WILKINSON, PICKETT – LA MISURA DELL’ANIMA.

Malgrado oggi si abbia l’impressione che la diseguaglianza sia imperitura e universale, osservando il fenomeno nell’arco della preistoria e della storia dell’uomo ci accorgiamo che la vera eccezione sono proprio le società moderne, con il loro alto grado di diseguaglianza. Per oltre il 90 per cento della nostra esistenza di esseri umani, abbiamo vissuto quasi esclusivamente in società fortemente egualitarie. Per circa due milioni di anni, cioè per quasi tutto il tempo da quando sono diventati “anatomicamente moderni” (ovvero simili a oggi), gli esseri umani hanno vissuto in comunità di cacciatori e raccoglitori straordinariamente egualitarie. La moderna diseguaglianza è nata e si è diffusa con lo sviluppo dell’agricoltura. Le caratteristiche che sarebbero state selezionate in quanto propizie nelle società tendenzialmente egualitarie sono probabilmente molto diverse da quelle selezionate nelle gerarchie di dominio.

Classico caso in cui finiamo con il ritrovarci tra le mani un testo che, senza alcuna remora o perplessità, si rende meritevole di essere letto a scuola. In modo assolutamente obbligatorio. La ricerca condotta da Richard WilkinsonKate Pickett palesa una profondità enorme, tale da rendere l’intero elaborato come difficilmente superabile e/o equiparabile ad altre analisi condotte in riferimento alla realtà sociale lato sensu. I grandi temi della contemporaneità – giustizia, equità, benessere, salute et similia – sono affrontati con una precisione a dir poco chirurgica. Tutte quante le osservazioni e conclusioni sono integrate da una mole infinita di dati campionari, statistiche e grafici; il tutto risulta così essere profondamente attendibile, in quanto certificato e verificato da altrettante indagini ed approfondimenti condotti sul campo. Oscillando tra contesti di natura diversa – economica, sociale, politica e sociologica -, il trattato permette di entrare in possesso di una visione ampia – ampissima! – della realtà sociale e dei corpi sociali presenti al Mondo, sfruttando a proprio vantaggio, ora, indagini analitiche e, ora, riflessioni più esplicitamente comparative.

Se siamo diventati così sensibili all’amicizia e allo status sociale è perché la qualità delle relazioni sociali ha sempre esercitato un’influenza cruciale sul benessere, determinando se altri individui debbano essere temuti in quanto rivali o ricercati in quanto fonti di sicurezza, cooperazione e supporto. Queste dimensioni della vita sociale sono talmente importanti che la mancanza di amicizie e un basso status sociale sono due delle principali fonti di stress cronico che condizionano la salute della popolazione nei paesi ricchi nel mondo contemporaneo.

Comprendere il perché dell’esistenza della disuguaglianza ed individuare tutti quei fattori capaci di produrre imperfezioni e asimmetrie all’interno delle realtà sociali, sono i due obiettivi che WilkinsonPickett affrontano con cura, precisione e “calma”: l’intera opera, difatti, è accuratamente suddivisa in più indagini, tutte fra loro profondamente concatenate. L’iter risulta essere chiaro, lineare e profondamente apodittico, sia nella trattazione delle argomentazioni prese in esame che nella loro esposizione e “archiviazione”.

Il trattato è dannatamente esaustivo e ricchissimo di spunti, dati, intuizioni e chiavi di lettura realistiche e oltremodo attuali. L’opera risulta essere uno specchio fedele e, al contempo, un chiaro manifesto delle contemporanee situazioni in cui versano i grandi Paesi del Mondo, divenendo così un punto di partenza di assoluta ed imprescindibile importanza per chiunque desideri mai affrontare e/o approfondire le grandi tematiche economiche e sociali di oggigiorno. Da leggere. Da leggere assolutamente.

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ARINZE – RELIGIONI PER LA PACE.

I principi che oggi la società democratica considera inviolabili come lo stato di diritto, l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, i diritti delle donne e delle minoranze e, in genere, i diritti umani fondamentali, sono tutti frutti dell’albero cristiano piantato tanti anni fa.

