LAURA IANNELLI – FACEBOOK E CO.

In sintesi, alla luce delle considerazioni sviluppate fin qui, possiamo affermare i SNS riproducono dinamiche relazionali non più nettamente separate da quelle quotidiane e «reali», e lo fanno attraverso una struttura basata su tre elementi: il profilo, le liste di amici e le diverse pratiche conversazionali.

Il testo della professoressa Iannelli è un brillante resoconto ed approfondimento in seno all’ingerenza ed inferenza sviluppate e poste in essere nella vita reale dai più comuni Social Network Sites. Partendo dall’analisi – anche statistica ed inferenziale – dell’oramai caduto in disuso My SpaceIannelli sofferma la propria attenzione ed indagine sul passaggio “culturale” verificatosi partendo dalle piattaforme multimediali contest driven per arrivare a quelle friend driven, tipiche dell’attuale Web 2.0 – e dell’oramai prossimo 3.0 -. L’uso dei tags, degli hashtags, dei tag clouds e simili, sono solo alcune delle features prese in esame dalla ricercatrice, per cercare di cogliere ed evidenziare tutti gli aspetti virtuali che oggi hanno finito col caratterizzare le interazioni tra gli individui; sia sul piano virtuale che, di rimando, a quello più marcatamente “reale”- nel tentativo di voler proprio evidenziare la sovrapposizione (o meno) di codesti due suddetti piani di realtà -.

Ad una riflessione concettuale e marcatamente sociologica, segue poi tutta un’argomentazione profondamente politica ed incentrata anche sulla comunicazione esistente, al giorno d’oggi, tra cittadinanza e res publicaFramessound bitesscreenshots e via discorrendo, sono tutti elementi che vengono via via posti ad analisi, con l’intento di evidenziare la trasformazione subita dalla comunicazione strincto sensu e di come essa stessa, da una parte, venga filtrata dai vettori multimediali e di come debba, al contempo, dall’altra parte, presentarsi nei suoi contenuti per essere poi correttamente diffusa e recepita. Il tutto nell’osservanza dei principi di quella che viene indicata generalmente con la terminologia di “auto-comunicazione di massa”.

Facebook & Co., in sintesi, non sono strumenti di «circostanza» e la comunicazione dei politici deve adattarsi ai loro registri più sintetici, anche nella forma sincopata dei messaggi di status; nei sistemi di comunicazione dei Social Network Sites, infatti, sembra radicalizzarsi la tendenza alla «frammentazione dell’informazione politica», in cui il dibattito pubblico si esaurisce nel sound bite, le dichiarazioni sintetiche, le citazioni brevi, le battute a effetto. Il nuovo divario digitale, anche tra i politici, si baserà dunque sui diversi livelli di consapevolezza nell’uso di questi siti personali.

Integrato da numerose riflessioni di moderni sociologi – GoffmanCollinsThompson, ecc. -, lo studio svolto dalla professoressa Iannelli si presenta particolarmente intuitivo e d’immediata comprensione, oltre che semplicemente illuminante, considerando che tutti gli aspetti relativi alla comunicazione risultino essere esposti e presentati con estrema chiarezza ed precisione.

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MORELLY – CODICE DELLA NATURA.

È sorprendente, per non dire prodigioso, osservare come la nostra Morale, uguale all’incirca presso tutti i popoli spacci tante assurdità sotto il nome di principî e di massime incontestabili.

Scritto attorno al 1717 circa, il Code de la Nature di Morelly si presenta come un calderone di idee e riflessioni profondamente illuministe e libertine, tutte concatenate tra loro in seno alla trattazione di due questioni socio-politiche particolarmente attuali per i dibattiti culturali dell’epoca: la trascendentalità e l’egualitarismo sociale. E, difatti, la realizzazione strutturale dell’opera medesima segue proprio una logica esposizione lineare di varie tematiche, legittimate e giustificate in toto dalle due trattazioni principali di cui sopra. Partendo da un’analisi filosofica (sia analitica che comparativa) del concetto di “morale”, Morelly giunge alla definizione di «morale naturale», per poi promuovere – non rinunciando mai appieno al piano della metafisica strincto sensu – una personale definizione di società, fondata de facto su di un egualitarismo marcatamente sociale, caratterizzato, in primis, da uno specifico stato di natura e sociale dei cittadini ed, in secundis, da una imprescindibile abolizione di ogni forma di lusso e di privatizzazione di beni e/o servizi.

ICode de la Nature si divide in quattro parti:

  • Difetti dei principî generali della Politica e della Morale;
  • Particolari difetti della Politica;
  • Particolari difetti della Morale volgare;
  • Modello di legislazione conforme alle intenzioni della Natura.

