“RADICI” ED “INSEGNAMENTO”.

  • Le radici e le escrescenze:

Quando piantiamo un albero, fintanto che le radici attecchiscono, i rami e le foglie crescono naturalmente e si sviluppano fiori e frutti. Pertanto quando piantiamo l’albero ci preoccupiamo delle radici e non dei rami o delle foglie. Fintanto che le radici non si sono consolidate, noi potiamo i rametti in modo che l’energia vada verso le radici.

Questo non significa però che noi piantiamo l’albero soltanto per amore delle radici. Noi ci prendiamo grande cura delle radici per amore dei rami, delle foglie, dei fiori e dei frutti.

 

  • La realizzazione del Sé e l’insegnamento agli altri:

Anche coloro che hanno realizzato il fondamentale non sono ancora completamente illuminati nel Buddismo fintanto che non conoscono le tecniche di un adepto vivente. Queste persone possono in effetti avere una perfetta realizzazione del Sé, ma non possono fungere da guide spirituali se mancano loro le capacità metodologiche per aiutare gli altri. Questa condizione viene a volta definita il raggiungere l’intento ma non l’espressione.

D’altro canto, anche se alcuni possono avere individuato qualche metodo degli adepti, essi non possono essere maestri se la loro percezione non è chiara. Queste persone hanno raggiunto l’espressione ma non l’intento.

Muso Kokushi

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“CONOSCENZA” E “KOAN”.

  • Tipi di conoscenza:

Vi sono vari generi di conoscenza secondo le definizioni del Buddismo. Vi sono la conoscenza autentica e la conoscenza falsa, la conoscenza temporanea e la vera conoscenza. La gente considera spesso la conoscenza religiosa una comprensione di dottrine; la conoscenza e l’ignoranza convenzionali, però, non sono conoscenza e ignoranza nel senso vero.

È stato detto che la Via non sta nella conoscenza o nella non conoscenza. L’Illuminazione non è puramente una questione di comprensione intellettiva, e neppure implica eliminare la comprensione intellettiva e restare vuoti e tranquilli.

Un modo per avvicinarsi alla conoscenza fondamentale è mettere da parte tutte queste interpretazioni e concentrare l’intensa indagine non concettuale sulla condizione in cui ha avuto luogo questo mettere da parte.

 

  • Capire il Koan Zen:

L’esercizio di tenere a mente un detto o un racconto Zen è incompatibile con un desiderio conscio di capire per conto proprio. Secondo un antico detto: “Non cercare l’Illuminazione consciamente.”

Questo perché la coscienza in queste condizioni è impensierita dal desiderio. La mente non illuminata, inoltre, che per definizione non sa che cosa sia l’Illuminazione, non può sapere che cosa o come cercare.

Il koan non è assolutamente essenziale nello Zen; è anch’esso un semplice espediente, usato per trascendere i limiti della mente condizionata. Per compiere questo progresso è importante sottrarsi alle esigenze della mente condizionata e affrontare direttamente il koan.

Muso Kokushi

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“MORTE” ED “ERUDIZIONE”.

  • Attraversare l’esperienza della morte:

Un principio analogo a quello di reprimere i demoni può essere applicato al problema di attraversare le esperienze del morire.

Un antico testo zen raccomanda che quando si sta morendo si contemplino i propri elementi mentali e fisici come privi di realtà ultima, di essenza indipendente e di identità propria.

Inoltre bisogna contemplare la vera mente come priva di forma, che non va e non viene, poiché l’essenza della mente non entra nell’esistenza alla nascita e non esce dall’esistenza alla morte, rimane per sempre tranquilla.

Con questo metodo si può abbandonare il Mondo; non ci si lascerà allettare da visioni beatifiche né spaventare da visioni orribili, che potrebbero manifestarsi alla morte a seconda dello stato mentale. La mente sarà dimenticata e si fonderà con il cosmo.

 

  • Erudizione libresca:

L’erudizione libresca può essere un sicuro impedimento verso la vera conoscenza, specialmente quando è associata alla presunzione. Questo vale sia per chi si attiene alla interpretazione letterale, sia per chi propende per quella teorica.