Il saggio del cardinale F. Arinze ritengo possa essere considerato, al contempo, uno scritto storico, politico ed anche dal forte impatto sociologico, viste le tematiche trattate – inevitabilmente legate, infatti, alla dimensione prettamente sociale dell’uomo, per l’appunto -. Reputo, ad ogni modo, doverosa una premessa. La stessa, del resto, è esplicitamente menzionata dallo stesso cardinale P. Poupard, curatore della presentazione dell’opera. Ebbene, si rende oltremodo necessario avvicinarsi a tale scritto in un modo del tutto libero ed imparziale. Ovvero, l’invito rivolto al lettore è quello di porsi nei riguardi del testo non in maniera pregiudizievole quanto, al contrario, libera da qualsiasi opinione aprioricamente assunta nei confronti della religione lato sensu.

Del resto, gran parte delle tematiche esposte viene direttamente rimandata ai testi sacri. In pratica, ciò che legittima le riflessioni poste in essere e le posizioni fatte proprie, trova fondamento e giustificazione in definiti precetti teologici rispondenti a specifici credi religiosi.

Però l’uomo è un essere socievole, sicché cerca di vivere la propria vita in comunione con gli altri. Nel campo religioso, perciò, deve essere libero di praticare un culto comune, di creare associazioni religiose e di improntare la sua vita sociale ai principi religiosi. La religione non è una questione puramente privata, pertanto la libertà religiosa non può essere limitata al solo ambito personale.

Ho ritenuto essere particolarmente interessanti alcune riflessioni concernenti la laicità, il laicismo e la rivendicazione della necessarietà della pubblica manifestazione del Credo (ampiamento inteso) – dinamica socio-politica fondamentale sia per la salvaguardia del pluralismo religioso sia per la diffusione di politiche aventi a cuore la tutela della tolleranza fra tutte le religioni sparse nel Mondo -. Ad ogni modo, è proprio sotto il profilo più prettamente storico e concettuale che il saggio appare essere “strutturalmente” manchevole ed incompleto.

In primis, ritengo sarebbe stata doverosa – anche da un mero punto di vista della “completezza realizzativa” – prendere nota e citare alcuni dei più gravi ed imperdonabili scempi, compiuti in nome di una visione distorta di Dio e causati dalla fanatica osservanza dei credi secolarizzati. Non tanto per giustificare o legittimare posizioni ateiste o agnostiche quanto, piuttosto, per marcare, con ancora maggiore forza, l’invito rivolto dallo stesso autore a far sì che i proseliti comprendano, sempre di più, come, in ambito di rapporto con il credo e con il proprio prossimo, sia fondamentale affidarsi ad un puro sentimento di umanità e sensibilità.

In secundis, fuoriuscendo dal – più che legittimo – “ancoraggio” su quanto scritto nei testi sacri e su quanto fatto dalle comunità ed istituzioni religiose in ambito nazionale ed internazionale per il perseguimento della pace, un tentativo di interpretare quelle principali dinamiche comportamentali e psicologiche, capaci di permettere (o impedire) la pacifica convivenza tra proseliti di religioni diverse, avrebbe (sicuramente) permesso al testo di venire integrato da una argomentazione ancora più esaustiva.

Si tratta di un saggio assolutamente piacevole – fra le altre cose, molto ben curate le citazioni e tutti i riferimenti storici, così come gli approfondimenti filologici -, che si mostra in grado di suscitare interesse anche in individui che, come il sottoscritto, hanno estrema facilità a dichiararsi serenamente atei.

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GOFFMAN – L’INTERAZIONE STRATEGICA.

Gli individui, al pari degli altri oggetti su questa terra, influenzano l’ambiente circostante in maniera congruente con le loro azioni e proprietà. La loro semplice presenza genera segni e tracce: gli individui, in breve, trasudano espressioni.

