REPUBBLICA, LIBRO VII: IL MITO DELLA CAVERNA E L’EDUCAZIONE DEL FILOSOFO.

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Il settimo libro si apre con la ben nota e famosa allegoria della caverna. Il mito viene sfruttato da Platone per ribadire, ancora una volta, il fondamento della sua ontologia e gnoseologia filosofica. Coloro che restano ancorati alla percezione sensoriale non saranno mai in grado di andare oltre l’osservazione ed il discernimento delle mere apparenze sensibili – le ombre che vengono proiettate dalla luce sulla parete della caverna -. Anzi. Tali individui giungeranno persino alla erronea e deviata convinzione che tale sia il vero fondamento della realtà che li circonda. Il filosofo, al contrario, è colui che esce dalla caverna, si “abitua alla luce accecante” e, passo dopo passo, trascende le mere oggettualità, così da giungere infine al vero piano della giustificazione e legittimazione causale.

Platone, quindi, attraverso il mito della caverna, non solo sottolinea la necessità di risalire alle particolarità eidetiche al fine di comprendere come siano esse, invero, a giustificare l’esistenza di quelle sensibili ma, per di più, evidenzia anche come il percorso per giungere ad una tale forma di agnizione sia non meccanico ma, al contrario, lento e costituito da numerose tappe. La luce, infatti, è accecante per chiunque trovi la forza di uscire dalla caverna e resta tale per chiunque alimenti il coraggio di non rientrarvi. Divenire filosofi, dunque, è una aspirazione che richiede volontà, tempo, apprendimento e pazienza… esattamente come in ambito gnoseologico la vera crescita intellettiva è rappresentata dal superamento prima delle mere apparenze e opinioni e, in seguito, delle verità matematiche:

Pensa ora quale potrebbe essere per loro l’eventuale liberazione dalle catene e dall’ignoranza. Un prigioniero che venisse liberato e costretto ad alzarsi, a volgere il collo, a camminare e a levare gli occhi verso la luce, soffrirebbe facendo tutto ciò, rimarrebbe abbagliato e sarebbe incapace di mirare ciò di cui prima vedeva le ombre. E se gli si dicesse che prima vedeva solo apparenze vane mentre ora può vedere meglio, perché il suo sguardo è più vicino all’essere e rivolto ad oggetti reali; e se gli si mostrasse ognuno degli oggetti che sfilano e lo si costringesse con alcune domande a rispondere che cosa sia, tu come pensi che si comporterebbe? Non credi che rimarrebbe imbarazzato e riterrebbe le cose che vedeva allora più vere di quelle che gli vengono mostrate ora?

Il vero filosofo, inoltre, non è colui che, una volta raggiunta la piena e genuina comprensione della realtà, si crogiola beato nella propria saggezza e cultura. “Colui che si è abituato alla luce” ed è riuscito a risalire sino al Mondo eidetico, ha il compito morale di tornare da coloro che un tempo sono stati i suoi simili, al fine di illuminarli ed elevarli. Ad ogni modo, Platone va assumendo un tono nostalgico e ricolmo di rammarico, in seno a tale dovere etico/pedagogico, in quanto umanamente consapevole di come il vero filosofo faccia estrema fatica a farsi credere e seguire dagli altri individui, i quali, spesso e volentieri, si limitano a ripudiare i suoi insegnamenti e ad etichettarlo come folle.

A questo punto Platone approfitta del tema trattato per ribadire la fondamentale importanza dell’esistenza dell’idea del Bene. Essa è l’idea di tutte le idee, ovvero la fonte di giustificazione e legittimazione di ogni particolarità eidetica. Il fatto è che il “Bene in sé e per sé” è talmente al di là delle altre idee, da risultare impossibile di venire raggiunto e/o compreso. Ma tale impossibilità non rappresenta un problema! Perché per Platone la Gnoseologia è e deve essere subordinata alla Morale e, quindi, il “tendere verso il Bene” colma ogni problematica riguardo al “capire cosa sia ontologicamente il Bene”. In realtà, l’intera argomentazione viene sfruttata dal filosofo, da una parte, per lanciare l’ennesima invettiva contro il movimento sofista e, dall’altra parte, per ribadire l’importanza che lo Stato sia retto da persone buone, ovvero da individui che “tendono” verso il Bene:

E in base alle nostre premesse non è mai nemmeno logico affidare lo Stato agli incolti e a chi ignora la verità, ma neppure a colui al quale viene permesso di passare tutta la sua esistenza nello studio: a quelli, perché nella vita non hanno un unico scopo a cui tendere in ogni loro azione privata e pubblica; a questi, perché non lo faranno volentieri, ritenendosi già in vita trasferiti nelle isole dei beati. […] Dunque noi fondatori dello Stato abbiamo il compito di costringere le nature migliori ad apprendere ciò che prima abbiamo definito la cosa più importante, ossia a contemplare il bene e a compiere quella ascesa […].