In termini buddisti, essere erudito nel senso reale vuol dire capire il significato. I veri significati del Buddismo vanno al di là delle immagini concettuali e delle espressioni verbali.

Muso Kokushi

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LA SAGGEZZA COME RIMEDIO AI MALI DELLA VITA.

Il maestro Kokushi sottolinea la necessità di una profonda corrispondenza tra “virtù” e “saggezza” al fine di condurre una esistenza dedita allo Zen e al satori. La virtù non esercitata saggiamente ma, anzi, viziata dall’ignoranza, rappresenta una triplice avversità per la vita dell’uomo.

Innanzitutto, comportarsi rettamente al fine di sperare e/o addirittura esigere un “qualcosa in cambio” che sia in grado di soppesare lo sforzo posto in essere, è un vero e proprio ostacolo alla Illuminazione. In tal modo, infatti, la mente resta schiava di intenti egoistici e di calcoli profondamente materialistici. Situazioni e dinamiche che impediscono di andare oltre al mero appagamento personale e di cogliere la profonda essenza di quanto compiuto.

In secondo luogo, conseguentemente al primo male, segue l’attaccamento ai beni terreni e alle situazioni piacevoli. In genere si indica tutto ciò con il termine samsara. Divenire schiavi del possesso ed indirizzare ogni attenzione al perseguimento di interessi personali sono intenti da scongiurare, se si desidera percorrere il sentiero che conduce alla Illuminazione.

Infine, il male più profondo. Con l’esaurirsi di suddette situazioni e di suddetti beni, ecco che si originano e si alimentano, all’interno dell’animo dell’uomo, rabbia ed avidità. Esse nascono a seguito di tale privazione e mancanza, testimoniando così quanto viziato dal possesso abbia finito con il diventare, a tutti gli effetti, il nostro spirito.

L’attaccamento, dunque, è tanto negativo per quanto riesce a distoglierci dal Sentiero della Luce quanto per la capacità di viziare il nostro animo con sentimenti che niente hanno a che fare con la vera virtù. Per questo essa deve sempre accompagnarsi alla saggezza.

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“NEGLIGENZA SPIRITUALE” E “PRATICA RELIGIOSA”.

  • Negligenza spirituale:

Si può entrare nella sfera di influenza dei demoni in conseguenza di esperienze ed esercizi spirituali. Il fenomeno può essere paragonato al caso di un guerriero che venga ricompensato per le gesta in battaglia, poi sviluppi un senso esagerato di presunzione in conseguenza di tale ricompensa, e alla fine venga punito per condotta presuntuosa.

Quando una persona si inorgoglisce per le pratiche o le esperienze spirituali, quella persona ricadrà certamente nella sfera di influenza dei demoni. Non è colpa della pratica in sé, ma dell’atteggiamento del praticante. Coloro che intraprendono pratiche spirituali con idee sbagliate o sviluppano opinioni erronee nel corso della pratica e coloro che diventano presuntuosi e si oppongono alle dottrine o ai metodi degli altri entrano in stati d’animo e modi di essere che possono essere definiti “inferno”.

 

  • Pratica religiosa che ostacola l’Illuminazione:

Una scrittura intitolata “Ostacoli all’azione pura” spiega come le pratiche religiose possano in effetti ostacolare la via dell’illuminazione: ciò avviene quando coloro che praticano l’elemosina disprezzano gli egoisti, quando coloro che osservano i precetti morali criticano coloro che non lo fanno, quando coloro che praticano la sopportazione sminuiscono gli impazienti, quando coloro che praticano una diligenza vigorosa guardano dall’alto in basso gli indolenti, quando coloro che praticano la meditazione respingono i distratti e quando coloro che possiedono conoscenza prendono alla leggera gli ignoranti.

Non è che le pratiche in sé siano opera dei demoni, ma l’avidità del praticante trasforma la pratica religiosa in autocompiacimento e in condanna degli altri, il che ostacola il corso dell’illuminazione.

Muso Kokushi

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