ATTORNO AL CONCETTO DI “ESTETICA”.

Il sostantivo àisthesis deriva dal verbo aisthànomai, che vuol dire “percepire”. Stando a quanto sostiene Onians, il sopracitato verbo sarebbe la forma media dell’omerico àisto, che, dal canto proprio, significa “inspirare”, “respirare” et similia. Secondo Onions, esisterebbe, dunque, una reciprocità tra il termine omerico àio che indica il “percepire” ed il termine omonimo – che, come appena detto, si attiene alla “inspirazione” -.

Nel termine àisthesis, quindi, “risuona” l’atto del respirare. Il respiro del vivente e la forza della sua psychè (anima) trovano dimora all’interno della parola da cui deriva il termine “estetica”: àisthesis, per l’appunto. Si consideri, infatti, che psychè, in lingua greca, significa  (anche) “soffio”. Esattamente come i vocaboli latini animusanima assumono semanticamente (anche) il significato di “brezza”.

Riassumendo il tutto, dunque, il percepire lato sensu si traduce in un “sentirsi vivo”, ovvero nel prendere atto di sé medesimi in quanto – come appena detto – vivi. Una presa di coscienza di sé stessi. Più o meno piena ma, ad ogni modo, profondamente estetica.

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PLOTINO ED IL “BELLO INTELLIGIBILE”: PARTE SECONDA.

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[…] il bello si ha quando scorgi in un uomo la saggezza e ne resti affascinato, senza considerare il volto (potrebbe infatti essere brutto); anzi trascurando ogni forma insegui la sua bellezza interiore. Se poi la sua bellezza non ti commuove ancora, al punto che tu lo possa chiamare bello, guardando nel tuo intimo non potrai godere neppure di te stesso per la tua bellezza.

Il Bello, come abbiamo visto, è da intendersi in modo profondamente platonico. Una forma ideale, quindi. Che assieme a tutte le altre particolarità eidetiche – intelligibili – risiede all’interno del piano di Intellezione: il Nous. La percezione della bellezza sensibile permette all’anima dell’uomo di ridestarsi e di considerare la particolarità  sensibile (per l’appunto) bella, in quanto a lei medesima affine. Questo comporta l’alienazione dell’anima dal mero corpo e dagli stessi sensibili, di modo che la suddetta possa pienamente immergersi nelle idee che, da sempre, vanno formando l’Intelletto Cosmico:

C’è dunque anche nella natura un principio razionale della bellezza, archetipo della bellezza corporea, ma rispetto al principio che è nella natura il principio che risiede nell’anima è più bello, e da questo deriva anche quello della natura.

Del resto, come afferma lo stesso Plotino, gli Dei «non sono belli perché hanno corpi belli: anche quelli che hanno un corpo non per questo sono dei, ma sono dei anch’essi in virtù dell’intelletto.»

Da un punto di vista meramente artistico, il movimento cosmologico teorizzato da Plotino – movimento che dal corpo risale sino all’Uno – viene tradotto come una (inevitabile) necessità di alienarsi dalla materia e dalle particolarità sensibili. Naturale che un’opera artistica non possa essere incorporea e/o totalmente immateriale – Nietzsche potrebbe avere molto da ridire, a tal riguardo… -. Si tratta, quindi, di evidenziare – figurativamente – lo stato di distacco che, in modo allegorico, indica il percorso di risalita, intrapreso dall’uomo nel suo desiderio di ricongiungersi a Dio.

Rifiuto dell’uso della prospettiva e del chiaro- scuro. Così come dei giochi di luci ed ombre. Figure rappresentate in modo bidimensionale. Contenuti stigmatizzati. Tutto questo, ad esempio, in ambito figurativo ed in seno alla rappresentazione artistica, costituisce l’estetica plotiniana.

Il bello (sensibile) si riflette sì nella capacità della materia di risplendere nella propria forma, ma deriva da una forma ideale che lo trascende – il Bello in sé e per sé -. Per comprendere questa idea è necessario risalire sino al piano dell’Intellezione – il che significa che l’artista debba, per forza di cose, essere (anche) un sapiente (lato sensu) -. Ma il ridestarsi dell’anima sprona poi la medesima ad andare oltre. Ben oltre il Nous. L’anima deve lasciarsi alle spalle anche gli intellegibili, se, per davvero, desidera ricongiungersi a Colui dal quale tutto proviene e discende.

