REPUBBLICA, LIBRO IV: L’ANIMA DELL’UOMO.

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All’interno del quarto libro Platone affronta uno dei temi più importanti del suo pensiero politico: l’anima dell’uomo. O, per essere più precisi, la corrispondenza che deve sussistere tra le tre forme della suddetta e le tre categorie lavorative presenti nello Stato. Come vedremo, fatta eccezione per la temperanza che è caratteristica fondamentale tanto per i produttori quanto per guerrieri ed i reggitori, ad ogni classe viene ascritto de facto un tratto preciso e specifico dell’anima dell’uomo, nei cui riguardi risulta fondamentale alimentare la virtù corrispondente. In sintesi, l’intera trattazione può essere riassunta in una corrispondenza triadica di questo tipo:

produttori ↔ anima concupiscibile ↔ temperanza

guerrieri ↔ anima irascibile ↔ coraggio

reggitori ↔ anima sapiente ↔ sapienza

Come già affermato più volte, la temperanza è (anche) ciò che permette all’anima di non lasciarsi inquinare dagli estremi della sua stessa virtù corrispondente – ad esempio, i guerrieri devono essere sì coraggiosi ma non irrimediabilmente impulsivi ed avventati, così come i produttori devono sì desiderare il possesso in quanto sprone alla loro stessa attività ma non possono immolare la loro esistenza al mero appagamento materiale -, oltre a far comprendere a ciascun individuo quanto egli stesso debba dedicarsi solo e soltanto alla mansione affidatagli – concetto di assoluta importanza nel pensiero di Platone -.

[…] Così non costringerci ora ad assegnare ai guardiani una prosperità tale da renderli tutt’altro che guardiani! Anche i contadini, si sa, potremmo cingerli di lunghe vesti, coprirli d’oro e incoraggiarli a lavorare la terra quando vogliono; e potremmo far sedere comodamente i vasai, ed esortarli a banchettare e a brindare a turno accanto al fuoco secondo l’usanza e a tralasciare la ruota, e dare a tutti successivamente una simile felicità per rendere felice lo Stato intero. Ma non rivolgerci questa obiezione: perché, se ti ascoltassimo, il contadino non sarebbe più contadino, il vasaio non sarebbe più vasaio, nessun altro conserverebbe più la sua funzione indispensabile per l’organizzazione dello Stato.

Un aspetto curioso è anche la “collocazione fisica” che alle tre forme di anima il filosofo assegna entro il corpo umano: la sapienza risiede nel cervello, mentre il coraggio e il desiderio rispettivamente nel cuore e nelle viscere. Platone, inoltre, è anche profondamente consapevole di come i desideri materiali – fra cui gli stessi appetiti sessuali – rappresentino la parte dell’anima “più forte” o, ad ogni modo, “più difficile” da ignorare – anche in questo, dopotutto, è da intendersi la “necessità” che i produttori possiedano forme private di proprietà… di modo così da allentare il loro crescente desiderio di appagamento e possesso -.

La chiave di lettura dell’intero argomentare resta comunque profondamente finalizzata ad una ben precisa riflessione. La comparazione tra lo Stato e l’anima – nello specifico, tra le tre forme di categorie lavorative e le tre parti dell’anima – tende a valorizzare quello che per il filosofo deve essere il fine ultimo dell’organizzazione della polis: esattamente come è fondamentale che i tre gruppi coesistano per il perfetto funzionamento dell’apparato statale, così è necessario che le tre sezioni dell’anima collaborino e siano in equilibrio al fine di avere un cittadino retto, virtuoso e dedito all’interesse pubblico. Questo porta  Platone a sostenere come esista una perfetta corrispondenza tra uno Stato giusto ed un cittadino giusto.

La prima virtù che Platone, durante il dialogo con Adimanto, tratta e rivela è quella del coraggio – virtù da ascriversi, come visto, all’anima irascibile dei guerrieri -:

Dunque una città è coraggiosa grazie a quella parte di se stessa in cui risiede la capacità di conservare in ogni circostanza la propria opinione su ciò che è pericoloso in conformità con i precetti educativi del legislatore. Non è appunto ciò che tu chiami coraggio?

Il coraggio, quindi, risiede nella capacità di obbedire agli ordini dei reggitori e di adoperarsi per la difesa e salvaguardia dell’interesse pubblico. Come abbiamo già detto più volte, i guardiani devono obbedire agli ordini che vengono impartiti loro. Segue poi la riflessione circa la temperanza.

La temperanza è una specie di ordine e di dominio dei desideri e delle passioni: per questo si dice, in modo un po’ strano, “essere padroni di sé”, e si pronunciano altre frasi simili, che sono come le tracce della temperanza.

