REPUBBLICA, LIBRO VII: IL MITO DELLA CAVERNA E L’EDUCAZIONE DEL FILOSOFO.

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Il settimo libro si apre con la ben nota e famosa allegoria della caverna. Il mito viene sfruttato da Platone per ribadire, ancora una volta, il fondamento della sua ontologia e gnoseologia filosofica. Coloro che restano ancorati alla percezione sensoriale non saranno mai in grado di andare oltre l’osservazione ed il discernimento delle mere apparenze sensibili – le ombre che vengono proiettate dalla luce sulla parete della caverna -. Anzi. Tali individui giungeranno persino alla erronea e deviata convinzione che tale sia il vero fondamento della realtà che li circonda. Il filosofo, al contrario, è colui che esce dalla caverna, si “abitua alla luce accecante” e, passo dopo passo, trascende le mere oggettualità, così da giungere infine al vero piano della giustificazione e legittimazione causale.

Platone, quindi, attraverso il mito della caverna, non solo sottolinea la necessità di risalire alle particolarità eidetiche al fine di comprendere come siano esse, invero, a giustificare l’esistenza di quelle sensibili ma, per di più, evidenzia anche come il percorso per giungere ad una tale forma di agnizione sia non meccanico ma, al contrario, lento e costituito da numerose tappe. La luce, infatti, è accecante per chiunque trovi la forza di uscire dalla caverna e resta tale per chiunque alimenti il coraggio di non rientrarvi. Divenire filosofi, dunque, è una aspirazione che richiede volontà, tempo, apprendimento e pazienza… esattamente come in ambito gnoseologico la vera crescita intellettiva è rappresentata dal superamento prima delle mere apparenze e opinioni e, in seguito, delle verità matematiche:

Pensa ora quale potrebbe essere per loro l’eventuale liberazione dalle catene e dall’ignoranza. Un prigioniero che venisse liberato e costretto ad alzarsi, a volgere il collo, a camminare e a levare gli occhi verso la luce, soffrirebbe facendo tutto ciò, rimarrebbe abbagliato e sarebbe incapace di mirare ciò di cui prima vedeva le ombre. E se gli si dicesse che prima vedeva solo apparenze vane mentre ora può vedere meglio, perché il suo sguardo è più vicino all’essere e rivolto ad oggetti reali; e se gli si mostrasse ognuno degli oggetti che sfilano e lo si costringesse con alcune domande a rispondere che cosa sia, tu come pensi che si comporterebbe? Non credi che rimarrebbe imbarazzato e riterrebbe le cose che vedeva allora più vere di quelle che gli vengono mostrate ora?

Il vero filosofo, inoltre, non è colui che, una volta raggiunta la piena e genuina comprensione della realtà, si crogiola beato nella propria saggezza e cultura. “Colui che si è abituato alla luce” ed è riuscito a risalire sino al Mondo eidetico, ha il compito morale di tornare da coloro che un tempo sono stati i suoi simili, al fine di illuminarli ed elevarli. Ad ogni modo, Platone va assumendo un tono nostalgico e ricolmo di rammarico, in seno a tale dovere etico/pedagogico, in quanto umanamente consapevole di come il vero filosofo faccia estrema fatica a farsi credere e seguire dagli altri individui, i quali, spesso e volentieri, si limitano a ripudiare i suoi insegnamenti e ad etichettarlo come folle.

A questo punto Platone approfitta del tema trattato per ribadire la fondamentale importanza dell’esistenza dell’idea del Bene. Essa è l’idea di tutte le idee, ovvero la fonte di giustificazione e legittimazione di ogni particolarità eidetica. Il fatto è che il “Bene in sé e per sé” è talmente al di là delle altre idee, da risultare impossibile di venire raggiunto e/o compreso. Ma tale impossibilità non rappresenta un problema! Perché per Platone la Gnoseologia è e deve essere subordinata alla Morale e, quindi, il “tendere verso il Bene” colma ogni problematica riguardo al “capire cosa sia ontologicamente il Bene”. In realtà, l’intera argomentazione viene sfruttata dal filosofo, da una parte, per lanciare l’ennesima invettiva contro il movimento sofista e, dall’altra parte, per ribadire l’importanza che lo Stato sia retto da persone buone, ovvero da individui che “tendono” verso il Bene:

E in base alle nostre premesse non è mai nemmeno logico affidare lo Stato agli incolti e a chi ignora la verità, ma neppure a colui al quale viene permesso di passare tutta la sua esistenza nello studio: a quelli, perché nella vita non hanno un unico scopo a cui tendere in ogni loro azione privata e pubblica; a questi, perché non lo faranno volentieri, ritenendosi già in vita trasferiti nelle isole dei beati. […] Dunque noi fondatori dello Stato abbiamo il compito di costringere le nature migliori ad apprendere ciò che prima abbiamo definito la cosa più importante, ossia a contemplare il bene e a compiere quella ascesa […].

Inevitabilmente, la questione si sposta su come si debba educare e crescere un individuo per farlo “tendere” verso il Bene, ovvero su come ci si debba adoperare per rendere un individuo un vero e proprio filosofo:

Vuoi dunque che esaminiamo come educare tali uomini e come condurli verso la luce, al modo in cui si dice che dall’Ade alcuni ascendono fra gli dèi?

Platone torna a parlare di ginnastica e di musica perché, come avevamo già avuto modo di vedere, i filosofi altro non sono che coloro che eccellono tra i guardiani, i quali, per l’appunto, vengono educati, sin dalla giovane età, in queste due arti. Il fatto è che, al fine di risalire al piano eidetico, le arti corporee come la ginnastica sono “limitate”, in quanto ancorate alla condizione fisica dell’individuo; la musica, al contrario, di per sé veicola il filosofo ad interrogarsi circa la rilevanza che in seno alla sapienza e alla acculturazione può venire esperita dalla conoscenza dell’aritmetica:

Quella comunissima che distingue l’uno, il due e il tre: intendo insomma la scienza dei numeri e del calcolo. Perché non è forse vero che ogni arte e ogni altra scienza ne fanno uso? […] Dunque una delle discipline che cerchiamo è questa. Infatti un guerriero deve apprenderla per la tattica, un filosofo per raggiungere l’essere ed emergere dal divenire; altrimenti non sarà mai un esperto d’aritmetica.

