WILKINSON, PICKETT – LA MISURA DELL’ANIMA.

Malgrado oggi si abbia l’impressione che la diseguaglianza sia imperitura e universale, osservando il fenomeno nell’arco della preistoria e della storia dell’uomo ci accorgiamo che la vera eccezione sono proprio le società moderne, con il loro alto grado di diseguaglianza. Per oltre il 90 per cento della nostra esistenza di esseri umani, abbiamo vissuto quasi esclusivamente in società fortemente egualitarie. Per circa due milioni di anni, cioè per quasi tutto il tempo da quando sono diventati “anatomicamente moderni” (ovvero simili a oggi), gli esseri umani hanno vissuto in comunità di cacciatori e raccoglitori straordinariamente egualitarie. La moderna diseguaglianza è nata e si è diffusa con lo sviluppo dell’agricoltura. Le caratteristiche che sarebbero state selezionate in quanto propizie nelle società tendenzialmente egualitarie sono probabilmente molto diverse da quelle selezionate nelle gerarchie di dominio.

Classico caso in cui finiamo con il ritrovarci tra le mani un testo che, senza alcuna remora o perplessità, si rende meritevole di essere letto a scuola. In modo assolutamente obbligatorio. La ricerca condotta da Richard WilkinsonKate Pickett palesa una profondità enorme, tale da rendere l’intero elaborato come difficilmente superabile e/o equiparabile ad altre analisi condotte in riferimento alla realtà sociale lato sensu. I grandi temi della contemporaneità – giustizia, equità, benessere, salute et similia – sono affrontati con una precisione a dir poco chirurgica. Tutte quante le osservazioni e conclusioni sono integrate da una mole infinita di dati campionari, statistiche e grafici; il tutto risulta così essere profondamente attendibile, in quanto certificato e verificato da altrettante indagini ed approfondimenti condotti sul campo. Oscillando tra contesti di natura diversa – economica, sociale, politica e sociologica -, il trattato permette di entrare in possesso di una visione ampia – ampissima! – della realtà sociale e dei corpi sociali presenti al Mondo, sfruttando a proprio vantaggio, ora, indagini analitiche e, ora, riflessioni più esplicitamente comparative.

Se siamo diventati così sensibili all’amicizia e allo status sociale è perché la qualità delle relazioni sociali ha sempre esercitato un’influenza cruciale sul benessere, determinando se altri individui debbano essere temuti in quanto rivali o ricercati in quanto fonti di sicurezza, cooperazione e supporto. Queste dimensioni della vita sociale sono talmente importanti che la mancanza di amicizie e un basso status sociale sono due delle principali fonti di stress cronico che condizionano la salute della popolazione nei paesi ricchi nel mondo contemporaneo.

Comprendere il perché dell’esistenza della disuguaglianza ed individuare tutti quei fattori capaci di produrre imperfezioni e asimmetrie all’interno delle realtà sociali, sono i due obiettivi che WilkinsonPickett affrontano con cura, precisione e “calma”: l’intera opera, difatti, è accuratamente suddivisa in più indagini, tutte fra loro profondamente concatenate. L’iter risulta essere chiaro, lineare e profondamente apodittico, sia nella trattazione delle argomentazioni prese in esame che nella loro esposizione e “archiviazione”.

Il trattato è dannatamente esaustivo e ricchissimo di spunti, dati, intuizioni e chiavi di lettura realistiche e oltremodo attuali. L’opera risulta essere uno specchio fedele e, al contempo, un chiaro manifesto delle contemporanee situazioni in cui versano i grandi Paesi del Mondo, divenendo così un punto di partenza di assoluta ed imprescindibile importanza per chiunque desideri mai affrontare e/o approfondire le grandi tematiche economiche e sociali di oggigiorno. Da leggere. Da leggere assolutamente.

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REPUBBLICA, LIBRO III: POESIA E MUSICA.

