IL CUORE RIVELATORE.

È vero! Sono e sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perché dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato era in me il senso dell’udito. Udivo tutte le cose del cielo e della terra. E udivo anche molte cose dell’inferno. Come può dunque essere che io sia pazzo? Ascoltatemi! E osservate con quanta lucidità, con quanta calma io posso narrarvi per filo e per segno tutto ciò che accadde.

Non è sicuramente un caso se l’incipit de Il cuore rivelatore di Poe inizi in tal modo, con un quasi irrefrenabile bisogno – e auto-convincimento – da parte del protagonista stesso di non ritenersi pazzo. Il fatto stesso di affermare di essere sì malato ma che non per questo il tutto sia frutto della propria immaginazione o della propria inarrestabile irrazionalità, altro non è che un tentativo di analizzare a fondo la propria psiche, nel disperato tentativo di comprendere da dove provenga un simile e profondo disagio esistenziale.

Ora questo è il punto. Voi mi credete pazzo, ma i pazzi non capiscono nulla, mentre avreste dovuto vedere me. Avreste dovuto vedere con quanta accortezza procedetti, con quanta cautela, con quanta preveggenza, con quanta dissimulazione mi misi all’opera!

Sembra quasi che Poe desideri distinguere il terrore dalla pazzia. Perché il pazzo si nutre della propria irrazionalità ed incapacità di discernere il reale; colui che, invece, è preda del più atavico dei terrori, soffre proprio per la lucida e chiara impossibilità di comprendere ciò che razionalmente si palesa dinanzi ai propri sensi:

È impossibile dire come l’idea mi sia entrata per la prima volta nel cervello. Ma non appena l’ebbi concepita mi ossessionò notte e giorno. Scopo non ne avevo. Odio neppure. Volevo bene al vecchio. Non mi aveva mai fatto del male. Non mi aveva mai insultato. Non desideravo il suo oro. Credo fosse il suo occhio! Sì, fu proprio così! Aveva l’occhio di un avvoltoio, un occhio pallido, azzurro, coperto di una pellicola. Ogni volta che esso si posava su di me il mio sangue si raggelava, e così per gradi, oh, per gradi molto lenti, io decisi di togliere la vita al vecchio, e sbarazzarmi per sempre di quell’occhio.

Il terrore mistifica ed inquina la razionalità. Inquina la morale ed il più retto dei comportamenti umani. Veicola colui che ne è vittima alla più insensata delle azioni, fornendo come ricompensa un illusorio senso di pace ed appagamento. Si tratta di una paura insaziabile; talmente priva di ristoro ed attenuazione da veicolare lo stesso colpevole a rendere manifesto quanto compiuto, tanto il suo stesso codice etico ne diviene succube:

E tuttavia gli uomini seguitavano a discorrere piacevolmente, e sorridevano. Era mai possibile che non udissero? Dio onnipotente! No, no! Certo che lo udivano! Sospettavano! Sapevano! Si beffavano della mia disperazione! Questo pensai, e questo penso. Ma qualsiasi cosa era meglio dell’angoscia mortale che mi attanagliava! Qualsiasi cosa era più tollerabile di quella derisione! Non potevo più sopportare quei sorrisi ipocriti! Compresi che dovevo urlare o altrimenti sarei morto! Ed ecco ancora! Ascoltate! Più forte! Più forte! Più forte! Più forte!

«Mascalzoni!» urlai, «smettetela di fingere! Confesso il delitto! Togliete quelle tavole! Qui, qui! È il battito del suo odioso cuore.

Inutile negare che all’interno di questo racconto di Poe giochino un ruolo fondamentale – anche da un punto di vista prettamente stilistico – le capacità sensoriali dell’essere umano. Sembra quasi che lo stesso terrore vada nutrendosi ed alimentandosi dell’incapacità dell’intelletto di discernere quanto percepito dai sensi, quasi che l’impossibilità di comprendere quanto esperito dalle proprie capacità sensoriali non faccia altro che alimentare una specie di vera angoscia esistenziale. I sensi, dunque. Rappresentati tanto dall’occhio livido del vecchio quanto dalle orecchie del martoriato protagonista:

E non vi ho forse detto che ciò che voi scambiate per pazzia altro non era che una esasperazione dei miei sensi? Ebbene: ecco che ora le mie orecchie percepirono un rumore sommesso, soffocato, veloce, simile a quello che fa un orologio quando è avvolto nel cotone.

