LA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI: IL MITO DEI DIOSCURI.

Nella lingua greca, la parola “Dioscuri” significa “figli di Zeus“. L’epiteto è particolarmente interessante. Soprattutto se consideriamo il fatto che i due principi spartani non possano dirsi condividere la medesima provenienza. Ma, nonostante questo, infatti, il legame che si viene a creare tra i due fratelli è a dir poco indissolubile. Motivo per cui persino lo stesso Signore dell’Olimpo è alla fine chiamato a sancire tale vicinanza con forza ed intensità, rendendo entrambi immortali e palesando questa sua decisione nell’alta e stellata Volta Celeste.

Leda partorisce quattro figli. Due gemelli maschi e due femmine. Ma mentre Polluce ed Elena sono immortali – in quanto figli di Zeus -, Castore e Clitennestra sono comuni mortali, poiché nati dall’unione tra Leda ed il suo sposo Tindaro, re di Sparta. Si tratta di una discendenza leggendaria. Clitennestra sarà la futura regina di Micene. Sposa ed assassina di Agamennone. Elena, invece, sarà colei che, volente o nolente, determinerà la nascita della decennale guerra tra greci e troiani.

Il mito dei due gemelli va costituendosi di tutta una serie di eventi ed accadimenti tanto epici quanto drammatici. I principi spartani, infatti, partecipano assieme a Giasone e agli altri Argonauti alla difficile missione della ricerca del vello d’oro. Sono inoltre artefici della conquista della città di Atene e della detronizzazione di Teseo, colpevole di aver osato rapire Elena, poiché infatuatosi della irresistibile e seducente bellezza della giovane principessa. Sono proprio Polluce e Castore a costringere gli ateniesi a nominare, come loro nuovo re, Menesteo, ponendo così in essere una ingerenza profonda, oltre che giustificata dal fatto che, se la stessa non fosse stata accolta, ciò avrebbe determinato la distruzione della stessa città.

Ciò che colpisce con assoluta purezza nella trattazione del mito dei due eroi spartani, è il legame indissolubile che lega, fin dal primo giorno di vita, Castore e Polluce. Nonostante la differente provenienza ed il fatto che il primo fosse mortale mentre il secondo di divina discendenza, non vi è missione o accadimento che i due principi non affrontano assieme. L’uno al fianco dell’altro. Non esiste contrasto o attrito tra i due fratelli. Il loro legame non è soltanto empatico ma anche profondamente simbiotico, tale che un semplice cenno o pensiero di uno dei due venga immediatamente compreso e fatto proprio dall’altro. Di una tale vicinanza è prova il rapimento delle loro due stesse cugine, Febe e Ilaria, sottratte con l’inganno ai promessi sposi Linceo e Ida. La complicità tra i due fratelli non conosce restrizione di alcun tipo, dunque.

Persino l’epilogo del mito di Castore e Polluce, sebbene drammatico, riesce con assoluta franchezza a palesare, per l’ennesima volta, la profondità del legame affettivo che unisce i due ragazzi. Castore, infatti, ferito mortalmente dalla lancia di Linceo, crolla esanime tra le braccia del fratello. Polluce prega il Padre Celeste affinché al suo mortale fratello venga fatto il dono dell’immortalità… impossibilitato nel compiere un tale gesto ma, al contempo, non in grado di ignorare le suppliche strazianti del suo stesso figlio, Zeus propone a Polluce di condividere con Castore un fato comune, di modo che entrambi possano così continuare a vivere assieme. Metà della loro esistenza sarà da condursi negli Inferi. L’altra metà nell’Olimpo, al fianco degli Altissimi. Ammaliato in seguito dal legame indissolubile che continua a tenere uniti i due ragazzi, Zeus tramuta entrambi in stelle. Nasce così la costellazione dei gemelli, punto di riferimento dei naviganti e di tutti coloro che, proprio come i due principi spartani avevano compiuto in vita, si mettono per mare alla ricerca di gloria ed onore.

Il mito dei Dioscuri sancisce, quindi, l’importanza dell’amore fraterno. Del legame. Del sacrificio e della rinuncia. Per il semplice desiderio di continuare ad esistere l’uno al fianco dell’altro. Fino alla Fine dei Tempi.

