L’IMPORTANZA DEL DOVER APPARIRE.

Ne deriva che quando le persone non hanno denaro a sufficienza per soddisfare i bisogni primari come l’alimentazione, spesso è perché desiderano ardentemente conformarsi al tenore di vita prevalente nella società. Per esempio, per qualcuno potrebbe essere più importante mantenere le apparenze spendendo un mucchio di soldi per comprarsi i vestiti, risparmiando piuttosto sul cibo. Ci è stato raccontato di un ragazzo, che pur essendo disoccupato, ha speso tutto il suo reddito mensile per acquistare un nuovo telefono cellulare, perché era convinto che le ragazze snobbassero chi non avesse i gadget giusti. Come ha sottolineato Adam Smith, è importante riuscire a presentarsi in maniera rispettabile nella società, evitando la vergogna e l’infamia di una povertà evidente. Tuttavia, come il gradiente della salute attraversa l’intera società dall’alto al basso, così le pressioni della disuguaglianza e del voler restare al passo con gli altri non si ripercuotono unicamente su una piccola minoranza di persone povere.

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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LA FALSA RICCHEZZA.

Nelle società moderne si osserva uno straordinario paradosso: pur avendo raggiunto l’apice del progresso tecnico e materiale dell’umanità, siamo affetti da ansia, portati alla depressione, preoccupati di come ci vedono gli altri, insicuri delle nostre amicizie, spinti a consumare in continuazione e privi di una vita di comunità degna di questo nome. In assenza del contatto sociale rilassato e della gratificazione emotiva di cui abbiamo bisogno, cerchiamo conforto negli eccessi alimentari, nello shopping e negli acquisti ossessivi, oppure ci lasciamo andare all’abuso di alcol, psicofarmaci e sostanze stupefacenti. Com’è possibile che abbiamo creato tanta sofferenza mentale ed emotiva, nonostante livelli di ricchezza e di agio che non hanno precedenti nella storia umana? Spesso ciò di cui sentiamo la mancanza è solo un po’ di tempo per stare in compagnia degli amici, eppure anche questo semplice piacere appare talora irraggiungibile. Parliamo come se le nostre vite fossero una continua battaglia per la sopravvivenza psicologica, una lotta contro lo stress e l’esaurimento nervoso; ma, in verità, godiamo di un tenore di vita talmente lussuoso e dispendioso da minacciare gli equilibri dell’intero pianeta.

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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MANIFESTARE IL PROPRIO CREDO.

Ora, poiché la persona umana è naturalmente socievole, le convinzioni religiose interiori chiedono di essere manifestate all’esterno. La manifestazione esterna, a sua volta, esige di essere immune da coercizione al pari della convinzione interiore. Di per sé l’espressione esterna potrebbe avere carattere individuale. Però l’uomo è un essere socievole, sicché cerca di vivere la propria vita in comunione con gli altri. Nel campo religioso, perciò, deve essere libero di praticare un culto comune, di creare associazioni religiose e di improntare la sua vita sociale ai principi religiosi. La religione non è una questione puramente privata, pertanto la libertà religiosa non può essere limitata al solo ambito personale.

Francis Arinze, Religions for Peace: A Call for Solidarity to the Religions of the World (2002).

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RADICI CRISTIANE.

L’architettura, l’arte e la letteratura europee non si capirebbero senza il cristianesimo che le ha nutrite e le ha fornito i simboli. Naturalmente l’influenza cristiana non è limitata al campo dell’arte. I principi che oggi la società democratica considera inviolabili come lo stato di diritto, l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, i diritti delle donne e delle minoranze e, in genere, i diritti umani fondamentali, sono tutti frutti dell’albero cristiano piantato tanti anni fa. Sono gli stessi principi che possono avere stimolato la Rivoluzione Francese, nemica giurata della Chiesa, ma che hanno pur sempre una profonda radice cristiana.

Francis Arinze, Religions for Peace: A Call for Solidarity to the Religions of the World (2002).

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LA SOLITUDINE DEL PENSATORE.

Le menti più deboli e meno capaci di dominare le passioni, le cattive coscienze che odiano la riflessione, le persone senza merito alcuno sono i maggiori nemici della solitudine; essi preferirebbero unirsi a qualsiasi compagnia piuttosto che rimanere soli, mentre gli uomini di ingegno e di cultura, capaci di pensare e di riflettere sul valore delle cose, gli uomini che solo in minima parte trovano impedimento nelle loro passioni sono capaci di sopportare la solitudine per lungo tempo senza provare fastidio. Per evitare il rumore, la stupidità e l’impertinenza si separeranno da venti compagnie e sceglieranno la quiete del proprio studio o di un giardino, piuttosto che trovarsi a contatto con qualcosa che disturbi il loro buon gusto; anzi, dirò di più, preferiranno stare in un pascolo di pubblica proprietà o in un deserto piuttosto che in compagnia di certa gente.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

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