ARISTOTELE E LA FISICA COSMOLOGICA: PARTE SECONDA.


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Il Mondo, afferma Aristotele, va pensato nella forma di una totalità perfetta – tèleion – in cui tutto è presente per il compimento dello stesso e niente, dunque, risulta esserne escluso. Anche per questa ragione, il “tutto Mondo” aristotelico è finito – dato che all’interno di un infinito sarebbe impossibile si verificasse un perfetto compimento – ed eterno. Tale perfezione ha riscontro anche nella sua forma: sferica, anzi, una forma perfettamente sferica. Una perfezione la cui stessa osservazione si fonde perfettamente con  quella del moto degli astri.

L’Universo di Aristotele va formandosi di sfere concentriche dalla perfetta forma che si muovono attorno alla Terra (immobile). Il moto degli astri celesti avviene “per Natura”, ovvero lo stesso non richiede sforzo o costrizione alcuna – né, tanto meno, la presenza di un Atlante in grado di sorreggere il Cielo -. Aristotele non prende in considerazione nemmeno la necessità di una entità mediatrice dell’azione causale, come l’Anima del Mondo di provenienza platonica, ad esempio. Notiamo qui un Aristotele che sfrutta al massimo le credenze e le opinioni – legomèna/èndoxa – diffuse e perpetrate in tema di Dei e Divinità: gli astri sono divini e, in quanto tali, perfetti e del tutto autosufficienti – ovvero sono loro stessi causa della propria esistenza e del proprio movimento -. Si tenga in considerazione il fatto che il considerare gli astri celesti come costituiti di anima e, quindi, esseri viventi non contraddice la posizione assunta da Aristotele in riferimento al suo diniego dell’accettazione dell’Anima del Mondo di PlatoneAristotele, infatti, non concepisce la presenza di una entità che sia esterna agli astri e che, nei riguardi degli stessi, assolva funzioni di mediazione e di legittimazione all’esistenza. Il punto di vista, quindi, è ben definito.

Il Mondo, secondo Aristotele, non presenta “dimensioni assolute” – tipo “alto/basso” o “destra/sinistra” -. E questo nonostante vada assumendo forma sferica. Ad ogni modo, però, il fatto che il Cielo si costituisca di un’anima e sia artefice tanto della sua esistenza che del suo movimento, fa sì che lo stesso si organizzi secondo l’alto e il basso o la destra e la sinistra. In sintesi: nonostante il Mondo non possieda dimensioni assolute, l’essere iscritto in una forma sferica rende possibile l’accettazione (concettuale) di una sua articolazione dimensionale.

Altra lettura particolarmente impressionante – da un punto di vista filosofico – risiede nella legittimazione del movimento che Aristotele attribuisce agli astri celesti, ovvero al rapporto indissolubile tra la natura degli stessi ed il movimento da essi esperito. Si tratta di una interpretazione profondamente antropomorfa. Il filosofo, infatti, sostiene come il movimento vada de facto pensato ed interpretato sulla base della natura di chi lo compie; chi gode di perfezione – come Dio – o non ha bisogno di muoversi o ha necessità di compiere un solo movimento, mentre chi per natura si palesa essere imperfetto – ad esempio, l’uomo – ma può raggiungere la prossimità della perfezione, è in continuo movimento. Chi, invece, non possiede alcuna possibilità di perfezionarsi o non compie alcuna azione o resta immobile -. Ora si tratta di “tradurre” in termini cosmologici questa considerazione antropomorfa. Ecco, dunque, la struttura cosmologica aristotelica colta in riferimento alla individuazione ed analisi dei movimenti celesti:

  • il “Cielo delle stelle fisse” – il più esterno – compie un unico movimento, data l’assoluta equiparazione ad uno stato perenne di perfezione, e, dunque, rientra nel primo caso;
  • i Pianeti – più esterni – sono dotati di quattro movimenti e formano la seconda categoria;
  • il Sole, la Luna e la Terra, infine, sono praticamente fermi ed immobili.

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