L’opera assume chiari connotati politici, ma sulla base di un’argomentazione filosofica profonda ed assolutamente settecentesca: le riflessioni formulate sulla morale lato sensu, sullo stato di natura e sociale dell’essere umano e, non ultimi, su Dio e la Provvidenza, consentono l’elaborazione e la definizione di una specifica forma di organizzazione sociale. Non siamo ai livelli teorici della Repubblica rousseauiana, ma è d’altronde innegabile che Morelly debba essere annoverato tra quei pochi – probabilmente pochissimi – politici strincto sensu del parti philosophique di Francia.

Avendo così disposte tutte queste cose, chi si azzarderà a voler dominare, là dove non esiste una proprietà che possa infondere il desiderio di soggiogare gli altri? Non possono esistere tiranni in una società nella quale ogni potere consiste nell’accollarsi i doveri e le cure più penose, senza partecipare ad altri sostegni e piaceri della vita che non siano comuni a tutti gli altri cittadini, senza altra ricompensa che l’affetto e la stima dei propri simili.

Inutile dire che anche Morelly sarà oggetto di specifiche trattazioni in alcuni articoli, pensati proprio per l’occasione; senza contare il fatto che, ancora oggi, la moderna filologia sta tentando di comprendere la reale esistenza (o meno) di tale filosofo, dato che sia questo Code che la Basiliade – opera nella quale comparve per la prima volta il nome del suddetto autore – facevano parte di quella enorme mole di pubblicazioni clandestine che caratterizzarono il panorama culturale del libertinage francese del Settecento.

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MAURO BARISONE – L’IMMAGINE DEL LEADER.

Uno dei limiti più classici è quello di considerare l’immagine solo come il prodotto artificiale di uno pseudoevento mediatico, cioè di un evento non spontaneo, bensì concepito ed orchestrato per produrre un impatto sull’opinione pubblica.

Il saggio di Mauro Barisone si presenta come un meraviglioso caposaldo della moderna politologia, con riferimento, soprattutto, alla comunicazione politica ed alla sociologia della comunicazione. La trattazione verte sul concetto d’immagine e sul ruolo che essa ricopre in ambito politologico all’interno di questa nostra epoca moderna, nella quale lo spazio pubblico mediatizzato – con tutto ciò che da esso ne consegue, fra cui, in primis, la spettacolarizzazione della politica – ha fatto sì che la percezione mediatica abbia finito col ricoprire una funzione sia cognitiva sia prettamente tecnica per l’analisi e la legittimazione dei vari sistemi partitici e dei loro vari leaders. Il testo è un connubio perfetto tra argomentazioni più marcatamente concettuali, da una parte, e veri e propri excursus storici, dall’altra, per meglio favorire la comprensione dei vari temi affrontati. Ma, ad ogni modo, il nucleo fondamentale di tutto il disquisire resta l’immagine strincto sensu, ed, in special modo, quella cosiddetta «performativa».

L’immagine performativa altro non è che una perfetta fusione tra l’immagine personale e quella politica, entrambe costituenti il singolo politician man. È, stando alla riflessione di Barisone, la vera ed unica immagine del leader, in quanto non risulta essere solo e soltanto come meramente strumentale ma, bensì, giustificata anche da tutta una serie di valori percettivi e cognitivi che veicolano l’elettorato a considerare quel politico come vincente, capace e meritevole di essere eletto. Si tratta dello stereotipo visivo attraverso la cui percezione si riesce a risalire al grado qualitativo di performance posseduto (o meno) dal politico in questione.

Qualunque cosa un leader politico faccia o dica contribuisce in effetti alla creazione di un’immagine, anche e forse ancor più in quei casi in cui il politico perda il controllo sulla produzione della propria immagine, come ad esempio in un dibattito televisivo più difficile del previsto.

Le tematiche affrontate in questo testo sono davvero interessanti e particolarmente argute e profonde. Sono, effettivamente, riflessioni molto analitiche che, una volta comprese, permettono per davvero di cogliere in maniera più netta e chiara alcuni degli accadimenti e delle dinamiche che hanno caratterizzato e caratterizzano la moderna politologia. Motivo per cui, ritengo sia opportuno affrontare nuovamente queste tematiche in futuro, all’interno di qualche articolo creato proprio per l’occasione.

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JEAN MESLIER – IL TESTAMENTO.

Maledetti i popoli che si sottomettono a leggi ingiuste; maledetti ancora i popoli che si rendono vilmente schiavi dei tiranni, e ciecamente schiavi degli errori e delle superstizioni religiose.

