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Una delle tematiche su cui Aristotele verte gran parte della propria attenzione in riferimento alla polis, è la divisione del lavoro – argomento su cui già lo stesso Platone si era ampiamente espresso all’interno della Repubblica -. Più che divisione del lavoro, Aristotele affronta soprattutto la questione inerente la produzione e la distribuzione delle risorse, evidenziando come queste due dinamiche finiscano con il subire deviate evoluzioni, a seguito della crescita demografica di una comunità. All’inizio, infatti, quando l’organizzazione e la struttura cittadina si trovano ad un livello elementare, la produzione e la distribuzione delle risorse riescono a raggiungere un perfetto e reciproco equilibrio. Suddetto è garantito dalla formula secondo cui vengono prodotti e messi a disposizione, solo e soltanto, i beni necessari alla salvaguardia e sopravvivenza di tutti i consociati. È la stessa necessità di soddisfare i bisogni essenziali e naturali a far sì, quindi, che l’intero impianto produttivo e commerciale diventi in grado di auto-regolarsi dinanzi ad uno specifico ed invalicabile limite. E si tratta di un limite intrinseco alla produzione e alla distribuzione stessa, dato che viene prodotto solo il necessario e solo il necessario viene distribuito per soddisfare tale necessarietà.

Problematiche profonde, di tipo strutturale e valoriale, vengono ad originarsi a seguito delle esplosioni demografiche cui, molto spesso, le comunità umane sono soggette. Da una parte, infatti, la produzione viene incrementata. E non solo per compensare l’aumento delle necessità essenziali, ma anche perché, assieme alla crescita numerica dei consociati, si assiste ad un incremento dei desideri, degli interessi e delle richieste individualistiche. Dall’altra parte, gli scambi tendono a farsi più ampi, da un punto di vista spaziale, e il denaro finisce con il divenire l’elemento chiave tanto della produzione quanto della distribuzione. Aristotele è assolutamente convinto nel ritenere la presenza del denaro un male pericolosissimo per la salvaguardia dell’equilibrio socio-economico di una città. La moneta, infatti, diviene il motivo per il quale sia l’attività produttiva che quella commerciale vengono poste in essere – la ricerca del guadagno – e non rappresenta alcun limite – dato che non esiste limite al guadagno -, motivo per cui si tende a produrre molto di più di quanto sia necessario e per il solo scopo di vendere per ottenere profitti sempre più crescenti. La critica aristotelica al denaro è talmente forte e profonda, da veicolare lo stesso filosofo a condannare la stessa retribuzione lavorativa. Per Aristotele, infatti, è assolutamente inconcepibile che le attività manuali, le quali dovrebbero essere assegnate ai servi di modo da permettere ai cittadini di partecipare al logos e alla vita politica della comunità, diventino oggetto di un contratto che preveda il versamento di un salario sulla base del numero di unità di lavoro prodotto – del resto, Aristotele crede fermamente nella società schiavista -.

La aristé politeia è la migliore forma di costituzione perseguibile dall’uomo. Da essa Aristotele deriva tre forme corrette e, successivamente, tre forme deviate – quest’ultime si originano quando il detentore o i detentori del potere esercitano il medesimo per fini privati e/o egoistici -. La tripartizione delle forme di governo verte attorno ad un principio particolarmente immediato da cogliere e comprendere. Le costituzioni, infatti, si differenziano in base al numero di persone che detengono l’autorità statale:

Monarchia → Tirannide

Aristocrazia → Oligarchia

Politeia → Democrazia

Monarchia e governo aristocratico sono costituzioni ottime ma – e qui sorge la problematica – a patto che il corpo sociale vada costituendosi di politici abili e virtuosi. In sintesi, si tratta dello stesso problema che già Platone aveva evidenziato in ambito politico; trovare, infatti, individui in possesso di una tale fisionomia etica e professionale è particolarmente difficile – ricordiamo che Platone andava sostenendo come il vero politico non avesse nemmeno bisogno di leggi scritte per governare, data la sua capacità di attingere alla conoscenza, di mediare e di professare politica. La monarchia è ottima, quando è possibile fare affidamento ad un “politico regale”, ma, in sua assenza, diviene la forma di governo più detestabile e pericolosa -. Sul versante democratico, dobbiamo, invece, sviluppare la profonda riflessione che Aristotele elabora in seno al corpo civico e alla sua stessa composizione.