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PLOTINO ED IL “BELLO INTELLIGIBILE”: PARTE PRIMA.

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Prima di trattare “il movimento cosmologico” plotiniano, che dall’Uno tende al corpo e da quest’ultimo risale all’Uno, è necessario affrontare un altro grande tema all’interno delle Enneadi. Ovvero la concezione e definizione del Bello. Anche perché gli “influssi” sia platonici che aristotelici appaiono essere, per davvero, particolarmente evidenti in seno alla posizione assunta da Plotino.

Il filosofo sostiene come una pietra che è stata scolpita e tramuta in statua sia innegabilmente più bella di una pietra grezza. E questo proprio a causa del fatto che la materia costituente la prima sia andata dandosi infine una ben precisa forma. Plotino, infatti, sostiene come la bellezza sia la capacità – e possibilità – della materia di risplendere nella sua forma. Quindi, girando il punto di vista, qualsivoglia particolarità sensibile che non possiede alcuna tipologia di forma deve, per forza di cose, venire classificata come “brutta”. Si tratta di un ragionamento che affonda le proprie radici tanto nell’aristotelismo quanto nel platonismo.

Il fatto che la forma assunta diventi la condizione fondamentale affinché l’oggettualità possa definirsi bella, è un qualcosa che richiama sicuramente la logica del telos di Aristotele. Nell’estetica aristotelica, infatti, un sensibile è bello quando la materia (hyle) che lo costituisce va assumendo quella forma (eidos) “funzionale alla esecuzione della funzione stessa predisposta dalla Natura e che, dunque, il medesimo dovrà poi svolgere”. Si tratta del rapporto “potenza/atto” e della visione seminale della Natura di Aristotele. Ad ogni modo, però, Plotino prende le distanze – come abbiamo già più volte notato – dall’immanentismo aristotelico, volgendo lo sguardo verso il piano trascendente – di chiaro rimando platonico -.

Il Bello, infatti, è una forma ideale, che pre-esiste alla bellezza sensibile e che si trova all’interno del piano di Intellezione – il Nous -. La differenza rispetto a Platone – e che è necessario ribadire e sottolineare nuovamente – verte sul fatto che l’anima dell’uomo si trova sempre all’interno del Nous e che la percezione della bellezza sensibile avviene perché la suddetta percepisce un qualcosa che “le è affine”. Mentre in Platone, quindi, l’anima rammenta ciò che era in un altro Mondo e tende a risalire verso quel piano eidetico, in Plotino l’anima “semplicemente” si ridesta dalla contemplazione del mero corpo e si abbandona alle forme ideali che la circondano. Sia chiaro che il rapporto idea/sensibile resti, comunque, pressappoco lo stesso: la forma ideale è causa efficiente della particolarità sensibile corrispondente e la percezione dell’oggettualità veicola il percipiente a risalire alla idea. Sia Platone che Plotino, infatti, parlano chiaramente di alienazione e allontanamento dal piano sensibile. Ciò che resta differente è il “movimento cosmologico” trattato e la collocazione dell’anima dell’uomo:

Nell’arte risiedeva dunque una simile bellezza, ben più pregevole. Non fu infatti la bellezza che è propria dell’arte a discendere nella pietra, ma essa resta lassù, mentre un’altra inferiore, ne deriva; e quest’ultima né ha conservato la sua purezza nella pietra, né vi è restata come desiderava, ma solo nella misura in cui la pietra ha ceduto all’arte. Se poi l’arte crea in modo conforme a ciò che è e possiede […], essa stessa è bella in un senso più alto e vero, poiché possiede la bellezza che è propria dell’arte e che è certamente più grande e bella di quella che si trova nelle cose esteriori, giacché quanto più si estende andando verso la materia, tanto più (la bellezza) perde vigore rispetto alla condizione dell’unità originaria.

