LA TRAGEDIA DEL REGNO DI MICENE.

Se nella mitologia greca esiste un luogo sconvolto da eventi nefasti e nel quale si sono succeduti accadimenti tanto raccapriccianti quanto macabri, ebbene questo non può che essere il regno degli atridi. I discendenti di Atreo. Re indiscusso di Micene. Il mito legato alla leggendaria città greca, infatti, trova nelle proprie origini e nella morte di Agamennone un “bilanciamento” profondamente tragico, drammatico e del tutto raccapricciante.

Atreo, per punire il bieco tradimento compiuto da suo fratello Tieste, colpevole, per l’appunto, di aver osato consumare dei rapporti carnali e lussuriosi con la regina Erope – moglie dello stesso Atreo -, fa uccidere brutalmente tutti i suoi figli, per poi servirli come pietanze ad un banchetto. Un banchetto imbastito in onore proprio di Tieste. Quest’ultimo, venuto a sapere della reale provenienza di quell’infame pasto, maledice Atreo, suo fratello, nonché suo stesso re, preannunciandogli, fin troppo chiaramente, la propria brama e sete di vendetta. La medesima prende vita attraverso lo stupro che lo stesso Tieste consuma a danno della povera Pelopia, sua nipote e figlia di Atreo, nella speranza che dalla giovane innocente possa giungere alla vita un primogenito maschio, al quale il padre affiderà poi l’onere di soddisfare quel lascito vendicativo. Da questa violenza incestuosa ed insaziabile viene generato Egisto. È, dunque, attraverso la generazione seguente che la vendetta di Tieste finisce con il venire totalmente nutrita e con il trovare piena soddisfazione.

Egisto, infatti, diviene l’amante di Clitennestra, regina di Micene e sposa di Agamennone. La maledizione di Tieste assume un duplice aspetto. Essa, da una parte, trova appagamento nell’atto brutale e violento di cui lo stesso Agamennone si macchia: il re, infatti, al fine di ottenere dei buoni auspici prima di salpare per Troia, decide di sacrificare agli Altissimi la propria figlia Ifigenia, finendo, in tal modo, con il venire per sempre odiato e maledetto dalla sua sposa. Dall’altra parte, il lascito di Tieste si concretizza proprio attraverso le mani di Egisto il quale, coadiuvato dalla regina, uccide a tradimento il re, nello stesso giorno in cui, dopo ben dieci lunghi anni, il medesimo aveva finalmente fatto ritorno a casa. L’assassinio di Agamennone è un atto di assoluta violenza: non solo il miceneo viene trapassato a morte dalla punta di una spada durante le proprie abluzioni… la sua stessa testa diviene oggetto anche di una brutale e raccapricciante decapitazione. Il tutto per mano e per volontà proprio di Clitennestra. La stessa identica sorte investe subito anche Cassandra, sacerdotessa di Troia, schiava e nuova concubina del re, e dei suoi due piccoli figli innocenti.

Qui giace Agamennone, il mio sposo, oramai cadavere. Io stessa l’ho fatto cadere. Dopo aver tramato a lungo la vendetta, è giunto il momento del trionfo! Rallegratevi se vi pare giusto. Il suo calice era colmo di mali, e per questo adesso ha pagato.

L’assassinio di Agamennone origina una nuova scia di sangue. Perché l’intero mito legato al Regno di Micene, del resto, vuole proprio testimoniare il fatto come non possa esservi mai pace ed armonia nella violenza e nel caos generato dall’odio e dalla brama di sangue.