Affinché una democrazia funzioni, diviene fondamentale curare – letteralmente – l’accesso al corpo civico. Innanzitutto – e questo, sulla base di quanto già sostenuto in precedenza, non dovrebbe stupire -, dallo stesso devono essere immediatamente esclusi sia i servi che i barbari – considerati sullo stesso piano dal filosofo -. Inoltre, anche tutti coloro che svolgono attività sì importanti ma non “nobili”, come i contadini, devono essere preclusi dall’accesso alla res publica. Infine, le attività che i cittadini aventi diritto andranno poi svolgendo all’interno della polis, devono venire redistribuite sulla base di una lettura prettamente anagrafica dei suddetti: ai giovani si dovranno assegnare incarichi militari, alle persone in età adulta mansioni di governo, mentre agli anziani ruoli di tipo sacerdotale.

Infine, cerchiamo di comprendere il perché la categoria dei commercianti – ceto medio – goda di profondo rispetto in Aristotele. In realtà, si tratta di ricordare quanto già sostenuto in ambito etico. Il commerciante, infatti, incarna perfettamente la “medietà”… quella stessa “medietà” che abbiamo visto essere funzionale in ambito di “desiderio razionale”. Ovvero, è un cittadino eticamente virtuoso perché il proprio desiderio viene filtrato dalla ragione e dalla intelligenza pratica, al fine di poter comprendere se il suddetto sia o meno un interesse perseguibile. Il commerciante non fa mai “il passo più lungo della gamba”. Non si abbandona a desideri irrealizzabili. Deve sempre esser sicuro che quanto va bramando sia raggiungibile. Altrimenti non agisce. Quindi, eticamente parlando – e teniamo sempre bene a mente cosa sia l’etica in Aristotele -, è un uomo che vive secondo virtù.

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LA POLIS ARISTOTELICA TRA FAMIGLIA E SCHIAVITÙ.

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L’uomo è un “animale politico”. Motivo per il quale la polis finisce con il divenire la realtà originatasi dalla naturale politicità e predisposizione alla politica della natura umana. Se tale è l’ontologia dell’uomo, tale è il suo divenire cittadino e tale è la costituzione, secondo natura, della sua stessa comunità politica di riferimento. La polis, per l’appunto.

Sono due le componenti fondamentali per la formazione e lo sviluppo di una città:

  • in primis, la famiglia, che incarna l’aspetto “riproduttivo” della comunità di riferimento e salvaguarda la continuità della specie;
  • in secundis, ciò che sta alla base del funzionamento meramente produttivo della polis stessa, rappresentato (nella sua forma elementare) dal rapporto padrone/servo.

