PLOTINO E DIO: PARTE PRIMA.

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Cerchiamo adesso di comprendere cosa sia questo Uno – Tò Hén – da cui tutto deriva e a cui tutto tende far ritorno. Partiamo pure con il sostenere come l’Uno sia il Creatore di ogni cosa: tanto il Nous, quanto l’Anima e la realtà sensibile sono effetti diretti della sua capacità di “irradiare” e diffondere vita. Anzi, ciascuno dei tre “livelli” appena menzionati non deve essere considerato come un qualcosa di “meramente esterno” e/o di “meramente creato” quanto, piuttosto, come veri e propri “momenti di vita” dell’Uno – si tratta di quella “espansione del Bene” che abbiamo già avuto modo di citare in precedenza -. La “immersione” della Vita – e del Bene – in ogni particolarità creata è rappresentata dal fatto che ogni cosa, una volta ridestatasi, tende a ricongiungersi all’Uno, trovando solo in questa (nuova) riunione serenità e profondo senso di appagamento. Si tratta, quindi, di un “movimento verso il Bene” fondato sul desiderio di ricongiungersi a Dio. In questo consiste l’essenza stessa della Vita, secondo Plotino:

[…] finché vi sono oggetti più elevati del suo oggetto attuale, s’innalza sorretta spontaneamente da colui che l’ha donata d’amore, s’innalza al disopra dell’Intelligenza e se non può proseguire la sua corsa al di là del Bene, si è perché al disopra di questo non v’è più nulla; è vero che essa può giungervi soltanto perché è divenuta Intelligenza e si è come intellettualizzata; ma dal momento che scorge l’oggetto supremo, abbandona per esso ogni altra cosa.

Secondo il filosofo, l’intero Cosmo si dispone lungo una gerarchia ascendente tale che il piano superiore sia “positivo” per quello inferiore. Si tratta di una lettura che sarà poi ripresa anche da Ficino. Dio resta indubbiamente la grande causa efficiente dell’intero Creato, ma i piani attraverso i quali va organizzandosi l’intero Cosmo sono disposti in maniera tale che il precedente sia il “bene” per il successivo. Quindi l’Uno, che incarna (come in Platone) il Bene assoluto, non avendo altro prima di Sé, è il bene dell’Intelligenza – Nous – che, a sua volta, lo è dell’Anima che, ancora a sua volta, lo è del corpo. Qui dobbiamo menzionare un aspetto fondamentale della filosofia plotiniana concernente il bello – trattazione che, ad ogni modo, approfondiremo più avanti -: il bene della materia è la forma, tant’è che lo stesso Plotino sostiene come il Bello sia la capacità della materia di risplendere nella propria forma. La forma è intrisa nella materia dalla Intelligenza per volontà dell’Uno. Una materia senza forma, quindi, è assolutamente brutta. La forma, dunque, dona bellezza alla materia… esattamente come l’anima dona la vita al corpo e l’Intelligenza virtù all’anima – ovvero la possibilità per quest’ultima di ridestare sé stessa –.

Che cos’è, ad ogni modo, questo Tò HénPlotino si affida alla filosofia platonica, recuperando dalla Repubblica la nozione circa la forma ideale di Bene assoluto. Esattamente come in Platone, l’idea del Bene viene considerata essere la causa efficiente di ogni cosa – forme ideali comprese -. Si tratta di una entità che si trova non solo oltre la forma e la materia ma, bensì, anche oltre il pensiero. Motivo per il quale non può essere compresa o spiegata. Collocandosi, quindi, sia oltre le forme che il piano dell’intellezione – Nous -, all’Uno non può essere ascritto niente: né una ragionamento né un tentativo di descrizione et similia. È pura potenza. Pura perfezione. Assoluta contemplazione di sé medesimo. È unità ma anche molteplicità proprio come il pensante e l’oggetto pensato. Perché da Esso tutto deriva e ad Esso tutto tende far ritorno. La domanda sorge però spontanea: “Come possiamo disquisire o anche solo parlare di un qualcosa che non può essere oggetto né di interpretazione né di spiegazione?”.

Si tratta di doversi rivolgere a quella che viene comunemente chiamata “teologia negativa” – dinamica concettuale che sarà poi ripresa in parte dalla Prima Scolastica (cfr. Sant’AgostinoDionigi L’Areopagita) -. In pratica, possiamo comprendere l’Uno parlando o trattando argomentazioni che non possono direttamente definirlo e spiegarlo. Quindi, è attraverso la consapevole diffusione di nozioni che sappiamo non essere pienamente ascrivibili a Dio che riteniamo possibile poter comprendere l’Altissimo. La teologia negativa sta alla base anche del pensiero plotiniano circa il “risalire” all’Uno. Essa, infatti, evidenzia la necessità di liberarsi dalla materia e dalla forma sensibile per giungere sino all’Intelligenza e proseguire poi oltre, così da potersi finalmente riunire al Creatore.

