REPUBBLICA, LIBRO VI: I REGGITORI.

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Il libro sesto è interamente dedicato ai filosofi. Essi sono i reggitori della Repubblica teorizzata da Platone. Socrate cerca adesso di spiegare, in primis, i caratteri ontologici costituenti la loro stessa anima e, in secundis, tenta di esporre le ragioni stando alle quali solo e soltanto ai soggetti dediti alla vera conoscenza debba venire riconosciuto il ruolo di governanti.

Il primo aspetto su cui Socrate indirizza la propria attenzione è l’amore verso la conoscenza. Abbiamo già visto come la sapienza sia la virtù fondamentale dell’anima dei filosofi e di come essa, assieme alla temperanza, renda tali individui meritevoli di governare e di venire riconosciuti come governanti. Colui che si dedica e rivolge sé medesimo alla pura conoscenza delle cose cerca «solo il puro piacere dell’anima, e trascura i piaceri fisici, se è filosofo per davvero e non per finta.» Già questo primo breve passo permette di comprendere quanto poi Platone tratterà più avanti, ovvero come il riferimento del filosofo sia da trovarsi nel Mondo eidetico e non in quello prettamente sensibile. Là dove, sopra a tutte le idee, risiede quella del Bene. Difatti, il secondo ragionamento portato avanti dal maestro verte proprio su tale questione: è fondamentale che l’anima del filosofo «non celi qualche meschinità, perché la meschinità è l’ostacolo peggiore per chi voglia aspirare  a comprendere instancabilmente la totalità delle cose umane e divine.» Una vera e propria “elevazione” è, quindi, possibile soltanto per colui che possiede un’anima filosofica e per colui che, al contempo, intende coltivare la ricerca della vera conoscenza – in quanto “vero filosofo”, per l’appunto -.

A questo punto, prende nuovamente la parola Adimanto il quale sostiene come la figura del filosofo, a differenza di quanto sostenuto da Socrate, non goda quasi mai, da parte dei cittadini, di ampi apprezzamenti e di sinceri elogi all’interno delle polis:

Lo dico a proposito del problema attuale: si potrebbe risponderti che, sebbene replicare a parole ad ognuna delle tue domande risulti impossibile, in realtà si osserva che quanti si sono volti alla filosofia, senza l’intenzione di completare la loro educazione giovanile e poi allontanarsene, ma vi hanno indugiato troppo a lungo, per lo più diventano proprio strani, per non dire assolutamente perversi, e anche quelli che sembrano i più equilibrati da questa attività che tu esalti ottengono come unico risultato di diventare inutili alle loro città.

La risposta di Socrate si affida alla metafora della nave, dove il capitano è il popolo, i marinai indisciplinati sono i demagoghi ed il vero ed esperto nocchiero è, invece, il filosofo:

Immagina dunque una scena come la seguente su molte navi o su una sola: un capitano più alto e più grosso di tutto l’equipaggio, ma un po’ sordo e miope, provvisto di scarse conoscenze nautiche; marinai in lite fra loro per il governo della nave, che ognuno di essi reclama per sé senza avere mai imparato l’arte della navigazione né essere in grado di dire sotto quale maestro e in quali circostanze l’abbia appresa, anzi affermando che essa non si può insegnare, e pronti tutti ad uccidere chi affermi il contrario. Essi circondano sempre il capitano, pregandolo con la più viva insistenza di affidare loro il timone. E se talora altri ci riescono al loro posto, li uccidono o li gettano giù dalla nave. Poi rendono inoffensivo il buon capitano con la mandragora o il vino o qualche altro filtro e guidano la nave consumando le provviste, bevendo e mangiando, e navigano come possono navigare persone simili. Inoltre lodano con il nome di vero marinaio e pilota ed esperto di nautica chiunque sia in grado di aiutarli nel comando usando sul capitano o la persuasione o la violenza. Chi non li aiuta, viene biasimato come inutile, e non sospettano neppure che un vero pilota deve osservare l’anno, le stagioni, il cielo, gli astri, i venti e tutto quanto concerne la sua arte, se vuole davvero sapere come governare la sua nave, qualora alcuni siano d’accordo con lui e altri no; essi ritengono infatti che non sia possibile imparare la teoria e la pratica del pilotaggio e insieme fare concretamente il pilota.

Come sostiene lo stesso Socrate, ««non è facile che il comportamento migliore venga apprezzato da chi si comporta nel modo opposto.» In sintesi: il fatto che il filosofo non venga stimato all’interno della città non è una colpa da ascriversi allo stesso quanto, piuttosto, alla stoltezza di chi non comprendere quanto utile e vantaggioso sarebbe, per l’appunto, credere in chi vive per la perenne ricerca della conoscenza. Ancora una volta, le metafore socratiche risultano essere dialetticamente incontrovertibili: quando una persona è malata, non attende che sia il medico ad andare da lui… bensì è lui che, in quanto malato, si dirige dal medico per lasciarsi guidare nella guarigione.