Quando Platone parla di aritmetica parla, però, di “essenza del numero” e di “risalita verso l’essenza dell’unità”. In sintesi, le scienze aritmetiche non devono ridursi né al mero perfezionamento del tatticismo bellico – ragione per cui il filosofo si palesa essere al di là del guardiano – né, tanto meno, al “materialistico servizio” di tutte quelle attività il cui fine non sia il raggiungere il Mondo delle idee:

Sarebbe dunque conveniente, Glaucone, rendere obbligatoria questa scienza e convincere quelli destinati a esercitare le massime magistrature ad affrontare lo studio non superficiale dell’aritmetica fino a giungere con l’intelligenza pura alla comprensione della natura dei numeri, non per la compravendita come fanno commercianti e bottegai, ma per la guerra e per facilitare allo spirito il passaggio dal divenire alla verità dell’essere. […] Come abbiamo appena affermato, essa comunica allo spirito un grande impulso verso l’alto, e lo costringe a riflettere sulla natura dei numeri in se stessi, senza mai accettare che si parli di numeri in riferimento a cose visibili e palpabili. […] Non vedi dunque, mio caro, che forse questa disciplina è davvero indispensabile per noi, dato che evidentemente obbliga lo spirito ad andare verso la verità unicamente grazie al puro pensiero?

La stessa importanza viene poi riconosciuta anche alla geometria. Queste due scienze, quindi, sono fondamentali affinché il guardiano si diriga in direzione dell’idea del Bene:

Dunque, mio nobile amico, essa può attirare lo spirito verso la verità e produrre un pensiero filosofico che rivolga verso l’alto quella facoltà che ora noi senza scopo volgiamo verso il basso.

Seguono poi le osservazioni che, sempre in tema di educazione del filosofo, Platone rivolge ad altre due scienze: la stereometria e l’astronomia. La prima è il superamento della geometria piana e studia la profondità dei solidi. Ai tempi della Repubblica era una scienza già trattata – cfr. AnassagoraDemocrito ed Euclide – ma, ad ogni modo, Platone la considera ancora “in via di sviluppo ed apprendimento”, tant’è che rinvia ai reggitori del futuro il compito di far sì che lo Stato la consideri fondamentale per la formazione dei filosofi. Lo studio degli astri, dei corpi celesti e del loro movimento, invece, permette a Platone di ribadire nuovamente il fondamento della propria epistemologia. Glaucone, infatti, crede che l’astronomia sia da ritenersi fondamentale perché “sprona fisicamente l’osservatore a guardare in alto”. Ma la vera comprensione non consiste in una mera azione sensoriale… non è lo sguardo che deve mirare verso l’alto bensì l’anima dell’osservatore. Soltanto così è possibile risalire al Mondo eidetico:

Questi ornamenti del cielo si possono ritenere senz’altro i più belli e i più esatti fra quanti sono trapunti in una stoffa visibile, eppure sono molto inferiori a quelli veri, secondo i quali la vera velocità e la vera lentezza si muovono in relazione reciproca e muovono gli oggetti che contengono rispettando il vero numero e tutte le vere figure; ma questi si possono cogliere solo con la ragione e il pensiero, non con gli occhi.

Possiamo considerare tutte queste scienze come terapeutiche per la “elevazione dell’anima” ma, in quanto ancorate a ipotesi e congetture, inferiori al “metodo dialettico”. Il discorso dialettico è in grado di cogliere l’essenza di qualsiasi particolarità. È la Dialettica, quindi, ciò che per davvero permette il discernimento e la disquisizione circa l’essenza dell’essere:

Allora nessuno ci contraddirà se affermeremo che non c’è altra via per comprendere l’essenza di ogni cosa. Invece tutte le altre arti riguardano le opinioni e i desideri umani, oppure la produzione e la fabbricazione o la conservazione dei prodotti naturali e artificiali. Le altre discipline di cui abbiamo parlato – la geometria e quelle ad essa affini – comprendono qualcosa dell’essere, ma sembra quasi che sonnecchino, sono incapaci di vederlo in stato di veglia, finché mantengono immutabili le ipotesi di cui si servono senza poterle spiegare. Chi infatti si fonda su principi che non conosce, e nei passaggi intermedi e nelle conclusioni mette insieme ciò che ignora, come può trasformare in scienza un simile agglomerato?

Platone, infatti, parla di “scienza”, di “pensiero discorsivo”, di “assenso” e di “congettura”. Le prime due formano il “pensiero”, mentre le ultime due costituiscono l'”opinione”. L’opinione riguarda “il divenire”. Il pensiero, invece, investe l”essenza dell’essere”. La legittimazione causale è la seguente:

  • l’essenza sta al divenire proprio come il pensiero sta all’opinione;
  • ciò che è il pensiero rispetto all’opinione, lo è la scienza rispetto all’assenso ed il pensiero rispetto alla congettura.

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REPUBBLICA, LIBRO VI: I REGGITORI.

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Il libro sesto è interamente dedicato ai filosofi. Essi sono i reggitori della Repubblica teorizzata da Platone. Socrate cerca adesso di spiegare, in primis, i caratteri ontologici costituenti la loro stessa anima e, in secundis, tenta di esporre le ragioni stando alle quali solo e soltanto ai soggetti dediti alla vera conoscenza debba venire riconosciuto il ruolo di governanti.

Il primo aspetto su cui Socrate indirizza la propria attenzione è l’amore verso la conoscenza. Abbiamo già visto come la sapienza sia la virtù fondamentale dell’anima dei filosofi e di come essa, assieme alla temperanza, renda tali individui meritevoli di governare e di venire riconosciuti come governanti. Colui che si dedica e rivolge sé medesimo alla pura conoscenza delle cose cerca «solo il puro piacere dell’anima, e trascura i piaceri fisici, se è filosofo per davvero e non per finta.» Già questo primo breve passo permette di comprendere quanto poi Platone tratterà più avanti, ovvero come il riferimento del filosofo sia da trovarsi nel Mondo eidetico e non in quello prettamente sensibile. Là dove, sopra a tutte le idee, risiede quella del Bene. Difatti, il secondo ragionamento portato avanti dal maestro verte proprio su tale questione: è fondamentale che l’anima del filosofo «non celi qualche meschinità, perché la meschinità è l’ostacolo peggiore per chi voglia aspirare  a comprendere instancabilmente la totalità delle cose umane e divine.» Una vera e propria “elevazione” è, quindi, possibile soltanto per colui che possiede un’anima filosofica e per colui che, al contempo, intende coltivare la ricerca della vera conoscenza – in quanto “vero filosofo”, per l’appunto -.

