INFINITÀ PRIMA DELLA NASCITA. INFINITÀ DOPO LA MORTE.

Se ciò che ci fa apparire tanto terribile la morte fosse il pensiero del non essere, dovremmo pensare con pari raccapriccio al tempo in cui non eravamo ancora. Giacché è incrollabilmente certo che il non essere dopo la morte non può essere diverso da quello prima della nascita, e quindi neanche più lacrimevole. Tutta un’infinita è trascorsa, quando non eravamo ancora, ma ciò non ci turba affatto. Invece, che al momentaneo intermezzo di una effimera esistenza debba seguire una seconda infinità, in cui non saremo più, lo troviamo duro, anzi insopportabile. Sarebbe allora questa sete di esistenza sorta per avventura dall’averla noi ormai assaporata e trovata magari, così, amabilissima?

A. Schopenhauer, Il Mondo come volontà e rappresentazione (1819).

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L’IDEA DEL BENE.

«Credi pure che lo stesso accade all’anima. Quando essa si volge a ciò che è illuminato dalla verità e dall’essere, ne comprende pienamente l’essenza e dà l’impressione di essere intelligente. Quando invece si volge a ciò che è avvolto nell’oscurità, a ciò che nasce e perisce, essa nutre solo opinioni, e s’indebolisce stravolgendole sopra e sotto, ed è come stupida.»

«Sì, è così.»

«Di’ pure, dunque, che solo l’idea del bene conferisce la loro verità agli oggetti della conoscenza e a colui che li conosce: essa è dunque causa della scienza e della verità in quanto oggetti di conoscenza. Ma quantunque la scienza e la verità siano belle entrambe, farai bene a pensare che esiste qualcosa di ancora più bello. È giusto ritenere solari la luce e la vista, ma non bisogna identificarle con il sole. Così anche la scienza e la verità si possono correttamente considerare affini al bene, ma non identiche ad esso né l’una né l’altra: alla natura del bene spetta una più alta considerazione.»

«Tu le attribuisci una bellezza straordinaria,» disse «se essa è in grado di procurare scienza e verità, eppure nella sua essenza è ancora più bella; perché non intendi certo parlare del piacere!»

«Non dire sciocchezze!« esclamai. «Ma considera la sua immagine anche in un altro modo.»

«E quale?»

«Tu affermerai, penso, che il sole dà alle cose visibili non solo la capacità di essere viste, ma anche la vita, la crescita e il nutrimento, pur non identificandosi con la vita stessa.»

«Certo!»

«Dunque anche a proposito delle cose intellegibili si può affermare che dal bene esse ricevono non solo il dono di essere conosciute, ma anche l’esistenza e l’essenza, quantunque il bene non s’identifichi con l’essenza, ma per dignità e potenza sia superiore anche a questa.»

Platone, Repubblica (390-360 a.C.).

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OMOLOGARSI ALLA MASSA.

«Quindi una natura filosofica quale noi l’abbiamo definita, se otterrà l’educazione appropriata, a mio parere si svilupperà necessariamente e giungerà al culmine della virtù; ma se verrà seminata e piantata in un terreno disadatto, riuscirà all’opposto, a meno che un dio non la soccorra. Pensi forse anche tu, come il volgo, che ci siano giovani corrotti dai sofisti, e questi sofisti corruttori siano in larga misura privati cittadini? Ma il maggior sofista non è proprio chi parla così, dato che è capace di formare e di educare assolutamente come vuole giovani e vecchi, uomini e donne?»

«E quando mai?» chiese

«Quando,» risposi «seduti tutti insieme in assemblea o nei tribunali o nei teatri o al campo o in qualche altra riunione pubblica, biasimano o approvano con molto strepito una parola o un fatto, sempre in modo esagerato, urlando e pestando i piedi al punto che le rocce e il luogo in cui si trovano ne rimbombano e raddoppiano lo strepito del biasimo e della lode. In tal caso, cosa credi che diventi, come si suol dire, il cuore di un giovane? Quale educazione privata potrebbe resistere e non essere sommersa da biasimi e lodi come quelli, senza lasciarsi travolgere dalla corrente e approvare ciò che approvano tutti e acquistare le medesime abitudini e diventare come loro?»

Platone, Repubblica (390-360 a.C.).

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STRATEGIE EGUALITARIE.

Malgrado oggi si abbia l’impressione che la diseguaglianza sia imperitura e universale, osservando il fenomeno nell’arco della preistoria e della storia dell’uomo ci accorgiamo che la vera eccezione sono proprio le società moderne, con il loro alto grado di diseguaglianza. Per oltre il 90 per cento della nostra esistenza di esseri umani, abbiamo vissuto quasi esclusivamente in società fortemente egualitarie. Per circa due milioni di anni, cioè per quasi tutto il tempo da quando sono diventati “anatomicamente moderni” (ovvero simili a oggi), gli esseri umani hanno vissuto in comunità di cacciatori e raccoglitori straordinariamente egualitarie. La moderna diseguaglianza è nata e si è diffusa con lo sviluppo dell’agricoltura. Le caratteristiche che sarebbero state selezionate in quanto propizie nelle società tendenzialmente egualitarie sono probabilmente molto diverse da quelle selezionate nelle gerarchie di dominio.