Platone si sofferma a ragionare proprio sulla espressione “esser padroni di sé”. Il filosofo sostiene come in ogni essere umano esista una parte virtuosa e una parte malvagia della propria anima. L’uomo retto, il saggio, colui che, invero, riesce attraverso l’intelletto e la ragione a dominare i propri appetiti ed impulsi, non può che possedere un’anima buona. Deve, dunque, per forza di cose dirsi “temperante” e capace, quindi, di dominare sé medesimo. L’argomentazione circa questa virtù è fondamentale anche perché permette a Platone di affermare quanto già esposto in precedenza: la temperanza è virtù da estendere a tutte e tre le categorie di lavoratori. Motivo per cui essa è da intendersi alla stregua di una perfetta armonia e di un illuminato accordo tra le parti che vanno costituendo il tutto (Stato/anima dell’uomo):

[…] invece la temperanza estende senz’altro il suo effetto alla città intera, mettendo all’unisono i deboli e i forti e chi fra questi vuoi per l’intelligenza, vuoi per la forza, o per il numero, o per la ricchezza o per qualsiasi altro pregio del genere. Dunque abbiamo tutto il diritto di affermare che questa concordia è la temperanza, accordo naturale dell’inferiore e del superiore su chi debba comandare in città e in ciascun individuo.

La temperanza, dunque, non consente solo la comprensione del proprio io e la conseguente presa di coscienza di come sia necessario assegnare la guida della propria esistenza alla ragione; essa – in conseguenza di tutto ciò – permette a ciascuno di rendersi conto di come i filosofi siano i soli ad avere il diritto di governare in quanto – per l’appunto! – dediti alla sapienza e, perciò, in possesso di un’anima “più buona” di chiunque altro – del resto chi può essere “più padrone di sé stesso” di colui che può attingere alle forme ideali? –.

L’argomentare circa la temperanza veicola Platone a recuperare il tema della Giustizia. Essa assume adesso le vesti di quarta virtù fondamentale. Virtù che, necessariamente, lo Stato ideale deve possedere – la teorizzazione delle quattro virtù (coraggio, temperanza, sapienza e giustizia) è uno dei tanti ed espliciti rimandi al pitagorismo, stando al quale il numero quattro è ricolmo di significato -. In realtà, è lo stesso Socrate ad affermare come la giustizia debba venire intesa alla stregua di un “armonioso catalizzatore” tra le altre tre virtù cardinali:

[…] Secondo me, la giustizia è ciò che abbiamo stabilito come dovere assoluto quando abbiamo cominciato a fondare la città, o comunque una forma di questo dovere. Abbiamo infatti ripetutamente raccomandato, se te ne ricordi, che nella città ognuno debba occuparsi di una sola funzione, ossia di quella conforme alla sua natura. […] E abbiamo aggiunto che la giustizia consiste nel fare il proprio dovere e nel disinteressarsi di quello altrui: questo l’abbiamo sentito da molti altri e l’abbiamo affermato spesso anche noi. […]Però se si dovesse decidere quale sia l’elemento più importante per rendere buona la nostra città, sarebbe difficile scegliere fra la comunanza d’intenti dei governanti e dei sudditi, o la conservazione nei soldati della giusta opinione su ciò che è pericoloso e ciò che non lo è, oppure l’accortezza e la vigilanza nei governanti, oppure il fatto che ognuno […] assolva al proprio compito senza occuparsi di quelli altrui. […] Dunque, a quanto pare, la capacità di fare il proprio dovere rivaleggia in ciascuno con la saggezza, la temperanza e il coraggio per la virtù della città. […] E questa forma che concorre insieme con le altre alla virtù della città non si potrebbe definire giustizia?

L’uomo giusto, quindi, è colui che si impegna a svolgere la funzione assegnatagli, disinteressandosi delle mansioni altrui. La giustizia funge da catalizzatore in quanto è la virtù che si adopera affinché il cittadino comprenda il proprio ruolo e nutra la virtù che alimenta la parte nobile della sua stessa anima. In breve, se i guardiani, ad esempio, non fossero giusti non potrebbero essere guardiani, in quanto incapaci di nutrire il coraggio entro i propri cuori. La definizione che Socrate dà della ingiustizia rafforza, infatti, quanto appena sostenuto:

Ma quando, io penso, un artigiano o un qualsiasi individuo per natura dotato per gli affari, inorgoglito dalla ricchezza o dal numero dei suoi sostenitori o dalla forza o da qualche altra cosa del genere, tenta di entrare nel gruppo dei guerrieri, o qualcuno dei guerrieri nel consiglio che sorveglia la città, pur essendone indegno, e questi si scambiano i loro ruoli e le loro ricompense, oppure quando una stessa persona tenta di fare tutto ciò, allora credo che anche a tuo parere questo scambio di funzioni e questa confusione siano rovinosi per la città. […] E la colpa più grave nei confronti della propria città non la definirai ingiustizia?