A questo punto, prende nuovamente la parola Adimanto il quale sostiene come la figura del filosofo, a differenza di quanto sostenuto da Socrate, non goda quasi mai, da parte dei cittadini, di ampi apprezzamenti e di sinceri elogi all’interno delle polis:

Lo dico a proposito del problema attuale: si potrebbe risponderti che, sebbene replicare a parole ad ognuna delle tue domande risulti impossibile, in realtà si osserva che quanti si sono volti alla filosofia, senza l’intenzione di completare la loro educazione giovanile e poi allontanarsene, ma vi hanno indugiato troppo a lungo, per lo più diventano proprio strani, per non dire assolutamente perversi, e anche quelli che sembrano i più equilibrati da questa attività che tu esalti ottengono come unico risultato di diventare inutili alle loro città.

La risposta di Socrate si affida alla metafora della nave, dove il capitano è il popolo, i marinai indisciplinati sono i demagoghi ed il vero ed esperto nocchiero è, invece, il filosofo:

Immagina dunque una scena come la seguente su molte navi o su una sola: un capitano più alto e più grosso di tutto l’equipaggio, ma un po’ sordo e miope, provvisto di scarse conoscenze nautiche; marinai in lite fra loro per il governo della nave, che ognuno di essi reclama per sé senza avere mai imparato l’arte della navigazione né essere in grado di dire sotto quale maestro e in quali circostanze l’abbia appresa, anzi affermando che essa non si può insegnare, e pronti tutti ad uccidere chi affermi il contrario. Essi circondano sempre il capitano, pregandolo con la più viva insistenza di affidare loro il timone. E se talora altri ci riescono al loro posto, li uccidono o li gettano giù dalla nave. Poi rendono inoffensivo il buon capitano con la mandragora o il vino o qualche altro filtro e guidano la nave consumando le provviste, bevendo e mangiando, e navigano come possono navigare persone simili. Inoltre lodano con il nome di vero marinaio e pilota ed esperto di nautica chiunque sia in grado di aiutarli nel comando usando sul capitano o la persuasione o la violenza. Chi non li aiuta, viene biasimato come inutile, e non sospettano neppure che un vero pilota deve osservare l’anno, le stagioni, il cielo, gli astri, i venti e tutto quanto concerne la sua arte, se vuole davvero sapere come governare la sua nave, qualora alcuni siano d’accordo con lui e altri no; essi ritengono infatti che non sia possibile imparare la teoria e la pratica del pilotaggio e insieme fare concretamente il pilota.

Come sostiene lo stesso Socrate, ««non è facile che il comportamento migliore venga apprezzato da chi si comporta nel modo opposto.» In sintesi: il fatto che il filosofo non venga stimato all’interno della città non è una colpa da ascriversi allo stesso quanto, piuttosto, alla stoltezza di chi non comprendere quanto utile e vantaggioso sarebbe, per l’appunto, credere in chi vive per la perenne ricerca della conoscenza. Ancora una volta, le metafore socratiche risultano essere dialetticamente incontrovertibili: quando una persona è malata, non attende che sia il medico ad andare da lui… bensì è lui che, in quanto malato, si dirige dal medico per lasciarsi guidare nella guarigione.

Sulla scia di quanto appena sostenuto, Socrate torna nuovamente a trattare un tema a lui particolarmente caro: l’educazione che deve essere impartita, fin dalla giovanissima età, ai filosofi. Ancora una volta l’intera discussione si sviluppa attraverso una serie di esempi e di considerazioni tali da rendere quanto sostenuto dal filosofo stesso come assolutamente apodittico alle orecchie e alle menti dei suoi interlocutori. Socrate, infatti, afferma che il male, nella sua forma più forte e “pura”, non sia da ascriversi ad individui mediocri, bensì, al contrario, a soggetti dotati di straordinarie capacità, i quali, però, si sono smarriti durante il proprio percorso di crescita e formazione:

Allo stesso modo, Adimanto, diciamo che le anime più dotate con una cattiva educazione diventano malvagissime. O pensi che le grandi colpe e la malvagità pura provengano da un’indole mediocre, anziché da un’indole vigorosa corrotta dall’educazione sbagliata? Ritieni che una natura debole possa mai essere capace di grandi beni o di grandi mali?

Non è sicuramente la prima volta che Platone ribadisce l’importanza della cura che deve essere rivolta alle virtù fondamentali che vanno costituendo l’anima dell’uomo. Ma, adesso, il discorso acquisisce un significato più profondo… di legittimazione anche politica, dato che i filosofi, in quanto reggitori della Repubblica, devono assolutamente essere i migliori a cui rivolgersi e ai quali affidare la polis. Tant’è che a questa riflessione segue subito quella sulla “selezione” dei suddetti governanti, i quali, a differenza dei comuni cittadini, sono gli unici che, educati alla dialettica e alle verità matematiche, si palesano in grado di attingere la vera conoscenza presso le forme ideali:

Ora che hai compreso tutto ciò, considera un altro punto; è mai possibile che il volgo ammetta l’esistenza del bello in sé, ma non delle molte cose belle, e di qualsiasi cosa nella sua essenza, anziché delle molte cose singole?