Jean Meslier (1664-1729) si presenta ancora oggi come una parabola letterario-filosofica di impressionante profondità. La sua opera, il Testament de Jean Meslier, o più semplicemente, il Testament, completato attorno al 1720 circa, contiene interessanti spunti di riflessione sia filosofica che socio-politica. Molte di queste argomentazioni – penso, ad esempio, all’egualitarismo sociale o al marcato agnosticismo razionale – sarebbero poi divenuti valori concettuali attorno ai quali philosophes del calibro di D’HolbachMorellyRousseau e simili avrebbero sviluppato parte delle proprie tesi e teorie di studio. Il Testamento di Jean Meslier fa parte di quella lunga schiera di opere clandestine che caratterizzarono, quasi in toto, l’intero Settecento francese; in una Francia conservatrice, secolarizzata e preda dell’oscurantismo dogmatico delle verità rivelate e delle ingerenze delle classi sacerdotali nelle questioni di Stato, tutte quelle riflessioni, formulate circa l’abolizione della proprietà privata e la rivendicazione di una pratica ateista – intesa come nuovo punto di partenza per la ricostruzione dell’intero assetto sociale del Paese-, erano viste come vere e proprie eresie, meritevoli delle più feroci forme di censura e di rappresaglia giuridica.

Il manoscritto del curato Meslier si compone di otto prove. Trattasi di otto argomentazioni – le ultime tendono ad essere più estese ed esaustive, a causa anche del “complicarsi” delle tematiche filosofiche ivi affrontate – tramite le quali l’illuminista sconfessa, man mano che procede nella propria analisi, le posizioni dei Christicoles (o Déicoles) – vezzeggiativi ed epiteti con i quali Meslier indica i credenti cattolici lato sensu, riferendosi per lo più, ad ogni modo, agli alti prelati e agli “uomini di Chiesa” – e dei cartesiani. La sesta prova è poi, a sua volta, suddivisa in altre sei sottosezioni dove l’autore elenca e tratta i sei abusi più nefasti arrecati all’uomo dalla superstizione e dal fanatismo religioso. Il testo, comunque, è profondamente filosofico. Arrivati ad un certo punto della trattazione, le teorie e gli argomenti trattati si mostrano abbastanza complessi; soprattutto in riferimento alle prese di distanza dalle teorizzazioni cartesiane – nei riguardi delle quali Meslier non elemosina critiche e repliche feroci -, è possibile notare come alcuni argomenti esposti – penso, ad esempio, alla riflessione circa la materialità e la mortalità dell’âme – assumano una profonda trattazione filosofica. Dico, fin da subito, che, in assenza di accurate conoscenze circa le teorizzazioni di Descartes, comprendere appieno le teorie avanzate dal curato francese potrebbe essere particolarmente difficile.

La religione appoggia il potere politico per ingiusto che possa essere; a sua volta il governo appoggia la religione per sciocca e inutile che sia. Da un lato i preti, che sono i ministri della religione, raccomandano, usando come spauracchio la dannazione eterna, di obbedire ai magistrati, ai principi, ai sovrani, come a uomini posti da Dio a governare i loro simili; dall’altro i principi fanno rispettare i preti, fanno offrire loro buoni appannaggi e rendite consistenti e lasciano che essi continuino a dedicarsi alle inutili e abusive funzioni connesse al loro falso magistero, costringendo il popolo a considerare sacro tutto ciò che essi fanno e impongono agli altri di fare e di credere.

In genere, nell’analizzare le posizioni materialiste assunte da alcuni esponenti del parti philosophique della Francia del Settecento, si è portati a focalizzare immediatamente la propria attenzione su artisti ben “più conosciuti” o, ad ogni modo, a prendere in considerazione opere più note – come il Sistema della Natura (1770) di D’Holbach -. Ebbene reputo il contributo di Meslier particolarmente importante sotto molteplici punti di vista. E proprio per questo, dedicherò al curato di Étrépigny almeno un paio di articoli futuri per approfondire tutti i contributi filosofici di cui ci ha lasciato testimonianza. Contributi formulati e diffusi durante un’epoca buia ed intrisa di profondo oscurantismo culturale e sociale.

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GIOVANNI SARTORI – HOMO VIDENS.

Lo ridico: le potenzialità di Internet sono pressoché infinite, e tanto nel male come nel bene. Sono e saranno positive quando l’utente userà lo strumento per acquisire informazioni e conoscenze, e cioè quando sarà ispirato da genuini interessi intellettuali, dalla voglia di sapere e capire. Ma il grosso degli utenti di Internet non è, e prevedo che nemmeno sarà, di questo tipo. [.. .. ..] Si dirà che in questo non c’è niente di male. Sì; ma non c’è nemmeno niente di bene. E tanto meno nessun progresso. Anzi.