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Il terzo libro è in gran parte dedicato al tema dei guerrieri e alla critica platonica nei riguardi dell’arte – nello specifico, nei confronti di un ben preciso linguaggio artistico: la poesia -. Già nella parte conclusiva del libro secondo, Socrate ha avuto modo di trattare la questione “delicata” relativa ai poeti e alla loro arte. Come abbiamo già avuto modo di vedere, Platone si scaglia – moralmente ed eticamente – contro (soprattutto) l’epica omerica, rea di rappresentare una realtà menzognera e del tutto fallace. È su questa chiave di lettura che si sviluppa la grande critica che Platone muove alla imitazione rappresentata nelle tragedie e nelle commedie. I guerrieri devono ubbidire ai comandi dei reggitori. Solo e soltanto questo. In tal modo, infatti, si adoperano per il bene dello Stato. Non è richiesta loro alcuna imitazione e alcuna altra funzione. È doveroso ricordare come l’arte per Platone, nonostante resti mìmesis, non debba mai ritagliarsi l’arrogante funzione di descrivere e/o rappresentare a proprio piacimento la realtà circostante. L’imitazione platonica consiste nel proporre una realtà che sproni il fruitore, attraverso la visione ed osservazione della medesima, a risalire al piano degli intelligibili. Compito del poeta, quindi, è quello di promuovere una specie di vero e proprio “impulso catartico” che permetta ai vari percipienti di risalire sino alla forme ideali – cfr. Ione e Fedro -. Nel momento stesso in cui, ad esempio, gli Dei vengono rappresentati come esseri ingannevoli o gli eroi descritti come individui dediti soltanto alla ricerca di imprese leggendarie, si mina il fondamento virtuoso su cui i guerrieri debbano “realmente” affidarsi e – il coraggio – il fine verso cui debbano sempre rivolgersi – il bene pubblico -:

[…] i nostri guardiani debbono trascurare ogni altra occupazione per dedicarsi scrupolosamente alla libertà dello Stato, senza far nulla che non miri a tale scopo. Decisamente, essi non dovrebbero né fare né imitare null’altro. Al più, possono imitare le qualità che si addicono loro fin dalla fanciullezza: il coraggio, la temperanza, la santità, la generosità e così via. Ma ciò che è meschino non debbano farlo e neppure essere capaci di imitarlo, e così pure nulla che sia indecoroso, affinché dall’imitazione non traggano un danno reale.

L’arte, quindi, deve nutrire la temperanza, virtù che è necessario venga ascritta a ciascuna delle tre classi lavoratrici presenti all’interno dello Stato. Sia i produttori che i guerrieri che i reggitori, infatti, hanno l’onere di comprendere come sia doveroso adoperarsi per svolgere quella specifica ed unica attività loro preposta, in quanto la stessa risulta chiaramente essere la più congeniale alle loro capacità. Il paradigma concettuale della “temperanza” è ciò che sancisce la necessità della divisione del lavoro e della cura della “virtù funzionale” al corretto svolgimento del medesimo. Si tratta di un tema che verrà ulteriormente approfondito in seguito, quando Socrate tratterà la divisione dell’anima dell’uomo.

Risolta la questione concernente l’arte poetica, Socrate ed Adimanto vertono la propria attenzione su di un altro linguaggio artistico: la musica. Come abbiamo già affermato, la musica è l’arte verso la quale devono venire educati i guerrieri, in quanto la stessa si mostra congeniale a nutrire dei medesimi la virtù inerente la loro anima “irascibile”: il coraggio. Il ragionamento socratico è alquanto lineare: se la musica deve nutrire il coraggio, è necessario individuare quei toni e quelle melodie che si palesano poi essere in grado di parlare all’uomo coraggioso. Platone elenca sei armonie – o modi -. Le stesse vengono raggruppate in tre gruppi:

  1. “lamentoso”: questo gruppo comprende l’armonia misolidia e sintonolidia;
  2. “molle”: fanno parte di questo gruppo l’armonia lidia e quella ionia;
  3. il terzo gruppo non ha nome ed è una via di mezzo tra quello “lamentoso” e quello “molle”. Platone vi inserisce l’armonia dorica e frigia.

Si tenga conto del fatto che i modi, nella cultura greca antica, differiscono per la posizione degli intervalli e per l’altezza dei suoni. Le armonie “originali” sono quattro e traggono il proprio nome da precise popolazioni dell’area culturale greca: dorica, ionia, frigia e lidia. Armonie (secondarie), come quella misolidia e sintonolidia, sono ottenute attraverso delle combinazioni dei modi principali:

[…] conserva quella che sappia imitare adeguatamente i toni e gli accenti di un uomo coraggioso impegnato in un’azione di guerra o in un altro compito gravoso, e che, pur non avendo avuto successo e andando incontro alle ferite o alla morte o a qualche altra disgrazia, in tutte queste circostanze lotti contro la sorte con coraggio e fermezza. E conserva pure anche l’altra, capace di imitare un uomo impegnato in un’opera di pace non per costrizione ma per libera scelta: chi, per esempio, cerchi di convincere un dio con la preghiera o dia a un altro uomo utili consigli o invece si mostri sensibile egli stesso alle preghiere, agli ammonimenti, alle dissuasioni altrui, e in conseguenza di ciò abbia avuto un risultato conforme alle sue intenzioni senza inorgoglirsene, ma accetti sempre ciò che gli accade con temperanza ed equilibrio e di buon grado. Queste due armonie – l’una energica e l’altra volontaria – capaci di imitare in sommo grado chi ha sfortuna e chi ha successo, chi è temperante e chi è coraggioso, occorre che tu le conservi.

L’intera riflessione platonica è sì indubbiamente interessante perché ci permette di ragionare attorno a concetti prettamente tecnici dell’arte musicale greca ma, ad ogni modo, evidenzia anche quello che è a tutti gli effetti uno dei grandi fondamenti dell’etica platonica: la coincidenza, per l’appunto, tra etica e musica – un principio filosofico di diretta provenienza pitagorica, secondo cui l’intero equilibrio dell’Universo altro non è che un “accordo musicale” regolato da leggi di tipo matematico-geometrico -:

[…] l’educazione decisiva, Glaucone, è quella musicale, perché il ritmo e l’armonia penetrano fino in fondo all’animo, e lo toccano nel modo più vigoroso infondendogli eleganza, e rendono bello chi abbia ricevuto un’educazione corretta, mentre accade l’incontrario all’incolto. Chi possiede una sufficiente educazione musicale può accorgersi con grande acutezza di ciò che è brutto o imperfetto nelle opere d’arte o in natura, e se ne dispiace a buon diritto, mentre sa approvare e accogliere con gioia nel suo animo ciò che è bello, e nutrirsene e diventare un uomo onesto. Fin da giovane saprà invece biasimare e odiare giustamente ciò che è brutto, ancora prima di potere motivare razionalmente la sua avversione; quando poi avrà anche questa facoltà, la saluterà con affetto, perché, se avrà ricevuto tale educazione, la sentirà affine a se stesso.

Segue poi la riflessione circa la ginnastica. I guardiani, infatti, devono essere educati tanto alla musica quanto all’esercizio fisico. Si tratta di una forma di educazione che assume le vesti di una perfetta “sintesi”. Il solo esercizio fisico, infatti, rende rozzi e fortifica il solo corpo. La sola musica rende fiacchi e molli e non permette all’anima di “lavorare” appieno sul corpo. Socrate, infatti, afferma come l’esser rozzo possa testimoniare (anche) il possesso di un animo ardente ed irascibile che, se ben educato, può permettere al soggetto di divenire un ottimo guerriero. D’altro canto, l’esser molle e fiacco può palesare il possesso di uno spirito filosofico che, anche in questo caso, se guidato nel modo giusto, può condurre ad un perfetto equilibrio.

Verso la fine del terzo libro, quando SocrateGlaucone concordano circa l’inevitabile corrispondenza tra “anzianità” ed “onestà”, si introduce la questione circa la terza ed ultima classe di lavoratori: i reggitori. Platone sostiene come gli stessi debbano venire scelti tra i guardiani, in quanto quest’ultimi sono, per l’appunto, coloro preposti alla salvaguardia dello Stato. Si devono scegliere coloro che più di ogni altro sono “immolati” alla difesa del bene pubblico. Esattamente come esposto circa i giudici, i quali devono essere anziani in quanto l’anzianità, di per sé, permette al giudice di comprendere nel corso di una intera vita cosa sia l’onestà e cosa l’ingiustizia, anche i reggitori devono sottostare a prove e ad un preciso percorso di “formazione”:

Allo stesso modo, occorre condurli ancora giovani verso prove terribili, e poi di nuovo verso i piaceri, saggiandoli molto più accuratamente dell’oro al fuoco: così sapremo se si lasciano soggiogare con difficoltà, se mantengono il decoro, se sono buoni guardiani di se stessi e della musica che hanno appreso, se in ogni circostanza si rivelano rispettosi del ritmo e dell’armonia, insomma se sono in grado di essere utili a se stessi e alla città. Chi esca indenne dalle prove subite successivamente da bambino, da giovane e da adulto, deve essere messo a capo della città come guardiano, ed essere onorato da vivo e da morto, ottenendo le tombe più splendide e gli altri monumenti commemorativi. Deve invece essere escluso chi non si comporta così. Più o meno questa, Glaucone, deve essere, a mio parere, la selezione e l’intronizzazione dei governanti e dei guardiani.