Elettra, figlia devota del defunto Agamennone, trascorre tutti gli anni sotto il regno dell’usurpatore Egisto a tramare contro la sua stessa madre e a cercare di convincere suo fratello Oreste – fuggito da piccolo dalla furia omicida dei due traditori – a tornare in patria per vendicare l’assassinio del padre. La parte conclusiva del mito, che vede Oreste fare ritorno a Micene per assassinare prima Egisto e poi Clitennestra, è profondamente simbolica. Il principe, infatti, si reca prima a Delfi, al fine di ottenere dagli Altissimi la benedizione a compiere un simile gesto. Il fatto è che la colpa di cui si macchia Oreste è, molto probabilmente, la più grave di tutte. Il matricidio, infatti, è ritenuto essere il peccato più ignobile che un mortale possa mai commettere. La comparsa delle furie, poco dopo la morte di Clitennestra, così ardentemente desiderose di rendere schiave della pazzia tanto Oreste quanto sua sorella Elettra, simbolicamente enfatizza moltissimo la gravità dell’atto compiuto. Ai due altro non resta da fare che abbandonare subito Micene e recarsi nuovamente presso l’Oracolo, nella speranza di ottenere così dagli Dei benedizione e protezione.

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ATALANTA LA “PIÈ VELOCE”.

«Due fiere mandate dalla dea hanno cambiato il mio destino. La prima mi ha restituito la vita che altri volevano negarmi, mentre la seconda mi riporta al palazzo che mi hai sottratto.»

Il mito di Atalanta è particolarmente straordinario perché riesce a scagliarsi contro la visione misogina che, in parte, caratterizza il Mondo Antico. Pur venendo rinnegata alla nascita, la fanciulla, infatti, diviene la protetta della Dea Artemide, la quale la istruisce nell’arte della caccia. E, in particolar modo, nella caccia al cinghiale. La sua fama di abile cacciatrice non tarda a spargersi per l’intera Grecia, così come la sua eccellente rapidità ed agilità nei movimenti – soprannominata per questo “piè veloce” – e la sua infallibile mira.

Atalanta, dunque, non rappresenta soltanto la risposta del Mondo femminile ad una realtà ricolma di eroi (per lo più) del tutto maschili; ella, del resto, incarna anche il significato più profondo del riscatto sociale. La vittoria sulla battuta di caccia, indetta per l’uccisione del leggendario cinghiale calidone, è l’occasione per l’eroina di riappropriarsi del proprio lignaggio di principessa e del proprio status sociale.

Tra le pagine del mito, l’abilità di guerriera e di cacciatrice non è la sola a venire elogiata e valorizzata. Di Atalanta, difatti, si esalta la purezza d’animo, la compostezza, la profonda educazione ma, al contempo, anche l’orgoglio e la temperanza. L’eroina, dopotutto, resta sempre pienamente consapevole del proprio posto e delle proprie capacità. Esattamente come del proprio dovere di non mancare mai di rispetto agli Altissimi e alla Dea a lei più cara, la vergine Artemide. La sfida che propone al proprio padre, perché di lei venga concessa la mano, è la chiara testimonianza di come la principessa non intenda sminuire il proprio essere dinanzi alle leggi dell’uomo:

«Desidero porre un’altra condizione», aggiunse Atalanta. «Chi vorrà vedermi chinare il capo, dovrà prima mettere in gioco la sua testa: chi perderà la gara, perderà anche la vita.»

Atalanta è una figura forte, risoluta e dalla inscalfibile caratura morale. Decisa, paziente e determinata. Tutte doti degne della più abile delle cacciatrici. Capace di comprendere la nobiltà dei sentimenti altrui e di non lasciarsi viziare e disturbare dagli atteggiamenti più ostili e vili assunti dal prossimo. Amata e benedetta dagli Altissimi.

Ricolmo di significato è, dunque, l’intervento di Afrodite. La Dea dell’amore, infatti, è l’unica ad essere in grado di permettere alla giovane di liberarsi dal ferreo giuramento rivolto alla Dea Artemide, così che la giovane eroina possa godere e bearsi dei nobili sentimenti dell’amato Melanione.

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AMORE, ODIO E LA LEGGE DELL’UOMO: IL MITO DI MEDEA.