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DIDONE, REGINA DI CARTAGINE.

Il mito di Didone, regina e fondatrice della città di Cartagine, affonda le proprie radici nel lontano regno di Tiro. Nelle vesti di principessa e concubina del nobile sacerdote SicheoElissa trascorre la propria giovane esistenza onorando i divini ed ignorando la sempre più insaziabile fame di gloria e potere di suo fratello di sangue, Pigmalione, sovrano di Tiro. Anche il mito di Didone, infatti, va sviluppandosi a seguito di una tragedia. Una tragedia brutale e terrificante, in quanto consumata all’interno della sua stessa famiglia. Pigmalione, infatti, ebbro di potere e preoccupato dell’enorme stima e della sincera riverenza riverse continuamente dal popolo nei confronti della sua guida spirituale, assassina Sicheo ed ordina che i suoi resti vengano lasciati a bruciare sopra ad una pira eretta in onore al Dio Melquart. Sarà la Dea Astarte ad apparire (più volte) in sogno alla povera Elissa, informandola del misfatto e coadiuvandola in un lungo quanto rapido peregrinare lontano dalle coste di Tiro.

La figura femminile di Elissa va costituendosi di tutta una serie di tratti a dir poco nobili ed eroici. Della futura regina di Cartagine vengono soprattutto lodati l’intelletto e la nobiltà d’animo. In più di un’occasione, durante il mito, entrambe queste qualità trovano il modo di manifestarsi con assoluta chiarezza ed incontrovertibile verità. Come quando riesce a raggirare con astuzia il barbaro Tariq: alla concessione beffarda e strafottente del principe nomade, disposto a concedere tanta terra quanto Elissa fosse stata in grado di contenere entro una pelle di bue, la donna risponde con un’astuzia degna del migliore Ulisse. Ma anche la compassione e la misericordia accompagnano sempre le gesta della decaduta principessa di Tiro. Ne sono una chiara dimostrazione l’affetto sincero che viene continuamente rivolto nei confronti del  vecchio mentore, Midacrito. O la ferrea fedeltà rivolta sempre al defunto Sicheo, il cui ricordo continua, ininterrottamente, a scaldare il cuore e l’animo della donna.

Si noti come anche in questo caso, non solo il viaggio ma, bensì, pure la fondazione della città, restino eventi voluti e benedetti dai divini. Non solo, infatti, la Dea Astarte sollecita la principessa a compiere questa lunga odissea; l’Altissima, nuovamente in sogno, indicherà il punto esatto in cui la città dovrà poggiare le proprie secolari fondamenta – allegoricamente rappresentate dal luogo di ritrovamento del teschio di un cavallo -.

Dedita totalmente al perseguimento dell’incarico affidatole dal Dio Melquart e dalla sua divina consorte Astarte, ricolma di attenzione e premura per il suo popolo, restia a soddisfare qualsivoglia forma di vendetta  nei riguardi di Pigmalione o di conquista nei confronti dei regni vicini, Elissa ottiene in terra barbara il nome di Didone. La città che fonderà diverrà leggenda. Una leggenda in grado di oscurare per molto tempo anche la grande Roma dei Cesari.

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LA STORIA DEGLI EPIGONI E LA CADUTA DI TEBE.

Due sono le grandi guerre epiche narrate nella mitologia greca. La prima prende vita a Troia. La seconda, invece, si sviluppa alle porte di Tebe. Quest’ultima si articola in due vere e proprie campagne militari: la “Guerra dei Sette” e la “Vendetta degli Epigoni”. Il nome “epigoni” significa “discendenti” o, più comunemente, “coloro che sono nati dopo”. Il termine è propriamente azzeccato, del resto. Gli epigoni, difatti, sono i discendenti di coloro che presero parte alla prima guerra contro Tebe. Ove i loro padri hanno trovato la morte, gli epigoni riescono a dare libero sfogo ai propri istinti più brutali e a soddisfare, in tal modo, la propria sete di sangue ed il proprio desiderio di vendetta. Sono le insegne di Messene, Arcadia, Corinto, Megara ed Argo a marciare contro le porte dell’antica città fondata da Cadmo, in quello che si palesa alla vista come un vero e proprio avanzare ricolmo di collera ed astio.

