“TRASCENDENTE” O “TRASCENDENTALE”: UNA ULTERIORE PRECISAZIONE.

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Per comprendere il significato di “trascendente” e di “trascendentale” dobbiamo “sfruttare” Kant, o, per essere più precisi, utilizzare lo stesso filosofo alla stregua di un vero e proprio “spartiacque” concettuale:

  • prima di Kant, “trascendentale” è un termine “meramente tecnico”, nel senso che indica i concetti più comuni dell’intelletto e che sono da ascrivere alle categorie e ai modi di essere dell’ente lato sensu. “Trascendente”, invece, non ha un significato tecnico quanto, piuttosto, generico e che si oppone a tutto ciò che è immanente. Esso, quindi, indica ciò che si pone al di là della realtà sensibile. Facciamo un banale esempio: Dio è trascendente proprio come l’essere – in quanto categoria e/o modo dell’ente – è trascendentale. Dato che, aristotelicamente parlando, i trascendentali abbracciano tutto ciò che rientra nelle categorie, ovvero tutto ciò, quindi, che è ascrivibile alla realtà sensibile, essi stessi non sono trascendenti;
  • in età moderna, mediante le disquisizioni di Kant, il termine “trascendentale” muta profondamente significato. “Trascendentale” è tutto ciò che “designa le condizioni di possibilità della conoscenza in quanto possibile a priori”. “Trascendentale” è “aggettivo”, quindi, che viene applicato a qualsivoglia condizione di una esperienza conoscitiva. Mentre qualsiasi particolarità locata al di là della “conoscenza possibile” è “trascendente”, ovvero inconoscibile per sua stessa definizione.

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TEOLOGIA NEGATIVA E TEOLOGIA AFFERMATIVA.

Un metodo gnoseologico per risalire alla conoscenza dell’essenza di un qualcosa consiste nel comprendere gli effetti che da esso seguono. Tommaso d’Aquino, ad esempio, va affermando come una particolarità debba essere compresa sulla base della propria forma o mediante le forme di altre particolarità ad essa simili. È possibile conoscere una causa a partire dagli effetti da essa stessa originati?

La “teologia affermativa” sostiene che attraverso le affermazioni sia possibile risalire alla conoscenza di Dio. In pratica, l’esistenza del Creato è già di per sé una prova di come in atto si trovi l’Altissimo e di come l’esistenza dello stesso sia da ritenersi indubbia. Ciò che esiste può essere “sfruttato” per risalire alla conoscenza pura della deità – Duns Scoto parla, ad esempio, di univocità tra “essenza divina” ed “essenza creaturale” -. Il limite però della via affermativa è alquanto chiaro: le affermazioni sono definite e limitate… motivo per cui è riduttivo circoscrivere l’eternità dell’essenza di Dio ad esse. Inoltre, sia da un punto di vista concettuale che ontologico, esiste una incolmabile distanza tra Dio e ciò che da esso segue – a tal proposito è da intendersi la sostituzione alla “univocità” di cui sopra della “analogia” tra essenza divina ed essenza creaturale, teorizzata da Enrico di Gand.

La “teologia negativa” o “apofatica” altro non è che la concezione assolutamente trascendente di Dio. È proprio, infatti, la unicità trascendente di Dio a rendere lo stesso inconoscibile ed ineffabile. In sintesi: Dio è talmente al di là dell’essere e del pensiero da non poter essere compreso. Stiamo cioè evidenziando un vero e proprio limite conoscitivo: da un punto di vista gnoseologico, è impossibile risalire alla deità, ovvero è impossibile comprendere l’essenza di Dio – ciò che Dio è per sua stessa natura -. Preso atto di un tale impedimento, la teologia negativa sostiene come sia, dunque, necessario affermare “cosa non si conosce di Dio” – negando cioè le stesse affermazioni – per poter parlare di Dio. Facciamo un esempio estremamente banale.