Il passaggio «essa stessa è bella in un senso più alto e vero, poiché possiede la bellezza che è propria dell’arte e che è certamente più grande e bella di quella che si trova nelle cose esteriori» può essere letto nuovamente in una chiave di interpretazione “abbastanza” platonica. Del resto, nonostante la posizione di Platone nei riguardi dell’arte lato sensu, si mostri “particolare” e non esente da profonde riflessioni, vi è comunque l’accettazione da parte del filosofo di considerare la bellezza sensibile sotto forma di proporzione. In questo caso Plotino, più che  di “proporzione”, tende a ribadire come l’arte – ovvero il processo tramite il quale la materia di un oggetto va assumendo una forma – sia “funzionale” al fine della creazione e, quindi, della consequenziale percezione del Bello sensibile.

In sintesi:

  • una oggettualità priva di forma è brutta;
  • la “bellezza artistica” – ovvero «la bellezza propria dell’arte» -, dando forma al sensibile, rende il medesimo bello;
  • “la bellezza artistica”, pur elevando al grado di “bello” la particolarità sensibile, rimane sempre e comunque inferiore alla bellezza ideale presente nel Nous.

Per il momento fermiamoci qui.

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LA RAGIONE AL DI SOPRA DELL’ISTINTO: LA DEA ATENA.

Vi è però, sin dalla tua nascita, in questi tuoi occhi, una malinconia precoce, ammesso che fosse possibile una cosa simile, poiché tutto avevano da guadagnare e nulla da perdere al tempo, che oggi brilla con forza inconsueta: qualcosa di profondo la cui origine mi sfugge e le cui conseguenze mi preoccupano, tano più che non riesco a indovinarle.

Con queste parole Zeus si rivolge ad Atena. La Dea casta. L’unigenita. Nel mentre che assieme scrutano la distruzione della leggendaria città di Troia. Figlia prediletta del Padre Celeste, fin dalla sua nascita Atena è segnata da una profonda conflittualità interiore che l’accompagnerà per la sua intera esistenza immortale. Sua madre, infatti, la ninfa Meti, viene uccisa a tradimento dallo stesso Zeus, terrorizzato dalle previsioni nefaste annunciategli dalla titanide Temi. Eppure, nonostante l’atto vile e codardo di cui il suo stesso padre osa macchiarsi, Atena nasce e si forma all’interno della testa di Zeus, annunciando così all’intero Creato come della Saggezza e della Ragione avrebbe Lei medesima per sempre incarnato la più pura delle essenze.

Ma, nuovamente, quel dualismo, quel sentimento conflittuale di pace e guerra, si palesa alla vista di tutti: Atena, infatti, si rivela una fredda e calcolatrice guerriera. Indossando armatura, scudo e lancia, fin dalla sua prima apparizione. Scrutando tutti i presenti con quei suoi seducenti e profondi occhi di civetta. Non vi è una sola divinità, partecipe di quel parto così insolito e miracoloso, che si mostri in grado di non cedere dinanzi allo sgomento suscitato dalla presenza della giovane Divinità.

Durante tutta la sua esistenza, Atena tenta, con tutte le proprie forze, appellandosi continuamente alla sua fredda e riflessiva mente, di tenere a freno i propri istinti impulsivi e passionali. Perché non solo dell’Intelligenza e delle Arti Lei è la Dea. Atena, infatti, al pari del bellicoso Ares, è anche la Divinità della Guerra. La sconfitta dei troiani e la caduta della loro stessa leggendaria città resta un qualcosa, in gran parte, da ascrivere al suo ingegno e alla sua forza. Ma, nonostante gli sforzi compiuti per cercare di non divenire schiava dell’irrazionalità e degli istinti più passionali e violenti, Atena non riesce ad esimersi dal macchiarsi di atti malvagi. Bieche azioni, nei riguardi delle quali chiama poi sé stessa a profonde ed inquiete riflessioni.

Ne è una chiara testimonianza l’assassinio, da lei stessa compiuto, della figlia di Tritone. La sua più cara e vecchia amica d’infanzia: Pallade. È la gelosia per le attenzioni amorose ricevute dall’amica ad inquinare la mente della Dea e a guidare la sua mano nel mentre che la stessa va trafiggendo il petto della compagna. Il rimorso provato porterà la giovane Divinità a farsi chiamare (anche) con il nome della nipote di PoseidonePallade, per l’appunto.