Inevitabilmente, la questione si sposta su come si debba educare e crescere un individuo per farlo “tendere” verso il Bene, ovvero su come ci si debba adoperare per rendere un individuo un vero e proprio filosofo:

Vuoi dunque che esaminiamo come educare tali uomini e come condurli verso la luce, al modo in cui si dice che dall’Ade alcuni ascendono fra gli dèi?

Platone torna a parlare di ginnastica e di musica perché, come avevamo già avuto modo di vedere, i filosofi altro non sono che coloro che eccellono tra i guardiani, i quali, per l’appunto, vengono educati, sin dalla giovane età, in queste due arti. Il fatto è che, al fine di risalire al piano eidetico, le arti corporee come la ginnastica sono “limitate”, in quanto ancorate alla condizione fisica dell’individuo; la musica, al contrario, di per sé veicola il filosofo ad interrogarsi circa la rilevanza che in seno alla sapienza e alla acculturazione può venire esperita dalla conoscenza dell’aritmetica:

Quella comunissima che distingue l’uno, il due e il tre: intendo insomma la scienza dei numeri e del calcolo. Perché non è forse vero che ogni arte e ogni altra scienza ne fanno uso? […] Dunque una delle discipline che cerchiamo è questa. Infatti un guerriero deve apprenderla per la tattica, un filosofo per raggiungere l’essere ed emergere dal divenire; altrimenti non sarà mai un esperto d’aritmetica.

Quando Platone parla di aritmetica parla, però, di “essenza del numero” e di “risalita verso l’essenza dell’unità”. In sintesi, le scienze aritmetiche non devono ridursi né al mero perfezionamento del tatticismo bellico – ragione per cui il filosofo si palesa essere al di là del guardiano – né, tanto meno, al “materialistico servizio” di tutte quelle attività il cui fine non sia il raggiungere il Mondo delle idee:

Sarebbe dunque conveniente, Glaucone, rendere obbligatoria questa scienza e convincere quelli destinati a esercitare le massime magistrature ad affrontare lo studio non superficiale dell’aritmetica fino a giungere con l’intelligenza pura alla comprensione della natura dei numeri, non per la compravendita come fanno commercianti e bottegai, ma per la guerra e per facilitare allo spirito il passaggio dal divenire alla verità dell’essere. […] Come abbiamo appena affermato, essa comunica allo spirito un grande impulso verso l’alto, e lo costringe a riflettere sulla natura dei numeri in se stessi, senza mai accettare che si parli di numeri in riferimento a cose visibili e palpabili. […] Non vedi dunque, mio caro, che forse questa disciplina è davvero indispensabile per noi, dato che evidentemente obbliga lo spirito ad andare verso la verità unicamente grazie al puro pensiero?

La stessa importanza viene poi riconosciuta anche alla geometria. Queste due scienze, quindi, sono fondamentali affinché il guardiano si diriga in direzione dell’idea del Bene:

Dunque, mio nobile amico, essa può attirare lo spirito verso la verità e produrre un pensiero filosofico che rivolga verso l’alto quella facoltà che ora noi senza scopo volgiamo verso il basso.

Seguono poi le osservazioni che, sempre in tema di educazione del filosofo, Platone rivolge ad altre due scienze: la stereometria e l’astronomia. La prima è il superamento della geometria piana e studia la profondità dei solidi. Ai tempi della Repubblica era una scienza già trattata – cfr. AnassagoraDemocrito ed Euclide – ma, ad ogni modo, Platone la considera ancora “in via di sviluppo ed apprendimento”, tant’è che rinvia ai reggitori del futuro il compito di far sì che lo Stato la consideri fondamentale per la formazione dei filosofi. Lo studio degli astri, dei corpi celesti e del loro movimento, invece, permette a Platone di ribadire nuovamente il fondamento della propria epistemologia. Glaucone, infatti, crede che l’astronomia sia da ritenersi fondamentale perché “sprona fisicamente l’osservatore a guardare in alto”. Ma la vera comprensione non consiste in una mera azione sensoriale… non è lo sguardo che deve mirare verso l’alto bensì l’anima dell’osservatore. Soltanto così è possibile risalire al Mondo eidetico:

Questi ornamenti del cielo si possono ritenere senz’altro i più belli e i più esatti fra quanti sono trapunti in una stoffa visibile, eppure sono molto inferiori a quelli veri, secondo i quali la vera velocità e la vera lentezza si muovono in relazione reciproca e muovono gli oggetti che contengono rispettando il vero numero e tutte le vere figure; ma questi si possono cogliere solo con la ragione e il pensiero, non con gli occhi.

Possiamo considerare tutte queste scienze come terapeutiche per la “elevazione dell’anima” ma, in quanto ancorate a ipotesi e congetture, inferiori al “metodo dialettico”. Il discorso dialettico è in grado di cogliere l’essenza di qualsiasi particolarità. È la Dialettica, quindi, ciò che per davvero permette il discernimento e la disquisizione circa l’essenza dell’essere:

Allora nessuno ci contraddirà se affermeremo che non c’è altra via per comprendere l’essenza di ogni cosa. Invece tutte le altre arti riguardano le opinioni e i desideri umani, oppure la produzione e la fabbricazione o la conservazione dei prodotti naturali e artificiali. Le altre discipline di cui abbiamo parlato – la geometria e quelle ad essa affini – comprendono qualcosa dell’essere, ma sembra quasi che sonnecchino, sono incapaci di vederlo in stato di veglia, finché mantengono immutabili le ipotesi di cui si servono senza poterle spiegare. Chi infatti si fonda su principi che non conosce, e nei passaggi intermedi e nelle conclusioni mette insieme ciò che ignora, come può trasformare in scienza un simile agglomerato?

Platone, infatti, parla di “scienza”, di “pensiero discorsivo”, di “assenso” e di “congettura”. Le prime due formano il “pensiero”, mentre le ultime due costituiscono l'”opinione”. L’opinione riguarda “il divenire”. Il pensiero, invece, investe l”essenza dell’essere”. La legittimazione causale è la seguente:

  • l’essenza sta al divenire proprio come il pensiero sta all’opinione;
  • ciò che è il pensiero rispetto all’opinione, lo è la scienza rispetto all’assenso ed il pensiero rispetto alla congettura.

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LA DIALETTICA COME CATARSI ED ELEVAZIONE.

«Dunque, Glaucone, non è questa l’essenza della melodia eseguita dalla dialettica? Sebbene essa sia puramente intelligibile, viene imitata dalla facoltà della vista, quando, come dicevamo, si sforza di contemplare gli esseri e gli astri e perfino il sole nella loro essenza. Così anche la dialettica, quando tenta di giungere senza l’aiuto dei sensi ma con il puro ragionamento all’essenza di ogni cosa, e non ci rinuncia prima di aver compreso con il pensiero puro l’essenza del bene, giunge ai confini del mondo intelligibile come la vista giunge ai limiti del mondo visibile.»

«È così» disse.

«E a questo procedimento non dai il nome di dialettica?»

«Certo.»

«La liberazione dai ceppi,» ripresi «la conversione dalle ombre alle immagini e alla luce che le proietta; l’ascesa dalla caverna sotterranea verso il sole, e là l’incapacità persistente di guardare gli animali, le piante e la luce del sole, le loro immagini divine riflesse nei corsi d’acqua, le ombre degli esseri reali, non delle immagini proiettate da un’altra luce che è essa stessa l’immagine del sole: ecco gli effetti dello studio delle altre arti da noi passate in rassegna. Esso infatti eleva la parte migliore dell’anima verso la contemplazione della parte migliore dell’essere, appunto come poco fa abbiamo visto il più acuto dei sensi corporei elevarsi verso l’oggetto più luminoso del mondo materiale e visibile.»

Platone, Repubblica (390-360 a.C.).

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LA CAUSA DI TUTTE LE IDEE.