Le ultime pagine del terzo libro trattano la questione della comunione dei beni – e non solo -. Al fine di essere degli ottimi guardiani, predisposti all’ubbidienza e alla difesa dello Stato, Socrate, appellandosi alla tradizione spartana, elenca tutta una serie di comportamenti etici che necessariamente devono venire ascritti ai suddetti. Oltre a parlare di mera comunione dei beni, il filosofo tratta, infatti, il divieto per i guerrieri di usare il denaro così come l’obbligo di consumare i pasti tutti quanti assieme o di dormire in accampamenti allestiti nel cuore della città.

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ROUTINE E MOBILITÀ SOCIALE.

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Durante la rappresentazione, in piena fase (o meno) del working, sia la capacità sia, di conseguenza, l’idoneità a padroneggiare l’attività posta ad esecuzione, vengono manifestate dall’individuo ricorrendo a due “stratagemmi” comunicativi. In primis, si suole evidenziare scioltezza, padronanza e sicurezza di sé in ciò che viene compiuto e posto in essere. Qui le soluzioni possono essere particolarmente molteplici. In secundis, diviene fondamentale il “fattore tempo”. La tempistica con la quale si esegue quella determinata azione, fondamento della rappresentazione che dalla stessa segue, viene tenuta in grande considerazione dal soggetto in questione e, soprattutto, dal pubblico. Non si tratta, quindi, solo di eseguire un qualcosa palesando sicurezza ma (anche) di porlo in essere in velocità. Questo non significa (necessariamente) essere rapidi quanto, piuttosto, il non mostrare dubbi e/o incomprensioni durante l’esecuzione dell’azione. Una riflessione di questo tipo può veicolarci a riflettere attorno al concetto di routine.

Goffman desidera soprattutto porre in evidenza come determinate attività abitudinali – di routine, per l’appunto – siano determinate de facto ed in toto dal trovarsi, al momento dell’esecuzione dell’azione stessa, all’interno (o meno) del proprio gruppo sociale di appartenenza. Si tratta, quindi, di una considerazione che, in parte, ci obbliga a spostare l’attenzione su di un piano di riferimento sovra-individuale – il gruppo sociale -. L’organizzazione del proprio comportamento sociale, dunque, dipende – inevitabilmente – dal contesto nel quale andiamo manifestandolo e rappresentandolo. E questo indipendentemente dal fatto che ciascuno di noi debba, giornalmente, avere a che fare con numerose attività classificabili come di routine. Un esempio può dissipare qualsivoglia forma di dubbio e di perplessità. Camminare, ad esempio, è sicuramente un’attività che ciascuno di noi svolge in modo abituale, ma è indubbio il fatto che una volta entrati sul luogo di lavoro ciascuno – si spera – si adopererà in modo da assumere quel comportamento idoneo e che è solito far proprio per lo svolgimento del working. Sono due comportamenti abitudinali ma, nel secondo caso, il contesto ed il gruppo sociale di riferimento giocano un ruolo di assoluta determinazione. Possiamo, quindi, sostenere come determinate routines siano effettivamente “socializzate” ovvero, sulla base di facciate e rappresentazioni, rispondano (o no) a determinate esigenze avanzate dal pubblico – la formula potrebbe essere la seguente: “se desideri lavorare qui, questo è ciò che mi aspetto di vedere” -. Vi è però il punto di vista inverso che deve essere preso in considerazione: in che modo e perché l’individuo offre al pubblico una tale rappresentazione di sé?