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REPUBBLICA, LIBRO III: POESIA E MUSICA.

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Il terzo libro è in gran parte dedicato al tema dei guerrieri e alla critica platonica nei riguardi dell’arte – nello specifico, nei confronti di un ben preciso linguaggio artistico: la poesia -. Già nella parte conclusiva del libro secondo, Socrate ha avuto modo di trattare la questione “delicata” relativa ai poeti e alla loro arte. Come abbiamo già avuto modo di vedere, Platone si scaglia – moralmente ed eticamente – contro (soprattutto) l’epica omerica, rea di rappresentare una realtà menzognera e del tutto fallace. È su questa chiave di lettura che si sviluppa la grande critica che Platone muove alla imitazione rappresentata nelle tragedie e nelle commedie. I guerrieri devono ubbidire ai comandi dei reggitori. Solo e soltanto questo. In tal modo, infatti, si adoperano per il bene dello Stato. Non è richiesta loro alcuna imitazione e alcuna altra funzione. È doveroso ricordare come l’arte per Platone, nonostante resti mìmesis, non debba mai ritagliarsi l’arrogante funzione di descrivere e/o rappresentare a proprio piacimento la realtà circostante. L’imitazione platonica consiste nel proporre una realtà che sproni il fruitore, attraverso la visione ed osservazione della medesima, a risalire al piano degli intelligibili. Compito del poeta, quindi, è quello di promuovere una specie di vero e proprio “impulso catartico” che permetta ai vari percipienti di risalire sino alla forme ideali – cfr. Ione e Fedro -. Nel momento stesso in cui, ad esempio, gli Dei vengono rappresentati come esseri ingannevoli o gli eroi descritti come individui dediti soltanto alla ricerca di imprese leggendarie, si mina il fondamento virtuoso su cui i guerrieri debbano “realmente” affidarsi e – il coraggio – il fine verso cui debbano sempre rivolgersi – il bene pubblico -:

[…] i nostri guardiani debbono trascurare ogni altra occupazione per dedicarsi scrupolosamente alla libertà dello Stato, senza far nulla che non miri a tale scopo. Decisamente, essi non dovrebbero né fare né imitare null’altro. Al più, possono imitare le qualità che si addicono loro fin dalla fanciullezza: il coraggio, la temperanza, la santità, la generosità e così via. Ma ciò che è meschino non debbano farlo e neppure essere capaci di imitarlo, e così pure nulla che sia indecoroso, affinché dall’imitazione non traggano un danno reale.

L’arte, quindi, deve nutrire la temperanza, virtù che è necessario venga ascritta a ciascuna delle tre classi lavoratrici presenti all’interno dello Stato. Sia i produttori che i guerrieri che i reggitori, infatti, hanno l’onere di comprendere come sia doveroso adoperarsi per svolgere quella specifica ed unica attività loro preposta, in quanto la stessa risulta chiaramente essere la più congeniale alle loro capacità. Il paradigma concettuale della “temperanza” è ciò che sancisce la necessità della divisione del lavoro e della cura della “virtù funzionale” al corretto svolgimento del medesimo. Si tratta di un tema che verrà ulteriormente approfondito in seguito, quando Socrate tratterà la divisione dell’anima dell’uomo.

Risolta la questione concernente l’arte poetica, Socrate ed Adimanto vertono la propria attenzione su di un altro linguaggio artistico: la musica. Come abbiamo già affermato, la musica è l’arte verso la quale devono venire educati i guerrieri, in quanto la stessa si mostra congeniale a nutrire dei medesimi la virtù inerente la loro anima “irascibile”: il coraggio. Il ragionamento socratico è alquanto lineare: se la musica deve nutrire il coraggio, è necessario individuare quei toni e quelle melodie che si palesano poi essere in grado di parlare all’uomo coraggioso. Platone elenca sei armonie – o modi -. Le stesse vengono raggruppate in tre gruppi:

  1. “lamentoso”: questo gruppo comprende l’armonia misolidia e sintonolidia;
  2. “molle”: fanno parte di questo gruppo l’armonia lidia e quella ionia;
  3. il terzo gruppo non ha nome ed è una via di mezzo tra quello “lamentoso” e quello “molle”. Platone vi inserisce l’armonia dorica e frigia.

