LA STORIA DEGLI EPIGONI E LA CADUTA DI TEBE.

Due sono le grandi guerre epiche narrate nella mitologia greca. La prima prende vita a Troia. La seconda, invece, si sviluppa alle porte di Tebe. Quest’ultima si articola in due vere e proprie campagne militari: la “Guerra dei Sette” e la “Vendetta degli Epigoni”. Il nome “epigoni” significa “discendenti” o, più comunemente, “coloro che sono nati dopo”. Il termine è propriamente azzeccato, del resto. Gli epigoni, difatti, sono i discendenti di coloro che presero parte alla prima guerra contro Tebe. Ove i loro padri hanno trovato la morte, gli epigoni riescono a dare libero sfogo ai propri istinti più brutali e a soddisfare, in tal modo, la propria sete di sangue ed il proprio desiderio di vendetta. Sono le insegne di Messene, Arcadia, Corinto, Megara ed Argo a marciare contro le porte dell’antica città fondata da Cadmo, in quello che si palesa alla vista come un vero e proprio avanzare ricolmo di collera ed astio.

Figura centrale dell’intera campagna, nonché dell’intero mito, è Alcmeone. L’argivo, infatti, è paragonabile ad un’altra figura drammatica che si eleva tra eroismo e drammaticità: Oreste, principe di Micene e figlio della Regina Clitennestra. Per onorare la promessa fatta al padre AnfiaraoAlcmeone, di ritorno dalla conquista della città, assassina la propria madre, Erifile, responsabile della morte del proprio congiunto. La vicinanza tra Oreste ed Alcmeone è particolarmente forte… proprio come forte è la gravità del reato di cui entrambi i principi si macchiano – il matricidio – e la nefasta conseguenza che da esso segue. Come avviene per il principe di Micene, anche l’argivo, infatti, è obbligato ad abbandonare la sua città natale e a dirigersi verso l’Oracolo di Apollo, nella speranza di vedere salvata la propria vita dalla minacciosa presenza delle Furie. Ma il fato di Alcmeone è profondamente tragico: accusato di aver tradito l’amore di Arsinoe, figlia del Re della Psofide, con la bella Calliroe, il principe di Argo viene ferito a morte dagli stessi fratelli della sua promessa sposa e lasciato privo di vita sulle rive di un fiume.

Se il destino di Alcmeone avvicina la tragedia di Argo a quella di Micene, altrettanto viene reso dalla figura della Regina Erifile. Una donna, infatti, particolarmente “simile” e “prossima” a Clitennestra. Erifile, esattamente come la moglie di Agamennone, è causa della morte del proprio marito. Appoggia, infatti, volutamente la Guerra dei Sette… quella stessa guerra nella quale Anfiarao perde la vita. Se nella prima campagna militare la vigliaccheria della donna è simbolicamente rappresentata dalla collana di Armonia – manufatto creato da Efesto e donato alla regina da Polinice -, nel secondo conflitto contro Tebe è il peplo di Minerva ad assumere una tale funzione narrativa. Tersandro, infatti, manipola e corrompe Erifile, facendo leva sull’ego e sulla vanità della vecchia donna, obbligandola ad accettare un bieco compromesso: in cambio delle divine vesti che rendono il corpo di chi le indossa sempre bello ai propri occhi e alla propria vista, la regina deve convincere suo figlio Alcmeone a guidare la spedizione contro Tebe.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

LA RAGIONE AL DI SOPRA DELL’ISTINTO: LA DEA ATENA.

Vi è però, sin dalla tua nascita, in questi tuoi occhi, una malinconia precoce, ammesso che fosse possibile una cosa simile, poiché tutto avevano da guadagnare e nulla da perdere al tempo, che oggi brilla con forza inconsueta: qualcosa di profondo la cui origine mi sfugge e le cui conseguenze mi preoccupano, tano più che non riesco a indovinarle.

Con queste parole Zeus si rivolge ad Atena. La Dea casta. L’unigenita. Nel mentre che assieme scrutano la distruzione della leggendaria città di Troia. Figlia prediletta del Padre Celeste, fin dalla sua nascita Atena è segnata da una profonda conflittualità interiore che l’accompagnerà per la sua intera esistenza immortale. Sua madre, infatti, la ninfa Meti, viene uccisa a tradimento dallo stesso Zeus, terrorizzato dalle previsioni nefaste annunciategli dalla titanide Temi. Eppure, nonostante l’atto vile e codardo di cui il suo stesso padre osa macchiarsi, Atena nasce e si forma all’interno della testa di Zeus, annunciando così all’intero Creato come della Saggezza e della Ragione avrebbe Lei medesima per sempre incarnato la più pura delle essenze.