Siamo portati molto spesso a ritenere Dio “giusto”. Secondo la teologia negativa, però, questa asserzione è errata. Non per il fatto di dover considerare l’Altissimo “ingiusto”, quanto, più che altro, per il fatto che, essendo impossibilitati a risalire alla conoscenza dell’essenza di Dio, è un errore ridurre la deità del Creatore al nostro concetto di “giusto” e di “giustizia”. Non deve, dunque, sorprendere se molti neoplatonici passano dalle “negazioni” al “silenzio”, inteso come vero e proprio strumento conoscitivo da rivolgere all’Altissimo – cfr. ProcloPlotino -: qualora il cosiddetto “approccio negativo” non fosse sufficiente a “definire” Dio, si deve tacere e ascrivere al silenzio la genuinità dell’atto contemplativo stesso.

Il passaggio successivo resta quello della “eminenza” – cfr. Dionigi Areopagita – Il superamento, infatti, tanto della via affermativa quanto di quella negativa, porta, inevitabilmente, con sé il risveglio di quella che altro non è che una vera e propria consapevolezza filosofico-concettuale: Dio è ineffabile e inconoscibile. Dio è talmente al di là di ogni affermazione e negazione da trovarsi oltre lo stesso principio di non contraddizione. Ma attenzione!

Nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo il significato di teologia affermativa e negativa muta sensibilmente. Nella tradizione pagana le affermazioni sono rivolte all’Intelletto (Nùs) che segue dall’Uno, cui sono indirizzate le negazioni. Nella fede cristiana, invece, Dio e intelletto coincidono – cfr. Meister Eckhart -! Le affermazioni sono rivolte al “Dio che si è rivelato”, mentre le negazioni alla essenza dell’Altissimo – la Santa Trinità –.

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LA “TRIPLICE DISCIPLINA BUDDISTA”: PARTE SECONDA.

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Colto l’indistricabile legame tra prajinadhyana, come risvegliare la propria “auto-natura”, ovvero come riscoprire il nostro vero “io”? Come passare dal relativo che viviamo all’Assoluto? Come arrivare al satori partendo dal mayoi (“smarrimento”)?

Il grande ostacolo è costituito dalla nostra mente o, per essere più precisi, dal fatto che essa – e, di conseguenza il nostro modo di vivere e di concepire il Mondo – risulti ancorata ad una visione troppo logica e razionale. Decodificare tutto ciò che ci circonda sulla base di categorie come finito/infinito, giusto/sbagliato et similia, non aiuta a raggiungere l’Assoluto, ovvero l’essenza vera e genuina di quanto si trova dinanzi a noi. Attenzione! Non si tratta di eliminare tali congetture, così da far sì che quanto di più profondo vi sia, possa (ri)emergere ed illuminarci. È una elevazione. Una contemplazione illuminata. Una consapevolezza nuova e chiara. Il relativo non deve essere messo da parte. Non è in questo modo che l’Assoluto si manifesta per ciò che veramente è. Perché l’Assoluto è sempre lì, sia che ci abbandoniamo a riflessioni egoistiche, personali, definite e via discorrendo, sia che, invece, riusciamo in questo nostro “andare a fondo”.

Il “vedere e cogliere la propria auto-natura”, ovvero il passaggio dal mayoi al satori è improvviso e, di certo, non calcolato. L’Illuminazione è un vero e proprio salto che viene operato a danno del nostro modo di ragionare… un balzo psicologico verso l’inconscio e verso la consapevolezza più profonda. Si parla di “subitaneità”. La saggezza (prajina), quindi, non è il risultato di un ragionamento logico quanto, piuttosto, l’abbandono di un tale modo di pensare e riflettere. Quando il ragionamento viene abbandonato e, psicologicamente, la forza di volontà si annulla, ecco che l’auto-natura si rivela sotto forma di sunyata (“il vuoto di tutte le cose”). Attenzione! Prajina non è una contraddizione. La saggezza sta nell’abbandonare il metodo logico con il quale ci adoperiamo a comprendere il Mondo. Ma non può esservi saggezza senza ragionamento! Prajina, quindi, opera dentro al pensiero e si eleva poi oltre di esso. Non vi è idiosincrasia in questo! La saggezza rende intellegibile la particolarità che il ragionamento logico bolla come falsa e mendace. Ogni cosa, del resto, è disposta nel Mondo secondo le leggi di Natura… ma, mentre il ragionamento logico è discriminante, la saggezza tende al non-discriminante, ovvero al sunyata, ovvero alla bellezza dell’Assoluto. Ma cos’è questa (citata più volte) “auto-natura”?