Si tenga conto del fatto che i modi, nella cultura greca antica, differiscono per la posizione degli intervalli e per l’altezza dei suoni. Le armonie “originali” sono quattro e traggono il proprio nome da precise popolazioni dell’area culturale greca: dorica, ionia, frigia e lidia. Armonie (secondarie), come quella misolidia e sintonolidia, sono ottenute attraverso delle combinazioni dei modi principali:

[…] conserva quella che sappia imitare adeguatamente i toni e gli accenti di un uomo coraggioso impegnato in un’azione di guerra o in un altro compito gravoso, e che, pur non avendo avuto successo e andando incontro alle ferite o alla morte o a qualche altra disgrazia, in tutte queste circostanze lotti contro la sorte con coraggio e fermezza. E conserva pure anche l’altra, capace di imitare un uomo impegnato in un’opera di pace non per costrizione ma per libera scelta: chi, per esempio, cerchi di convincere un dio con la preghiera o dia a un altro uomo utili consigli o invece si mostri sensibile egli stesso alle preghiere, agli ammonimenti, alle dissuasioni altrui, e in conseguenza di ciò abbia avuto un risultato conforme alle sue intenzioni senza inorgoglirsene, ma accetti sempre ciò che gli accade con temperanza ed equilibrio e di buon grado. Queste due armonie – l’una energica e l’altra volontaria – capaci di imitare in sommo grado chi ha sfortuna e chi ha successo, chi è temperante e chi è coraggioso, occorre che tu le conservi.

L’intera riflessione platonica è sì indubbiamente interessante perché ci permette di ragionare attorno a concetti prettamente tecnici dell’arte musicale greca ma, ad ogni modo, evidenzia anche quello che è a tutti gli effetti uno dei grandi fondamenti dell’etica platonica: la coincidenza, per l’appunto, tra etica e musica – un principio filosofico di diretta provenienza pitagorica, secondo cui l’intero equilibrio dell’Universo altro non è che un “accordo musicale” regolato da leggi di tipo matematico-geometrico -:

[…] l’educazione decisiva, Glaucone, è quella musicale, perché il ritmo e l’armonia penetrano fino in fondo all’animo, e lo toccano nel modo più vigoroso infondendogli eleganza, e rendono bello chi abbia ricevuto un’educazione corretta, mentre accade l’incontrario all’incolto. Chi possiede una sufficiente educazione musicale può accorgersi con grande acutezza di ciò che è brutto o imperfetto nelle opere d’arte o in natura, e se ne dispiace a buon diritto, mentre sa approvare e accogliere con gioia nel suo animo ciò che è bello, e nutrirsene e diventare un uomo onesto. Fin da giovane saprà invece biasimare e odiare giustamente ciò che è brutto, ancora prima di potere motivare razionalmente la sua avversione; quando poi avrà anche questa facoltà, la saluterà con affetto, perché, se avrà ricevuto tale educazione, la sentirà affine a se stesso.

Segue poi la riflessione circa la ginnastica. I guardiani, infatti, devono essere educati tanto alla musica quanto all’esercizio fisico. Si tratta di una forma di educazione che assume le vesti di una perfetta “sintesi”. Il solo esercizio fisico, infatti, rende rozzi e fortifica il solo corpo. La sola musica rende fiacchi e molli e non permette all’anima di “lavorare” appieno sul corpo. Socrate, infatti, afferma come l’esser rozzo possa testimoniare (anche) il possesso di un animo ardente ed irascibile che, se ben educato, può permettere al soggetto di divenire un ottimo guerriero. D’altro canto, l’esser molle e fiacco può palesare il possesso di uno spirito filosofico che, anche in questo caso, se guidato nel modo giusto, può condurre ad un perfetto equilibrio.

Verso la fine del terzo libro, quando SocrateGlaucone concordano circa l’inevitabile corrispondenza tra “anzianità” ed “onestà”, si introduce la questione circa la terza ed ultima classe di lavoratori: i reggitori. Platone sostiene come gli stessi debbano venire scelti tra i guardiani, in quanto quest’ultimi sono, per l’appunto, coloro preposti alla salvaguardia dello Stato. Si devono scegliere coloro che più di ogni altro sono “immolati” alla difesa del bene pubblico. Esattamente come esposto circa i giudici, i quali devono essere anziani in quanto l’anzianità, di per sé, permette al giudice di comprendere nel corso di una intera vita cosa sia l’onestà e cosa l’ingiustizia, anche i reggitori devono sottostare a prove e ad un preciso percorso di “formazione”:

Allo stesso modo, occorre condurli ancora giovani verso prove terribili, e poi di nuovo verso i piaceri, saggiandoli molto più accuratamente dell’oro al fuoco: così sapremo se si lasciano soggiogare con difficoltà, se mantengono il decoro, se sono buoni guardiani di se stessi e della musica che hanno appreso, se in ogni circostanza si rivelano rispettosi del ritmo e dell’armonia, insomma se sono in grado di essere utili a se stessi e alla città. Chi esca indenne dalle prove subite successivamente da bambino, da giovane e da adulto, deve essere messo a capo della città come guardiano, ed essere onorato da vivo e da morto, ottenendo le tombe più splendide e gli altri monumenti commemorativi. Deve invece essere escluso chi non si comporta così. Più o meno questa, Glaucone, deve essere, a mio parere, la selezione e l’intronizzazione dei governanti e dei guardiani.