Il nome Medea deriva dal verbo greco médomai che significa “inventare”, “creare”, ecc. Da un punto di vista prettamente semantico, lo stesso rimanda all’idea di preparare miscele, unguenti, pozioni, medicinali e via discorrendo. Pratiche che, tutto sommato, ben si sposano con la figura rappresentata nel mito. Medea, infatti, principessa della Colchide, discendente del Dio Sole, è colei che ha assistito Giasone nel furto del vello d’oro e che, per amore di quest’ultimo, ha rinunciato alla propria terra natia, arrivando addirittura ad assassinare Apsirto, suo fratello. Per amore di Giasone, la donna ha anche ingannato suo padre, il Re Eete, ed è divenuta così una rinnegata tra la sua gente. In quanto non greca, finisce con il venire considerata alla stregua di una mera barbara. Anzi. Una maga, per l’esattezza. Difatti, grazie al proprio sapere arcano, si adopera ad aiutare, in diverse situazioni, le donne di Corinto, che si recano da lei in cerca di aiuto e di assistenza.

L’intero mito si sviluppa lungo tre tematiche. Sono profondamente concatenate tra di loro, di modo che la stessa narrazione possa apparire tanto lineare quanto profondamente comprensibile, da un punto di vista logico. Il primo tema che occorre prendere in esame è quello dell’amore.

Medea, infatti, è follemente, pazzamente e ciecamente innamorata di suo marito Giasone. Si tratta di un amore a tratti puro e dolcissimo, simile alla infatuazione che la giovane principessa ebbe di lui anni addietro, durante la missione che l’eroe compì con gli Argonauti nel regno della Colchide. Ma è anche un sentimento viziato dalla troppa irrefrenabile passione e tale da divenire ossessivo ed oltremodo invasivo. Un attaccamento talmente morboso che porta la donna a non tollerare nemmeno il più piccolo errore o la più impercettibile svista che si mostri in grado di arrecare danno all’amato.

Nutrice: Non vi è alcuna saggezza nell’amare un marito come lo fai tu.

Medea: Che cosa sai tu dell’amore?

Nutrice: Che rende cieche anche le donne sagge come te.

Segue poi il tema dell’odio. Il tradimento di Giasone, sposatosi in gran segreto con Creusa, principessa di Corinto, porta Medea a porre in atto quello che, ancora oggi, appare essere la più brutale e terrificante delle vendette. Colpiscono due cose, nell’analisi psicologica e comportamentale della donna, durante la sua decadenza morale. Da un lato, infatti, è possibile scorgere la grande abilità di Medea nel saper ingannare tutti quanti e nel riuscire a non rivelare a nessuno i propri reali intenti. Con estrema facilità ottiene protezione nella città di Atene. Con altrettanta arguzia e raffinata arte ingannatrice, svia le attenzioni del marito dalle sue reali attenzioni, riuscendo addirittura a renderlo complice della sua fuga – l’effigie che Giasone pone ai piedi della statua della Dea Venere finisce, infatti, col tramutarsi nel drago alato con la quale la donna fuggirà in seguito da Corinto -. Anche l’assassinio di Creusa e di suo padre, il re Creonte – colpevole di avere permesso il matrimonio tra sua figlia e Giasone – è una perfetta manifestazione dell’abile mente sadica e vendicativa della donna. Dall’altro lato, però, abbiamo anche Medea nelle vesti di madre e non solo, quindi, di moglie tradita ed abbandonata. Fino all’ultimo istante, la donna cerca in tutti i modi di convincersi a non assassinare i suoi stessi figli. Quegli stessi figli che ha avuto dal marito traditore. Il fatto che i piccoli vengano sgozzati entrambi con un unico rapido fendente soltanto quando Giasone è sul punto di irrompere entro la loro abitazione, è la dimostrazione di come, a differenza del piano orchestrato ai danni della famiglia reale, l’esito funesto sia dovuto in questo caso soltanto dalla frenesia del momento. Ma, ancora una volta, nonostante il parricidio e l’afflizione infinita provata dalla donna a causa di quanto compiuto, ecco che la maga trova nuovamente la fierezza per ergersi di fronte a colui che l’ha tradita, palesando una freddezza ed una regalità che contrastano – terribilmente! – con quanto appena macabramente realizzatosi:

Giasone: Mi hai strappato in modo orribile la mia sposa e il re che ci accolse nel suo regno: mi privi brutalmente dei miei figli, tanto di quelli che avrei dovuto generare come di quelli che già avevo. Mi hai tolto tutto. E ancora mi accusi?