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IL BELLO SENTIMENTALE: SHAFTESBURY E HUTCHESON.

Alla res extensa cartesiana Shaftesbury contrappone l’idea (platonica) di un “tutto cosmico”, assolutamente perfetto ed ordinato e tale da incarnare una perfetta idea di bellezza ed armonia. Le varie parti costituenti questo “tutto” devono al confluire allo stesso la propria legittimazione ad esistere. Significa che non possono essere oggetto di argomentazioni inerenti una loro separabilità e/o indipendenza dal “tutto”… motivo per cui la bellezza risiede nella capacità del molteplice di risplendere nella sua uniformità. Il bello, afferma Shaftesbury, non viene colto né facendo appello ai sensi né osservando la realtà sensibile attraverso gli occhi della ragione. La ricezione della bellezza avviene attraverso un sesto senso, indicato con il termine di “intuizione” – altro rimando profondamente platonico -.

Shaftesbury, inoltre, sostiene come il Bello sia fortemente correlato al Vero e al Giusto – esattamente come Platone evidenziava il forte legame esistente tra queste tre forme ideali -. Tant’è che il “bello sentimentale” coincide con il “bello morale”. Si tratta, quindi, di comprendere come per il filosofo l’ordine sociale tragga forza e giustificazione (anche) dalla contemplazione, comprensione e condivisione di sentimenti positivi. Il “bel sentimento”, infatti, produce e genera “desiderio di socievolezza”, finendo così con il legittimare tutti quei precetti morali che stanno alla base di una pacifica convivenza con l’altrui prossimo.

Hutcheson si inserisce appieno sulla scia del pensiero di Shaftesbury, integrando lo stesso con alcune interessanti argomentazioni circa il Bello e l’estetica. Ragione e sensi vengono considerati essere vettori non idonei per la individuazione della bellezza. Essa, infatti, viene colta attraverso il taste. Inoltre ciò che è bello è tale per il fatto di riuscire a coinvolgere emotivamente il percipiente, e questo indipendentemente da una conoscenza teoretica posseduta nei riguardi della particolarità medesima. In sintesi: può piacere una qualsiasi cosa che non conosciamo e/o di cui ignoriamo persino l’utilità. La bellezza, infatti, risiede nella capacità del molteplice di darsi una propria uniformità. Inoltre, quando due oggettualità possiedono lo stesso grado di uniformità, il nostro coinvolgimento emotivo verterà maggiormente su quel sensibile che mostra di essere affetto da un livello più alto di molteplicità. E viceversa. Ad esempio: un quadrato è più bello di un rombo perché più uniforme, esattamente come un pentagono è più bello di un quadrato perché più molteplice.

Hutcheson, quando parla di bellezza e di coinvolgimento emotivo, volge la propria attenzione sui cosiddetti “piaceri complessi” che, a differenza di quelli “semplici” (immediatamente discernibili), presentano al loro interno una struttura, per l’appunto, “molteplice” e tendente all’uniformità. Pensiamo, ad esempio, ad una canzone che, al contrario di una singola nota, va componendosi di più parti. Ebbene, quando affermiamo che la bellezza risiede nella capacità del molteplice di uniformarsi, è necessario ricordare che un piacere complesso non sia da intendersi come la mera somma dei piaceri semplici che lo costituiscono. La bellezza è profondamente soggettiva, viene manifestata attraverso l’uniformità e ritenuta tale sulla base del tipo di coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere al fruitore. Essa, quindi, è un qualcosa di intrinseco all’oggetto, sul quale poi il percipiente può rivolgere un giudizio estetico.

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EDMUND BURKE: BELLO O SUBLIME?

Burke resta forse il miglior interprete per quanto concerne la definizione e spiegazione del “sublime” in ambito artistico. Stando al pensiero del filosofo di origine irlandese, con il termine “sublime” è da intendersi una particolare forma di diletto (delight), profondamente diversa e distinta dal mero piacere (pleasure). Il sublime, infatti, è contemplazione di un qualcosa che riesce, nello stesso tempo, a suscitare sentimenti di appagamento e di angoscia. Di per sé, è proprio la natura dell’oggetto percepito a provocare nel percipiente sensazioni di paura e smarrimento mentre, invece, è il fatto di stare osservando il fenomeno al sicuro e al riparo a suscitare piacere e sicurezza. Ammirare una tempesta significa lasciarsi ammaliare dalla potenza distruttrice della Natura. Una sensazione di smarrimento, di impotenza e tale da suscitare l’istinto di autoconservazione in ciascun individuo. Ma tutti questi sentimenti vengono, ad ogni modo, controbilanciati dal fatto di osservare la suddetta al riparo da pericoli – una consapevolezza psicologica che permette all’individuo di non divenire preda del terrore più assoluto -.