Tema centrale dell’opera di Goffman è il gioco. Esso viene inteso come una meravigliosa arte, capace di permettere agli individui di adattarsi a vari contesti sociali, nonché di fingere intenzioni e/o camuffare desideri ed intenti. La pratica del gioco permette l’individuazione dei diversi livelli di realtà che costituiscono la vita quotidiana (e non solo), rendendo possibile per ogni singolo individuo sia il comprendere come muoversi da un contesto ad un altro sia il capire di quali comportamenti dotarsi per giungere a ben precisi e definiti fini. Trattasi della teoria della “cornice”, meglio conosciuta con l’espressione di frame – dinamica concettuale ampiamente spiegata ed illustrata in quella che, molto probabilmente, continua ad essere l’opera più importante del sociologo canadese: Frame analysis -.

In ogni situazione della vita sociale possiamo trovare un certo contesto in cui un partecipante è un osservatore che ha qualcosa da guadagnare dalla valutazione delle espressioni, e un altro è un soggetto che ha qualcosa da guadagnare dalla manipolazione di questo processo. Sotto questo aspetto si può trovare un’unica struttura di circostanze che rende gli agenti simili a noi e noi tutti simili agli agenti.

Ciò che rende profondamente particolare l’opera di Goffman è lo stile. Uno stile che ben si presta a qualsivoglia forma di indagine sociologica e fenomenologica. L’attenzione rivolta ai ruoli, agli interessi posti in gioco e allo scambio di azioni ed attività tra i partecipanti alla sfida, al dialogo e all’interazione, è tanto minuziosa quanto dannatamente analitica. E sono tutti elementi fondamentali per il discernimento di ciò che, di volta in volta, si palesa essere in grado di smuovere, avvicinare, allontanare e rendere complici agenti sociali tra loro differenti.

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LAURA IANNELLI – FACEBOOK E CO.

In sintesi, alla luce delle considerazioni sviluppate fin qui, possiamo affermare i SNS riproducono dinamiche relazionali non più nettamente separate da quelle quotidiane e «reali», e lo fanno attraverso una struttura basata su tre elementi: il profilo, le liste di amici e le diverse pratiche conversazionali.

Il testo della professoressa Iannelli è un brillante resoconto ed approfondimento in seno all’ingerenza ed inferenza sviluppate e poste in essere nella vita reale dai più comuni Social Network Sites. Partendo dall’analisi – anche statistica ed inferenziale – dell’oramai caduto in disuso My SpaceIannelli sofferma la propria attenzione ed indagine sul passaggio “culturale” verificatosi partendo dalle piattaforme multimediali contest driven per arrivare a quelle friend driven, tipiche dell’attuale Web 2.0 – e dell’oramai prossimo 3.0 -. L’uso dei tags, degli hashtags, dei tag clouds e simili, sono solo alcune delle features prese in esame dalla ricercatrice, per cercare di cogliere ed evidenziare tutti gli aspetti virtuali che oggi hanno finito col caratterizzare le interazioni tra gli individui; sia sul piano virtuale che, di rimando, a quello più marcatamente “reale”- nel tentativo di voler proprio evidenziare la sovrapposizione (o meno) di codesti due suddetti piani di realtà -.

Ad una riflessione concettuale e marcatamente sociologica, segue poi tutta un’argomentazione profondamente politica ed incentrata anche sulla comunicazione esistente, al giorno d’oggi, tra cittadinanza e res publicaFramessound bitesscreenshots e via discorrendo, sono tutti elementi che vengono via via posti ad analisi, con l’intento di evidenziare la trasformazione subita dalla comunicazione strincto sensu e di come essa stessa, da una parte, venga filtrata dai vettori multimediali e di come debba, al contempo, dall’altra parte, presentarsi nei suoi contenuti per essere poi correttamente diffusa e recepita. Il tutto nell’osservanza dei principi di quella che viene indicata generalmente con la terminologia di “auto-comunicazione di massa”.