Il problema dell’apprezzamento di cui i filosofi possono o non possono godere all’interno delle polis, è alquanto particolare. Come visto, Platone dà grande importanza all’educazione ma, al contempo, è anche conscio di come il filosofo possa lasciarsi distrarre da beni e ricchezze, fra le quali spicca anche l’apprezzamento da parte dei cittadini, i quali possono servirsi dell’adulazione per soddisfare loro specifici interessi. Non deve, quindi, sorprendere se il numero di filosofi veri sia esiguo e/o se gli stessi non siano compresi e/o amati dal volgo:

Dunque, Adimanto, il numero dei degni pretendenti alla filosofia è ristrettissimo: forse una natura ben educata, la cui nobiltà sia stata conservata dall’esilio, rimasta fedele a sé stessa per mancanza di corruttori; o una grande anima nata in un piccolo Stato, che spregi gli affari della sua città; e forse anche un piccolo numero di persone che giustamente disprezzano il loro mestiere e si volgono ben dotati alla filosofia.

Vi è addirittura una riflessione ulteriore da parte di Socrate che rafforza quanto appena sostenuto: non esiste attualmente una forma di governo che si presenti “appropriata” alla filosofia. Motivo per cui la stessa natura filosofica finisce spesso con l’alterarsi ed il corrompersi:

[…] mi lamento proprio perché fra le costituzioni attuali nessuna si addice a una natura filosofica: per questo essa si altera e si corrompe. Come un seme straniero gettato in un terreno non suo risulta inefficace e di solito cade sotto l’influsso del suolo in cui si trova, così ora anche questa natura non conserva le proprie caratteristiche, ma si muta in altra indole.

Che fare, dunque? Se non esiste forma di Stato congeniale alla natura filosofica, come poter legittimare una forma di governo all’interno della quale si assegni ai filosofi il ruolo di governanti? Socrate sottolinea come sia fondamentale che sia lo Stato stesso ad occuparsi della filosofia, ma “rispettando” un determinato iter che – in buona parte – tiene conto di tutte le argomentazioni già esposte in seno all’educazione che ai cittadini migliori deve essere impartita sin dalla fanciullezza:

Si deve fare tutto il contrario: quando si è fanciulli e ragazzi, occorre affrontare una cultura e una filosofia adatte all’infanzia; nell’adolescenza occorre praticare l’educazione fisica, perché a quell’età essi fioriscono e diventano uomini, e una buona educazione fisica collabora validamente con la filosofia. Avanti negli anni, quando lo spirito comincia a maturare, occorre dedicare più tempo alla sua cura; e quando la forza fisica viene meno e ci si libera dalla politica e dalla guerra, allora occorre pascolare in libertà, come animali sacri, senza nessun’altra occupazione impegnativa, se si vuole vivere felici e coronare, dopo la morte, la vita vissuta qui con un destino adeguato nell’oltretomba.

Nella parte conclusiva del sesto libro, Platone inizia a parlare dell’idea del Bene ed articola l’intera riflessione al fine di ribadire nuovamente la distanza che esiste tra il piano della vera intellezione – il Mondo eidetico – e quello reale, costituito soltanto da opinioni, credenze ed apparenze. La riflessione affronta tematiche anche particolarmente profonde e che rappresentano il fondamento dell’ontologia platonica. Esse fungono da introduzione al capitolo successivo e alla ben nota parabola della caverna.

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REPUBBLICA, LIBRO V: IL POSSESSO COMUNE DI DONNE E FIGLI.

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Il V° libro affronta uno dei temi più “curiosi” e, al contempo, “controversi” del pensiero platonico. Socrate, infatti, rivolgendosi sia a Glaucone che a Trasimaco, riallacciandosi a quanto esposto in seno alla educazione dei guerrieri, parla delle donne e della necessità per lo Stato di equipararle, in seno alle funzioni svolte, agli uomini. Nel pieno rispetto del principio – già più volte esposto! – per il quale “che ad ognuno venga assegnata la funzione più idonea alla propria natura”, risulta necessario comprendere se le stesse debbano (o meno) sottostare alla medesima educazione cui vengono sottoposti gli uomini:

Però che cosa ci vedi di tanto ridicolo? Evidentemente il fatto che le donne si esercitino nude nelle palestre insieme agli uomini, non solo le giovani ma anche quelle ormai anziane, come i vecchi nei ginnasi, che sono rugosi e brutti a vedersi eppure fanno gli esercizi con piacere. […]

Socrate è convinto che le donne risultino inferiori agli uomini in quasi tutte le mansioni svolte ma, al contempo, sostiene che le medesime, esattamente come avviene per gli appartenenti al sesso maschile, possiedano “inclinazioni casuali” determinanti per lo svolgimento (e la conseguente assegnazione) di determinate funzioni. Esattamente come gli uomini, quindi, esistono donne “inclini” alla musica o alla ginnastica o alla sapienza et similia:

Dunque nel governo dello Stato non c’è nessuna funzione propria dell’uomo o della donna in quanto tali, ma le inclinazioni sono casuali in entrambi, e per natura la donna ha un’assoluta comunanza di funzioni con l’uomo, sebbene in tutte risulti inferiore. […] Dunque esistono anche donne guardiane e donne incapaci di questa funzione; non abbiamo forse scelto anche i guardiani maschi in base a tale propensione?

Il ragionamento, quindi, porta a constatare come, sulla base delle proprie inclinazioni naturali, donne e uomini, in riferimento alle funzioni cui sono propensi, debbano avere la stessa educazione. In sintesi, prendendo come esempio i guardiani, uomini e donne inclini a difendere lo Stato dovranno seguire il medesimo percorso educativo ma con la consapevolezza che «l’una è più debole e l’altro è più forte». Questo implica però che anche simili donne siano educate alla ginnastica e alla musica così da potersi adoperare, al pari degli uomini, alla difesa e protezione dello Stato. Un simile ragionamento (comparativo e giustificato sul piano logico) lo possiamo porre in essere anche per quanto riguarda le altre due categorie lavorative: produttori e reggitori.

Con questo suo primo argomentare Socrate non soltanto riesce ad affermare come l’educazione tra i due sessi debba essere uguale – tenendo sempre ferma la propensione alla funzione da svolgersi in seno alla propria inclinazione naturale -, quanto anche a sostenere come, al pari dei guardiani maschi, anche le donne guardiane debbano vivere in comunione con i propri “simili”. È da questa considerazione che si sviluppa ipso facto la “sfida” successiva del filosofo: dimostrare che «le donne dei guardiani siano tutte in comune, nessuna conviva in privato con nessuno; e anche i figli siano comuni, e il padre non conosca il figlio e il figlio non conosca il padre». Per sostenere la veridicità di tale riflessione, Socrate procede per gradi. Prima espone il modo attraverso il quale lo Stato possa palesarsi in grado di promulgare una simile legge circa la comunione di donne e figli tra i guardiani. Subito dopo, cerca di esporre il vantaggio che la polis riuscirebbe ad ottenere dal riconoscimento di suddetta norma.