Gli studi sulle moderne e recenti comunità di cacciatori e contadini suggeriscono che, lungi dal rispecchiare un’eruzione evolutiva di altruismo, queste collettività abbiano attivamente promosso l’uguaglianza non soltanto attraverso la condivisione del cibo e lo scambio di doni, ma anche tramite le cosiddette “strategie di controdominio”. La condivisione avveniva tramite la cosiddetta “compartecipazione vigilante”, così chiamata perché tutti i membri della collettività controllavano che ognuno ricevesse la parte che gli spettava. Le strategie di controdominio con cui si manteneva l’uguaglianza portavano i membri della comunità a coalizzarsi contro chiunque si comportasse in modo tale da minacciare il senso di parità e di autonomia di ciascuno. […] Gli studiosi che hanno osservato le comunità di cacciatori e contadini moderne e recenti suggeriscono che le strategie di controdominio possono variare dalla burla e dal ridicolo all’ostracismo e alla violenza, rivolti contro chiunque cerchi di dominare gli altri. Queste società dimostrano una cosa molto importante, e cioè che è possibile arginare il desiderio egoistico individuale di maggiore ricchezza e prestigio, oppure incanalarlo in forme di espressione meno dannose per la società.

Alcune nostre caratteristiche psicologiche sarebbero state selezionate nel corso dell’evoluzione per consentirci di sopravvivere in una società egualitaria; tra queste, una forte concezione e un grande apprezzamento della giustizia, che ci permettono di giungere senza conflitti a un accordo per condividere le risorse scarse. […].

Un’altra caratteristica rilevante è la tendenza a provare un sentimento comune di identità e interdipendenza con le persone con cui condividiamo cibo e altre risorse su basi paritarie. Queste persone, con cui ci identifichiamo e simpatizziamo, rappresentano il nostro gruppo di appartenenza, il “noi”. In molte istituzioni sociali e organizzazioni politiche la condivisione è un mezzo per creare un sentimento di fratellanza o di sorellanza; inoltre, il concetto stesso di famiglia “nucleare” o “allargata”, su cui è basata l’organizzazione sociale, dipende dalle dimensioni del gruppo di condivisione, ovvero dal grado di parentela che lega coloro che possono rivendicare il diritto di accedere alle risorse del nucleo familiare. […].

Un collante essenziale della stretta integrazione sociale tipica delle comunità egualitarie è il sentimento di gratificazione che si prova nel soddisfare i bisogni altrui. Questa, che pare spesso una qualità misteriosa e inspiegabile, proviene in realtà dalla necessità di sentirsi apprezzati dagli altri. L’essere umano si sente stimato quando fa qualcosa che gli altri gradiscono. Il modo migliore per assicurarsi di essere inclusi nel gruppo solidale di cacciatori e contadini, scongiurando il rischio di essere esclusi, ostracizzati e diventare prede, era compiere azioni apprezzate dagli altri. […].

Vi sono quindi diverse strategie sociali per affrontare differenti tipi di organizzazione sociale. A un estremo ci sono le gerarchie di dominio, basate sull’arrivismo e sulla competizione per lo status. Qui l’individuo deve riuscire a badare a se stesso, e l’altro è considerato soprattutto un rivale nell’accesso al cibo e alle occasioni di accoppiamento. All’estremo opposto troviamo i sistemi basati sull’interdipendenza reciproca e la cooperazione, nei quali la sicurezza dell’individuo dipende dalla qualità delle relazioni con gli altri, e l’autostima si nutre più del contributo dato al benessere altrui che dello status. Le strategie di affiliazione, quindi, dipendono non tanto dal perseguimento dei propri interessi materiali, quanto dalla mutualità, dalla reciprocità, dalla capacità di identificarsi con gli altri e di stringere forti legami emotivi.

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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OCCORRE UNA REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO.

Un approccio alternativo è quello di suggerire che la vera causa di molti problemi delle società moderne non sia la redistribuzione del reddito, ma una sorta di mutamento ideologico, il passaggio a una filosofia o visione economica più individualistica della società, come quelle che caratterizzano il cosiddetto pensiero “neoliberista”. Naturalmente, le diverse ideologie influenzano non soltanto le politiche pubbliche ma anche le decisioni prese dalle istituzioni economiche a tutti i livelli della società; sono dunque uno dei tanti fattori in grado di influenzare la sperequazione dei redditi. Ma dire che un mutamento ideologico può condizionare la distribuzione del reddito non equivale affatto ad affermare che possa anche influenzare tutti i problemi sanitari e sociali che abbiamo discusso, indipendentemente dall’effetto esercitato sulla distribuzione del reddito. Benché le politiche neoliberiste abbiano chiaramente contribuito ad ampliare la disparità dei redditi […], nessun governo ha provveduto deliberatamente a ridurre la coesione sociale o ad aumentare la violenza, le gravidanze adolescenziali, l’obesità, l’abuso di sostanze stupefacenti e così via. Quindi, anche se talvolta i mutamenti dell’ideologia di governo possono provocare un cambiamento della distribuzione del reddito, questo non fa parte di un pacchetto di misure tese ad aggravare la crescita dei problemi sociali. L’aumento di tali problemi è piuttosto una conseguenza involontaria di una diversa distribuzione del reddito. Se anziché dubitare che la disuguaglianza possa aggravare i problemi sanitari e sociali, i responsabili della politica economica capissero veramente le conseguenze dell’ampliamento della disparità dei redditi, sarebbero molto più ansiosi di contrastarlo. 

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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