Una prima spiegazione affonda le proprie radici nella (moderna) mobilità sociale. È indubbio il fatto che per “elevarsi” socialmente e da un punto di vista lavorativo, diviene necessario adottare e manifestare tutti quei simboli e segni che determinano gli higher levels. Se la rappresentazione è curata e “soddisfa” quei determinati canoni di “inserimento”, può esserci mobilità sociale. Anche in questo caso le riflessioni concernenti una dimensione macro dell’intera trattazione, possono essere profondamente interessanti. Può succedere, infatti, che apertamente venga manifestata dal soggetto una piena accettazione e condivisione delle norme vigenti ai “piani più alti” ma che le medesime siano, al contempo, pienamente sconfessate e delegittimate in ambito privato. Questa asimmetria può veicolarci a riflettere circa le forme di mistificazione del proprio io in ambito sociale e lavorativo. Sulla scia di questa ultima osservazione, Goffman, non a caso, tratta anche la cosiddetta questione del “lavoro sporco” ovvero di tutte quelle attività, rappresentazioni e idealizzazioni tenute nascoste o sacrificate al fine di poter apparire idoneo al sistema di valori verso cui l’individuo ha rivolto il proprio sguardo. Attenzione però!

Non si tratta soltanto di negare e/o sminuire determinati valori per rafforzare quella rappresentazione idealizzata che possa permettere al soggetto di “ascendere socialmente”. Vi è di più. Vi possono, infatti, esserci delle situazioni in cui il soggetto medesimo genera nei suoi ascoltatori la convinzione di come egli stesso sia a loro legato. Più di quanto, per l’appunto, non lo sia veramente. Questo “attivismo comunicativo”, dunque, presenta due livelli fra loro interconnessi. Da un lato, il “ripulire” il proprio io per renderlo “idoneo” e, dall’altro lato, il lavorare affinché tale rappresentazione rafforzi una convinzione che non è detto sia vera e sincera da parte dell’interessato.

Tornando alla riflessione di poco sopra, circa il contesto sociale ed il pubblico cui viene rivolta la rappresentazione, possiamo affermare quanto segue: questa attività di comunicazione e di rappresentazione dell’individuo produce, inevitabilmente, una “segregazione del pubblico”. Perché è indubbio che nei riguardi di alcuni alter ego il comportamento sarà di un tipo, rispetto a quello palesato nei riguardi di altri soggetti terzi. Questo significa anche che, a seconda dei contesti e del pubblico, possiamo essere obbligati ad adottare un determinato tipo di comportamento. Potremmo parlare di “burocratizzazione dello spirito”. Un concetto che evidenzia come il “proprio io” debba divenire un “preciso io” a seconda del dove, del quando e del (con) chi.

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STRATEGIE EGUALITARIE.

Malgrado oggi si abbia l’impressione che la diseguaglianza sia imperitura e universale, osservando il fenomeno nell’arco della preistoria e della storia dell’uomo ci accorgiamo che la vera eccezione sono proprio le società moderne, con il loro alto grado di diseguaglianza. Per oltre il 90 per cento della nostra esistenza di esseri umani, abbiamo vissuto quasi esclusivamente in società fortemente egualitarie. Per circa due milioni di anni, cioè per quasi tutto il tempo da quando sono diventati “anatomicamente moderni” (ovvero simili a oggi), gli esseri umani hanno vissuto in comunità di cacciatori e raccoglitori straordinariamente egualitarie. La moderna diseguaglianza è nata e si è diffusa con lo sviluppo dell’agricoltura. Le caratteristiche che sarebbero state selezionate in quanto propizie nelle società tendenzialmente egualitarie sono probabilmente molto diverse da quelle selezionate nelle gerarchie di dominio.

Gli studi sulle moderne e recenti comunità di cacciatori e contadini suggeriscono che, lungi dal rispecchiare un’eruzione evolutiva di altruismo, queste collettività abbiano attivamente promosso l’uguaglianza non soltanto attraverso la condivisione del cibo e lo scambio di doni, ma anche tramite le cosiddette “strategie di controdominio”. La condivisione avveniva tramite la cosiddetta “compartecipazione vigilante”, così chiamata perché tutti i membri della collettività controllavano che ognuno ricevesse la parte che gli spettava. Le strategie di controdominio con cui si manteneva l’uguaglianza portavano i membri della comunità a coalizzarsi contro chiunque si comportasse in modo tale da minacciare il senso di parità e di autonomia di ciascuno. […] Gli studiosi che hanno osservato le comunità di cacciatori e contadini moderne e recenti suggeriscono che le strategie di controdominio possono variare dalla burla e dal ridicolo all’ostracismo e alla violenza, rivolti contro chiunque cerchi di dominare gli altri. Queste società dimostrano una cosa molto importante, e cioè che è possibile arginare il desiderio egoistico individuale di maggiore ricchezza e prestigio, oppure incanalarlo in forme di espressione meno dannose per la società.