Ad ogni evento triste e nefasto che va dando forma e colore alla sua esistenza, segue il dolore, il rimpianto ed il rimorso per quanto compiuto. Oltre alla paura provata per essersi lasciata sedurre e rendere schiava da simili istinti irrazionali. Vittime di questi momenti di turbamento e di smarrimento sono anche Tiresia, colpevole di aver osato scrutare con i propri occhi il corpo nudo della Dea, e la sacerdotessa di Atene, Medusa. Ma, mentre al giovane figlio della ninfa Cariclo viene fatto il dono della preveggenza, alcuna pietà è mostrata da Atena nei confronti della giovane e bellissima Medusa. Anzi. Nonostante la stessa venga violentata contro il proprio volere da Poseidone, la Dea la incolpa di aver osato arrecare viltà e vergogna non solo al tempio a Lei eretto ma, addirittura, alla stessa città di Atene. Maledetta e cacciata, alla povera sacerdotessa non resta altro che scappare in preda alle lacrime e allo sconforto:

È una Dea che hai umiliato lasciandoti oltraggiare. […] È la tua intollerabile vanità la causa di tutto questo e, pertanto, è la tua vanità che verrà punita senza pietà. Questa chioma di cui ti vanti e che è stata la tua perdizione cesserà di esistere. Che i tuoi capelli si trasformino in serpenti velenosi e il tuo sguardo pietrifichi chiunque osi guardarti, in modo che tu non possa più disonorarmi disonorandoti.

Si tratta di un episodio che, ancora una volta, obbliga Atena ad interrogarsi sul perché delle proprie azioni e che costringe l’Altissima ad ammettere come fosse stata l’invidia, da sempre nutrita nei riguardi della bellissima chioma della giovane ancella, ad averla convinta a punirla in quel modo tanto abominevole.

Atena resta pur sempre anche la Dea delle Arti. Arti prettamente tecniche, manuali e “servili”. Simbolica, a tal riguardo, la disputa vinta contro Poseidone per decretare quale sarebbe stata la Divinità a divenire protettrice della città di Acte. Atena, infatti, dona alla cittadinanza un ulivo, istruendo così i mortali circa l’utilizzo ed il commercio del sopracitato benedetto frutto della terra. Acte, dunque, diventa Atene, città immolata alla venerazione della sua nuova Divinità.

Ma chi è Atena? Cosa incarna la sua figura enigmatica e qual’è il significato di quel suo animo così profondamente conflittuale? Ebbene vi è un episodio su cui è fondamentale ragionare.

In occasione della punizione inferta al giovane Tiresia, la ninfa Cariclo, intercedendo per suo figlio e sperando nella clemenza della Dea, ottiene dalla figlia prediletta di Zeus questa fredda ed iraconda risposta:

Non è un capriccio della mia volontà ciò che è successo, ma delle Parche, i cui fili hanno ordito il destino di tuo figlio il giorno stesso in cui lo hai messo al Mondo. Inoltre, le leggi di Saturno stabiliscono che chiunque veda un immortale quando questo non lo desidera, deve pagare un prezzo alto. Non mi è permesso violarle né annullare il castigo.

Notiamo come la Dea, combattuta come sempre tra il suo desiderio di essere sempre passiva e raziocinante e l’impossibilità di placare del tutto il proprio animo bellicoso ed irruento, sia letteralmente schiava dell’ordine costituito e delle antiche usanze e leggi. Ebbene, dopo la caduta di Troia, prende vita e forma, nella mente laboriosa della Dea, una consapevolezza che, in sé e per sé, incarna la vera essenza del progresso e dello sviluppo umano. Desiderosa di salvare Oreste dalla collera delle Furie e di assolverlo dall’assassinio della sua stessa madre, la regina ClitennestraAtena, rivolgendosi alla cittadinanza ateniese, fonda, sul colle più alto della città, l’Areopago che, a tutti gli effetti, diviene il primo moderno tribunale cittadino:

Ascolterò, fra i migliori della città, dodici giudici che, spinti dalla rettitudine della loro coscienza, emetteranno il loro verdetto su questo caso. Questo tribunale rimarrà per sempre istituito nella città e la sua autorità fonderà una nuova norma, che estirperà dalla radice il circolo vizioso della vendetta. […] È mia volontà che, da questo giorno, i delitti di sangue siano giudicati da un tribunale come quello qui oggi costituito. […] Se rispetterete le loro volontà, questa istituzione sarà il più apprezzato baluardo della città. Nessun popolo ha mai goduto prima di una simile possibilità. Ecco qui il dono che vi offro!

Atena diviene, dunque, la Dea della Giustizia. Difatti, dopo l’esito del voto dei magistrati, scoprendo come il numero di coloro che considerano Oreste colpevole sia lo stesso di coloro che, al contrario, desiderano assolverlo, ecco come la Dea risolve quella che, in effetti, diviene la prima vera e propria impasse giudiziaria:

Spetta a me l’ultima parola. E, con questo, aggiungo il mio voto a quelli che prosciolgono l’accusato per dirimere la questione. E serva come precedente questa azione, di modo che quando la sentenza presenti uno stesso numero di voti per l’accusa e la difesa, prevalga l’innocenza dell’accusato e si risolva a sua favore la causa, poiché così consigliano di operare la prudenza e la benevolenza, senza ridurre il rigore che la giustizia richiede.

Si tratta dell’abbandono della parabola giuridica “occhio per occhio e dente per dente” a favore di un nuovo ordine giuridico costituito. Fondato sull’equità, sulla giustizia sociale e sullo stato d’innocenza “fino a prova contraria”. Elementi nuovi e caratterizzanti la moderna concezione di giustizia. Inoltre le Furie, nonostante la sconfitta subita, non vengono allontanate ma, al contrario, invitate dalla stessa Dea a restare ad Atene e a prendere il nome di Eumenidi. Di modo che le “Figlie antiche della Notte” diventino un ulteriore fondamento per la crescita sempre più virtuosa di norme moderne ed eque. Così che tradizioni passate e presenti possano fondersi per un futuro più giusto ed armonioso.

Questa è Atena. L’incarnazione del desiderio di crescita e di progresso dell’intera umanità. Un progresso che, per esser tale, deve passare dalla istituzione di un virtuoso sistema di norme e leggi. Un progresso che richiede – inevitabilmente! – ragione e saggezza e la comprensione di come conflittuale e profonda sia la natura dell’uomo. La Giustizia serve proprio a dare equilibrio a tale bellicoso e asimmetrico dualismo.

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PASCHIMOTTANASANA: “POSIZIONE DELL’ALLUNGAMENTO DELL’OVEST”.

Resta la posa in piegamento da seduto più comune. Si tratta di una posizione non particolarmente complessa, anche se inizialmente il livello di piegamento può essere molto basso o, ad ogni modo, “contenuto”. È una tecnica che può portare numerosi effetti benefici tra i quali massaggiare la zona addominale, distendere la colonna vertebrale e prevenire dolori alla zona lombare.

  • Etimologia: in sanscrito paschima significa “Ovest”, mentre uttana viene tradotto con “allungamento”. Da qui la traduzione in “posizione dell’allungamento dell’Ovest”.
  • Parti del corpo coinvolte: schiena, gambe, addome, braccia.
  • Esecuzione: Sedersi sul tappetino con gambe distese, schiena ben dritta e corpo interamente rilassato. Inspirando, sollevare le braccia. Iniziare lentamente a piegare il busto in avanti, tenendo la schiena sempre dritta ed il collo allineato. Ad ogni espirazione cercare di avvicinare sempre di più il busto alle gambe. Infine, cercare con le mani di afferrare i piedi o, meglio ancora, di raggiungere le piante degli stessi – in ogni caso, accontentarsi di posare le mani fin dove è possibile giungere senza fare troppo sforzo! -. Si tratta di una tecnica da compiersi molto lentamente, curando attentamente la respirazione ed il movimento del busto e delle braccia. Restare in posizione per la durata di un paio di minuti.

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