GIUSTIFICARE L’ESISTENZA DI DIO: LA TEODICEA.

Il termine “teodicea” deriva da theós (“Dio”) e díkē (“giustizia”). La Teodicea è il paradigma filosofico e concettuale utilizzato per spiegare e giustificare l’esistenza del “Dio buono, giusto e benevolo”. Tale (necessaria) riflessione nasce in risposta ai dubbi che sorgono dalla presenza ed esistenza del male nella vita degli uomini – “Se Dio è buono e giusto, allora perché il male?” -. Compito della teodicea è, dunque, quello di impedire che la percezione dei vizi e delle violenze sminuisca la bontà divina del Creatore, il quale, perciò, non può venire considerato come il responsabile delle ingiustizie (terrene).

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TELEOLOGIA E PRINCIPALI IMPLICAZIONI.

Da télos, ovvero “fine”, “completamento” e simili. Possiamo definire la teleologia come la dottrina dello “scopo”, dei “fini” (ultimi), delle “cause finali” o, anche più semplicemente, del “Bene”. Trattasi del perfetto opposto del paradigma meccanicistico: il meccanicismo, infatti, spiega il presente ed il futuro in termini di passato; la teleologia, al contrario, descrive il passato ed il presente in termini di futuro. Può avere numerose “applicazioni epistemologiche”. Si considerino le seguenti:

  • in Etica: in questo campo d’interesse, la teleologia pone il Bene (supremo e/o ultimo) come il valore finale cui mira (sempre) la vita umana. Il Bene, dunque, non è inteso nel senso di “dovere” e/o di “legge” cui attenersi e/o soddisfare ma, bensì, il parametro che permette di valutare la conduzione della vita medesima da parte del singolo;
  • in Metafisica: in questo caso si considera la realtà (Spazio compreso) come regolato da mete, fini, scopi, cause formali, cause finali et similia. La concezione aristotelica secondo cui, se ogni cosa tende ad un fine allora dovrà necessariamente esservi – affinché il movimento non continui all’infinito – un ben preciso fine ultimo – identificato con l’assoluto divino -, è un chiaro esempio di teleologia metafisica;
  • in Gnoseologia: in questo caso, si afferma che la teleologia sia la dottrina che permette alla mente di ricercare la verità in quanto guidata e/o permeata o da interessi, o da una evidenza logica e/o oggettiva, o dal mero istinto e via discorrendo. “Pragmatismo”, “fideismo”, “volontarismo” et similia, richiamano questa dinamica concettuale.

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IL PERCETTO IN FILOSOFIA.

In filosofia – specialmente per quando concerne quella empirica e/o fenomenologica – con “percetto” s’intende indicare ciò che viene percepito.

In genere, quindi, possiamo sostenere che, con questo termine, ci riferiamo ad un mero oggetto sensibile, verso il quale viene (intenzionalmente) rivolta la volontà percettiva di un osservatore.

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IL CONCETTO DI MONADE.

Si tratta di un principio filosofico particolarmente complesso ed articolato. Anche da un punto di vista meramente filologico. In ambito moderno si è soliti affidarsi, soprattutto, alle teorizzazioni di Leibniz. Con il termine “monade”, generalmente s’intende un’anima, un io, una precisa e definita entità metafisica, dotata di vita autonoma e per il cui stesso concepimento non si presta attenzione ai rapporti sussistenti tra la stessa e gli esseri capaci di trascenderla – ovvero, la trascendenza non è il principio filosofico al quale ci si affida per definirne l’essenza ontologica -.

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IL SOLIPSISMO.

Dobbiamo analizzare questo precetto da due punti di vista distinti:

  1. Approccio metodologico: per “solipsismo” s’intende indicare quella particolare dottrina gnoseologica che considera l’individualità dell’io come l’unico vero ed attendibile punto di partenza per l’analisi filosofica – cartesianesimo -;
  2. Approccio metafisico (o idealistico): il solipsismo è quella dottrina secondo la quale l’io del filosofo (solipsista) coincide con tutta quanta la realtà. Gli altri ed il Mondo esterno si riducono ad esso, ne sono dirette rappresentazioni e non godono, dunque, di una propria indipendente e/o separata esistenza.

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