Medea: Sei l’unico colpevole.

Giasone: Maledetto il giorno in cui incrociasti il mio cammino! Ti sei vendicata, fiera selvaggia. Ora lasciami entrare, lasciami baciare i miei figli, dirgli addio, seppellirli.

Medea: Sarò io a dare loro sepoltura, non tu, che ne hai causato la morte. Non pensavi di viver felice senza di noi? Ne hai la libertà.

Giasone: Sventura senza nome!

Medea: Mi chiamo Medea. E non sono più sventurata di te. Tu mi hai distrutta. Io ti ho procurato danno come più ti avrebbe fatto soffrire. Siamo in pace.

La lettura del mito, però, deve essere integrata anche di un terza considerazione. Profondamente importante, considerando anche come la donna viene considerata nell’Antica Grecia. Medea, infatti, incarna la ribellione brutale e violenta alla legge degli uomini. Ella si staglia contro tutti i precetti profondamente misogini che esigono che la donna sia relegata alla più totale delle sottomissioni e alla più silenziosa delle obbedienze. L’indole di Medea, così passionale e travolgente e tale da convincerla anche a compiere azioni imperdonabili, è un monito rivolto all’intero ordinamento valoriale  di riferimento. Un ordinamento che vede l’uomo nelle vesti di assoluto ed indiscusso padrone della vita e dei sentimenti delle donne.

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IL VASO DI PANDORA: ROVINA E SALVEZZA DELL’UMANITÀ.

Probabilmente uno dei miti più noti e famosi di sempre. Sicuramente tra i più importanti e profondi, considerate le numerose tematiche di cui si fa portatore e che hanno anche influenzato – in un modo profondamente sostanziale – buona parte della tradizione cristiana.

Iniziamo subito con l’affermare che il mito di Pandora e del suo celeberrimo vaso è da considerarsi “consequenziale” a quanto descritto all’interno del racconto mitico riguardante il titano Prometeo ed il suo terribile supplizio: Pandora, infatti, creata e modellata da Efesto, su espressa richiesta da parte del Padre Celeste, incarna il desiderio di vendetta dello stesso Zeus. Uno Zeus ingannato, umiliato e tradito tanto dal titano quanto da quegli stessi uomini a lui così particolarmente cari. Il tutto a causa del furto del fuoco, dono di Prometeo all’intera umanità:

«Consegnerò agli uomini un dono avvelenato», proseguì Giove, «un male di cui tutti loro, poveri infelici, si rallegreranno, accarezzando ogni giorno la loro stessa disgrazia. Lascerò che tengano il fuoco, però, in cambio, conosceranno la paura, la malattia, la sofferenza e la discordia. E allora, sopraffatti dai mali che ignorano, si avvicineranno ancor di più a noi».

Notiamo, fin da subito, quello che è un tratto caratterizzante l’intero mito di Pandora. Lo stesso, infatti, va componendosi di una lettura e di una considerazione profondamente misogina nei riguardi della donna. Pandora, infatti, è la prima donna ad essere generata e tanto la sua creazione quanto il suo arrivo presso i comuni mortali celano un fine distruttivo. Uno scopo camuffato dall’arte della seduzione e dalla sensualità. Si esaltano, dunque, tutti quegli aspetti femminili che si mostrano in grado d’ingannare gli uomini, di renderli violenti e bramosi dell’altrui avere, oltre che capaci delle azioni più meschine e violente. Ancora una volta, sono proprio le parole del Padre Celeste ad apparire particolarmente esaustive, a tal riguardo:

«Mercurio, figlio mio sagace e astuto, fa sì che questa creatura, concepita per essere consegnata agli uomini, alberghi nel suo cuore indifferenza; fa sì che la sua natura sia incline allo scherno; dotala di una mente disinvolta e concedile un carattere volubile».