«Occorre dunque,» dissi «caro Glaucone, riferire tutta questa allegoria a quanto detto prima. Paragona il mondo visibile alla dimora in prigione, e la fiamma che vi risplende al sole; e non deluderai la mia attesa considerando l’ascesa verso la contemplazione della realtà superiore come l’ascesa dell’anima verso il mondo intelligibile. Questa è la mia interpretazione, dato che vuoi conoscerla. Ma Dio solo sa se sia vera; in ogni caso io la penso così:  l’idea del bene rappresenta il limite estremo e appena discernibile del mondo intelligibile. Quando si è compresa quella, occorre dedurre che essa è causa per tutti di tutto ciò che è retto e bello: nel mondo visibile ha generato la luce e il signore della luce, mentre nel mondo intelligibile offre essa stessa la verità e l’intelligenza, e chi voglia comportarsi saggiamente in privato e in pubblico deve contemplare questa idea.

Platone, Repubblica (390-360 a.C.).

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L’IDEA DEL BENE.

«Credi pure che lo stesso accade all’anima. Quando essa si volge a ciò che è illuminato dalla verità e dall’essere, ne comprende pienamente l’essenza e dà l’impressione di essere intelligente. Quando invece si volge a ciò che è avvolto nell’oscurità, a ciò che nasce e perisce, essa nutre solo opinioni, e s’indebolisce stravolgendole sopra e sotto, ed è come stupida.»

«Sì, è così.»

«Di’ pure, dunque, che solo l’idea del bene conferisce la loro verità agli oggetti della conoscenza e a colui che li conosce: essa è dunque causa della scienza e della verità in quanto oggetti di conoscenza. Ma quantunque la scienza e la verità siano belle entrambe, farai bene a pensare che esiste qualcosa di ancora più bello. È giusto ritenere solari la luce e la vista, ma non bisogna identificarle con il sole. Così anche la scienza e la verità si possono correttamente considerare affini al bene, ma non identiche ad esso né l’una né l’altra: alla natura del bene spetta una più alta considerazione.»

«Tu le attribuisci una bellezza straordinaria,» disse «se essa è in grado di procurare scienza e verità, eppure nella sua essenza è ancora più bella; perché non intendi certo parlare del piacere!»

«Non dire sciocchezze!« esclamai. «Ma considera la sua immagine anche in un altro modo.»

«E quale?»

«Tu affermerai, penso, che il sole dà alle cose visibili non solo la capacità di essere viste, ma anche la vita, la crescita e il nutrimento, pur non identificandosi con la vita stessa.»

«Certo!»

«Dunque anche a proposito delle cose intellegibili si può affermare che dal bene esse ricevono non solo il dono di essere conosciute, ma anche l’esistenza e l’essenza, quantunque il bene non s’identifichi con l’essenza, ma per dignità e potenza sia superiore anche a questa.»

Platone, Repubblica (390-360 a.C.).

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REPUBBLICA, LIBRO VI: I REGGITORI.

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Il libro sesto è interamente dedicato ai filosofi. Essi sono i reggitori della Repubblica teorizzata da Platone. Socrate cerca adesso di spiegare, in primis, i caratteri ontologici costituenti la loro stessa anima e, in secundis, tenta di esporre le ragioni stando alle quali solo e soltanto ai soggetti dediti alla vera conoscenza debba venire riconosciuto il ruolo di governanti.

Il primo aspetto su cui Socrate indirizza la propria attenzione è l’amore verso la conoscenza. Abbiamo già visto come la sapienza sia la virtù fondamentale dell’anima dei filosofi e di come essa, assieme alla temperanza, renda tali individui meritevoli di governare e di venire riconosciuti come governanti. Colui che si dedica e rivolge sé medesimo alla pura conoscenza delle cose cerca «solo il puro piacere dell’anima, e trascura i piaceri fisici, se è filosofo per davvero e non per finta.» Già questo primo breve passo permette di comprendere quanto poi Platone tratterà più avanti, ovvero come il riferimento del filosofo sia da trovarsi nel Mondo eidetico e non in quello prettamente sensibile. Là dove, sopra a tutte le idee, risiede quella del Bene. Difatti, il secondo ragionamento portato avanti dal maestro verte proprio su tale questione: è fondamentale che l’anima del filosofo «non celi qualche meschinità, perché la meschinità è l’ostacolo peggiore per chi voglia aspirare  a comprendere instancabilmente la totalità delle cose umane e divine.» Una vera e propria “elevazione” è, quindi, possibile soltanto per colui che possiede un’anima filosofica e per colui che, al contempo, intende coltivare la ricerca della vera conoscenza – in quanto “vero filosofo”, per l’appunto -.