Le ultime pagine del terzo libro trattano la questione della comunione dei beni – e non solo -. Al fine di essere degli ottimi guardiani, predisposti all’ubbidienza e alla difesa dello Stato, Socrate, appellandosi alla tradizione spartana, elenca tutta una serie di comportamenti etici che necessariamente devono venire ascritti ai suddetti. Oltre a parlare di mera comunione dei beni, il filosofo tratta, infatti, il divieto per i guerrieri di usare il denaro così come l’obbligo di consumare i pasti tutti quanti assieme o di dormire in accampamenti allestiti nel cuore della città.

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REPUBBLICA, LIBRO II: PRODUTTORI E GUERRIERI.

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Nelle pagine del secondo libro della RepubblicaSocrate inizia a tessere le fondamenta dello Stato ideale. Riprendendo la conversazione con Glaucone circa il tema della Giustizia, il maestro comincia a porre in essere alcune argomentazioni di carattere profondamente politico e sociale, come quella della produzione e della divisione del lavoro. Il secondo libro termina con l’esposizione di alcune tematiche concernenti il ruolo e l’importanza da ascrivere alla classe dei guerrieri; la stessa, del resto, diviene il pretesto platonico per avviare e legittimare le feroci critiche all’arte e, in special modo, alla poesia. Sono questi argomenti che impegneranno moltissimo gli interlocutori all’interno del terzo libro.

Il secondo libro riprende con il dialogo tra SocrateGlaucone. Fulcro dell’intero argomentare è sempre il tema della Giustizia e della differenza che sussiste tra il vivere rettamente ed il condurre un’esistenza nelle vesti di una persona ingiusta. Glaucone – riallacciandosi, in parte, alle riflessioni di Trasimaco – sostiene come sia fondamentale ragionare non tanto in riferimento alla differenza tra Giustizia ed Ingiustizia quanto, piuttosto, circa le diverse dinamiche relative alla nascita di entrambe. Glaucone afferma che mentre l’Ingiustizia è una componente ontologica dello stato di natura dell’uomo, la Giustizia, dal canto suo, è un deterrente artificiale predisposto dagli uomini stessi al fine di riuscire a convivere pacificamente gli uni con gli altri. La riflessione è particolarmente profonda. Forse anche più diretta e cinica di quella di TrasimacoGlaucone, infatti, è convinto di come ogni uomo prediliga essere ingiusto rispetto al proprio prossimo piuttosto che onesto e rispettoso. Questo perché ognuno di noi preferisce imporre un torto piuttosto che subirlo. Da ciò deriva anche la convinzione che, eticamente parlando, l’ingiusto sia più felice di un uomo giusto e retto, in quanto al riparo da soprusi ed abusi. Chiunque, quindi, è per natura predisposto al vizio ed è soltanto per evitare guerre intestine che si è reso necessario istituire un ordinamento fondato sulle leggi.

E in ciò si potrebbe scorgere una grande prova del fatto che nessuno è giusto di propria volontà, ma solo per forza, non perché ritenga la giustizia vantaggiosa di per sé; infatti ognuno, quando ritiene di poter commettere ingiustizia, la commette.

L’argomentare di Glaucone si arricchisce anche di altre osservazioni. L’uomo giusto, ad esempio, è “difficilmente definibile”. Chi è giusto, infatti, non può “darlo ad intendere o a dimostrare” in quanto sa bene che un simile comportamento gli permetterà in seguito di ricevere doni e riconoscimenti… “conseguenze” di un agire che mal si prestano all’esser giusto per propria volontà o di propria natura. Dunque, il dubbio persiste. Si tratta di un individuo giusto perché predisposto alla Giustizia strincto sensu o perché interessato ai vantaggi che dalla suddetta possono seguire? Liberare da tali apparenze un uomo ritenuto essere “giusto” ed ascrivere al medesimo solo la Giustizia restano un qualcosa di concettualmente molto difficile.

Anche Adimanto sostiene come l’esser giusto debba venire considerato come un qualcosa che si desidera perseguire solo e soltanto sulla base dei vantaggi che dallo stesso possono poi originarsi:

I padri e i precettori dicono dunque e raccomandano ai figli che bisogna osservare la giustizia. Ma non apprezzano la giustizia come tale, bensì i riconoscimenti che ne derivano: grazie alla reputazione di giustizia intendono far proprie le magistrature dello Stato, i matrimoni illustri e tutti i vantaggi che Glaucone ha passato in rassegna poco fa e che derivano all’uomo giusto dalla sua buona fama.