Essa è la “natura” del Buddha. In ognuno di noi risiede il Buddha. Ma non in un senso panteistico quanto, al contrario, nel significato di “riscoperta” e di “risveglio”… “operazioni” che la nostra mente può realizzare attraverso silaprajinadhyana. L’auto-natura è al contempo Essenza (tathata) e Vuoto (sunyata). L’Essenza è l’Assoluto e, quindi, non può essere compresa per mezzo della relatività e/o della forma. La forma (rupa), “condiziona”… l’Assoluto, invece, è incondizionato e, quindi, privo di forma (arupa). In quanto incondizionato e, perciò, privo di forma, l’Assoluto è Vuoto (sunyata) poiché non ascrivibile a nessuna delle sfere esistenti dei nomi. Di conseguenza, sunyata è ineffabile. Irraggiungibile. Perché al di là della comprensione e della percezione. Oltre l’essere ed il non essere. Esso è sempre presente ma, fintanto che desideriamo coglierlo per ascriverlo alla dimensione dualistica con la quale decodifichiamo il Mondo, esso ci elude e svanisce. È prajina che ci permette di “afferrare” un qualcosa di irraggiungibile e di cogliere un qualcosa di incondizionato e privo di forma. Il tutto in modo improvviso. Senza mai discriminarlo in alcun modo.

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PROTAGORA E LA DEMOCRAZIA ATENIESE.

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La vicinanza di Protagora alla democrazia ateniese – e, in special modo, al governo pericleo – evidenzia molto bene la convergenza del concetto di “uomo misura” alla isegoria, ovvero l’uguale diritto riconosciuto a tutti di esprimere la propria opinione ed il proprio parere. Sarebbe errato affermare che le disquisizioni del sofista fungono da legittimazione alla instaurazione del regime democratico ad Atene… piuttosto, è corretto affermare come le stesse risultino essere profondamente attuali a quanto di nuovo va prendendo vita sotto il governo di Pericle.

Ad ogni modo, quando parliamo di “democrazia ateniese”, è doveroso contestualizzare con attenzione il termine stesso “democrazia” e le implicazioni sociali, politiche e giuridiche che dal medesimo seguono. Perché fondamentale è alienare qualsivoglia concezione moderna di democrazia, quando, per l’appunto, soffermiamo la nostra attenzione su quella di Atene. È veramente una città democratica Atene? Se ci affidiamo ad una chiave di lettura moderna, la risposta non può che essere negativa: circa tre quarti dei cittadini non hanno accesso alle istituzioni e gli unici abitanti “politicamente attivi” sono i maschi adulti, liberi dalla nascita e figli di padri e madri ateniesi. Senza contare il fatto che le “prerogative” del corpo civico si misurano sulla base dell’impegno militare: i veri cittadini sono coloro che si adoperano nella difesa armata della polis, tanto per terra quanto per mare. Ma torniamo alla convergenza tra le riflessioni di Protagora e la democrazia periclea di Atene.