Figura centrale dell’intera campagna, nonché dell’intero mito, è Alcmeone. L’argivo, infatti, è paragonabile ad un’altra figura drammatica che si eleva tra eroismo e drammaticità: Oreste, principe di Micene e figlio della Regina Clitennestra. Per onorare la promessa fatta al padre AnfiaraoAlcmeone, di ritorno dalla conquista della città, assassina la propria madre, Erifile, responsabile della morte del proprio congiunto. La vicinanza tra Oreste ed Alcmeone è particolarmente forte… proprio come forte è la gravità del reato di cui entrambi i principi si macchiano – il matricidio – e la nefasta conseguenza che da esso segue. Come avviene per il principe di Micene, anche l’argivo, infatti, è obbligato ad abbandonare la sua città natale e a dirigersi verso l’Oracolo di Apollo, nella speranza di vedere salvata la propria vita dalla minacciosa presenza delle Furie. Ma il fato di Alcmeone è profondamente tragico: accusato di aver tradito l’amore di Arsinoe, figlia del Re della Psofide, con la bella Calliroe, il principe di Argo viene ferito a morte dagli stessi fratelli della sua promessa sposa e lasciato privo di vita sulle rive di un fiume.

Se il destino di Alcmeone avvicina la tragedia di Argo a quella di Micene, altrettanto viene reso dalla figura della Regina Erifile. Una donna, infatti, particolarmente “simile” e “prossima” a Clitennestra. Erifile, esattamente come la moglie di Agamennone, è causa della morte del proprio marito. Appoggia, infatti, volutamente la Guerra dei Sette… quella stessa guerra nella quale Anfiarao perde la vita. Se nella prima campagna militare la vigliaccheria della donna è simbolicamente rappresentata dalla collana di Armonia – manufatto creato da Efesto e donato alla regina da Polinice -, nel secondo conflitto contro Tebe è il peplo di Minerva ad assumere una tale funzione narrativa. Tersandro, infatti, manipola e corrompe Erifile, facendo leva sull’ego e sulla vanità della vecchia donna, obbligandola ad accettare un bieco compromesso: in cambio delle divine vesti che rendono il corpo di chi le indossa sempre bello ai propri occhi e alla propria vista, la regina deve convincere suo figlio Alcmeone a guidare la spedizione contro Tebe.

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ARDUINNA: LA DEA CELTICA DELLA CACCIA.

Non a caso Arduinna dà il nome alle Ardenne, ovvero a quella catena montuosa, particolarmente boscosa, sita nell’odierno Belgio e Lussemburgo. Ella, del resto, è la Dea della Caccia, all’interno della mitologia celtica. O, forse, potremmo dire “Dea del cinghiale”, vista e considerata la scultura bronzea proveniente – guarda caso! – proprio dalle Ardenne e nella quale la Divinità è scolpita in groppa ad un enorme cinghiale. Ma, al di là degli epiteti, possiamo affermare come Arduinna incarni per il mito celtico Colei che è preposta alla crescita e alla proliferazione della Natura. Cinghiali compresi.

Arduinna, infatti, non è la guardiana e la “responsabile” solo della fauna e della selvaggina. In quanto custode della Vita che si afferma e si diffonde entro le selve ed i boschi, di tutto ciò che è prolifico e fondamentale all’affermazione della Vita stessa la Dea rappresenta l’essenza. La Dea cura le sorgenti d’acqua così come si adopera per la salvaguardia delle radici degli alberi. Si assicura che i frutti siano sempre in abbondanza e questo con la stessa attenzione con cui monitora la maturazione delle ghiande e di tutti gli altri alimenti. Ella incarna il perfetto equilibrio naturale, dove è necessario un armonico bilanciamento tra risorse ed esseri viventi. Si assicura che i processi naturali di vita e morte vadano perfettamente compensandosi gli uni con gli altri. Previene, quindi, la diffusione incontrollata di parassiti ed epidemie. Proprio come si adopera affinché alcuna specie animale prevalga sulle altre. Volge però una particolare attenzione all’uomo, dal quale esige deferenza e gratitudine e del quale si preoccupa circa il ruolo invasivo che lo stesso potrebbe esercitare sull’intero equilibrio naturale. Qualora la stirpe dell’uomo si mostri degna delle sue attenzioni e dei suoi doni, Arduinna non si risparmia dall’omaggiarla con frutti, medicinali e materie prime necessarie per la tessitura di vestiti e la costruzione di case ed edifici. Nel caso in cui l’uomo, invece, decida di contravvenire ai divieti ed ai limiti imposti dalla stessa Dea, la collera di Arduinna si riversa contro di lui rapida e feroce, attraverso la violenza delle forze naturali e l’aggressività famelica delle bestie selvatiche.