Socrate affronta un tema particolarmente delicato. Sostiene che le donne non debbano unirsi alla “rinfusa”. Al contrario, è necessario che da parte dello Stato vi sia un attento controllo rivolto alle unioni e ai matrimoni. Il ragionamento può apparire alquanto terrificante ai giorni nostri: è necessario che le “donne guardiane migliori” si uniscano agli “uomini guardiani migliori” e che soltanto i figli delle prime siano allevati se «il gregge deve essere assolutamente eccellente». Si tratta di una riflessione che porta a concepire il Mondo dei guardiani come capace di auto-mantenersi ed auto-consolidarsi nel tempo. Ma è necessario che tutto ciò venga predisposto dallo Stato! Questo significa che le unioni e gli stessi matrimoni siano decisi e predisposti dai governanti e che i guardiani siano tenuti all’oscuro di una tale macchinazione:

Ma che tutto questo avvenga debbono saperlo solo i governanti stessi, se occorre che il gregge dei guardiani si mantenga il più possibile esente dalla discordia.

Ecco il perché della necessità dell’indizione di feste all’interno delle quali, tramite sorteggi pilotati, si vengono a creare coppie di futuri amanti e sposi. Ma non solo! Ai guardiani più valorosi e coraggiosi è necessario venga messa a disposizione la possibilità di unirsi con maggiore frequenza alle donne guardiane. Così da poter procreare un maggior numero di figli “adatti” al mantenimento dell’eccellenza del “gregge”. Ma ancora! I figli “idonei” vivranno in ovili allestiti in sezioni speciali della città e saranno allevati da nutrici capaci, mentre «i figli dei vili e quelli degli altri che siano nati con qualche minorazione, saranno tenuti nascosti, come si conviene, in un luogo segreto e invisibile». Alle madri guardiane verrà concesso il diritto di recarsi all’ovile per allattare i figli. Figli che loro stesse non possono riconoscere come “i propri” perché sottratti alla nascita dalle braccia materne. Socrate, inoltre, ascrive anche una “legittimazione anagrafica” a questa legge dello Stato:

La donna comincerà a dare figli allo Stato a vent’anni, fino a quaranta. E l’uomo, superato il tempo della corsa più ardente, comincerà a procreare per lo Stato dai trent’anni fino ai cinquantacinque.

Chiarito il “funzionamento” di questa legge, Socrate spiega il perché la stessa sia da ritenersi giusta e possa contribuire a fare il bene dello Stato. Si tratta di una riflessione che, almeno in parte, era già stata anticipata in precedenza, quando il maestro era andato trattando le diverse forme dell’anima dell’uomo e le corrispondenti ascrizioni a ciascuna delle tre categorie lavorative. Il possesso di donne e figli, infatti, fa sì che l’intera realtà dei guardiani sia da intendersi alla stregua di una vasta e salutare comunità familiare al cui interno la concezione privata di famiglia viene meno – oltre a rendersi necessario, come visto, “valorizzare” la dimensione del matrimonio -. La critica platonica verte verso la proprietà privata e verso la proliferazione degli interessi individualistici. Come già sostenuto in precedenza, del resto, il possesso in comune di donne e figli fa sì che i guardiani possano guardarsi l’uno l’altro come fratelli, impedendo a rivendicazioni ed intenti privati di far sorgere invidia e discordia tra i ranghi.

Nella parte conclusiva del quinto libro, Socrate e Glaucone tornano a parlare dei reggitori. La discussione, dunque, verte nuovamente sul ruolo che spetta ai filosofi e sull’importanza dell’accesso alla comprensione della forma ideale del Bene, per governare in maniera virtuosa l’apparato statale. Secondo Platone il Male è da intendersi come la scissione tra l’idea del Bene e la conoscenza; del resto, come ben sappiamo, è soltanto attraverso l’accesso alle forme ideali che i guardiani – educati alla dialettica e alle verità matematiche – possono dirsi, infine, filosofi. Per travalicare il Male, dunque, diviene necessario accedere alla vera sapienza, ovvero ripristinare il legame tra conoscenza e idea del Bene. Nella Repubblica il legame tra politica e filosofia è particolarmente stretto… molto di più di quanto lo è nel Politico in cui il re/filosofo agisce affidandosi all’uomo di Stato.

Segue, infine, una lunga esposizione tramite la quale Socrate espone i ben noti fondamenti della filosofia platonica circa le idee e le profonde differenze ontologiche che le separano dalle opinioni, dalle credenze e da qualsivoglia forma di particolarità sensibile.

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REPUBBLICA, LIBRO IV: L’ANIMA DELL’UOMO.

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All’interno del quarto libro Platone affronta uno dei temi più importanti del suo pensiero politico: l’anima dell’uomo. O, per essere più precisi, la corrispondenza che deve sussistere tra le tre forme della suddetta e le tre categorie lavorative presenti nello Stato. Come vedremo, fatta eccezione per la temperanza che è caratteristica fondamentale tanto per i produttori quanto per guerrieri ed i reggitori, ad ogni classe viene ascritto de facto un tratto preciso e specifico dell’anima dell’uomo, nei cui riguardi risulta fondamentale alimentare la virtù corrispondente. In sintesi, l’intera trattazione può essere riassunta in una corrispondenza triadica di questo tipo:

produttori ↔ anima concupiscibile ↔ temperanza

guerrieri ↔ anima irascibile ↔ coraggio

reggitori ↔ anima sapiente ↔ sapienza

Come già affermato più volte, la temperanza è (anche) ciò che permette all’anima di non lasciarsi inquinare dagli estremi della sua stessa virtù corrispondente – ad esempio, i guerrieri devono essere sì coraggiosi ma non irrimediabilmente impulsivi ed avventati, così come i produttori devono sì desiderare il possesso in quanto sprone alla loro stessa attività ma non possono immolare la loro esistenza al mero appagamento materiale -, oltre a far comprendere a ciascun individuo quanto egli stesso debba dedicarsi solo e soltanto alla mansione affidatagli – concetto di assoluta importanza nel pensiero di Platone -.