La concezione antropologica dell’uomo secondo il sofista, ovvero il suo essere un “animale (esclusivamente) politico” – “esclusivamente” nel senso che è attraverso la propria realizzazione socio-politica che lo stesso può affermarsi, realizzarsi ed adempiere a ciò che è per sua stessa natura -, inevitabilmente porta ad evidenziare la supremazia del contesto democratico su qualsivoglia altra forma di regime. Le tesi di Protagora per forza di cose veicolano lo studioso a riflettere attorno al concetto di “democrazia”: se l’uomo, in quanto “animale politico” ed in quanto portatore di punti di vista individuali e personali – “uomo misura” – si realizza in un contesto nel quale gli viene concesso di partecipare alla discussione concernente la res publica, allora siffatto contesto non può che essere la democrazia medesima.

La “difesa” della democrazia periclea è, dunque, diretta conseguenza della visione antropologica che Protagora ascrive all’uomo in quanto tale. Tutti gli uomini sono animali politici, ovvero tutti gli uomini hanno per propria natura delle “potenzialità” politiche da sviluppare appieno, al fine di realizzare ciò che sono sulla base del proprio stato naturale. Quindi, è mediante la partecipazione politica e l’esercizio del diritto ad esprimere le proprie posizioni in merito alla vita politica della polis, che l’individuo realizza ciò che è, rendendo, di conseguenza, il contesto democratico assai più preferibile (e necessario) di qualsiasi altro.

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“EFFETTI” ED “ORIENTAMENTO”.

  • Effetti del Buddismo:

Alcuni dicono di credere nel Buddismo, o nello Zen, che praticano da anni ma senza effetto. La domanda è: quali effetti stanno cercando?

Alcuni vogliono diventare famosi, o vogliono guadagnare qualcosa per sé. Alcuni pregano i budda e gli spiriti di tenere lontane le disgrazie e inviare la buona sorte. Alcuni studiano per guadagnare conoscenza. Alcuni eseguono pratiche esoteriche per ottenere poteri soprannaturali. Alcuni praticano arti e abilità per superare gli altri. Alcuni praticano la guarigione nello sforzo di estirpare le malattie. In queste situazioni si può parlare di effetti o di loro assenza, ma il messaggio dello Zen non è in quest’ordine.

Per quanto riguarda il messaggio dello Zen, è stato detto: “È intrinseco in ognuno, completo in ogni individuo, non di meno nelle persone comuni, non di più nei saggi.” È detto inoltre: “È completo come lo spazio cosmico, senza carenza né eccesso.” Se pensi di ottenere un qualche effetto praticando il Buddismo, questo è come vedere una mancanza nello spazio cosmico. In entrambi i casi non capisci niente.

Tra i più sciocchi fra gli sciocchi vi sono coloro i quali si preoccupano del fatto che non raggiungeranno l’Illuminazione anche se praticheranno il Buddismo e pertanto rinunciano all’idea prima ancora di provare perché non vogliono sprecare tempo ed energie. Che cos’è al Mondo un successo garantito? Coloro che vogliono essere pagati prima di fare il lavoro, per così dire, che domandano la certezza del successo prima di compiere qualunque sforzo, non arriveranno mai da nessuna parte, né nel Buddismo né nelle imprese ordinarie.

 

  • Orientamento:

Un antico maestro Zen disse che la meditazione Zen non è di alcun giovamento se l’applicazione della mente non è chiara. Questo non significa che sia inutile alle persone non erudite praticare la meditazione Zen; è un avvertimento a coloro che siedono in una nebbia di ignoranza e chiamano questo meditazione Zen.

Alcuni dicono che la meditazione Zen non è accessibile ai non eruditi, cosicché essi dovrebbero invece recitare scritture e incantesimi, perché le pratiche formali come le recitazioni sono più facili e quindi conducono meglio alla realizzazione. La scrittura dice però: “Se l’orientamento della mente non è corretto, tutte le pratiche sono vane.”

Questo si applica alla meditazione Zen come pure a tutte le pratiche formali. Se l’applicazione della mente è corretta, non vi saranno aberrazioni nelle pratiche. Altrimenti tutte le pratiche, formali o informi, concrete o astratte, sono inutili.

Muso Kokushi

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