L’aggregazione delle famiglie dà origine ai villaggi; la riunione degli stessi permette la formazione della città vera e propria. La polis incarna il livello massimo di perfezione di comunità politica perseguibile dagli uomini. In quanto città-Stato, infatti, essa è autonoma ed autosufficiente, tanto da un punto di vista politico, economico e militare; essa, inoltre, permette il “vivere bene”, dato che l’interazione tra i cittadini si sviluppa attraverso il logos, ovvero attraverso il “ragionare” ed il “comunicare” circa ciò che è giusto o ingiusto, buono o cattivo, e via discorrendo. La divisione del lavoro – esattamente come in Platone – è una caratteristica fondamentale per il perfetto funzionamento dell’intero apparato cittadino: ai «lavori necessari» – attività di scambio e/o di produzione – vengono assegnati ingenti masse di cittadini – liberi e/o schiavi -, di modo che la cittadinanza – avente diritti – possa disporre di tutto quel tempo libero necessario per potersi dedicare alle attività culturali – politica compresa – ed artistiche. Teniamo bene a mente il fatto che la nascita della città sia da intendersi – filosoficamente parlando – come conforme a quel particolare processo di mutamento che investe la (già più volte menzionata) teleologia aristotelica: la polis, infatti, è il fine a cui l’uomo, colto nelle sue vesti di animale politico, è stato veicolato dalla Natura stessa. Rilevante, inoltre, è anche la considerazione della famiglia nelle vesti di nucleo primario della costituzione di qualsivoglia forma di aggregazione umana – dal semplice villaggio alla fiorente ed articolata realtà cittadina -; essa, infatti, permette ad Aristotele di formulare tutta una serie di interessanti riflessioni di tipo comparativo tra la medesima e la stessa polis. Da un punto di vista meramente del comando, la conduzione politica della città deve fondarsi su quelle esatte dinamiche che, in seno all’autorità, permettono alla famiglia medesima di sorgere, di svilupparsi e di tutelarsi. L’autorità statale è da paragonarsi all’autorità esercitata dal capofamiglia – maschio e greco, anzi… assolutamente greco, considerata la “scarsa” stima che Aristotele riversa nei cosiddetti “barbari” – nei riguardi della moglie: si tratta di una vera e propria autorità politica, con la sola eccezione che, a differenza di quanto avviene nella polis, all’interno del nucleo familiare non si assiste ad una alternanza del comando. L’autorità nei riguardi dei figli è, invece, di tipo regale – gli stessi possono esimersi dalla suddetta soltanto con il compimento della maggiore età -, mentre quella rivolto a servi e schiavi è padronale (e dispotica). Queste forme di potere, nella riflessione aristotelica, appaiono essere estese – e, dunque legittimate – all’intera natura, secondo l’accettazione del principio universale stando al quale “ciò che è meglio primeggia su ciò che è peggio”. Ad esempio: l’anima esercita autorità padronale sul corpo proprio come il logos domina, in modo regale e politico, le passioni ed i desideri… esattamente come il maschio esercita potere sulla femmina mentre il libero lo fa sullo schiavo. Ed è proprio sul ruolo della donna e dello schiavo che dobbiamo soffermarci adesso.

Quello che, a tutti gli effetti, si presenta essere un atteggiamento misogino adottato da Aristotele nei riguardi del gentil sesso, deve essere però colto con attenzione. La donna lato sensu è sì inferiore rispetto all’uomo, ma non a causa di “mancanze” intellettive e cognitive; la donna, afferma il filosofo, ha le stesse facoltà dell’uomo ma, contrariamente a quest’ultimo, è impossibilitata per sua stessa natura ad ascrivere una qualsiasi forma di autorità alla propria facoltà deliberativa. In sintesi: ella non possiede la dote del comando e, quindi, alcun peso politico può venirle riconosciuto.

Lo schiavo, invece, non solo non possiede facoltà deliberative, ma è limitato persino nella padronanza e nella partecipazione al logos – torna la valutazione profondamente negativa che Aristotele riversa nei riguarid dei barbari, rei, fra le altre cose, di non saper nemmeno parlare la lingua greca: «[…] per natura barbaro e schiavo sono la stessa cosa.» -. L’aspetto che deve essere colto, da un punto di vista filosofico, è che il rapporto padrone-schiavo si fonda, esattamente come tutti gli altri, sul già menzionato principio universale che abbiamo detto riferirsi all’intera natura. In pratica, quindi, la schiavitù è una semplice condizione naturale e, in quanto tale, non è suscettibile di alcuna considerazione morale. Lo schiavo è uno strumento il cui compito è soltanto quello di soddisfare il proprio padrone… ed è “naturale” che sia così perché solo in questo modo quanto legittimato dalla stessa natura può assolvere alla perfezione il compito dalla stessa ascrittogli. Possiamo anche considerare lo schiavo come la condizione di un qualcosa che si trova adesso in atto – ovvero: se esiste lo schiavo significa che lo stesso si trovava in “potenza di divenire schiavo” -; del resto, il fondamento naturale della schiavitù fa sì che la stessa possa venire interpretata tramite quelle medesime dinamiche che proprio della Natura regolano i processi di mutamento e di cambiamento.