[…] Così non costringerci ora ad assegnare ai guardiani una prosperità tale da renderli tutt’altro che guardiani! Anche i contadini, si sa, potremmo cingerli di lunghe vesti, coprirli d’oro e incoraggiarli a lavorare la terra quando vogliono; e potremmo far sedere comodamente i vasai, ed esortarli a banchettare e a brindare a turno accanto al fuoco secondo l’usanza e a tralasciare la ruota, e dare a tutti successivamente una simile felicità per rendere felice lo Stato intero. Ma non rivolgerci questa obiezione: perché, se ti ascoltassimo, il contadino non sarebbe più contadino, il vasaio non sarebbe più vasaio, nessun altro conserverebbe più la sua funzione indispensabile per l’organizzazione dello Stato.

Un aspetto curioso è anche la “collocazione fisica” che alle tre forme di anima il filosofo assegna entro il corpo umano: la sapienza risiede nel cervello, mentre il coraggio e il desiderio rispettivamente nel cuore e nelle viscere. Platone, inoltre, è anche profondamente consapevole di come i desideri materiali – fra cui gli stessi appetiti sessuali – rappresentino la parte dell’anima “più forte” o, ad ogni modo, “più difficile” da ignorare – anche in questo, dopotutto, è da intendersi la “necessità” che i produttori possiedano forme private di proprietà… di modo così da allentare il loro crescente desiderio di appagamento e possesso -.

La chiave di lettura dell’intero argomentare resta comunque profondamente finalizzata ad una ben precisa riflessione. La comparazione tra lo Stato e l’anima – nello specifico, tra le tre forme di categorie lavorative e le tre parti dell’anima – tende a valorizzare quello che per il filosofo deve essere il fine ultimo dell’organizzazione della polis: esattamente come è fondamentale che i tre gruppi coesistano per il perfetto funzionamento dell’apparato statale, così è necessario che le tre sezioni dell’anima collaborino e siano in equilibrio al fine di avere un cittadino retto, virtuoso e dedito all’interesse pubblico. Questo porta  Platone a sostenere come esista una perfetta corrispondenza tra uno Stato giusto ed un cittadino giusto.

La prima virtù che Platone, durante il dialogo con Adimanto, tratta e rivela è quella del coraggio – virtù da ascriversi, come visto, all’anima irascibile dei guerrieri -:

Dunque una città è coraggiosa grazie a quella parte di se stessa in cui risiede la capacità di conservare in ogni circostanza la propria opinione su ciò che è pericoloso in conformità con i precetti educativi del legislatore. Non è appunto ciò che tu chiami coraggio?

Il coraggio, quindi, risiede nella capacità di obbedire agli ordini dei reggitori e di adoperarsi per la difesa e salvaguardia dell’interesse pubblico. Come abbiamo già detto più volte, i guardiani devono obbedire agli ordini che vengono impartiti loro. Segue poi la riflessione circa la temperanza.

La temperanza è una specie di ordine e di dominio dei desideri e delle passioni: per questo si dice, in modo un po’ strano, “essere padroni di sé”, e si pronunciano altre frasi simili, che sono come le tracce della temperanza.

Platone si sofferma a ragionare proprio sulla espressione “esser padroni di sé”. Il filosofo sostiene come in ogni essere umano esista una parte virtuosa e una parte malvagia della propria anima. L’uomo retto, il saggio, colui che, invero, riesce attraverso l’intelletto e la ragione a dominare i propri appetiti ed impulsi, non può che possedere un’anima buona. Deve, dunque, per forza di cose dirsi “temperante” e capace, quindi, di dominare sé medesimo. L’argomentazione circa questa virtù è fondamentale anche perché permette a Platone di affermare quanto già esposto in precedenza: la temperanza è virtù da estendere a tutte e tre le categorie di lavoratori. Motivo per cui essa è da intendersi alla stregua di una perfetta armonia e di un illuminato accordo tra le parti che vanno costituendo il tutto (Stato/anima dell’uomo):

[…] invece la temperanza estende senz’altro il suo effetto alla città intera, mettendo all’unisono i deboli e i forti e chi fra questi vuoi per l’intelligenza, vuoi per la forza, o per il numero, o per la ricchezza o per qualsiasi altro pregio del genere. Dunque abbiamo tutto il diritto di affermare che questa concordia è la temperanza, accordo naturale dell’inferiore e del superiore su chi debba comandare in città e in ciascun individuo.

La temperanza, dunque, non consente solo la comprensione del proprio io e la conseguente presa di coscienza di come sia necessario assegnare la guida della propria esistenza alla ragione; essa – in conseguenza di tutto ciò – permette a ciascuno di rendersi conto di come i filosofi siano i soli ad avere il diritto di governare in quanto – per l’appunto! – dediti alla sapienza e, perciò, in possesso di un’anima “più buona” di chiunque altro – del resto chi può essere “più padrone di sé stesso” di colui che può attingere alle forme ideali? –.

L’argomentare circa la temperanza veicola Platone a recuperare il tema della Giustizia. Essa assume adesso le vesti di quarta virtù fondamentale. Virtù che, necessariamente, lo Stato ideale deve possedere – la teorizzazione delle quattro virtù (coraggio, temperanza, sapienza e giustizia) è uno dei tanti ed espliciti rimandi al pitagorismo, stando al quale il numero quattro è ricolmo di significato -. In realtà, è lo stesso Socrate ad affermare come la giustizia debba venire intesa alla stregua di un “armonioso catalizzatore” tra le altre tre virtù cardinali:

[…] Secondo me, la giustizia è ciò che abbiamo stabilito come dovere assoluto quando abbiamo cominciato a fondare la città, o comunque una forma di questo dovere. Abbiamo infatti ripetutamente raccomandato, se te ne ricordi, che nella città ognuno debba occuparsi di una sola funzione, ossia di quella conforme alla sua natura. […] E abbiamo aggiunto che la giustizia consiste nel fare il proprio dovere e nel disinteressarsi di quello altrui: questo l’abbiamo sentito da molti altri e l’abbiamo affermato spesso anche noi. […]Però se si dovesse decidere quale sia l’elemento più importante per rendere buona la nostra città, sarebbe difficile scegliere fra la comunanza d’intenti dei governanti e dei sudditi, o la conservazione nei soldati della giusta opinione su ciò che è pericoloso e ciò che non lo è, oppure l’accortezza e la vigilanza nei governanti, oppure il fatto che ognuno […] assolva al proprio compito senza occuparsi di quelli altrui. […] Dunque, a quanto pare, la capacità di fare il proprio dovere rivaleggia in ciascuno con la saggezza, la temperanza e il coraggio per la virtù della città. […] E questa forma che concorre insieme con le altre alla virtù della città non si potrebbe definire giustizia?

