciono naturalmente agli uomini, ed impedire che nascano l’invidia, la cupidigia, l’odio, tutte le passioni repulsive e crudeli, che rendono, per così dire, la sensibilità non solamente nulla, ma negativa, e fanno il tormento di colui che le prova?

Le massime pedagogiche, illustrate da Rousseau al fine di formare – sempre “secondo natura” – l’animo sensibile e pietoso del fanciullo, sono tre:

  • «Non è proprio del cuore umano di mettersi al posto di coloro che sono più felici di noi, ma solamente di coloro che sono più da compiangere»;
  • «Negli altri non compiangiamo mai che i mali dai quali non ci crediamo esenti noi stessi»;
  • «La pietà che abbiamo del male altrui non si misura sulla quantità di questo male, ma sul sentimento che si attribuisce a quelli che lo soffrono».

L’intera riflessione rousseauiana verte inequivocabilmente sul mero sentimento, piuttosto che sulla ragione. Ma non deve particolarmente sorprendere, del resto, dato che si tratta di precetti concernenti la morale naturale:

Il precetto stesso di agire verso gli altri come vogliamo che si agisca verso di noi non ha altro vero fondamento che la coscienza e il sentimento; dove starebbe infatti la ragione precisa per cui, mentre sono me stesso, dovrei agire come se fossi un altro, soprattutto quando sono moralmente certo di non trovarmi mai nello stesso caso? E chi mi assicurerà che seguendo con ogni scrupolo questa massima otterrò che la si segua del pari anche nei miei riguardi?

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