LA DIALETTICA ARISTOTELICA: PARTE TERZA.


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Quali sono gli obiettivi della dialettica, secondo Aristotele? O, per essere più precisi, qual’è il fine del rapporto comunicativo stesso? Il filosofo, all’interno dei libri dei Topici, fa riferimento cinque finalità:

  • “competizione”:  questo è un rapporto dialogico dove gli interlocutori non collaborano tra di loro e la discussione appare essere di natura palesemente (e profondamente) competitiva. Nessuno aiuta l’altro. Anzi. Tanto l’interrogante quanto il rispondente si affidano a tatticismi ed ostruzionismi comunicativi per prevalere, mistificando così la natura stessa della comunicazione. Domande capziose o il non permettere l’esposizione di alcuna tipologia di premessa sono, molto spesso, i due stratagemmi maggiormente utilizzati;
  • “insegnamento”: in questo tipo di rapporto comunicativo, è necessario che il rispondente risponda sempre sinceramente nei riguardi di ciò che reputa essere vero. Deve acconsentire solo a premesse “più note” della conclusione stessa, di modo che durante il passaggio dalle medesime all’epilogo della conversazione si possa produrre della conoscenza – altrimenti niente sarebbe stato insegnato e niente sarebbe stato appreso -;
  • “esercizio”: la dialettica è anche “ginnastica comunicativa ed argomentativa”. Un indviduo, ad esempio, può decidere di avviare una discussione per mettersi in gioco e/o per “tastare” le posizioni e le capacità del suo interlocutore. Oppure interrogante e rispondente possono anche collaborare e dialogare per riflettere assieme nei riguardi di una particolare tesi.

Questi tre scopi – ne mancano ancora due all’appello, ovvero “esame” e “indagine” – possono essere anche contigui o, addirittura, fondersi gli uni negli altri – molto spesso, infatti, le distanze tra gli stessi appaiono essere particolarmente sfumate -.

Aristotele afferma che un trattato – quindi, una conversazione dialettica – è utile per tre scopi:

  1. fare esercizio;
  2. incontrare diversi tipi di interlocutori;
  3. sviluppare conoscenza (non scientifica).

Ma vi è anche un’altra funzione profondamente importante. Aristotele sostiene che un trattato debba insegnare ad argomentare (dialetticamente parlando) tanto contro una tesi affermativa X quanto contro una tesi negativa non X e, al contempo, tanto a favore di X quanto a favore di non X. Come sostiene lo stesso filosofo, «se saremo capaci di sviluppare un’aporia in entrambe le direzioni scorgeremo più facilmente il vero e il falso in ciascuna questione». In questo modo possiamo comprendere quale delle due tesi sia vera e quale, invece, falsa. In questo consiste la capacità “esaminatrice” e di “indagine” della dialettica:

Inoltre il trattato è utile nei confronti delle cose prime relative a ciascuna scienza. Infatti sulla base dei principi appropriati alla scienza in questione è impossibile dire qualcosa su di essi, poiché i principi sono primi fra tutto; è invece necessario trattare di essi tramite gli èndoxa relativi a ciascun ambito. Ciò è proprio della dialettica o le è appropriato in modo particolare, giacché essa, in virtù della sua natura esaminatrice, possiede una via d’accesso ai principi di tutte quante le discipline.

Significa che la dialettica, pur non potendo scoprire i principi di ogni scienza – «è impossibile dire qualcosa su di essi, poiché i principi sono primi fra tutto» -, può trattare tutti i principi di qualsivoglia sapere scientifico.

La dialettica esamina ma non produce conoscenza. La conoscenza viene prodotta dalla filosofia – «la dialettica è esaminatrice riguardo alle stesse questioni sulle quali la filosofia è conoscitiva» -. Il motivo di tutto questo è abbastanza scontato: se la funzione esaminatrice della dialettica si basa sugli èndoxa – «è invece necessario trattare di essi tramite gli èndoxa relativi a ciascun ambito» -, significa che la confutazione operata dall’interlocutore sarà sempre legittimata da queste opinioni autorevoli. Ma queste sono premesse aprioriche, non prodotte dalla dialettica. Anzi: il valore della conclusione della comunicazione tiene conto di esse che, però, non vengono poste ad esame durante il rapporto dialogico. La “estensione” dell’indagine sugli èndoxa spetta solo alla filosofia: essa, infatti, procede «secondo verità», mentre la dialettica «in rapporto all’opinione». Ultima argomentazione importante è quella concernente la “confutazione apparente” della tesi del rispondente.

Abbiamo visto come – topoi a parte – l’interrogante possa confutare la tesi sostenuta dal rispondente o direttamente o indirettamente. In ogni caso, sostiene Aristotele, se il sillogismo contraddittorio di per sé non è “genuino”, la confutazione non sarà mai “sostanziale” ma, per l’appunto, solo “apparente. Vi sono due generi di confutazioni simili:

  1. il primo dipende dalla “forma dell’espressione linguistica” usata, ovvero si tratta di una confutazione “viziata” perché basata sulla somiglianza superficiale di termini sì simili ma che però denotano diverse entità – ad esempio, potremmo (erroneamente) ritenere che vedere e correre siano entrambi verbi attivi mentre, in realtà, il primo, in quanto riconducibile alla percezione sensoriale, è passivo -;
  2.  il secondo genere, invece, è indipendente dall’espressione linguistica utilizzata. Possiamo menzionare sia le confutazioni apparenti che “dipendono dall’accidente” sia quelle in cui il predicato appartiene al soggetto “assolutamente” o in un “certo rispetto”. Circa le prime, facciamo un esempio molto semplice: A porta dinanzi a B un individuo velato (C). A afferma che B conosce D ma non C. Tolto il velo C si rivela essere D, quindi B conosce(va) C. In sintesi: C e D sono “accidentalmente” identici – ma non per essenza -. Per quanto riguarda il secondo genere, prendiamo in considerazione un abitante dell’Africa. Egli è “assolutamente” nero ma, in ogni caso, è bianco limitatamente ai denti. La confusione, quindi, si origina nella fallacia tra “essere un qualcosa” ed “essere assolutamente un qualcosa” (ovvero, esistere).

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