Ma, nuovamente, quel dualismo, quel sentimento conflittuale di pace e guerra, si palesa alla vista di tutti: Atena, infatti, si rivela una fredda e calcolatrice guerriera. Indossando armatura, scudo e lancia, fin dalla sua prima apparizione. Scrutando tutti i presenti con quei suoi seducenti e profondi occhi di civetta. Non vi è una sola divinità, partecipe di quel parto così insolito e miracoloso, che si mostri in grado di non cedere dinanzi allo sgomento suscitato dalla presenza della giovane Divinità.

Durante tutta la sua esistenza, Atena tenta, con tutte le proprie forze, appellandosi continuamente alla sua fredda e riflessiva mente, di tenere a freno i propri istinti impulsivi e passionali. Perché non solo dell’Intelligenza e delle Arti Lei è la Dea. Atena, infatti, al pari del bellicoso Ares, è anche la Divinità della Guerra. La sconfitta dei troiani e la caduta della loro stessa leggendaria città resta un qualcosa, in gran parte, da ascrivere al suo ingegno e alla sua forza. Ma, nonostante gli sforzi compiuti per cercare di non divenire schiava dell’irrazionalità e degli istinti più passionali e violenti, Atena non riesce ad esimersi dal macchiarsi di atti malvagi. Bieche azioni, nei riguardi delle quali chiama poi sé stessa a profonde ed inquiete riflessioni.

Ne è una chiara testimonianza l’assassinio, da lei stessa compiuto, della figlia di Tritone. La sua più cara e vecchia amica d’infanzia: Pallade. È la gelosia per le attenzioni amorose ricevute dall’amica ad inquinare la mente della Dea e a guidare la sua mano nel mentre che la stessa va trafiggendo il petto della compagna. Il rimorso provato porterà la giovane Divinità a farsi chiamare (anche) con il nome della nipote di PoseidonePallade, per l’appunto.

Ad ogni evento triste e nefasto che va dando forma e colore alla sua esistenza, segue il dolore, il rimpianto ed il rimorso per quanto compiuto. Oltre alla paura provata per essersi lasciata sedurre e rendere schiava da simili istinti irrazionali. Vittime di questi momenti di turbamento e di smarrimento sono anche Tiresia, colpevole di aver osato scrutare con i propri occhi il corpo nudo della Dea, e la sacerdotessa di Atene, Medusa. Ma, mentre al giovane figlio della ninfa Cariclo viene fatto il dono della preveggenza, alcuna pietà è mostrata da Atena nei confronti della giovane e bellissima Medusa. Anzi. Nonostante la stessa venga violentata contro il proprio volere da Poseidone, la Dea la incolpa di aver osato arrecare viltà e vergogna non solo al tempio a Lei eretto ma, addirittura, alla stessa città di Atene. Maledetta e cacciata, alla povera sacerdotessa non resta altro che scappare in preda alle lacrime e allo sconforto:

È una Dea che hai umiliato lasciandoti oltraggiare. […] È la tua intollerabile vanità la causa di tutto questo e, pertanto, è la tua vanità che verrà punita senza pietà. Questa chioma di cui ti vanti e che è stata la tua perdizione cesserà di esistere. Che i tuoi capelli si trasformino in serpenti velenosi e il tuo sguardo pietrifichi chiunque osi guardarti, in modo che tu non possa più disonorarmi disonorandoti.

Si tratta di un episodio che, ancora una volta, obbliga Atena ad interrogarsi sul perché delle proprie azioni e che costringe l’Altissima ad ammettere come fosse stata l’invidia, da sempre nutrita nei riguardi della bellissima chioma della giovane ancella, ad averla convinta a punirla in quel modo tanto abominevole.

Atena resta pur sempre anche la Dea delle Arti. Arti prettamente tecniche, manuali e “servili”. Simbolica, a tal riguardo, la disputa vinta contro Poseidone per decretare quale sarebbe stata la Divinità a divenire protettrice della città di Acte. Atena, infatti, dona alla cittadinanza un ulivo, istruendo così i mortali circa l’utilizzo ed il commercio del sopracitato benedetto frutto della terra. Acte, dunque, diventa Atene, città immolata alla venerazione della sua nuova Divinità.