Facebook & Co., in sintesi, non sono strumenti di «circostanza» e la comunicazione dei politici deve adattarsi ai loro registri più sintetici, anche nella forma sincopata dei messaggi di status; nei sistemi di comunicazione dei Social Network Sites, infatti, sembra radicalizzarsi la tendenza alla «frammentazione dell’informazione politica», in cui il dibattito pubblico si esaurisce nel sound bite, le dichiarazioni sintetiche, le citazioni brevi, le battute a effetto. Il nuovo divario digitale, anche tra i politici, si baserà dunque sui diversi livelli di consapevolezza nell’uso di questi siti personali.

Integrato da numerose riflessioni di moderni sociologi – GoffmanCollinsThompson, ecc. -, lo studio svolto dalla professoressa Iannelli si presenta particolarmente intuitivo e d’immediata comprensione, oltre che semplicemente illuminante, considerando che tutti gli aspetti relativi alla comunicazione risultino essere esposti e presentati con estrema chiarezza ed precisione.

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MORELLY – CODICE DELLA NATURA.

È sorprendente, per non dire prodigioso, osservare come la nostra Morale, uguale all’incirca presso tutti i popoli spacci tante assurdità sotto il nome di principî e di massime incontestabili.

Scritto attorno al 1717 circa, il Code de la Nature di Morelly si presenta come un calderone di idee e riflessioni profondamente illuministe e libertine, tutte concatenate tra loro in seno alla trattazione di due questioni socio-politiche particolarmente attuali per i dibattiti culturali dell’epoca: la trascendentalità e l’egualitarismo sociale. E, difatti, la realizzazione strutturale dell’opera medesima segue proprio una logica esposizione lineare di varie tematiche, legittimate e giustificate in toto dalle due trattazioni principali di cui sopra. Partendo da un’analisi filosofica (sia analitica che comparativa) del concetto di “morale”, Morelly giunge alla definizione di «morale naturale», per poi promuovere – non rinunciando mai appieno al piano della metafisica strincto sensu – una personale definizione di società, fondata de facto su di un egualitarismo marcatamente sociale, caratterizzato, in primis, da uno specifico stato di natura e sociale dei cittadini ed, in secundis, da una imprescindibile abolizione di ogni forma di lusso e di privatizzazione di beni e/o servizi.

ICode de la Nature si divide in quattro parti:

  • Difetti dei principî generali della Politica e della Morale;
  • Particolari difetti della Politica;
  • Particolari difetti della Morale volgare;
  • Modello di legislazione conforme alle intenzioni della Natura.

L’opera assume chiari connotati politici, ma sulla base di un’argomentazione filosofica profonda ed assolutamente settecentesca: le riflessioni formulate sulla morale lato sensu, sullo stato di natura e sociale dell’essere umano e, non ultimi, su Dio e la Provvidenza, consentono l’elaborazione e la definizione di una specifica forma di organizzazione sociale. Non siamo ai livelli teorici della Repubblica rousseauiana, ma è d’altronde innegabile che Morelly debba essere annoverato tra quei pochi – probabilmente pochissimi – politici strincto sensu del parti philosophique di Francia.

Avendo così disposte tutte queste cose, chi si azzarderà a voler dominare, là dove non esiste una proprietà che possa infondere il desiderio di soggiogare gli altri? Non possono esistere tiranni in una società nella quale ogni potere consiste nell’accollarsi i doveri e le cure più penose, senza partecipare ad altri sostegni e piaceri della vita che non siano comuni a tutti gli altri cittadini, senza altra ricompensa che l’affetto e la stima dei propri simili.

Inutile dire che anche Morelly sarà oggetto di specifiche trattazioni in alcuni articoli, pensati proprio per l’occasione; senza contare il fatto che, ancora oggi, la moderna filologia sta tentando di comprendere la reale esistenza (o meno) di tale filosofo, dato che sia questo Code che la Basiliade – opera nella quale comparve per la prima volta il nome del suddetto autore – facevano parte di quella enorme mole di pubblicazioni clandestine che caratterizzarono il panorama culturale del libertinage francese del Settecento.

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