A questo punto, prende nuovamente la parola Adimanto il quale sostiene come la figura del filosofo, a differenza di quanto sostenuto da Socrate, non goda quasi mai, da parte dei cittadini, di ampi apprezzamenti e di sinceri elogi all’interno delle polis:

Lo dico a proposito del problema attuale: si potrebbe risponderti che, sebbene replicare a parole ad ognuna delle tue domande risulti impossibile, in realtà si osserva che quanti si sono volti alla filosofia, senza l’intenzione di completare la loro educazione giovanile e poi allontanarsene, ma vi hanno indugiato troppo a lungo, per lo più diventano proprio strani, per non dire assolutamente perversi, e anche quelli che sembrano i più equilibrati da questa attività che tu esalti ottengono come unico risultato di diventare inutili alle loro città.

La risposta di Socrate si affida alla metafora della nave, dove il capitano è il popolo, i marinai indisciplinati sono i demagoghi ed il vero ed esperto nocchiero è, invece, il filosofo:

Immagina dunque una scena come la seguente su molte navi o su una sola: un capitano più alto e più grosso di tutto l’equipaggio, ma un po’ sordo e miope, provvisto di scarse conoscenze nautiche; marinai in lite fra loro per il governo della nave, che ognuno di essi reclama per sé senza avere mai imparato l’arte della navigazione né essere in grado di dire sotto quale maestro e in quali circostanze l’abbia appresa, anzi affermando che essa non si può insegnare, e pronti tutti ad uccidere chi affermi il contrario. Essi circondano sempre il capitano, pregandolo con la più viva insistenza di affidare loro il timone. E se talora altri ci riescono al loro posto, li uccidono o li gettano giù dalla nave. Poi rendono inoffensivo il buon capitano con la mandragora o il vino o qualche altro filtro e guidano la nave consumando le provviste, bevendo e mangiando, e navigano come possono navigare persone simili. Inoltre lodano con il nome di vero marinaio e pilota ed esperto di nautica chiunque sia in grado di aiutarli nel comando usando sul capitano o la persuasione o la violenza. Chi non li aiuta, viene biasimato come inutile, e non sospettano neppure che un vero pilota deve osservare l’anno, le stagioni, il cielo, gli astri, i venti e tutto quanto concerne la sua arte, se vuole davvero sapere come governare la sua nave, qualora alcuni siano d’accordo con lui e altri no; essi ritengono infatti che non sia possibile imparare la teoria e la pratica del pilotaggio e insieme fare concretamente il pilota.

Come sostiene lo stesso Socrate, ««non è facile che il comportamento migliore venga apprezzato da chi si comporta nel modo opposto.» In sintesi: il fatto che il filosofo non venga stimato all’interno della città non è una colpa da ascriversi allo stesso quanto, piuttosto, alla stoltezza di chi non comprendere quanto utile e vantaggioso sarebbe, per l’appunto, credere in chi vive per la perenne ricerca della conoscenza. Ancora una volta, le metafore socratiche risultano essere dialetticamente incontrovertibili: quando una persona è malata, non attende che sia il medico ad andare da lui… bensì è lui che, in quanto malato, si dirige dal medico per lasciarsi guidare nella guarigione.

Sulla scia di quanto appena sostenuto, Socrate torna nuovamente a trattare un tema a lui particolarmente caro: l’educazione che deve essere impartita, fin dalla giovanissima età, ai filosofi. Ancora una volta l’intera discussione si sviluppa attraverso una serie di esempi e di considerazioni tali da rendere quanto sostenuto dal filosofo stesso come assolutamente apodittico alle orecchie e alle menti dei suoi interlocutori. Socrate, infatti, afferma che il male, nella sua forma più forte e “pura”, non sia da ascriversi ad individui mediocri, bensì, al contrario, a soggetti dotati di straordinarie capacità, i quali, però, si sono smarriti durante il proprio percorso di crescita e formazione:

Allo stesso modo, Adimanto, diciamo che le anime più dotate con una cattiva educazione diventano malvagissime. O pensi che le grandi colpe e la malvagità pura provengano da un’indole mediocre, anziché da un’indole vigorosa corrotta dall’educazione sbagliata? Ritieni che una natura debole possa mai essere capace di grandi beni o di grandi mali?