Ma chi è Atena? Cosa incarna la sua figura enigmatica e qual’è il significato di quel suo animo così profondamente conflittuale? Ebbene vi è un episodio su cui è fondamentale ragionare.

In occasione della punizione inferta al giovane Tiresia, la ninfa Cariclo, intercedendo per suo figlio e sperando nella clemenza della Dea, ottiene dalla figlia prediletta di Zeus questa fredda ed iraconda risposta:

Non è un capriccio della mia volontà ciò che è successo, ma delle Parche, i cui fili hanno ordito il destino di tuo figlio il giorno stesso in cui lo hai messo al Mondo. Inoltre, le leggi di Saturno stabiliscono che chiunque veda un immortale quando questo non lo desidera, deve pagare un prezzo alto. Non mi è permesso violarle né annullare il castigo.

Notiamo come la Dea, combattuta come sempre tra il suo desiderio di essere sempre passiva e raziocinante e l’impossibilità di placare del tutto il proprio animo bellicoso ed irruento, sia letteralmente schiava dell’ordine costituito e delle antiche usanze e leggi. Ebbene, dopo la caduta di Troia, prende vita e forma, nella mente laboriosa della Dea, una consapevolezza che, in sé e per sé, incarna la vera essenza del progresso e dello sviluppo umano. Desiderosa di salvare Oreste dalla collera delle Furie e di assolverlo dall’assassinio della sua stessa madre, la regina ClitennestraAtena, rivolgendosi alla cittadinanza ateniese, fonda, sul colle più alto della città, l’Areopago che, a tutti gli effetti, diviene il primo moderno tribunale cittadino:

Ascolterò, fra i migliori della città, dodici giudici che, spinti dalla rettitudine della loro coscienza, emetteranno il loro verdetto su questo caso. Questo tribunale rimarrà per sempre istituito nella città e la sua autorità fonderà una nuova norma, che estirperà dalla radice il circolo vizioso della vendetta. […] È mia volontà che, da questo giorno, i delitti di sangue siano giudicati da un tribunale come quello qui oggi costituito. […] Se rispetterete le loro volontà, questa istituzione sarà il più apprezzato baluardo della città. Nessun popolo ha mai goduto prima di una simile possibilità. Ecco qui il dono che vi offro!

Atena diviene, dunque, la Dea della Giustizia. Difatti, dopo l’esito del voto dei magistrati, scoprendo come il numero di coloro che considerano Oreste colpevole sia lo stesso di coloro che, al contrario, desiderano assolverlo, ecco come la Dea risolve quella che, in effetti, diviene la prima vera e propria impasse giudiziaria:

Spetta a me l’ultima parola. E, con questo, aggiungo il mio voto a quelli che prosciolgono l’accusato per dirimere la questione. E serva come precedente questa azione, di modo che quando la sentenza presenti uno stesso numero di voti per l’accusa e la difesa, prevalga l’innocenza dell’accusato e si risolva a sua favore la causa, poiché così consigliano di operare la prudenza e la benevolenza, senza ridurre il rigore che la giustizia richiede.

Si tratta dell’abbandono della parabola giuridica “occhio per occhio e dente per dente” a favore di un nuovo ordine giuridico costituito. Fondato sull’equità, sulla giustizia sociale e sullo stato d’innocenza “fino a prova contraria”. Elementi nuovi e caratterizzanti la moderna concezione di giustizia. Inoltre le Furie, nonostante la sconfitta subita, non vengono allontanate ma, al contrario, invitate dalla stessa Dea a restare ad Atene e a prendere il nome di Eumenidi. Di modo che le “Figlie antiche della Notte” diventino un ulteriore fondamento per la crescita sempre più virtuosa di norme moderne ed eque. Così che tradizioni passate e presenti possano fondersi per un futuro più giusto ed armonioso.

Questa è Atena. L’incarnazione del desiderio di crescita e di progresso dell’intera umanità. Un progresso che, per esser tale, deve passare dalla istituzione di un virtuoso sistema di norme e leggi. Un progresso che richiede – inevitabilmente! – ragione e saggezza e la comprensione di come conflittuale e profonda sia la natura dell’uomo. La Giustizia serve proprio a dare equilibrio a tale bellicoso e asimmetrico dualismo.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

LA TRAGEDIA DEL REGNO DI MICENE.