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ARISTOTELE E LA FISICA COSMOLOGICA: PARTE SECONDA.

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Il Mondo, afferma Aristotele, va pensato nella forma di una totalità perfetta – tèleion – in cui tutto è presente per il compimento dello stesso e niente, dunque, risulta esserne escluso. Anche per questa ragione, il “tutto Mondo” aristotelico è finito – dato che all’interno di un infinito sarebbe impossibile si verificasse un perfetto compimento – ed eterno. Tale perfezione ha riscontro anche nella sua forma: sferica, anzi, una forma perfettamente sferica. Una perfezione la cui stessa osservazione si fonde perfettamente con  quella del moto degli astri.

L’Universo di Aristotele va formandosi di sfere concentriche dalla perfetta forma che si muovono attorno alla Terra (immobile). Il moto degli astri celesti avviene “per Natura”, ovvero lo stesso non richiede sforzo o costrizione alcuna – né, tanto meno, la presenza di un Atlante in grado di sorreggere il Cielo -. Aristotele non prende in considerazione nemmeno la necessità di una entità mediatrice dell’azione causale, come l’Anima del Mondo di provenienza platonica, ad esempio. Notiamo qui un Aristotele che sfrutta al massimo le credenze e le opinioni – legomèna/èndoxa – diffuse e perpetrate in tema di Dei e Divinità: gli astri sono divini e, in quanto tali, perfetti e del tutto autosufficienti – ovvero sono loro stessi causa della propria esistenza e del proprio movimento -. Si tenga in considerazione il fatto che il considerare gli astri celesti come costituiti di anima e, quindi, esseri viventi non contraddice la posizione assunta da Aristotele in riferimento al suo diniego dell’accettazione dell’Anima del Mondo di PlatoneAristotele, infatti, non concepisce la presenza di una entità che sia esterna agli astri e che, nei riguardi degli stessi, assolva funzioni di mediazione e di legittimazione all’esistenza. Il punto di vista, quindi, è ben definito.

Il Mondo, secondo Aristotele, non presenta “dimensioni assolute” – tipo “alto/basso” o “destra/sinistra” -. E questo nonostante vada assumendo forma sferica. Ad ogni modo, però, il fatto che il Cielo si costituisca di un’anima e sia artefice tanto della sua esistenza che del suo movimento, fa sì che lo stesso si organizzi secondo l’alto e il basso o la destra e la sinistra. In sintesi: nonostante il Mondo non possieda dimensioni assolute, l’essere iscritto in una forma sferica rende possibile l’accettazione (concettuale) di una sua articolazione dimensionale.

Altra lettura particolarmente impressionante – da un punto di vista filosofico – risiede nella legittimazione del movimento che Aristotele attribuisce agli astri celesti, ovvero al rapporto indissolubile tra la natura degli stessi ed il movimento da essi esperito. Si tratta di una interpretazione profondamente antropomorfa. Il filosofo, infatti, sostiene come il movimento vada de facto pensato ed interpretato sulla base della natura di chi lo compie; chi gode di perfezione – come Dio – o non ha bisogno di muoversi o ha necessità di compiere un solo movimento, mentre chi per natura si palesa essere imperfetto – ad esempio, l’uomo – ma può raggiungere la prossimità della perfezione, è in continuo movimento. Chi, invece, non possiede alcuna possibilità di perfezionarsi o non compie alcuna azione o resta immobile -. Ora si tratta di “tradurre” in termini cosmologici questa considerazione antropomorfa. Ecco, dunque, la struttura cosmologica aristotelica colta in riferimento alla individuazione ed analisi dei movimenti celesti:

  • il “Cielo delle stelle fisse” – il più esterno – compie un unico movimento, data l’assoluta equiparazione ad uno stato perenne di perfezione, e, dunque, rientra nel primo caso;
  • i Pianeti – più esterni – sono dotati di quattro movimenti e formano la seconda categoria;
  • il Sole, la Luna e la Terra, infine, sono praticamente fermi ed immobili.