Alcune nostre caratteristiche psicologiche sarebbero state selezionate nel corso dell’evoluzione per consentirci di sopravvivere in una società egualitaria; tra queste, una forte concezione e un grande apprezzamento della giustizia, che ci permettono di giungere senza conflitti a un accordo per condividere le risorse scarse. […].

Un’altra caratteristica rilevante è la tendenza a provare un sentimento comune di identità e interdipendenza con le persone con cui condividiamo cibo e altre risorse su basi paritarie. Queste persone, con cui ci identifichiamo e simpatizziamo, rappresentano il nostro gruppo di appartenenza, il “noi”. In molte istituzioni sociali e organizzazioni politiche la condivisione è un mezzo per creare un sentimento di fratellanza o di sorellanza; inoltre, il concetto stesso di famiglia “nucleare” o “allargata”, su cui è basata l’organizzazione sociale, dipende dalle dimensioni del gruppo di condivisione, ovvero dal grado di parentela che lega coloro che possono rivendicare il diritto di accedere alle risorse del nucleo familiare. […].

Un collante essenziale della stretta integrazione sociale tipica delle comunità egualitarie è il sentimento di gratificazione che si prova nel soddisfare i bisogni altrui. Questa, che pare spesso una qualità misteriosa e inspiegabile, proviene in realtà dalla necessità di sentirsi apprezzati dagli altri. L’essere umano si sente stimato quando fa qualcosa che gli altri gradiscono. Il modo migliore per assicurarsi di essere inclusi nel gruppo solidale di cacciatori e contadini, scongiurando il rischio di essere esclusi, ostracizzati e diventare prede, era compiere azioni apprezzate dagli altri. […].

Vi sono quindi diverse strategie sociali per affrontare differenti tipi di organizzazione sociale. A un estremo ci sono le gerarchie di dominio, basate sull’arrivismo e sulla competizione per lo status. Qui l’individuo deve riuscire a badare a se stesso, e l’altro è considerato soprattutto un rivale nell’accesso al cibo e alle occasioni di accoppiamento. All’estremo opposto troviamo i sistemi basati sull’interdipendenza reciproca e la cooperazione, nei quali la sicurezza dell’individuo dipende dalla qualità delle relazioni con gli altri, e l’autostima si nutre più del contributo dato al benessere altrui che dello status. Le strategie di affiliazione, quindi, dipendono non tanto dal perseguimento dei propri interessi materiali, quanto dalla mutualità, dalla reciprocità, dalla capacità di identificarsi con gli altri e di stringere forti legami emotivi.

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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OCCORRE UNA REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO.

Un approccio alternativo è quello di suggerire che la vera causa di molti problemi delle società moderne non sia la redistribuzione del reddito, ma una sorta di mutamento ideologico, il passaggio a una filosofia o visione economica più individualistica della società, come quelle che caratterizzano il cosiddetto pensiero “neoliberista”. Naturalmente, le diverse ideologie influenzano non soltanto le politiche pubbliche ma anche le decisioni prese dalle istituzioni economiche a tutti i livelli della società; sono dunque uno dei tanti fattori in grado di influenzare la sperequazione dei redditi. Ma dire che un mutamento ideologico può condizionare la distribuzione del reddito non equivale affatto ad affermare che possa anche influenzare tutti i problemi sanitari e sociali che abbiamo discusso, indipendentemente dall’effetto esercitato sulla distribuzione del reddito. Benché le politiche neoliberiste abbiano chiaramente contribuito ad ampliare la disparità dei redditi […], nessun governo ha provveduto deliberatamente a ridurre la coesione sociale o ad aumentare la violenza, le gravidanze adolescenziali, l’obesità, l’abuso di sostanze stupefacenti e così via. Quindi, anche se talvolta i mutamenti dell’ideologia di governo possono provocare un cambiamento della distribuzione del reddito, questo non fa parte di un pacchetto di misure tese ad aggravare la crescita dei problemi sociali. L’aumento di tali problemi è piuttosto una conseguenza involontaria di una diversa distribuzione del reddito. Se anziché dubitare che la disuguaglianza possa aggravare i problemi sanitari e sociali, i responsabili della politica economica capissero veramente le conseguenze dell’ampliamento della disparità dei redditi, sarebbero molto più ansiosi di contrastarlo. 

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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