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HOP-FROG.

Io credo che il nome «Hop-Frog» non fosse quello dato al nano dai suoi padrini al fonte battesimale, ma gli era stato conferito, per generale consenso dei sette ministri, causa la sua incapacità a camminare come gli altri uomini. Hop-Frog poteva procedere innanzi soltanto grazie a un’andatura a scatti, qualcosa tra un balzo e un contorcimento, un moto questo che offriva un divertimento illimitato, e naturalmente una notevole consolazione al re, poiché (nonostante la protuberanza del suo stomaco e un rigonfiamento congenito della testa) il re era ritenuto da tutta la sua corte un uomo bellissimo.

Il nome “Hop-Frog”, letteralmente, significa “saltaranocchio” ed è proprio lo stesso Poe a spiegarci, fin troppo bene, il perché di quello strano ed irrisorio epiteto. Niente ci è dato sapere del piccolo e deforme nano. Niente. Quale sia il suo vero nome – «Io credo che il nome “Hop-Frog” non fosse quello dato al nano dai suoi padrini al fonte battesimale […].» – o quale Paese gli abbia conferito i natali – «Non sono in grado di dire con precisione quale fosse la patria d’origine di Hop-Frog.» -. Anzi. Su quest’ultimo punto l’unica informazione di cui veniamo a conoscenza è che «doveva trattarsi di qualche regione barbara di cui nessuno aveva mai inteso parlare… assai lontana dalla corte del nostro re.»

Alla figura contorta di Hop-Frog si contrappone quella della sua amata: Trippetta. Tanto differente dal suo compagno nano, sia per aspetto che per indole, quanto legata a lui in un modo del tutto indissolubile:

Date queste circostanze non è da stupire che tra i due piccoli prigionieri si stabilisse una stretta intimità. Essi infatti divennero ben presto amici per la pelle. Hop-Frog, che, per quanto vivacissimo, non era affatto popolare, non aveva grandi possibilità di rendere molti servigi a Trippetta; questa, invece, per via della sua grazia e della sua bellezza squisite (benché nana) era universalmente ammirata e vezzeggiata. Ella perciò possedeva molta influenza, e non mancava mai di usarla, ogni qualvolta le era possibile, in favore di Hop-Frog.

Il racconto di Poe ruota tutto quanto attorno ad una ben precisa tematica: la vendetta. A dire il vero, il movente che spinge Hop-Frog a scatenare la propria indole omicida è quanto di più “classico” si possa sperare di trovare in un racconto del genere, ovvero il dover rispondere all’affronto rivolto contro la propria amata:

Capisco ora chiaramente, – disse, – che razza di gente sono queste maschere. Si tratta di un grande re e dei suoi sette consiglieri privati, un re che non si fa scrupolo di schiaffeggiare una ragazza indifesa, e i suoi sette consiglieri che lo incitano all’oltraggio.

Nonostante il tema dell’intero racconto possa apparire alquanto “scontato”, due sono gli aspetti particolari attorno ai quali si sviluppa l’intera vicenda. L’inganno orchestrato dai due piccoli amanti, da una parte. La sete di sangue di Hop-Frog, dall’altra. In riferimento proprio a questo ultimo punto, vi è un elemento narrativo particolarmente intenso e profondo, all’interno del racconto di Poe: lo stridere ed il feroce digrignare dei denti del piccolo protagonista. Si tratta del suono che dà inizio all’inganno e, successivamente, alla vendetta. Si tratta del gelido ed insopportabile rumore che ci permette di cogliere il crescendo impetuoso ed inarrestabile della brama di vendetta del nano deforme. Confuso inizialmente dalle ignare vittime con il beccar di un pappagallo sulle grate di una finestra, i rumori funesti e rabbiosi, provenienti dalla piccola bocca di Hop-Frog, permettono al lettore di cogliere quanto sia sul punto di accadere:

Ma ormai non era possibile ingannarsi sulla provenienza del rumore. Esso usciva dai denti a zanna del nano, che li digrignava e arrotava pur schiumando dalla bocca e guatando con un’espressione di furore maniaco i volti alzati del re e dei suoi sette compagni.