L’uomo giusto, quindi, è colui che si impegna a svolgere la funzione assegnatagli, disinteressandosi delle mansioni altrui. La giustizia funge da catalizzatore in quanto è la virtù che si adopera affinché il cittadino comprenda il proprio ruolo e nutra la virtù che alimenta la parte nobile della sua stessa anima. In breve, se i guardiani, ad esempio, non fossero giusti non potrebbero essere guardiani, in quanto incapaci di nutrire il coraggio entro i propri cuori. La definizione che Socrate dà della ingiustizia rafforza, infatti, quanto appena sostenuto:

Ma quando, io penso, un artigiano o un qualsiasi individuo per natura dotato per gli affari, inorgoglito dalla ricchezza o dal numero dei suoi sostenitori o dalla forza o da qualche altra cosa del genere, tenta di entrare nel gruppo dei guerrieri, o qualcuno dei guerrieri nel consiglio che sorveglia la città, pur essendone indegno, e questi si scambiano i loro ruoli e le loro ricompense, oppure quando una stessa persona tenta di fare tutto ciò, allora credo che anche a tuo parere questo scambio di funzioni e questa confusione siano rovinosi per la città. […] E la colpa più grave nei confronti della propria città non la definirai ingiustizia?

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REPUBBLICA, LIBRO III: POESIA E MUSICA.

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Il terzo libro è in gran parte dedicato al tema dei guerrieri e alla critica platonica nei riguardi dell’arte – nello specifico, nei confronti di un ben preciso linguaggio artistico: la poesia -. Già nella parte conclusiva del libro secondo, Socrate ha avuto modo di trattare la questione “delicata” relativa ai poeti e alla loro arte. Come abbiamo già avuto modo di vedere, Platone si scaglia – moralmente ed eticamente – contro (soprattutto) l’epica omerica, rea di rappresentare una realtà menzognera e del tutto fallace. È su questa chiave di lettura che si sviluppa la grande critica che Platone muove alla imitazione rappresentata nelle tragedie e nelle commedie. I guerrieri devono ubbidire ai comandi dei reggitori. Solo e soltanto questo. In tal modo, infatti, si adoperano per il bene dello Stato. Non è richiesta loro alcuna imitazione e alcuna altra funzione. È doveroso ricordare come l’arte per Platone, nonostante resti mìmesis, non debba mai ritagliarsi l’arrogante funzione di descrivere e/o rappresentare a proprio piacimento la realtà circostante. L’imitazione platonica consiste nel proporre una realtà che sproni il fruitore, attraverso la visione ed osservazione della medesima, a risalire al piano degli intelligibili. Compito del poeta, quindi, è quello di promuovere una specie di vero e proprio “impulso catartico” che permetta ai vari percipienti di risalire sino alla forme ideali – cfr. Ione e Fedro -. Nel momento stesso in cui, ad esempio, gli Dei vengono rappresentati come esseri ingannevoli o gli eroi descritti come individui dediti soltanto alla ricerca di imprese leggendarie, si mina il fondamento virtuoso su cui i guerrieri debbano “realmente” affidarsi e – il coraggio – il fine verso cui debbano sempre rivolgersi – il bene pubblico -:

[…] i nostri guardiani debbono trascurare ogni altra occupazione per dedicarsi scrupolosamente alla libertà dello Stato, senza far nulla che non miri a tale scopo. Decisamente, essi non dovrebbero né fare né imitare null’altro. Al più, possono imitare le qualità che si addicono loro fin dalla fanciullezza: il coraggio, la temperanza, la santità, la generosità e così via. Ma ciò che è meschino non debbano farlo e neppure essere capaci di imitarlo, e così pure nulla che sia indecoroso, affinché dall’imitazione non traggano un danno reale.

L’arte, quindi, deve nutrire la temperanza, virtù che è necessario venga ascritta a ciascuna delle tre classi lavoratrici presenti all’interno dello Stato. Sia i produttori che i guerrieri che i reggitori, infatti, hanno l’onere di comprendere come sia doveroso adoperarsi per svolgere quella specifica ed unica attività loro preposta, in quanto la stessa risulta chiaramente essere la più congeniale alle loro capacità. Il paradigma concettuale della “temperanza” è ciò che sancisce la necessità della divisione del lavoro e della cura della “virtù funzionale” al corretto svolgimento del medesimo. Si tratta di un tema che verrà ulteriormente approfondito in seguito, quando Socrate tratterà la divisione dell’anima dell’uomo.

Risolta la questione concernente l’arte poetica, Socrate ed Adimanto vertono la propria attenzione su di un altro linguaggio artistico: la musica. Come abbiamo già affermato, la musica è l’arte verso la quale devono venire educati i guerrieri, in quanto la stessa si mostra congeniale a nutrire dei medesimi la virtù inerente la loro anima “irascibile”: il coraggio. Il ragionamento socratico è alquanto lineare: se la musica deve nutrire il coraggio, è necessario individuare quei toni e quelle melodie che si palesano poi essere in grado di parlare all’uomo coraggioso. Platone elenca sei armonie – o modi -. Le stesse vengono raggruppate in tre gruppi:

  1. “lamentoso”: questo gruppo comprende l’armonia misolidia e sintonolidia;
  2. “molle”: fanno parte di questo gruppo l’armonia lidia e quella ionia;
  3. il terzo gruppo non ha nome ed è una via di mezzo tra quello “lamentoso” e quello “molle”. Platone vi inserisce l’armonia dorica e frigia.