Se nella mitologia greca esiste un luogo sconvolto da eventi nefasti e nel quale si sono succeduti accadimenti tanto raccapriccianti quanto macabri, ebbene questo non può che essere il regno degli atridi. I discendenti di Atreo. Re indiscusso di Micene. Il mito legato alla leggendaria città greca, infatti, trova nelle proprie origini e nella morte di Agamennone un “bilanciamento” profondamente tragico, drammatico e del tutto raccapricciante.

Atreo, per punire il bieco tradimento compiuto da suo fratello Tieste, colpevole, per l’appunto, di aver osato consumare dei rapporti carnali e lussuriosi con la regina Erope – moglie dello stesso Atreo -, fa uccidere brutalmente tutti i suoi figli, per poi servirli come pietanze ad un banchetto. Un banchetto imbastito in onore proprio di Tieste. Quest’ultimo, venuto a sapere della reale provenienza di quell’infame pasto, maledice Atreo, suo fratello, nonché suo stesso re, preannunciandogli, fin troppo chiaramente, la propria brama e sete di vendetta. La medesima prende vita attraverso lo stupro che lo stesso Tieste consuma a danno della povera Pelopia, sua nipote e figlia di Atreo, nella speranza che dalla giovane innocente possa giungere alla vita un primogenito maschio, al quale il padre affiderà poi l’onere di soddisfare quel lascito vendicativo. Da questa violenza incestuosa ed insaziabile viene generato Egisto. È, dunque, attraverso la generazione seguente che la vendetta di Tieste finisce con il venire totalmente nutrita e con il trovare piena soddisfazione.

Egisto, infatti, diviene l’amante di Clitennestra, regina di Micene e sposa di Agamennone. La maledizione di Tieste assume un duplice aspetto. Essa, da una parte, trova appagamento nell’atto brutale e violento di cui lo stesso Agamennone si macchia: il re, infatti, al fine di ottenere dei buoni auspici prima di salpare per Troia, decide di sacrificare agli Altissimi la propria figlia Ifigenia, finendo, in tal modo, con il venire per sempre odiato e maledetto dalla sua sposa. Dall’altra parte, il lascito di Tieste si concretizza proprio attraverso le mani di Egisto il quale, coadiuvato dalla regina, uccide a tradimento il re, nello stesso giorno in cui, dopo ben dieci lunghi anni, il medesimo aveva finalmente fatto ritorno a casa. L’assassinio di Agamennone è un atto di assoluta violenza: non solo il miceneo viene trapassato a morte dalla punta di una spada durante le proprie abluzioni… la sua stessa testa diviene oggetto anche di una brutale e raccapricciante decapitazione. Il tutto per mano e per volontà proprio di Clitennestra. La stessa identica sorte investe subito anche Cassandra, sacerdotessa di Troia, schiava e nuova concubina del re, e dei suoi due piccoli figli innocenti.

Qui giace Agamennone, il mio sposo, oramai cadavere. Io stessa l’ho fatto cadere. Dopo aver tramato a lungo la vendetta, è giunto il momento del trionfo! Rallegratevi se vi pare giusto. Il suo calice era colmo di mali, e per questo adesso ha pagato.

L’assassinio di Agamennone origina una nuova scia di sangue. Perché l’intero mito legato al Regno di Micene, del resto, vuole proprio testimoniare il fatto come non possa esservi mai pace ed armonia nella violenza e nel caos generato dall’odio e dalla brama di sangue.

Elettra, figlia devota del defunto Agamennone, trascorre tutti gli anni sotto il regno dell’usurpatore Egisto a tramare contro la sua stessa madre e a cercare di convincere suo fratello Oreste – fuggito da piccolo dalla furia omicida dei due traditori – a tornare in patria per vendicare l’assassinio del padre. La parte conclusiva del mito, che vede Oreste fare ritorno a Micene per assassinare prima Egisto e poi Clitennestra, è profondamente simbolica. Il principe, infatti, si reca prima a Delfi, al fine di ottenere dagli Altissimi la benedizione a compiere un simile gesto. Il fatto è che la colpa di cui si macchia Oreste è, molto probabilmente, la più grave di tutte. Il matricidio, infatti, è ritenuto essere il peccato più ignobile che un mortale possa mai commettere. La comparsa delle furie, poco dopo la morte di Clitennestra, così ardentemente desiderose di rendere schiave della pazzia tanto Oreste quanto sua sorella Elettra, simbolicamente enfatizza moltissimo la gravità dell’atto compiuto. Ai due altro non resta da fare che abbandonare subito Micene e recarsi nuovamente presso l’Oracolo, nella speranza di ottenere così dagli Dei benedizione e protezione.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

ATALANTA LA “PIÈ VELOCE”.