Sulla scia di quanto appena sostenuto, Socrate torna nuovamente a trattare un tema a lui particolarmente caro: l’educazione che deve essere impartita, fin dalla giovanissima età, ai filosofi. Ancora una volta l’intera discussione si sviluppa attraverso una serie di esempi e di considerazioni tali da rendere quanto sostenuto dal filosofo stesso come assolutamente apodittico alle orecchie e alle menti dei suoi interlocutori. Socrate, infatti, afferma che il male, nella sua forma più forte e “pura”, non sia da ascriversi ad individui mediocri, bensì, al contrario, a soggetti dotati di straordinarie capacità, i quali, però, si sono smarriti durante il proprio percorso di crescita e formazione:

Allo stesso modo, Adimanto, diciamo che le anime più dotate con una cattiva educazione diventano malvagissime. O pensi che le grandi colpe e la malvagità pura provengano da un’indole mediocre, anziché da un’indole vigorosa corrotta dall’educazione sbagliata? Ritieni che una natura debole possa mai essere capace di grandi beni o di grandi mali?

Non è sicuramente la prima volta che Platone ribadisce l’importanza della cura che deve essere rivolta alle virtù fondamentali che vanno costituendo l’anima dell’uomo. Ma, adesso, il discorso acquisisce un significato più profondo… di legittimazione anche politica, dato che i filosofi, in quanto reggitori della Repubblica, devono assolutamente essere i migliori a cui rivolgersi e ai quali affidare la polis. Tant’è che a questa riflessione segue subito quella sulla “selezione” dei suddetti governanti, i quali, a differenza dei comuni cittadini, sono gli unici che, educati alla dialettica e alle verità matematiche, si palesano in grado di attingere la vera conoscenza presso le forme ideali:

Ora che hai compreso tutto ciò, considera un altro punto; è mai possibile che il volgo ammetta l’esistenza del bello in sé, ma non delle molte cose belle, e di qualsiasi cosa nella sua essenza, anziché delle molte cose singole?

Il problema dell’apprezzamento di cui i filosofi possono o non possono godere all’interno delle polis, è alquanto particolare. Come visto, Platone dà grande importanza all’educazione ma, al contempo, è anche conscio di come il filosofo possa lasciarsi distrarre da beni e ricchezze, fra le quali spicca anche l’apprezzamento da parte dei cittadini, i quali possono servirsi dell’adulazione per soddisfare loro specifici interessi. Non deve, quindi, sorprendere se il numero di filosofi veri sia esiguo e/o se gli stessi non siano compresi e/o amati dal volgo:

Dunque, Adimanto, il numero dei degni pretendenti alla filosofia è ristrettissimo: forse una natura ben educata, la cui nobiltà sia stata conservata dall’esilio, rimasta fedele a sé stessa per mancanza di corruttori; o una grande anima nata in un piccolo Stato, che spregi gli affari della sua città; e forse anche un piccolo numero di persone che giustamente disprezzano il loro mestiere e si volgono ben dotati alla filosofia.

Vi è addirittura una riflessione ulteriore da parte di Socrate che rafforza quanto appena sostenuto: non esiste attualmente una forma di governo che si presenti “appropriata” alla filosofia. Motivo per cui la stessa natura filosofica finisce spesso con l’alterarsi ed il corrompersi:

[…] mi lamento proprio perché fra le costituzioni attuali nessuna si addice a una natura filosofica: per questo essa si altera e si corrompe. Come un seme straniero gettato in un terreno non suo risulta inefficace e di solito cade sotto l’influsso del suolo in cui si trova, così ora anche questa natura non conserva le proprie caratteristiche, ma si muta in altra indole.

Che fare, dunque? Se non esiste forma di Stato congeniale alla natura filosofica, come poter legittimare una forma di governo all’interno della quale si assegni ai filosofi il ruolo di governanti? Socrate sottolinea come sia fondamentale che sia lo Stato stesso ad occuparsi della filosofia, ma “rispettando” un determinato iter che – in buona parte – tiene conto di tutte le argomentazioni già esposte in seno all’educazione che ai cittadini migliori deve essere impartita sin dalla fanciullezza:

Si deve fare tutto il contrario: quando si è fanciulli e ragazzi, occorre affrontare una cultura e una filosofia adatte all’infanzia; nell’adolescenza occorre praticare l’educazione fisica, perché a quell’età essi fioriscono e diventano uomini, e una buona educazione fisica collabora validamente con la filosofia. Avanti negli anni, quando lo spirito comincia a maturare, occorre dedicare più tempo alla sua cura; e quando la forza fisica viene meno e ci si libera dalla politica e dalla guerra, allora occorre pascolare in libertà, come animali sacri, senza nessun’altra occupazione impegnativa, se si vuole vivere felici e coronare, dopo la morte, la vita vissuta qui con un destino adeguato nell’oltretomba.

Nella parte conclusiva del sesto libro, Platone inizia a parlare dell’idea del Bene ed articola l’intera riflessione al fine di ribadire nuovamente la distanza che esiste tra il piano della vera intellezione – il Mondo eidetico – e quello reale, costituito soltanto da opinioni, credenze ed apparenze. La riflessione affronta tematiche anche particolarmente profonde e che rappresentano il fondamento dell’ontologia platonica. Esse fungono da introduzione al capitolo successivo e alla ben nota parabola della caverna.