Si tenga conto del fatto che i modi, nella cultura greca antica, differiscono per la posizione degli intervalli e per l’altezza dei suoni. Le armonie “originali” sono quattro e traggono il proprio nome da precise popolazioni dell’area culturale greca: dorica, ionia, frigia e lidia. Armonie (secondarie), come quella misolidia e sintonolidia, sono ottenute attraverso delle combinazioni dei modi principali:

[…] conserva quella che sappia imitare adeguatamente i toni e gli accenti di un uomo coraggioso impegnato in un’azione di guerra o in un altro compito gravoso, e che, pur non avendo avuto successo e andando incontro alle ferite o alla morte o a qualche altra disgrazia, in tutte queste circostanze lotti contro la sorte con coraggio e fermezza. E conserva pure anche l’altra, capace di imitare un uomo impegnato in un’opera di pace non per costrizione ma per libera scelta: chi, per esempio, cerchi di convincere un dio con la preghiera o dia a un altro uomo utili consigli o invece si mostri sensibile egli stesso alle preghiere, agli ammonimenti, alle dissuasioni altrui, e in conseguenza di ciò abbia avuto un risultato conforme alle sue intenzioni senza inorgoglirsene, ma accetti sempre ciò che gli accade con temperanza ed equilibrio e di buon grado. Queste due armonie – l’una energica e l’altra volontaria – capaci di imitare in sommo grado chi ha sfortuna e chi ha successo, chi è temperante e chi è coraggioso, occorre che tu le conservi.

L’intera riflessione platonica è sì indubbiamente interessante perché ci permette di ragionare attorno a concetti prettamente tecnici dell’arte musicale greca ma, ad ogni modo, evidenzia anche quello che è a tutti gli effetti uno dei grandi fondamenti dell’etica platonica: la coincidenza, per l’appunto, tra etica e musica – un principio filosofico di diretta provenienza pitagorica, secondo cui l’intero equilibrio dell’Universo altro non è che un “accordo musicale” regolato da leggi di tipo matematico-geometrico -:

[…] l’educazione decisiva, Glaucone, è quella musicale, perché il ritmo e l’armonia penetrano fino in fondo all’animo, e lo toccano nel modo più vigoroso infondendogli eleganza, e rendono bello chi abbia ricevuto un’educazione corretta, mentre accade l’incontrario all’incolto. Chi possiede una sufficiente educazione musicale può accorgersi con grande acutezza di ciò che è brutto o imperfetto nelle opere d’arte o in natura, e se ne dispiace a buon diritto, mentre sa approvare e accogliere con gioia nel suo animo ciò che è bello, e nutrirsene e diventare un uomo onesto. Fin da giovane saprà invece biasimare e odiare giustamente ciò che è brutto, ancora prima di potere motivare razionalmente la sua avversione; quando poi avrà anche questa facoltà, la saluterà con affetto, perché, se avrà ricevuto tale educazione, la sentirà affine a se stesso.

Segue poi la riflessione circa la ginnastica. I guardiani, infatti, devono essere educati tanto alla musica quanto all’esercizio fisico. Si tratta di una forma di educazione che assume le vesti di una perfetta “sintesi”. Il solo esercizio fisico, infatti, rende rozzi e fortifica il solo corpo. La sola musica rende fiacchi e molli e non permette all’anima di “lavorare” appieno sul corpo. Socrate, infatti, afferma come l’esser rozzo possa testimoniare (anche) il possesso di un animo ardente ed irascibile che, se ben educato, può permettere al soggetto di divenire un ottimo guerriero. D’altro canto, l’esser molle e fiacco può palesare il possesso di uno spirito filosofico che, anche in questo caso, se guidato nel modo giusto, può condurre ad un perfetto equilibrio.

Verso la fine del terzo libro, quando SocrateGlaucone concordano circa l’inevitabile corrispondenza tra “anzianità” ed “onestà”, si introduce la questione circa la terza ed ultima classe di lavoratori: i reggitori. Platone sostiene come gli stessi debbano venire scelti tra i guardiani, in quanto quest’ultimi sono, per l’appunto, coloro preposti alla salvaguardia dello Stato. Si devono scegliere coloro che più di ogni altro sono “immolati” alla difesa del bene pubblico. Esattamente come esposto circa i giudici, i quali devono essere anziani in quanto l’anzianità, di per sé, permette al giudice di comprendere nel corso di una intera vita cosa sia l’onestà e cosa l’ingiustizia, anche i reggitori devono sottostare a prove e ad un preciso percorso di “formazione”:

Allo stesso modo, occorre condurli ancora giovani verso prove terribili, e poi di nuovo verso i piaceri, saggiandoli molto più accuratamente dell’oro al fuoco: così sapremo se si lasciano soggiogare con difficoltà, se mantengono il decoro, se sono buoni guardiani di se stessi e della musica che hanno appreso, se in ogni circostanza si rivelano rispettosi del ritmo e dell’armonia, insomma se sono in grado di essere utili a se stessi e alla città. Chi esca indenne dalle prove subite successivamente da bambino, da giovane e da adulto, deve essere messo a capo della città come guardiano, ed essere onorato da vivo e da morto, ottenendo le tombe più splendide e gli altri monumenti commemorativi. Deve invece essere escluso chi non si comporta così. Più o meno questa, Glaucone, deve essere, a mio parere, la selezione e l’intronizzazione dei governanti e dei guardiani.

Le ultime pagine del terzo libro trattano la questione della comunione dei beni – e non solo -. Al fine di essere degli ottimi guardiani, predisposti all’ubbidienza e alla difesa dello Stato, Socrate, appellandosi alla tradizione spartana, elenca tutta una serie di comportamenti etici che necessariamente devono venire ascritti ai suddetti. Oltre a parlare di mera comunione dei beni, il filosofo tratta, infatti, il divieto per i guerrieri di usare il denaro così come l’obbligo di consumare i pasti tutti quanti assieme o di dormire in accampamenti allestiti nel cuore della città.

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