Nelle zone boschive, all’interno della tradizione gallo-romana, Dee “naturali” come Arduinna e/o Abnoba – la Dea della Caccia secondo i Galli – continuano per molto tempo a venire chiamate con il nome – classico – di Diana. La “Diana celtica” possiede molti tratti in comune sia con quella classica – cfr. Artemide – sia con quella nota dalla storia degli apostoli – la “Diana degli efesini” -, dove si evince la figura di una Dea Madre e della Fertilità. Sono, ad ogni modo, soprattutto i tratti classici a padroneggiare: il fatto di venire considerata una vera e propria Signora della Caccia e Padrona delle Foreste selvagge, incolte ed abitate da fiere e animali di ogni tipo.

Se prendiamo in considerazione la scultura in bronzo dell’Idra di Grächwill, Diana è rappresentata sotto le sembianze di una figura femminile alata, slanciata e dal seno prosperoso. È avvolta da una lunga tunica e circondata da un’aquila, quattro leoni, una coppia di lepri e di serpenti. Il fatto che la Dea sorregga la lepre di destra per le zampe anteriori a testa insù e quella di sinistra per le zampe posteriori a testa ingiù, sta a significare che Diana non solo sia la Signora della Caccia e delle Foreste ma, bensì, anche Colei che tutela l’intero circolo della Vita, alimentando la stessa sia sopra che sotto, ovvero nelle due dimensioni che vanno costituendola dalla Notte dei Tempi.

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IL CULTO DEGLI ALBERI NELLA MITOLOGIA CELTICA.

L’albero ricorda ai Celti il dogma druidico della infinità della Vita e – di conseguenza – la transitorietà della Morte – intesa, quindi, come mero passaggio -. Un albero spoglio o a foglie caduche è sì morto, ma si tratta di una morte, per l’appunto, transitoria: superata la stagione invernale, l’albero torna in fiore, palesando così la ferrea volontà della Vita ad affermarsi in tutta quanta la propria pienezza. Non solo, dunque, gli alberi sono sacri per i Celti ma si suppone che le prime raffigurazioni degli Dei siano derivate proprio dalla venerazione di suddette piante. Nei paesi celtici, del resto, sono alquanto numerose le iscrizioni votive dedicate a vari “Dei degli Alberi”. Si prendano, ad esempio, in considerazione le seguenti Divinità:

  • Robur: Dio della Quercia;
  • Fagus: Dio del Faggio;
  • Alisanus: Dio del Sorbo;
  • Abellio: Dio del Melo;
  • Olloudios: Dio del Grande Albero.

Potremmo anche menzionare un deus sex arbores che, evidentemente, appellandoci alla traduzione letterale del termine, deve avere a che fare con un Dio in grado di manifestarsi sotto forma di sei distinti alberi sacri.

La sacralità dell’albero affonda le proprie radici (anche) in questioni e dinamiche socio-politiche, oltre che di natura prettamente teologica e/o mitica. L’albero, infatti, non è semplicemente “sacro” ma, bensì, sacro per quella determinata tribù, la cui crescita e proliferazione è da intendersi nello sviluppo del legame che la comunità stessa tesse con le Divinità del Cielo e della Terra… guarda caso due “dimensioni” messe tra loro a contatto proprio dalla figura dell’albero medesimo. Quest’ultimo, del resto, unendo assieme il piano terrestre a quello celeste, va formando un microcosmo, al cui interno vivono gli uomini. Una vita dedita alla comprensione di due paradigmi esistenziali fondamentali: quello della Vita e quello della Protezione. La stessa fisionomia dell’albero è, infatti, particolarmente allegorica: i rami, le foglie e l’intera struttura della pianta vanno rappresentando l’organizzazione comunitaria. Ecco perché molte incoronazioni avvengono sotto le ampie chiome di queste gigantesche piante. Ecco perché la distruzione dell’albero sacro di un villaggio comporta la totale sottomissione della sua stessa tribù.

