REPUBBLICA, LIBRO VIII: LE FORME DI STATO SECONDO PLATONE.


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Nell’ottavo libro Platone affronta un tema politico ben preciso: le forme di governo. L’intera argomentazione è oltremodo articolata, in quanto lo stesso filosofo va affermando come lo studio e l’analisi di un governo debbano sempre tener conto del tipo di cittadino che esso stessa genera e del livello di felicità che, di conseguenza, è possibile attribuire al medesimo consociato:

Hai detto, se ben ricordo, che esistono quattro forme di governo di cui vale la pena parlare per mettere in luce i difetti, e che ci sono quattro tipi di individui ad esse corrispondenti. Considerando tutti questi individui e confrontandoli, avremmo riconosciuto il migliore e il peggiore e avremmo visto se il migliore fosse il più felice e il peggiore il più infelice, oppure no.

È lo stesso Platone che elenca con chiarezza le quattro forme di governo che si appresta ad analizzare:

Le quattro forme di cui parlo hanno anche dei nomi: la prima, la più lodata, è quella di Creta e Sparta; la seconda, tale anche nell’approvazione, è detta oligarchia, ed è una forma di governo piena di difetti. Diversa da questa ma successiva è la democrazia, infine giunge la nobile tirannia, superiore a tutte queste, quarta e suprema malattia di una città.

L’esposizione filosofica diviene, a questo punto, lineare. Platone sottolinea nuovamente, infatti, come esista un legame indissolubile tra forma di governo e carattere dell’uomo, nel senso cioè che è dal tipo di governo che viene posto in essere che segue il modello di cittadino ad esso stesso preposto. Se esistono quattro forme di governo, allora vi sono per forza di cose quattro “tipologie” di individui che devono essere menzionate e studiate, al fine di giungere ad un corretto approfondimento socio-politico. Nello specifico:

Timocrazia → uomo timocratico

Oligarchia → uomo oligarchico

Democrazia → uomo democratico

Stato tirannico → tiranno

La Timocrazia, sostiene Platone, è una deriva dell’aristocrazia ed è una forma di governo che anticipa quello oligarchico. In quanto tale, in un governo timocratico abbiamo, da una parte, una serie di valori ed atteggiamenti che rimandano al governo aristocratico ma, dall’altra parte, anche tutta una serie di situazioni mistificanti e pericolose e che altro non fanno che presagire la venuta dell’uomo oligarchico:

Non imiterà dunque la precedente forma di governo nel rispetto per i governanti, nell’astensione dei guerrieri dai lavori agricoli e manuali e dagli affari, nell’organizzazione di pasti comunitari e nella cura per la ginnastica e per le arti marziali. […] Ma il timore che i sapienti prendano il potere, dato che non ci saranno più uomini semplici e fermi ma solo caratteri ambigui; l’inclinazione verso le nature emotive e più semplici, più atte alla guerra che alla pace, l’alta considerazione rivolta agli inganni e agli stratagemmi militari, l’abitudine di combattere continuamente; tutte queste non saranno le caratteristiche proprie di tale governo?

Secondo Platone, il governo timocratico è «il dominio dell’emotività che provoca rivalità ed ambizione», una forma di governo «in cui davvero si mescolano il bene e il male». I cittadini di un tale Stato, infatti, sono «avidi di denaro […], selvaggi che nell’ombra adorano l’oro e l’argento» e che hanno tradito «la vera Musa della parola e della filosofia, e hanno preferito alla musica la ginnastica». L’uomo timocratico necessita, inoltre, di un custode e questo custode altro non è che «l’alleanza della ragione con la musica». Si tratta di un uomo virtuoso in giovane età ma che con il passare degli anni diviene succube di vizi, quali l’avidità e l’avarizia – ma non solo -:

[…] sarebbe affabile con gli uomini liberi, molto obbediente ai governanti, smanioso di poteri e di onori, deciso a comandare non con il potere della parola o con altro simile espediente, ma solo grazie alle sue doti e imprese militari, essendo appassionato della ginnastica e della caccia. […] Un uomo così può disprezzare il denaro finché è giovane, ma quanto più invecchia tanto più lo amerà, perché partecipa di un’indole affaristica, e la sua inclinazione per la virtù è impura […].