Pandora, dunque, è come Eva nel libro della Genesi: seducente, ingannatrice, lasciva e curiosa. Dannatamente curiosa. Di una curiosità morbosa e deviata. Del resto, è lei che apre il vaso e libera tutti i mali del Mondo, risposti al suo interno da Zeus. E questo nonostante il monito lanciatole dallo stesso Signore dell’Olimpo. Un invito a non rimuovere, mai e poi mai, il coperchio del suddetto. Un monito ingannevole però, il cui vero fine altro non è se non quello di “solleticare” all’inverosimile il desiderio di disobbedienza della giovane donna.

L’apertura del vaso spalanca le porte ad un’altra trattazione mitica. Quella di Thanatos. Esso incarna il male del Mondo sotto tutte le sue più disparate forme: dalla fame alla malattia, dal desiderio di possesso alla bramosia della conquista. Fino ad  arrivare al male più grande ed insopportabile di tutti. La paura. La paura della morte.

Pandora aveva alterato l’ordine delle cose, scatenando sentimenti di possessività, territorialità e invidia fra gli uomini, propagando fra loro malattie e disgrazie di ogni genere e rendendoli propensi alla violenza e allo scontro. 

A questo punto del mito viene a svilupparsi una profonda riflessione circa il ruolo ricoperto da Zeus nelle vesti di artefice e custode dell’intero Creato. Una trattazione mitica che, nuovamente, può essere oggetto di comparazione con quanto esposto all’interno della Genesi. Il Padre Celeste, infatti, accortosi di come gli uomini, nonostante la paura della morte e dell’oblio, non si mostrino desiderosi e propensi di riavvicinarsi alle Divinità per ricevere aiuto, si esprime a favore del loro sterminio. Si tratta del primo dei due atti di genocidio di massa messi in opera dal Padre dell’Olimpo. Soltanto Pandora e suo marito Epimeteo – fratello del decaduto Prometeo – vengono risparmiati.

Alla seconda generazione di uomini, Zeus fa conoscere la paura ed il terrore della guerra e della violenza, inviando il proprio figlio Ares tra quegli esseri effimeri ed invitandolo a disporre a proprio piacimento delle loro vite terrene e mortali. Ancora una volta, il fine dell’operato del Padre Celeste è quello di smuovere con il terrore l’animo degli uomini, affinché gli stessi comprendano come sia, per la loro stessa salvezza, necessario appellarsi agli Dei. Torna, quindi, una delle tematiche più diffuse e conosciute all’interno dell’intera mitologia classica: la reciproca necessità esistenziale che lega, indissolubilmente, tra di loro Dei e uomini. I primi necessitano delle preghiere dei secondi. I secondi necessitano della benevolenza dei primi. Ma, nonostante, gli stermini e le depravazioni diffuse lungo l’intera Terra da Ares, nuovamente gli uomini si mostrano indifferenti alla preghiera. È in questo momento che Zeus comprende il perché il suo piano fatichi ad attuarsi. Ed è proprio quando ciò avviene che decade l’interpretazione prettamente misogina ai danni di Pandora, la quale, da rovina dell’umanità, finisce con l’incarnare la sua più concreta e reale salvezza.

Zeus, infatti, comprende come Pandora, nella fretta di richiudere il vaso, tanto era stato il terrore provato nell’aver liberato Thanatos, abbia finito con il lasciare sigillato al suo interno l’unica virtù che avrebbe permesso all’uomo non solo di riavvicinarsi agli Dei ma, soprattutto, di rinnovarsi come essere: l’umana speranza.