Non è un caso se a questo punto Platone, per bocca proprio di Adimanto, sposti l’attenzione su Dei e Poesia, affermando come anche le divinità e gli stessi poeti siano più inclini a venerare il furbo e l’ingiusto che il retto infelice. Questa argomentazione, da una parte, permette a Platone di avviare una profonda riflessione circa l’arte. Riflessione che si svilupperà, soprattutto, nelle pagine del terzo libro. Dall’altra parte, l’intero argomentare sprona Socrate a prendere nuovamente la parola e a sostenere come per poter definire la Giustizia sia necessario teorizzare la nascita, la formazione e la crescita di uno Stato giusto. In sintesi: dalla nascita di uno Stato è possibile cogliere e definire la nascita tanto della Giustizia quanto della Ingiustizia. Il punto di vista di Socrate diviene, quindi, il presupposto per avviare le argomentazioni socio-politiche della repubblica platonica. La prima tesi avanzata concerne la necessità della divisione del lavoro all’interno di una organizzazione statale; la seconda, invece, si riferisce al dover istituire una classe di guerrieri al fine di garantire e tutelare la difesa delle risorse e dei confini.

Platone afferma come sia fondamentale che la comunità, al fine di dirsi “organizzata”, vada sviluppandosi per mezzo di una divisione del lavoro tra i suoi consociati. La prima “classe” è quella dei produttori, dato che diviene fin da subito necessario garantire la produzione dei beni di sussistenza. Quando lo Stato è a livello elementare – da un punto di vista strutturale ed organizzativo -, la produzione è rivolta ad un numero ristretto di beni. Quelli di sussistenza, per l’appunto. La crescita demografica comporta in seguito un incremento delle richieste. Secondo Platone la divisione del lavoro deve essere intesa sotto due punti di vista. Tra loro complementari. In primis, ognuno deve svolgere una specifica funzione. Una ed una soltanto. In secundis, ognuno deve svolgere il compito che gli è assegnato… ed il compito assegnato è tale perché congeniale alle caratteristiche possedute dal soggetto in questione. Si tratta di una riflessione che verrà approfondita più avanti, quando Platone comparerà la divisione sociale, che sussiste tra i cittadini, alla divisione esistente tra le tre sezioni che formano l’anima dell’uomo.

Verso la fine del secondo libro, Socrate introduce la classe dei guerrieri. Essi sono coloro che hanno il compito di difendere i confini e le risorse di uno Stato. Non devono avere altra funzione se non quella di obbedire ai comandi. Comandi che vengono elargiti dai “reggitori” – filosofi -. Comandi, dunque, che non hanno altro fine se non quello di perseguire il bene collettivo – solo i filosofi, infatti, hanno accesso alla conoscenza delle forme ideali, in quanto educati alla dialettica -. La riflessione sui guerrieri permette a Platone di avviare la propria feroce critica contro l’arte e, in special modo, contro la poesia tragica di rimando omerico. Come verrà poi ampiamente affermato nel terzo libro, i guerrieri devono essere educati alla musica e tenuti lontani dall’arroganza e dalla superbia di quei poeti che si ritagliano il diritto di manipolare la realtà a proprio piacimento. Visioni distorte su eroi e Dei, infatti, possono convincere i guerrieri a lottare per il proprio interesse e tornaconto, a scapito, dunque, del perseguimento dell’interesse pubblico.

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REPUBBLICA, LIBRO I: PLATONE E TRASIMACO TRATTANO LA GIUSTIZIA.

Attraverso le pagine del primo libro della Repubblica assistiamo a due dialoghi aventi come scopo l’introduzione al tema della Giustizia – o del Bene in sé e per sé -. Le due conversazioni che Socrate intrattiene con Simonide e Polemarco, prima, e Trasimaco, subito dopo, fanno da preludio all’ampia trattazione, contenuta nel II° e III° libro ed avente come interlocutore principale Glaucone, riguardante “cosa sia da ritenersi giusto e quale vantaggio porti con sé una vita onesta”.

La prima tesi, concernente la definizione di Giustizia e che Socrate viene chiamato a sconfessare e controbattere, è quella avanzata da Simonide e Polemarco. Quest’ultimi sostengono come “giusto” e “sbagliato” debbano venire intesi nel rispetto del principio secondo cui “ad ognuno spetti il suo”. Simonide e Polemarco  affermano, infatti, come la giustizia consista nel beneficiare gli amici e nel danneggiare i malvagi. In sintesi: a tutti coloro che amano e rivolgono affetto al prossimo è doveroso contraccambiare con altrettanta virtù, mentre nei riguardi di coloro che, al contrario, danneggiano e procurano dolore ai propri simili è lecito – nonché legittimo – fare uso della stessa moneta. Il ragionamento di Simonide e Polemarco si affida ad una interpretazione profondamente personale del significato di “cosa sia bene”… motivo per cui la stessa viene, inevitabilmente, svuotata del tutto di ogni riferimento ideale e trascendentale.