Burke, infatti, afferma come il coinvolgimento emotivo, originatosi a seguito della contemplazione di una particolarità “sublime”, si manifesti nella sensazione di “isolamento” dall’alter ego. A differenza, quindi, del “bello” che, stando sempre al pensiero del filosofo, sviluppa amore e socievolezza – torna il tema dell’identicità tra il “bello sentimentale” ed il “bello morale” tipico di Shaftesbury -, il sublime spinge il percipiente a perdersi, a smarrirsi, a divenire schiavo del suo stesso stupore, obbligandolo a comprendere la fugacità della propria vita. Tutti aspetti che, come è ben facile intuire, finiranno poi con il divenire il fondamento concettuale della corrente letteraria del Romanticismo.

Il tema dello “stupore” è, in effetti, particolarmente profondo all’interno delle argomentazioni di Burke. L’osservazione e la contemplazione di un qualcosa che si palesa essere sublime agli occhi di un individuo, fa sì che quest’ultimo diventi talmente schiavo del suo stesso stupore da non essere più in grado di volgere altrove la propria attenzione e concentrazione. Ma, in termini concreti, cosa è identificabile con la categoria “sublime”?

Secondo Burke una particolarità bella ed una particolarità sublime si differenziano non soltanto sulla base delle sensazioni e del tipo di coinvolgimento emotivo che sono in grado di ascrivere al percipiente. Anzi. Il fatto è che la sensazione esperita dipende (anche) da come la oggettualità stessa si presenta agli occhi dell’osservatore. Un oggetto sublime, infatti, è un qualcosa che mostra irregolarità e non ordine nel proprio modo di apparire e di manifestarsi esteticamente. È irregolare e non ordinato. È ruvido e non liscio. È scuro e non chiaro. Et similia. Una montagna. Una tempesta. Il buio della notte. Sono tutte oggettualità più che capaci di coinvolgere colui che le osserva in un turbine dilettevole di angoscianti sensazioni.

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UTKATASANA: “POSIZIONE DELLA SEDIA”.

La “posizione della sedia” è una delle pose classiche del “saluto al Sole”. Possiamo considerarla, quindi, una tecnica di riscaldamento yoga. L’intero esercizio è particolarmente benefico per gran parte del corpo. Questa posizione, infatti, perfeziona l’equilibrio e rafforza i muscoli di gambe e piedi. Anche le articolazioni lungo le ginocchia e gli stessi muscoli all’altezza dei glutei ottengono ottimi benefici da una sua corretta esecuzione. La tecnica, inoltre, cura anche la peristalsi e la regolarità intestinale. Come posizione è particolarmente semplice da eseguire anche se è necessario prestare molta attenzione a posizionarsi correttamente con il corpo. Può essere perfezionabile in più modi.

  • Etimologia: il prefisso sanscrito ut significa “salire” mentre kata viene tradotto con “stare accovacciati”. Da qui la traduzione in “posizione accovacciata all’insù” o, più semplicemente, “posizione della sedia”.
  • Parti del corpo coinvolte: gambe, piedi, glutei, schiena.
  • Esecuzione: Divaricare lievemente le gambe e tenere i piedi paralleli tra loro. Inspirare e sollevare le braccia – i palmi delle mani possono unirsi tra loro – fino a renderle del tutto perpendicolari al suolo. A questo punto espirare, piegando le ginocchia – assicurarsi che le stesse non si allarghino verso l’esterno! -. Il torace fletterà in avanti. Le ginocchia devono restare sempre davanti ai piedi in linea d’aria. È fondamentale non incurvare verso l’interno la schiena! La spina dorsale deve restare dritta… l’intero peso infatti deve essere sopportato da cosce e piedi. Restare in posizione per la durata di 5-10 respiri profondi (30 secondi-1 minuto).
  • Perfezionamento I°: uno step di perfezionamento consiste nel riuscire a sollevarsi con le punte dei piedi e a poggiare le natiche sopra i talloni.
  • Perfezionamento II°: giunti alla posizione finale, è poi possibile anche eseguire la versione “curvata” chiamata Parivrtta Utkatasana.

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L’IMPORTANZA DEL DOVER APPARIRE.

Ne deriva che quando le persone non hanno denaro a sufficienza per soddisfare i bisogni primari come l’alimentazione, spesso è perché desiderano ardentemente conformarsi al tenore di vita prevalente nella società. Per esempio, per qualcuno potrebbe essere più importante mantenere le apparenze spendendo un mucchio di soldi per comprarsi i vestiti, risparmiando piuttosto sul cibo. Ci è stato raccontato di un ragazzo, che pur essendo disoccupato, ha speso tutto il suo reddito mensile per acquistare un nuovo telefono cellulare, perché era convinto che le ragazze snobbassero chi non avesse i gadget giusti. Come ha sottolineato Adam Smith, è importante riuscire a presentarsi in maniera rispettabile nella società, evitando la vergogna e l’infamia di una povertà evidente. Tuttavia, come il gradiente della salute attraversa l’intera società dall’alto al basso, così le pressioni della disuguaglianza e del voler restare al passo con gli altri non si ripercuotono unicamente su una piccola minoranza di persone povere.

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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