Non è sicuramente la prima volta che Platone ribadisce l’importanza della cura che deve essere rivolta alle virtù fondamentali che vanno costituendo l’anima dell’uomo. Ma, adesso, il discorso acquisisce un significato più profondo… di legittimazione anche politica, dato che i filosofi, in quanto reggitori della Repubblica, devono assolutamente essere i migliori a cui rivolgersi e ai quali affidare la polis. Tant’è che a questa riflessione segue subito quella sulla “selezione” dei suddetti governanti, i quali, a differenza dei comuni cittadini, sono gli unici che, educati alla dialettica e alle verità matematiche, si palesano in grado di attingere la vera conoscenza presso le forme ideali:

Ora che hai compreso tutto ciò, considera un altro punto; è mai possibile che il volgo ammetta l’esistenza del bello in sé, ma non delle molte cose belle, e di qualsiasi cosa nella sua essenza, anziché delle molte cose singole?

Il problema dell’apprezzamento di cui i filosofi possono o non possono godere all’interno delle polis, è alquanto particolare. Come visto, Platone dà grande importanza all’educazione ma, al contempo, è anche conscio di come il filosofo possa lasciarsi distrarre da beni e ricchezze, fra le quali spicca anche l’apprezzamento da parte dei cittadini, i quali possono servirsi dell’adulazione per soddisfare loro specifici interessi. Non deve, quindi, sorprendere se il numero di filosofi veri sia esiguo e/o se gli stessi non siano compresi e/o amati dal volgo:

Dunque, Adimanto, il numero dei degni pretendenti alla filosofia è ristrettissimo: forse una natura ben educata, la cui nobiltà sia stata conservata dall’esilio, rimasta fedele a sé stessa per mancanza di corruttori; o una grande anima nata in un piccolo Stato, che spregi gli affari della sua città; e forse anche un piccolo numero di persone che giustamente disprezzano il loro mestiere e si volgono ben dotati alla filosofia.

Vi è addirittura una riflessione ulteriore da parte di Socrate che rafforza quanto appena sostenuto: non esiste attualmente una forma di governo che si presenti “appropriata” alla filosofia. Motivo per cui la stessa natura filosofica finisce spesso con l’alterarsi ed il corrompersi:

[…] mi lamento proprio perché fra le costituzioni attuali nessuna si addice a una natura filosofica: per questo essa si altera e si corrompe. Come un seme straniero gettato in un terreno non suo risulta inefficace e di solito cade sotto l’influsso del suolo in cui si trova, così ora anche questa natura non conserva le proprie caratteristiche, ma si muta in altra indole.

Che fare, dunque? Se non esiste forma di Stato congeniale alla natura filosofica, come poter legittimare una forma di governo all’interno della quale si assegni ai filosofi il ruolo di governanti? Socrate sottolinea come sia fondamentale che sia lo Stato stesso ad occuparsi della filosofia, ma “rispettando” un determinato iter che – in buona parte – tiene conto di tutte le argomentazioni già esposte in seno all’educazione che ai cittadini migliori deve essere impartita sin dalla fanciullezza:

Si deve fare tutto il contrario: quando si è fanciulli e ragazzi, occorre affrontare una cultura e una filosofia adatte all’infanzia; nell’adolescenza occorre praticare l’educazione fisica, perché a quell’età essi fioriscono e diventano uomini, e una buona educazione fisica collabora validamente con la filosofia. Avanti negli anni, quando lo spirito comincia a maturare, occorre dedicare più tempo alla sua cura; e quando la forza fisica viene meno e ci si libera dalla politica e dalla guerra, allora occorre pascolare in libertà, come animali sacri, senza nessun’altra occupazione impegnativa, se si vuole vivere felici e coronare, dopo la morte, la vita vissuta qui con un destino adeguato nell’oltretomba.

Nella parte conclusiva del sesto libro, Platone inizia a parlare dell’idea del Bene ed articola l’intera riflessione al fine di ribadire nuovamente la distanza che esiste tra il piano della vera intellezione – il Mondo eidetico – e quello reale, costituito soltanto da opinioni, credenze ed apparenze. La riflessione affronta tematiche anche particolarmente profonde e che rappresentano il fondamento dell’ontologia platonica. Esse fungono da introduzione al capitolo successivo e alla ben nota parabola della caverna.

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