Per sconfessare quanto sostenuto dai due amici, Socrate chiede a Polemarco se un uomo, ritenuto essere “giusto”, possa essere capace di arrecare danno al proprio prossimo. Stando, infatti, a quanto sostenuto poco sopra, anche un uomo giusto può arrecare danno e dolore ad un suo simile… nel caso, per l’appunto, che quest’ultimo sia un malvagio – “ad ognuno spetti il suo” -. Platone, per bocca del proprio maestro, avvia tutta una seria di comparazioni per evidenziare l’illogicità di fondo del ragionamento dei due compagni. Esattamente come fare del male ad un cavallo o ad un cane non giova al miglioramento della qualità dei due animali, fare del male ad un uomo ingiusto non fa altro che renderlo ancora di più malvagio. Il paradosso consiste proprio in questo: come è possibile che la virtù renda malvagia una persona? O, per essere ancora più esaustivi: “Come può un uomo giusto far sì che la virtù, che lo rende tale, provochi un incremento della malvagità nel suo prossimo?”. L’unica conclusione possibile e logica è che il “far del male” sia da ascrivere unicamente ad un uomo malvagio e non giusto. Quindi, “fare del male” è un qualcosa di non giusto… il che significa che la dinamica concettuale “ad ognuno spetti il suo” sia, in fin dei conti, solo una mera aporia.

Terminato il dialogo con SimonidePolemarco, prende la parola Trasimaco. La presenza del sofista – esattamente come il tono che Platone gli ascrive – non è casuale. Trasimaco, infatti, diviene un vero e proprio espediente tramite il quale Platone può mettere in evidenza l’aponia del suo maestro e la distanza filosofica che lo separa dal movimento sofista. Trasimaco, infatti, accusa apertamente Socrate di rendere mistificante ogni forma di dialogo e di conversazione in quanto il “maestro” si limita, solo e soltanto, ad osteggiare le tesi presentategli, senza però mai esporsi in prima persona e senza mai fornire una definizione esatta di quanto trattato. Si tratta della critica “storica” mossa contro Socrate dall’intero movimento sofista: il fatto di pensare solo a porre l’altrui interlocutore dinanzi alla infondatezza del proprio ragionamento, senza però presentare una visione alternativa di quanto discusso. In poche parole, Socrate è accusato di “pararsi” sempre dietro al suo “sapere di non sapere”, onde non correre il rischio di affermare qualcosa che potrebbe venire sconfessato e denigrato. Ma vi è di più. Durante il dialogo con TrasimacoPlatone fa vertere volutamente l’attenzione sul tema del denaro. Stando, infatti, a quanto sostenuto nei riguardi del “Socrate storico” – e non di quello “meramente platonico” -, il saggio filosofo fu sempre particolarmente restio alla ricchezza e al farsi pagare per i propri “servigi”… tutte “caratteristiche di vita” che, al contrario, ben rispecchiavano, a quanto sembra, alcuni noti sofisti – chiamati per l’appunto, “intellettuali di professione” -. Anche l’apologia che, ironicamente, Platone fa dell’ars loquendi di Trasimaco e della sua abilità di ottimo oratore e persuasore, evidenzia il distacco tra la dialettica platonica e l’interpretazione tecnica-formale del linguaggio tipica del movimento sofista.

Che io impari dagli altri è vero, Trasimaco; ma hai torto ad affermare che io non sono riconoscente. Li ripago come posso; e posso soltanto elogiarli, perché non ho denaro. Ma con quanto entusiasmo io elogi chi mi sembra parlare bene, lo saprai subito, non appena avrai dato la tua risposta. Perché sono certo che tu parlerai bene!

Trasimaco ritiene che la Giustizia consista nell’interesse del potere costituito ovvero nell’interesse del più forte. Indipendentemente dalla forma di Stato presa in considerazione, i governanti agiscono, sempre e comunque, nel proprio interesse e, sulla base di questa dinamica, fanno sì che i propri sudditi accettino per giusto ciò che essi stessi impongono loro. Il ragionamento del sofista si fonda e si giustifica su di una precisa considerazione naturale: nel Mondo della Natura, infatti, il più forte prevale, mentre il più debole viene schiacciato. È, quindi, innaturale giustificare leggi che si ritagliano il diritto ed il potere di sovvertire un ordine istituito dalla stessa Natura. Per respingere la tesi di Trasimaco, nuovamente Socrate si affida a ragionamenti comparativi.