La vendetta è estremamente sadica. Tanto quanto violenta è la morte che avvolge tutte le otto vittime, ree di aver oltraggiato la dolce Trippetta. Curiosa ma, al contempo, profondamente raggelante (anche) l’ultima frase gridata da Hop-Frog alla folla sbigottita e terrorizzata, prima di scomparire per sempre nell’oscurità:

In quanto a me, non sono che Hop-Frog, il buffone, e questa è la mia ultima buffonata.

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LA CASA DEGLI USHER.

[…] «Casa degli Usher», un appellativo che sembrava racchiudere, nella mente del contadiname che lo usava, tanto la casata quanto il maniero familiare.

Forse uno dei racconti più immersivi e “claustrofobici” di Poe. Sicuramente uno dei più riusciti. Senza ombra di dubbio uno di quelli in cui la fusione stilistica tra la prima persona, usata come voce narrante, e la scelta – tanto accorta quanto, a tratti, forbita – dei termini scelti e del lessico adottato, riesce a produrre nel lettore una totale, avvolgente e vibrante immedesimazione in ogni avvenimento. In ogni singolo avvenimento che prende vita e forma all’interno delle raccapriccianti mura della casa della famiglia Usher. Il ritmo narrativo è, difatti, subito incalzante. Ed è doveroso, dopotutto, che lo sia. Il crescente disagio del protagonista, infatti, va di pari passo con la descrizione della villa degli Usher. Anzi. Risulta essere proprio quest’ultima ad influenzare lo stato d’animo dell’osservatore. Non è di certo la prima volta che la percezione e la tangibilità – apparente o forse no?!? – delle oggettualità sensibili viene de facto sfruttata da Poe come elemento (narrante) per giustificare il nascere di particolari emozioni ed il divampare di ataviche paure ed angosce:

Fui costretto a fermarmi sulla insoddisfacente conclusione che mentre, senza dubbio, esistono combinazioni di oggetti naturali e semplicissimi che hanno il potere di così influenzarci, l’analisi tuttavia di questo potere sta in considerazioni che superano la nostra portata. Poteva darsi, riflettei, che una piccola diversità nella disposizione dei particolari della scena, o in quelli del quadro sarebbe bastata a modificare, o fors’anche ad annullare la sua capacità a impressionarmi penosamente; e agendo sotto l’influsso di questo pensiero frenai il mio cavallo sull’orlo scosceso di un oscuro e livido lago artificiale che si stendeva con la sua levigata e lucida superficie in prossimità dell’abitazione, e affissai lo sguardo, con un brivido che però mi scosse ancor più di prima, sulle immagini rimodellate e deformate dei grigi giunchi, degli spettrali tronchi d’albero, delle finestre aperte come vuote occhiaie.

Non è casuale che la parola “superstizione” venga evocata quasi subito dal “Poe narratore”. Essa, dopotutto, oblitera la razionalità e fomenta misteri inspiegabili e sensazioni che possono apparire tanto illogiche quanto imperscrutabili. La superstizione viene sfruttata nello stesso identico modo con cui Poe utilizza il panorama desolante e tenebroso del maniero degli Usher, ovvero per acuire la percezione della realtà circostante nella mente e nell’animo del lettore. Ma si tratta, ovviamente, di una percezione pilotata, veicolata, mirata ad esperire sensazioni angoscianti e nei riguardi delle quali il senso d’impotenza e di ineluttabilità regna sovrano e dimora sopra tutto e tutti:

Non può esservi dubbio che la consapevolezza del rapido aumentare della mia superstizione, – infatti, per quale motivo dovrei definirla altrimenti? – era servita principalmente ad accelerare quest’aumento. Tale, lo sapevo da tempo, è l’assurda legge di tutti i sentimenti aventi come base il terrore. E poteva essere stato per questo motivo soltanto che, allorché tornai ad alzare gli occhi verso la casa, distogliendoli dall’immagine di essa riflessa nello stagno, subentrò nella mia mente un pensiero bizzarro, talmente bizzarro e paradossale, che lo riferisco unicamente per dimostrare quanta fosse intensa la forza delle sensazioni che mi opprimevano. Avevo talmente esaltata la mia fantasia al punto di credere realmente che su tutta la dimora e sulla tenuta pendesse un’atmosfera caratteristica ad esse e alle immediate vicinanze, atmosfera che non aveva alcuna affinità con l’aria del cielo, ma che si esalava dagli alberi ammuffiti, dal grigio muro, dal silenzioso stagno, come un vapore pestilenziale e mistico a un tempo, opaco, tardo, appena percettibile, soffuso di un sfumatura plumbea.