Homo videns di Giovanni Sartori resta, senza alcuna ombra di dubbio, un’opera illuminante e profondamente moderna. La modernità politica di questo saggio continua ad essere rappresentata dal fatto che l’illustre politologo nostrano già aveva ampiamente colto ed intuito il degrado e la decadenza culturale cui la popolazione italiana – e mondiale – sarebbe stata da lì a poco “colpita” a seguito di un utilizzo irresponsabile dei mass media. Le riflessioni sartoriane partono e si sviluppano da un’accusa molto forte rivolta nei confronti della televisione, rea – a detta dell’autore – di aver privato gli esseri umani della propria capacità d’astrazione, minando così de facto la genuinità culturale e comunicativa dei rapporti e delle interazioni dialogiche. L’analisi politica di Sartori – rivolta al “capire attraverso l’immagine ed il mero vedere”, a danno cioè della capacità di elaborazione e di discernimento razionale del singolo individuo – evidenzia come il legame interrelazionale tra persone si fondi, oramai, su di un rapporto di framing (molto spesso) unidirezionale; dove la notizia, già “impacchettata e preparata”, viene poi diffusa e condivisa, tra i vari soggetti costituenti un particolare contesto sociale, con la sola necessità che essa stessa venga recepita e non (obbligatoriamente) verificata e/o confutata. Sartori conia, a tal riguardo, il concetto di “antropogenetica”: l’homo videns viene considerato come lo step successivo, in tema di evoluzione, dell’homo sapiens. Un passaggio evoluzionistico, ad ogni modo, dai connotati particolarmente negativi e nel quale “il capire attraverso il vedere” ha finito col divenire un vero e proprio elemento antropologico costituente la natura stessa dell’essere umano; il tutto tanto per ribadire ed evidenziare, ancora una volta, l’onnipresenza e la perenne ingerenza svolta dalla televisione nella vita di ogni singolo cittadino.

Ma la riflessione sartoriana non si esaurisce solo nell’analisi del ruolo socio-politico della televisione e dell’ingerenza, da essa esercitata, nella vita di tutti i giorni di ogni singolo essere umano. Internet, l’opinione pubblica, i sondaggi e lo stesso “direttismo politico” divengono oggetto di profonde ed attente confutazioni da parte del politologo. Il Web – con il funesto orizzonte del negropontismo, tanto osteggiato da Sartori – viene presentato come essere il vettore multimediale in procinto di sostituire, in ambito comunicativo, la televisione; con la preoccupazione – non nascosta ma, anzi, chiaramente manifestata – che in esso vi accederanno in massa soggetti già precedentemente “svuotati” dal “mero vedere televisivo”. Le stesse critiche rivolte ai sondaggi, all’opinione pubblica lato sensu e, soprattutto, alle pratiche politiche, legittimanti l’aumento della richiesta di democrazia diretta a scapito di quella rappresentativa, sono tutte finalizzate a portare alla luce una preoccupazione molto profonda e radicata nella mente dell’autore: se le persone non sono acculturate e non sfruttano i vettori multimediali per acculturarsi, come potrebbe mai essere solo ipotizzabile giustificare e legittimare un incremento del direttismo politico e/o dare una valenza giuridica all’espressione popolare?

E questo è il processo che viene atrofizzato quando l’homo sapiens viene soppiantato dall’homo videns. In quest’ultimo il linguaggio concettuale (astratto) è sostituito da un linguaggio percettivo (concreto) che è infinitamente più povero: più povero non soltanto di parole (nel numero di parole) ma soprattutto di ricchezza di significato, di capacità connotativa.

Il tema sartoriano si dimostra essere di un’attuabilità impressionante. Viviamo una fase comunicativa totalmente permeata dallo “spazio pubblico mediatizzato”, con l’ascesa sempre più forte e massiccia del Web 2.0. (e 3.0). Interrogarsi se, effettivamente, questi vettori siano utilizzati in modo “pulito” e “giusto”, considerando il grande peso che oramai essi ricoprono in ambito di divulgazione dell’informazione lato sensu – in seno, soprattutto, alle tematiche concernenti la res publica -, appare, oggi più che mai, come un dovere civile. Un dovere ed una responsabilità che ogni singolo cittadino deve far propria.

Sartori ci invita a riflettere attentamente sul concetto di democrazia diretta e di sovranità popolare, a dimostrazione di come in politica si debba sempre e comunque partire dall’analizzare attentamente il corpo sociale sul quale l’apparato istituzionale si erge. E di come sia assolutamente necessario che il medesimo si dimostri degno, culturalmente ed intellettualmente, di svolgere delle dirette ingerenze negli affari di Stato.

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