Terminata la riflessione sulla Timocrazia, Platone rivolge la propria attenzione alla seconda forma di governo: la Oligarchia. È lo stesso filosofo a fornire una definizione chiara e concisa di governo oligarchico: «organizzazione statale in cui i ricchi governano e i poveri sono privi di potere». Sulla base di questa definizione, è possibile comprendere come il passaggio dalla Timocrazia all’Oligarchia avvenga a seguito di un incremento, sempre più crescente, dell’avarizia e dell’avidità, tale da generare una frattura insanabile tra “coloro che possiedono” e “coloro che non hanno alcunché”. Si tratta di un governo fondato e legittimato sul censo, in cui “virtù” significa “possedere ricchezza” e dove soltanto sulla base di un tale deviato valore viene elargito riconoscimento ed apprezzamento:

La timocrazia è rovinata da quella cassetta piena d’oro che ognuno possiede in proprio. […] Da quel momento in poi mirano sempre più ad arricchirsi, e quanto più apprezzano ciò, tanto più disprezzano la virtù. Ma fra la ricchezza e la virtù non c’è la differenza che l’una e l’altra, collocate entrambe sui piatti di una bilancia, la fanno inclinare sempre in direzioni opposte? […] Così alla fine questi uomini, dapprima soltanto ambiziosi, si trasformano in avidi affaristi, e apprezzano e ammirano chi è ricco e a lui danno il potere, mentre disprezzano chi è povero. […] E allora stabiliscono per leggere il limite della costituzione oligarchica, imponendo un censo tanto più alto quanto più forte l’oligarchia, e tanto più basso quanto essa è più debole, e interdicendo dalle cariche pubbliche chi non raggiunge con il suo patrimonio quel censo.

Uno dei grandi difetti dello Stato oligarchico risiede proprio nel censo. Quest’ultimo, infatti, di per sé, non rende l’individuo capace di svolgere accuratamente l’incarico assegnatogli, in quanto non legittima a priori il possesso di quelle abilità idonee e congeniali allo svolgimento del proprio lavoro. Inoltre, l’Oligarchia è una forma di governo che si fonda e che giustifica una vera e propria frattura sociale tra ricchi e poveri… una asimmetria che altro effetto non produce se non quello di generare due città in una. Segue la descrizione del cittadino oligarchico che altro non è che un’apologia de facto dell’avarizia, della cupidigia e dell’avidità:

Risparmiando sordidamente e dandosi da fare, a poco a poco si crea una fortuna. Ma non credi che un uomo simile faccia allora salire sul trono del suo animo lo spirito di cupidigia e avidità, concedendogli l’assoluto impero di se stesso e cingendolo della tiara e delle bende e mettendogli in mano la scimitarra? […] Quanto alla ragione e al coraggio, io penso, li mette a terra ai suoi piedi da una parte e dall’altra, e a quello spirito li asservisce. E obbliga l’una a non calcolare e a non studiare se non i mezzi con cui aumentare il proprio denaro, e l’altro a non ammirare e a non rispettare se non la ricchezza e i ricchi, e a non farsi apprezzare per nessun altro merito se non per il possesso di denaro e di tutto ciò che può procacciarlo.