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INTRODUZIONE A HOBEN E JURYO.

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La pratica fondamentale del Buddismo Daishonin – dal monaco Nichiren Daishonin – è Gongyo, ovvero la lettura del Sutra Del Loto e Nam-myoho-renge-kyo dinanzi al Gohonzon. Quest’ultimo è un mandala e rappresenta una copia dell’originale tavola lignea del Dai-Gohonzon. Nam-myoho-renge-kyo, in quanto Legge Fondamentale, è la pratica primaria e permette di fondere noi stessi con il Gohonzon; le parti costituenti il Sutra Del Loto, invece, costituiscono la pratica secondaria (o di supporto) che è finalizzata alla comprensione della pratica primaria di cui sopra.

Il secondo capitolo – Hoben – ed il sedicesimo – Juryo – sono tra i più importanti dell’intero sutra. Nel capitolo Hoben, Shākyamuni spiega come tutte le persone siano ugualmente in grado di ottenere la Buddità. All’interno delle pagine del capitolo Juryo, invece, Shākyamuni rivela l’eterna natura del Buddha ed ammette di esserlo già stato in un tempo remoto chiamato gohyaku-jintengo. Se tutti gli esseri umani possono aspirare alla Buddità e se la natura del Buddha è eterna, tale eternità è da ascrivere a qualsivoglia persona vivente.

Se la Buddità è potenzialmente racchiusa in ciascuno di noi, i Nove Mondi che ci separano dal Decimo Mondo – Bodhisattva – sono la via che è necessario percorrere per raggiungere la condizione di Buddha. Manifestare la natura di Buddha è l’obiettivo di ciascuno di noi. I Nove Mondi sono il mezzo per conseguirlo. Allegoricamente parlando, questi Nove Mondi possono essere considerati come tutti i problemi e le imperfezioni che ci affliggono. Ma se, nonostante tutto ciò, troviamo la forza di andare dinanzi al Gohonzon, è possibile renderli congeniali alla “rivoluzione” del nostro stesso essere. Se solo immaginiamo che la Buddità possa esistere senza i Nove Mondi, priviamo l’intero Sutra Del Loto di gran parte del suo significato. Non può esistere la Buddità senza i Nove Mondi perché essi sono parte integrante ed essenziale della Vita. Indipendentemente dal fatto di essere in grado o meno di raggiungere lo stato di Buddha, in quanto esseri umani ciascuno di noi prova interessi e desideri, nel corso della sua personale esistenza; i Nove Mondi fanno parte di ogni essere vivente e, quindi, in ciascuno essere vivente è “possibile andare” dall’Inferno al Bodhisattva.

I Nove Mondi sono sempre presenti. Anche nella vita di colui che ha ottenuto l’Illuminazione. Buddha appare nel Mondo come una persona che possiede i Nove Mondi e, in quanto essere vivente, ha dentro di sé (anche) la Buddità la cui natura, una volta raggiunta l’Illuminazione, viene poi rivelata. Questa imprescindibile relazione tra i Nove Mondi, la Buddità e la Vita di ciascun essere si chiama himyô hoben.

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“ILLUMINAZIONE E SENTIMENTI” E “AVIDITÀ”.

  • Illuminazione e sentimenti:

Se dimentichi i tuoi sentimenti riguardo alle cose del Mondo, essi diventano insegnamenti illuminanti. Se ti emozioni riguardo agli insegnamenti illuminanti, essi diventano cose mondane.

 

  • Avidità:

Proprio come l’avidità per le cose mondane è inibente e frustrante, così anche il desiderio per le cose ultraterrene impedisce l’aprirsi della mente.

Muso Kokushi

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ANDRASTE, LA DEA MADRE.

Andraste è la “Dea Invincibile”. Conosciuta anche come la “Dea della Guerra degli Iceni”. Dione Cassio (II/III secolo. d.C.) cita, infatti, Andraste come la Divinità cara alla tribù britannica degli Iceni e sostiene, come prima della controffensiva contro gli invasori romani, la loro regina Budicca, invocando l’aiuto e l’intervento della Dea, liberò una lepre ed interpretò la corsa dell’animale alla stregua di un buon auspicio per la riuscita della battaglia.

Andraste non è soltanto una Dea della Guerra. Vi sono numerose peculiarità e tratti che ci permettono di cogliere come l’influenza di questa divinità fosse molto ampia e profonda nella tradizione celtica. Il carattere lunare e distintivo di fertilità dell’animale a lei caro – la lepre, per l’appunto -, il fatto che venissero sacrificate in suo onore donne e non uomini o guerrieri, ed anche le pratiche usate per “annichilire” le forze nemiche – le leggende e quanto tramandatoci parlano di sevizie rivolte alle prigioniere alle quali veniva “tolta” la possibilità di procreare figli – sono solo alcune delle caratteristiche che vanno definendola.

Andraste è la Dea Madre Celtica. Una Dea da intendersi, per l’appunto, “Madre” tanto negli aspetti di difesa quanto in quelli di protezione, vendetta, stirpe e territorio.

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