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ARISTOTELE E LA FISICA COSMOLOGICA: PARTE PRIMA.

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Il Mondo aristotelico, dunque, va componendosi di due “sfere”. La prima è la sfera degli astri celesti. Essi possiedono moti circolari ed eterni, in grado di scandire – come abbiamo visto – il ritmo intero della Natura sublunare. La seconda sfera è composta proprio da suddetta Natura. I moti, in questo caso, si presentano rettilinei e, dunque, suscettibili tanto di nascita quanto di morte. In questa sfera la materia è corruttibile ed è qui che risiede la natura vivente e sono collocati gli uomini. Si tratta del “nostro Mondo”.

La fisica cosmologica di Aristotele parte dal “basso”. Innanzitutto abbiamo la materia – hyle -, la quale funge, dunque, da punto di partenza per qualsivoglia forma di conoscenza ed indagine. Seguono da essa i primi quattro elementi fondamentali dell’intera organizzazione strutturale. Trattasi dei quattro stati in cui la materia medesima può presentarsi: caldo e freddo sono proprietà attive, mentre solido e fluido (o secco e umido) sono, invece, quelle passive. A questo stesso livello si collocano i corrispettivi quattro elementi: fuoco, aria, terra ed acqua. Vi è anche un quinto elemento chiamato “etere”, ma esso non fa parte della fisica della Natura sublunare quanto, piuttosto, di quella astrale – la già precedentemente citata “prima sfera” -. Possiamo intravedere il forte influsso di Empedocle nella trattazione fisica appena descritta. Dobbiamo evidenziare il fatto di come l’intera argomentazione si fondi sull’attenta analisi della Natura e sulla rilevanza assegnata da Aristotele all’esperienza. Aria, fuoco, terra ed acqua sono, infatti, innegabilmente visibili ed osservabili in tutta la vastità del Creato, esattamente come impossibile è il non scorgere le proprietà dei corpi (caldo, freddo et similia). Anche i mutamenti di stato, causati dalle sopracitate proprietà attive, sono impossibili da non notare – si pensi alla liquefazione o al congelamento, ad esempio -. Ciò, quindi, che legittima le riflessioni aristoteliche e che finisce, di conseguenza, con l’assumere il ruolo di fondamento dell’intera trattazione fisica, altro non è che l’esperienza visiva e tattile – un ulteriore modo per ribadire l’immanentismo aristotelico e tutte le caratteristiche ad esso attribuite -. Si pensi anche all’importanza, in termini di sapere teorico, riconosciuta dal filosofo all’analisi ed osservazione dei corpi viventi: le ossa, ad esempio, possiedono una prevalenza di materiali freddi e terrosi, mentre il sangue, al contrario, va costituendosi di componenti più caldi e fluidi, e via discorrendo. Le trasformazioni reciproche degli elementi avvengono per transizione da una coppia di qualità a quella più prossima – ad esempio, dalla coppia caldo/umido a quella umido/freddo, attraverso la condensazione del vapore in acqua -, dando così vita ai tessuti dei corpi viventi e ai processi inerenti la loro stessa nutrizione:

A questi elementi però Aristotele non ascrive soltanto le suddette proprietà quanto anche un valore ponderale, tale da determinarne il moto: il fuoco è leggero così come la terra è, invece, pesante. Aria ed acqua sono tra loro intermedi. Il peso determina la direzione del movimento – salvo impedimenti o restrizioni -: il fuoco, ad esempio, si muoverà sempre verso l’alto – cioè in direzione della volta celeste -, mentre la terra inevitabilmente verso il basso – ovvero verso il nostro Mondo ed il suo stesso epicentro -. Se, dunque, gli elementi fossero liberi e “sciolti”, ovvero non “mescolati” all’interno dei corpi composti, finiremmo con l’avere quattro sfere concentriche: procedendo dall’esterno verso l’interno, avremmo la sfera del fuoco, poi quella dell’aria, subito dopo quella dell’acqua e, infine, scorgeremmo quella della terra. Questo schema fornisce una spiegazione circa la distribuzione della materia all’interno del Cosmo. Viene così a formarsi uno strato superiore caldo e secco, in quanto composto da aria e fuoco ed alimentato dalle esalazioni della sfera sottostante, ed uno inferiore freddo ed umido, poiché formato da terra ed aria, in grado di esalare vapori a causa del riscaldamento dell’acqua. Il ciclo della pioggia dipende dal raffreddamento delle esalazioni. Terremoti e venti vengono spiegati in modo analogo. Il riscaldamento solare, variabile secondo i cicli stagionali, diviene la causa principale di ogni fenomeno meteorologico.

E per quanto riguarda il sopracitato “etere”? Ebbene l’etere è un elemento igneo ma diverso dal fuoco presente all’interno della Natura sublunare. Esso costituisce la materia prima degli astri. Aristotele sostiene come gli astri, da una parte, debbano essere costituiti di materia in quanto visibili ed in movimento, ma, dall’altra parte, essendo il loro un movimento eterno – oltre che circolare -, è necessario che la materia astrale sia anch’essa eterna – ovvero non soggetta ai processi di trasformazione, generazione e corruzione dei corpi sublunari -, oltre che non composita.

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Abbiamo visto che il mutamento è l’atto di un qualcosa che si trova in potenza di divenire. E richiede il fatto non solo che l’attuazione potenziale esista ma che l’atto in potenza preceda la potenza medesima. La enetelècheia – ovvero la finalizzazione del processo di mutamento – è, infatti, il passaggio da una potenzialità statica ad un divenire altrettanto statico. Nel momento stesso in cui Aristotele volge la riflessione sul mutamento – kìnesis – nei riguardi dell’intera Natura, ecco che si palesano numerose e diverse forme dei suddetti processi. Una forma di mutamento di grande interesse – in quanto fondamentale per gran parte delle riflessioni cosmologiche – riguarda il “movimento (locale)” – o “traslazione” -. Si tratta di un movimento che riguarda ogni singola cosa: esseri viventi, astri celesti, elementi primari e via discorrendo.

Pensare al movimento come ad un qualcosa di ascrivibile all’intero Cosmo – considerato, quindi, nella sua unitarietà – è possibile a patto che siano rispettate due condizioni:

  1. non esiste lo spazio vuoto ed il Mondo deve essere inteso come un corpo formato da parti tra di loro contigue – echòmena -;
  2. non esiste l’infinito (in atto) e il Cosmo è uno, finito, intero, compiuto e perfetto.

Dobbiamo riflettere allora sul perché del rifiuto dello spazio vuoto e della concezione dell’infinito. Procediamo con ordine. Partiamo dalla prima questione. Ed osserviamo le tre critiche aristoteliche:

  • se tempo e spazio fossero costituiti dal vuoto – ovvero, se fossero composti da infiniti intervalli e punti, separati dal vuoto -, Zenone avrebbe ragione: non potrebbe essere compiuto alcun movimento perché l’intervallo temporale e/o il segmento spaziale, seppur minimo, in quanto composto da punti infiniti, richiederebbe un movimento infinito per venire colmato – niente concezione del movimento né in termini di spazialità né di temporalità -;
  • se la velocità di un corpo in movimento è inversamente proporzionale alla resistenza del mezzo in cui si muove, un corpo che si muove nel vuoto si sposterebbe allora ad una velocità incommensurabile rispetto a quella di un corpo che si muove entro un mezzo non vuoto;
  • se esistesse il vuoto, dovremmo accettare il fatto che corpi di grandezza diversa si muovano alla stessa velocità – come sosterrà poi Galileo -.