Il passaggio dalla Oligarchia alla Democrazia è da intendersi come una crescita inarrestabile ed insaziabile dei desideri individuali. Il quesito che pone Socrate, del resto, non lascia spazio a dubbio alcuno: «Il passaggio dall’oligarchia alla democrazia non è forse determinato, quasi sempre, dall’insaziabilità dei propri desideri, dal bisogno di diventare il più ricco possibile?» Platone, da grande critico della democrazia ateniese, è convinto di come tale forma di governo sia una vera e propria deriva dello Stato oligarchico:

Nasce dunque la democrazia, io credo, quando i poveri vincono, massacrano alcuni, esiliano altri e con quelli rimasti dividono in condizione di eguaglianza il governo e le magistrature, che per lo più vengono quindi assegnate per sorteggio.

Per descrivere l’uomo democratico, Platone si affida ad una precisa riflessione filosofica fondata sulla differenziazione dei piaceri. Quest’ultimi, infatti, vanno distinguendosi in tre categorie, ciascuna delle quali è da ascriversi ad una precisa fisionomia di cittadino. Nello specifico:

piaceri necessari → uomo oligarchico

piaceri non necessari ma innocui → uomo democratico

piaceri non necessari e illegali → tiranno

L’uomo democratico è sinonimo di “asservimento all’interesse e alla gratificazione personale”, motivo per cui Platone ne discute anche l’interesse rivolto alla cura e alla partecipazione delle questioni inerenti la res publica:

Quando un giovane, educato come abbiamo detto, senza cultura e in modo meschino, gusta il miele dei fuchi e frequenta quegli insetti turbolenti e pericolosi, capaci di procurargli godimenti d’ogni genere, d’ogni tipo e qualità, allora sta’ pur sicuro che avverrà in lui il principio del mutamento dall’oligarchia alla democrazia. […] passa tutti i suoi giorni a soddisfare il primo desiderio che capita: ora beve vino e ascolta il flauto, poi beve acqua e segue una cura dimagrante; ora fa ginnastica, ma certe volte se ne sta in ozio e si disinteressa di tutto; ora invece si dà perfino alla filosofia, spesso alla vita pubblica, e balza su a dire e a fare qualunque cosa gli passi per il capo. E se invidia i guerrieri va da quella parte, poi cambia direzione e si reca dagli affaristi; nella sua vita non c’è ordine né costrizione, ma vive sempre convinto che essa sia piacevole, libera e felice.

Platone afferma che «ogni eccesso provoca la reazione contraria». La Democrazia sorge nel momento in cui l’avarizia e la cupidigia dell’uomo oligarchico fanno tendere quest’ultimo verso piaceri non più necessari… allo stesso modo, quindi, la Tirannide è la risposta deviata alla continua, inarrestabile ed insaziabile richiesta di (una sempre maggiore) libertà da parte della cittadinanza: «[…] la libertà eccessiva di solito si muta soltanto nella servitù eccessiva per i cittadini e per lo Stato.» In sintesi: come l’Oligarchia è fautrice della propria rovina, così è anche per lo Stato Democratico.

Platone sostiene come «la servitù più assoluta e crudele nasca dalla più pura libertà». La Tirannide, del resto, è l’esito di una “rivoluzione democratica”, guidata da un leader, il quale, facendo leva sull’appoggio (ignorante ma funzionale alla causa) delle masse popolari, etichetta come “oligarchici” i precedenti reggenti, con l’intenzione di acquisirne posizione e potere. La chiave di lettura è a tratti (drammaticamente) moderna:

Nei primissimi giorni non rivolge sorrisi e saluti a chiunque incontri, dicendo di non essere un tiranno? Non fa molte promesse in privato e in pubblico? Non condona i debiti, non distribuisce la terra al popolo e ai suoi partigiani e non si mostra affabile e benevolo con tutti? […] Perciò il tiranno deve eliminarli tutti per dominare, finché non gli rimane nessuna persona valida né fra gli amici né fra i nemici. […] E deve comprendere rapidamente chi sia coraggioso, chi generoso, chi intelligente, chi ricco. Ed è tanto fortunato da dover essere nemico di tutti costoro, che lo voglia o no, e cospirare ai loro danni fino a purificare da essi lo Stato.

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