Ecco allora che, per l’ennesima volta, il mito va caratterizzandosi di un qualcosa che sarà poi riproposto nelle pagine dell’Antico Testamento: il Diluvio Universale. Il secondo sterminio dell’intera stirpe dell’uomo messo in atto dal Padre di tutti gli Dei. Dall’unione tra Pirra – figlia di Pandora ed Epimeteo – e Deucalione – figlio di Prometeo – nasce così una nuova stirpe di uomini e donne. Una stirpe di esseri mortali, affranti dalle fatiche e dalle impervie sparse nel Mondo, ma capaci di nutrire, dentro i propri cuori, la calda luce della speranza. Quella stessa speranza di cui Pandora fu, nella Notte dei Tempi, distruttrice e custode.

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L’ORGOGLIO DI BELLEROFONTE.

Ipponoo, principe di Corinto, appartiene ad una stirpe maledetta. Maledetta dagli Dei. Maledetta dalla sua stessa natura. Suo nonno Sisifo, infatti, osò ingannare Zeus: da allora trascorre l’eternità a portare sulla cima di un monte una gigantesca roccia, la quale, tutte le volte, non tarda a rotolare nuovamente a valle, obbligando l’uomo a compiere daccapo l’intera ardua impresa. Suo padre Glauco, al contrario, continuò, per tempo immemore, a dare in pasto alle proprie giumente della carne umana, nel deviato desiderio di renderle più ardite; gli Dei hanno fatto sì che le stesse potessero, infine, banchettare con il corpo del loro macabro padrone.

Ipponoo non è alieno da cotanta superbia e cieca ambizione. È un giovane ossessionato. Ossessionato dalle impossibili imprese che, senza concedergli la benché minima tregua, continuano a perseguitarlo nei sogni. Fra queste, la più audace di tutte: domare il divino puledro, nato dal sangue di Medusa. L’alato cavallo di Pegaso. L’intero mito, del resto, si commista, in gran parte, a quello della creatura ultraterrena.

Minerva benedice l’impresa del giovane, aiutandolo a domare e comandare la indomita fiera. Ma ciò non sminuisce la brama di affermazione ed il desiderio di riconoscimento del principe. Egli diviene così la causa della morte del suo stesso fratello, Bellero, il quale viene colpito accidentalmente dagli zoccoli del possente equino. In fuga da Corinto, alla ricerca di una disperata redenzione e di nobili gesta che possano nuovamente elevarlo allo status di eroe, Ipponoo, ora chiamato con il nome di Bellerofonte – “l’uccisore di Bellero” -, trova riparo prima a Tirinto e poi a Xanto, dove, assieme al proprio compagno alato, riesce finalmente in un’impresa degna dei più grandi: uccidere la Chimera.

Il mito di Bellerofonte tratta il tema della superbia e dell’orgoglio e si mostra tutt’oggi ancora molto “particolare”, dato che in esso viene narrata la caduta di un eroe. La brama del principe, infatti, diviene talmente insaziabile, da fargli credere di avere il pieno diritto di volare fin sulle vette inarrivabili del Monte Olimpo, di modo così da palesarsi – di sua spontanea iniziativa! – agli occhi degli Altissimi. La morte di Bellerofonte, causata dal disarcionamento da Pegaso, su volere dello stesso Zeus, rappresenta allegoricamente la punizione inflitta a tutti coloro che, osando travalicare i limiti imposti alla loro natura, si ritengano stupidamente degni di compiere gesta al di là di ogni umana comprensione ed accettazione.

Emblematica la scena finale: durante la sua caduta, infatti, l’eroe osserva il fidato Pegaso, incurante del suo cavaliere, venire accolto amorevolmente dalle carezze del Padre Celeste. Perché solo agli immortali e a coloro che sono stati benedetti dai Divini viene concesso ed  elargito il diritto di sostare entro la Dimora degli Altissimi.

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