Dunque, il vuoto non esiste ed il Mondo è composto di parti tra di loro contigue.

Ammettere l’esistenza in atto dell’infinito, obbligherebbe Aristotele ad accettare le due seguenti conclusioni: il corpo del Mondo è infinito ed esistono infiniti Mondi – cfr. Democrito -. Per legittimare l’idea di un Cosmo finito ed ordinato, Aristotele “sfrutta” il cosiddetto “infinito potenziale”. Facciamo un esempio: secondo il filosofo non esiste un numero infinito ma, al contempo, è infinitamente possibile indicare un numero maggiore di quello preso in considerazione. In breve: nonostante non esista un numero infinito, la serie dei numeri naturali è infinita per addizione. Aristotele sostiene come un simile ragionamento debba essere applicato sul continuum spaziale: ogni segmento può essere diviso all’infinito in un segmento infinitamente più piccolo, così come le parti divise possono essere infinitamente addizionate tra loro non per ottenere un qualcosa d’infinito strincto sensu quanto, piuttosto, una sempre più crescente ricomposizione del segmento originario. Un ragionamento analogo può essere fatto anche per il continuum temporale – infinito anch’esso per divisione e addizione -. A differenza delle altre potenzialità, quindi, l’infinito è un qualcosa che non può mai trovarsi in atto, dato che assume le vesti di una “attività” interminabile. Da un punto di vista cosmologico, quindi, l’infinito coincide con l’infinita ripetizione di tutti quegli eventi riconducibili alla Natura e ai Cieli e che rendono il Cosmo unito e ordinato. Movimento, spazio e tempo sono, dunque, dimensioni continue e (solo) potenzialmente infinite.

Allo spazio Aristotele contrappone il tòpos, ovvero il “luogo”. Il luogo non è un corpo ma è pensabile solo in riferimento ai corpi che si muovono nel Cosmo – la Terra, quindi, essendo immobile non ha tòpos -. Il tòpos di un corpo è costituito dal limite interno (superficie) del corpo che lo contiene.

Anche il tempo non esisterebbe se non vi fossero enti in movimento; la temporalità, quindi, è partecipe a tutti gli enti – fatta eccezione per quelli immobili ed immateriali (divinità ed enti matematici) -. Il tempo è continuo e potenzialmente infinito. Il suo punto base di riferimento è il nyn, ovvero l’attimo presente. Il qui. L’ora. L’adesso.

Poiché l’ora è fine e principio del tempo, ma non dello stesso tempo, bensì fine del passato e inizio del futuro […], così anche il tempo sarà sempre al principio e alla fine.

Il tempo, quindi, è “scansionato” strutturalmente secondo “un prima” ed “un dopo”, ovvero, come sostiene Aristotele, è «il numero del movimento secondo il prima e il dopo». Quindi, mentre il tòpos rappresenta la determinazione spaziale del movimento, il tempo ne indica la definizione prettamente numerica. Ma vi è una differenza tra spazio e tempo: il tempo, infatti, è imprescindibile dall’anima perché la capacità stessa di numerare non può esistere in assenza di anima – anche se, d’altro canto potremmo ritenere vero anche il fatto che possa esistere senza anima in quanto componente ontologicamente intrinseca nel movimento stesso… la riflessione resta problematica, quindi -. Il tempo, nella visione aristotelica, è anche ciò che connette la sfera astrale a quella sublunare della Natura e degli esseri viventi. Si parla, infatti, di “ciclo delle cose umane”, ovvero il tempo è scandito in stagioni, mesi, anni e via discorrendo, di modo che la temporalità del sublunare segua dal movimento della sfera celeste – altro paradigma alquanto utile per ribadire la regolarità del Cosmo –.

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