Un medico ha come scopo il malato ed essendo la medicina un’arte, in quanto tale, la stessa ha come obiettivo il perfezionamento di sé medesima. Per perfezionarsi, la medicina non può non avere altro interesse che il corpo, dato che per migliorarsi deve curare e combattere le malattie. Questo implica che il medico non possa avere altro interesse che il malato e che ogni sua azione venga sempre, dunque, rivolta nei confronti non di chi è più forte ma di chi è più debole. Quindi l’autorità (il medico nell’esercizio della sua arte) non impone il proprio interesse ma, bensì, si adopera in funzione e per il bene di colui verso cui agisce (medico → malato). Si tratta solamente di sostituire al “medico” la figura del “governante”.

A questo punto Trasimaco controbatte, affermando come in ogni situazione umana, compreso negli accordi tra privati e negli affari pubblici, sia impossibile trovare un uomo giusto che possa palesarsi “avvantaggiato” rispetto all’ingiusto. Il sofista giunge, addirittura, a sostenere che «si condanna l’ingiustizia non per timore di praticarla, ma per paura di subirla.» L’ingiustizia, quindi, risulta – tra le altre cose – essere anche più “conveniente” rispetto al comportarsi rettamente. Socrate sfrutta, ancora una volta, un ragionamento di tipo comparativo.

Ogni arte possiede una propria funzione ed il vantaggio per l’artista di produrre tale attività deriva da un fattore che è esterno alla stessa. L’arte del medico, ad esempio, promuove la salute. In essa l’arte medica trova la propria essenza. Ma non vi è niente di male nel vedere un medico venire pagato per aver compiuto il proprio compito. Certamente, al contempo, un medico continuerebbe ad essere utile proprio per la sua arte, anche nel caso non ricevesse alcun pagamento. Il discorso sulla retribuzione è particolarmente indicativo. Secondo Socrate, infatti, è assolutamente necessario ripagare con il denaro e l’onore coloro che si impegnano a comandare. Questa conclusione ribadisce quanto affermato poc’anzi: nessuna arte procura e/o impone il proprio interesse. Chi dichiara di voler comandare, lo fa per avere una retribuzione e si adopera nell’interesse dei sottoposti. Ma è così semplice l’intera questione? Si apre, infatti, a questo punto una riflessione profondamente etica che lo stesso Socrate rivolge a Glaucone. Il filosofo afferma che le persone, qualora desiderino comandare, debbano venire ripagate, altrimenti si dovranno riversare contro le stesse delle punizioni. Quali punizioni? Socrate sostiene come un uomo veramente giusto non si sognerebbe mai di governare per ricevere in cambio denaro o onore. Ciò lo renderebbe alla vista dei suoi concittadini un mercenario. Ma, allo stesso tempo, il rendersi conto da parte sua di come la fama e la retribuzione possano divenire strumenti pericolosi per attirare al governo uomini malvagi o ingiusti, lo spinge a farsi avanti. La punizione per l’uomo giusto consisterebbe, quindi, nell’aver lasciato il comando all’ingiusto e al malvagio. Ciò che appare vero e paradossale al contempo, agli occhi del filosofo, è l’esser certo del fatto che in uno Stato popolato soltanto da uomini giusti non vi sarebbe nessuno intenzionato a governare.

Trasimaco nuovamente prende la parola e formula un ulteriore ragionamento. Oltre a sostenere come la giustizia sia del tutto inutile rispetto alla ingiustizia, chiama la prima «nobilissima ingenuità» e la seconda «accortezza». Afferma, quindi, come gli ingiusti siano accorti ed intelligenti… il che pone la sapienza sul lato della ingiustizia e non su quella della giustizia. Secondo il sofista, il giusto tende a prevaricare solo l’ingiusto, mentre l’ingiusto, dal canto suo, non si fa scrupoli a prevaricare né un uomo giusto né un suo simile. In breve: l’ingiusto tende a prevaricare tanto il suo simile quanto il suo contrario, mentre il giusto soltanto quest’ultimo. L’esempio del medico viene nuovamente sfruttato da Socrate.

Un medico è un sapiente. Il che significa che è un uomo intelligente ed accorto. Stando alla definizione di Trasimaco è, perciò, un uomo ingiusto ovvero un individuo che pensa a prevaricare tanto il suo simile quanto il suo contrario. Socrate afferma che un medico tende ad imporsi soltanto su di un inesperto e non su di un altro medico; al contrario, colui che non possiede alcuna conoscenza medica desidera prevaricare sia un suo simile che un vero medico. Quindi, un sapiente (medico) prova desiderio di privileggiare non su di un suo simile ma, bensì, su chi gli è contrario (inesperto). Ma stando a quanto sostenuto da Trasimaco un sapiente (uomo ingiusto) prevarica anche il proprio simile. Il sofista ha quindi torto: soltanto un uomo giusto può dirsi sapiente.

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