Torniamo per un attimo al sopracitato “microcosmo”.

Esiste, infatti, un “Grande Albero della Vita”. Un “Albero della Vita Mondiale”. Esso sorregge l’intera volta celeste. Esso è – proprio da un punto di vista ontologico – il vero “Pilastro del Mondo”. Ma non nel senso del mito classico del titano Atlante. Questo “Dio Albero” incarna e racchiude l’ordine della struttura di tutto il Cosmo. Se esso, dunque, cade, il Cielo crolla e la Vita si estingue.

Gli alberi, all’interno della tradizione celtica, non sono entità fisiche isolate. I luoghi di culto, infatti, vanno costituendosi di alberi che delimitano e definiscono intere foreste e/o boschetti sacri. Si esalta la Natura nella sua più primordiale e sensibile manifestazione: una foresta, ad esempio, per essere ritenuta un luogo sacro non necessita di un tempio o di una raffigurazione di un Dio, ma soltanto del fatto di esistere e di venire considerata in quanto tale.

Anche l’aldilà – specchio del Mondo reale – si compone della presenza di numerosi alberi. Alberi sacri, i cui frutti vengono generalmente difesi da giganti e mostri. Ecco, dunque, la fonte della narrazione di numerose imprese e leggende eroiche. Tra queste, merita menzione quella di Trefuilngid, l’eroe che tiene stretto tra le mani un ramo da cui fioriscono noci, mele e ghiande. Dai frutti caduti a terra, la tradizione afferma che si siano originati i cinque alberi sacri d’Irlanda: l’Albero di Ross, l’Albero di Mugna, l’Albero di Dathi, l’Albero di Uisneach e quello di Tortu. Cinque alberi per cinque provincie… anche in questo caso, la reciprocità che sussiste tra albero e territorio si manifesta forte ed incontrovertibile. L’Albero di Dathi, di Tortu e di Uisneach sono frassini, mentre quello di Mugna è una quercia. Ma anche il faggio, il sorbo selvatico, l’agrifoglio, l’olmo, e via discorrendo… sono tutti alberi sacri per la tradizione e la mitologia celtica. La betulla, ad esempio, soprattutto nel Nord Europa, è considerata essere l’Albero della Vita, mentre la bacca rossa del tasso collega l’albero stesso all’aldilà e viene usata come amuleto contro le fate maligne. I rami del sorbo selvatico, invece, sono soliti venire attaccati alle porte dei granai e delle case, per allontanare  da quei luoghi gli influssi demoniaci di streghe e di entità malvagie… ecco spiegato anche il motivo per il quale gli anziani ricorrono a questo legno per costruire il proprio bastone per la vecchiaia.

Una menzione a parte merita poi la quercia. Il filosofo antico Massimo di Tiro afferma come per i Celti la Quercia sia, in realtà, Giove. O, per essere più precisi, i Celti “identificano” la Quercia come i Romani “identificano” Giove. Sulla corteccia della quercia è possibile scorgere e leggere il volere degli Dei e la ghianda è in grado di cambiare la coscienza di chi l’assapora. Essa, infatti, è alimento sia per uomini che per animali e, soprattutto per quanto concerne questi ultimi, è il nutrimento preferito del maiale che – guarda caso! – è per la tradizione celtica la bestia che mitologicamente rappresenta l’immortalità. I concianti della quercia vengono utilizzati in campo medico per creare medicine ed unguenti… così come i suoi rami e le sue foglie sono sepolte assieme al defunto, per assisterlo nella vittoria contro la morte.

Altri alberi degni di nota per i Celti sono anche il tasso ed il susino. Il tasso ha in potenza le qualità dell’albero sacro: è sempreverde, possiede un legno duro e resistente, produce bacche rosse che sono utili tanto per la creazione di farmaci quanto per quella di veleni, ed è oltremodo robusto e massiccio. Persino le bacchette magiche ed i bastoni incantati dei druidi vengono realizzati utilizzando questo tipo di legno. Il susino, dal canto suo, è invece l’albero sacro delle fate: chi deturpa un susino incorre nella vendetta di queste creature.

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