Tanto l’esterno quanto l’interno dell’ambiente, nel quale si sviluppa l’intera vicenda, giocano un ruolo fondamentale. Non solo. Tra esterno ed interno vige un meraviglioso e raccapricciante rapporto di continuità. Lo stesso è avvalorato, in primis, dalla descrizione fornitaci dallo stesso Poe; una descrizione finalizzata ad enfatizzare lo stato di disagio e di tormento del visitatore:

Molto di quel che incontrai sul mio cammino contribuì, non so perché, ad avvalorare quel senso di vaga paura cui già ho alluso. Mentre gli oggetti che mi circondavano, le decorazioni del soffitto, le fosche tappezzerie delle pareti, la nerezza d’ebano dei pavimenti, i trofei allucinanti e le armature che vibravano al mio passaggio con secco rumore metallico, erano cose alle quali, anche in altro ambiente, io ero stato abituato sin dall’infanzia, mentre non esitavo a riconoscere l’aspetto familiare di tutti questi oggetti, seguitavo tuttavia ad avvertire quanto straniate dal mio spirito fossero invece le fantasticherie che queste immagini, pur note, evocavano in me.

In secundis, dall’incedere improvviso e funesto dell’uragano notturno. Quello stesso uragano che suscita in Roderico Usher la percezione di quanto erroneamente compiuto e che obbliga lo stesso Poe a fuggire da quella casa maledetta, nel disperato tentativo di trovare riparo all’esterno delle sue stesse mura:

Da quella camera e da quella casa io fuggii inorridito. L’uragano infuriava ancora in tutta la sua collera mentre io attraversavo l’antico sentiero selciato.

Il racconto narra, infatti, di una visita fatta ad una caro e malato amico d’infanzia, tal Roderico Usher. La stessa malattia, che, fin dal loro primo incontro, appare stritolare senza alcuna pietà il povero erede della casata degli Usher, è tanto raggelante quanto impossibile da comprendere e/o da spiegare a parole. Sembra essere come del tutto imperscrutabile. Incomprensibile. A tratti anche profondamente illogica. Su di essa veleggia solo una certezza. E si tratta di una piena ed umana consapevolezza; la stessa che dà vita ad alcune tremolanti parole, pronunciate dallo stesso martire:

Io morirò, dovrò morire in questa disperata follia. Così, così, non altrimenti mi perderò. Temo gli avvenimenti del futuro non di per se stessi, ma per i loro risultati.

L’opera ruota tutt’attorno al rapporto tra Roderico e sua sorella gemella, Madeline, anch’essa affetta da uno strano male; un male che si limita ad assumere la forma del mero e volontario abbandono alla morte. Il legame gemellare, dopotutto, è una tematica particolarmente cara a Poe. Perché trattasi di un rapporto intenso, dai tratti quasi soprannaturali, che può essere fonte di giustificazione per molte teorie formulate in seno alle sviluppate capacità sensoriali ed extra-sensoriali di tali soggetti, capaci, per l’appunto, di comprendere perfettamente l’uno il dolore e l’afflizione dell’altro, pur non trovandosi vicini.

Il terrore, narrato da Poe, trae la propria forza inarrestabile da una dramma: l’errata valutazione formulata dallo stesso Roderico nei riguardi dello stato di salute di sua sorella Madeline. La fanciulla, difatti, viene creduta erroneamente morta e per questo sepolta viva. Il monologo dell’erede degli Usher altro non è che la chiara e palese manifestazione del suo stesso turbamento psicotico, causato dalla comprensione sensoriale di quanto commesso per sbaglio:

Non l’ho udito? Certo che l’ho udito. E lo odo ancora. Da tanto… tanto… tanto… da molti minuti, da molte ore, da molti giorni, io lo odo e tuttavia non ho osato, oh pietà di me, miserabile sciagurato che sono! Non osavo… non osavo parlare! L’abbiamo calata nella tomba viva!

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