«Due fiere mandate dalla dea hanno cambiato il mio destino. La prima mi ha restituito la vita che altri volevano negarmi, mentre la seconda mi riporta al palazzo che mi hai sottratto.»

Il mito di Atalanta è particolarmente straordinario perché riesce a scagliarsi contro la visione misogina che, in parte, caratterizza il Mondo Antico. Pur venendo rinnegata alla nascita, la fanciulla, infatti, diviene la protetta della Dea Artemide, la quale la istruisce nell’arte della caccia. E, in particolar modo, nella caccia al cinghiale. La sua fama di abile cacciatrice non tarda a spargersi per l’intera Grecia, così come la sua eccellente rapidità ed agilità nei movimenti – soprannominata per questo “piè veloce” – e la sua infallibile mira.

Atalanta, dunque, non rappresenta soltanto la risposta del Mondo femminile ad una realtà ricolma di eroi (per lo più) del tutto maschili; ella, del resto, incarna anche il significato più profondo del riscatto sociale. La vittoria sulla battuta di caccia, indetta per l’uccisione del leggendario cinghiale calidone, è l’occasione per l’eroina di riappropriarsi del proprio lignaggio di principessa e del proprio status sociale.

Tra le pagine del mito, l’abilità di guerriera e di cacciatrice non è la sola a venire elogiata e valorizzata. Di Atalanta, difatti, si esalta la purezza d’animo, la compostezza, la profonda educazione ma, al contempo, anche l’orgoglio e la temperanza. L’eroina, dopotutto, resta sempre pienamente consapevole del proprio posto e delle proprie capacità. Esattamente come del proprio dovere di non mancare mai di rispetto agli Altissimi e alla Dea a lei più cara, la vergine Artemide. La sfida che propone al proprio padre, perché di lei venga concessa la mano, è la chiara testimonianza di come la principessa non intenda sminuire il proprio essere dinanzi alle leggi dell’uomo:

«Desidero porre un’altra condizione», aggiunse Atalanta. «Chi vorrà vedermi chinare il capo, dovrà prima mettere in gioco la sua testa: chi perderà la gara, perderà anche la vita.»

Atalanta è una figura forte, risoluta e dalla inscalfibile caratura morale. Decisa, paziente e determinata. Tutte doti degne della più abile delle cacciatrici. Capace di comprendere la nobiltà dei sentimenti altrui e di non lasciarsi viziare e disturbare dagli atteggiamenti più ostili e vili assunti dal prossimo. Amata e benedetta dagli Altissimi.

Ricolmo di significato è, dunque, l’intervento di Afrodite. La Dea dell’amore, infatti, è l’unica ad essere in grado di permettere alla giovane di liberarsi dal ferreo giuramento rivolto alla Dea Artemide, così che la giovane eroina possa godere e bearsi dei nobili sentimenti dell’amato Melanione.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

AMORE, ODIO E LA LEGGE DELL’UOMO: IL MITO DI MEDEA.

Il nome Medea deriva dal verbo greco médomai che significa “inventare”, “creare”, ecc. Da un punto di vista prettamente semantico, lo stesso rimanda all’idea di preparare miscele, unguenti, pozioni, medicinali e via discorrendo. Pratiche che, tutto sommato, ben si sposano con la figura rappresentata nel mito. Medea, infatti, principessa della Colchide, discendente del Dio Sole, è colei che ha assistito Giasone nel furto del vello d’oro e che, per amore di quest’ultimo, ha rinunciato alla propria terra natia, arrivando addirittura ad assassinare Apsirto, suo fratello. Per amore di Giasone, la donna ha anche ingannato suo padre, il Re Eete, ed è divenuta così una rinnegata tra la sua gente. In quanto non greca, finisce con il venire considerata alla stregua di una mera barbara. Anzi. Una maga, per l’esattezza. Difatti, grazie al proprio sapere arcano, si adopera ad aiutare, in diverse situazioni, le donne di Corinto, che si recano da lei in cerca di aiuto e di assistenza.

L’intero mito si sviluppa lungo tre tematiche. Sono profondamente concatenate tra di loro, di modo che la stessa narrazione possa apparire tanto lineare quanto profondamente comprensibile, da un punto di vista logico. Il primo tema che occorre prendere in esame è quello dell’amore.

Medea, infatti, è follemente, pazzamente e ciecamente innamorata di suo marito Giasone. Si tratta di un amore a tratti puro e dolcissimo, simile alla infatuazione che la giovane principessa ebbe di lui anni addietro, durante la missione che l’eroe compì con gli Argonauti nel regno della Colchide. Ma è anche un sentimento viziato dalla troppa irrefrenabile passione e tale da divenire ossessivo ed oltremodo invasivo. Un attaccamento talmente morboso che porta la donna a non tollerare nemmeno il più piccolo errore o la più impercettibile svista che si mostri in grado di arrecare danno all’amato.

Nutrice: Non vi è alcuna saggezza nell’amare un marito come lo fai tu.

Medea: Che cosa sai tu dell’amore?

Nutrice: Che rende cieche anche le donne sagge come te.

Segue poi il tema dell’odio. Il tradimento di Giasone, sposatosi in gran segreto con Creusa, principessa di Corinto, porta Medea a porre in atto quello che, ancora oggi, appare essere la più brutale e terrificante delle vendette. Colpiscono due cose, nell’analisi psicologica e comportamentale della donna, durante la sua decadenza morale. Da un lato, infatti, è possibile scorgere la grande abilità di Medea nel saper ingannare tutti quanti e nel riuscire a non rivelare a nessuno i propri reali intenti. Con estrema facilità ottiene protezione nella città di Atene. Con altrettanta arguzia e raffinata arte ingannatrice, svia le attenzioni del marito dalle sue reali attenzioni, riuscendo addirittura a renderlo complice della sua fuga – l’effigie che Giasone pone ai piedi della statua della Dea Venere finisce, infatti, col tramutarsi nel drago alato con la quale la donna fuggirà in seguito da Corinto -. Anche l’assassinio di Creusa e di suo padre, il re Creonte – colpevole di avere permesso il matrimonio tra sua figlia e Giasone – è una perfetta manifestazione dell’abile mente sadica e vendicativa della donna. Dall’altro lato, però, abbiamo anche Medea nelle vesti di madre e non solo, quindi, di moglie tradita ed abbandonata. Fino all’ultimo istante, la donna cerca in tutti i modi di convincersi a non assassinare i suoi stessi figli. Quegli stessi figli che ha avuto dal marito traditore. Il fatto che i piccoli vengano sgozzati entrambi con un unico rapido fendente soltanto quando Giasone è sul punto di irrompere entro la loro abitazione, è la dimostrazione di come, a differenza del piano orchestrato ai danni della famiglia reale, l’esito funesto sia dovuto in questo caso soltanto dalla frenesia del momento. Ma, ancora una volta, nonostante il parricidio e l’afflizione infinita provata dalla donna a causa di quanto compiuto, ecco che la maga trova nuovamente la fierezza per ergersi di fronte a colui che l’ha tradita, palesando una freddezza ed una regalità che contrastano – terribilmente! – con quanto appena macabramente realizzatosi:

Giasone: Mi hai strappato in modo orribile la mia sposa e il re che ci accolse nel suo regno: mi privi brutalmente dei miei figli, tanto di quelli che avrei dovuto generare come di quelli che già avevo. Mi hai tolto tutto. E ancora mi accusi?

Medea: Sei l’unico colpevole.

Giasone: Maledetto il giorno in cui incrociasti il mio cammino! Ti sei vendicata, fiera selvaggia. Ora lasciami entrare, lasciami baciare i miei figli, dirgli addio, seppellirli.

Medea: Sarò io a dare loro sepoltura, non tu, che ne hai causato la morte. Non pensavi di viver felice senza di noi? Ne hai la libertà.

Giasone: Sventura senza nome!

Medea: Mi chiamo Medea. E non sono più sventurata di te. Tu mi hai distrutta. Io ti ho procurato danno come più ti avrebbe fatto soffrire. Siamo in pace.

La lettura del mito, però, deve essere integrata anche di un terza considerazione. Profondamente importante, considerando anche come la donna viene considerata nell’Antica Grecia. Medea, infatti, incarna la ribellione brutale e violenta alla legge degli uomini. Ella si staglia contro tutti i precetti profondamente misogini che esigono che la donna sia relegata alla più totale delle sottomissioni e alla più silenziosa delle obbedienze. L’indole di Medea, così passionale e travolgente e tale da convincerla anche a compiere azioni imperdonabili, è un monito rivolto all’intero ordinamento valoriale  di riferimento. Un ordinamento che vede l’uomo nelle vesti di assoluto ed indiscusso padrone della vita e dei sentimenti delle donne.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.