DIDEROT E L’ARTE.

Da un punto di vista artistico, il Settecento va presentandosi come un secolo particolarmente “ibrido”. Questo perché tale è, per l’appunto, la definizione di estetica che abbiamo modo di cogliere tra i vari pensatori ed intellettuali sparsi, per lo più, tra Francia, Inghilterra e Prussia. Nonostante, infatti, vada manifestandosi come il Secolo dei Lumi e della Ragione – assumendo le vesti di una vera e propria apologia (anche dogmatica) della capacità intellettiva e cognitiva dell’uomo -, il Settecento palesa una profonda e, al contempo, ben manifesta attenzione nei riguardi del sentimento e della sensibilità, per quanto concerne la individuazione e definizione del “bello” (artistico). L’arte, infatti, non viene più contemplata e valorizzata in riferimento alla sua funzione di mìmesis, quanto, piuttosto, per quanto concerne il suo aspetto meramente espressivo e la sua stessa capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore. Ad esempio, il sentimento – che sta alla base della relazione estetica tra osservatore ed oggetto estetico (cfr. Kant) – o l’intuizione – fondamentale in alcuni pensatori (cfr. Shaftesbury) per cogliere l’idea del Bello – testimoniano come in ambito artistico sia necessario non affidarsi totalmente agli occhi della Ragione. Non si tratta, ad ogni modo, di un dualismo da intendersi come (necessariamente) conflittuale: il fatto che da un lato si osanni la Ragione e si valorizzino i traguardi da essa raggiunti, mentre, dall’altro lato, si evidenzia l’aspetto più sensibile dell’essere umano in ambito artistico, resta un qualcosa da non equiparare – irrimediabilmente! – ad una mera idiosincrasia concettuale.

Artista e filosofo che ben incarna lo spirito settecentesco e ne evidenzia il dualismo in seno al rapporto Ragione/Sentimento è, senza ombra di dubbio, Diderot. L’enciclopedista, infatti, fonda e giustifica il proprio argomentare artistico tanto su aspetti di tipo tecnico/realizzativo – fondamentalmente riconducibili ad una riflessione sull’intelletto e sulla sapienza teoretica – quanto su concetti inerenti la sensibilità e la capacità di osservazione dell’uomo. Procediamo, dunque, con un minimo di ordine espositivo.

Se prendiamo in mano la Encyclopédie, possiamo notare la presenza di numerose tavole dal contenuto prettamente tecnico ed istruttivo. Per l’illuminista, infatti, “produrre arte” significa anche dotarsi di un bagaglio tecnico conoscitivo tale da permettere all’artista di definirsi come tale. Tant’è che per Diderot l’opera d’arte strincto sensu diviene anche un “manifesto di conoscenza”, dove la stessa assume un ruolo di vera e propria avanguardia culturale e sociale. Attraverso ciò che ha prodotto, infatti, l’artista contribuisce a diffondere la sua conoscenza e sapienza, permettendo così agli aspetti teoretici di diffondersi tra la gente e gli osservatori; una riflessione che, invero, ben si sposa con la concezione “militante” della filosofia – una visione, del resto, particolarmente cara al parti philosophique -.

Altro elemento che permette di cogliere l’aspetto razionale del “Diderot artista” è la cosiddetta “ricezione dei rapporti”. Essa è, difatti, un elemento fondamentale ed imprescindibile per ogni operare artistico. Ma attenzione, però! Nonostante il saper cogliere ed il saper riportare i rapporti tra le particolarità scorte ed osservate restino un qualcosa di assolutamente necessario e – tecnicamente parlando – razionale, la ricezione medesima si rivela essere profondamente soggettiva. In poche parole, quindi, Diderot sostiene come la soggettività sia la chiave per l’osservazione, la interpretazione e la riproposizione della realtà all’interno di un’opera d’arte. Una soggettività che dipende da come sensibilmente il singolo si pone nei riguardi dell’ambiente circostante. Ma resta un’opera d’arte che, però, non si riduce ad un puro soggettivismo, in quanto – per l’appunto! – suddetta ricezione è fondamentale che venga figurativamente riproposta. Non si tratta, dunque, né di un’arte intesa come mera mìmesis né di un’arte intesa nel suo significato più romantico.

L’illuminista resta un feroce critico della “imitazione idealizzante”, colpevole, a suo dire, di rappresentare la realtà non come viene osservata de facto ma come la stessa dovrebbe palesarsi da un punto di vista ideale – questo spiega anche la riproposizione da parte del filosofo di contenuti artistici alquanto “umili” e “semplici”, come paesaggi e nature morte -.

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PLATONE E LA POESIA: AMORE ED ODIO.

Abbiamo già parlato della posizione assunta da Platone nei riguardi dell’Arte lato sensu. Ma interessanti osservazioni possono essere scorte se, in modo più analitico, ci poniamo a riflettere nei confronti di uno specifico linguaggio artistico: la poesia.

Se ci affidiamo a quanto scritto nello Ione, il poeta per Platone è un medium. Esattamente come il musico delle arti musive, il poeta vive la sua arte perché soggetto ad una profonda ed inarrestabile ispirazione divina. Il suo compito, dunque, è quello di lasciarsi completamente inebriare da simili stati estatici e di rendere partecipi di una tale enfasi ogni ascoltatore e fruitore che si palesi in grado di ascoltarlo con attenzione. La poesia, quindi, è esattamente come Eros: cattura l’uomo, obbligandolo poi ad elevarsi verso un piano superiore. Nel caso dell’Amore, è la ricerca insaziabile del bel corpo a smuovere l’attenzione dell’individuo verso la forma ideale del Bello; nel caso della Poesia, invece, essendo il poeta un medium, l’uomo è sollecitato a raggiungere il piano degli Dei. Si tratta, dunque, della “solita” impostazione filosofica di fondo: alienarsi dai sensibili – ritenuti fondamentali per individuare il veritiero sentiero gnoseologico da seguire, in quanto capaci di destare l’attenzione dell’uomo verso l’Iperuranio – così da poter volgere lo sguardo verso le particolarità eidetiche.

Ma la posizione assunta da Platone nei confronti della poesia non è esente da “accorgimenti”. Accorgimenti che è necessario esporre con assoluta chiarezza – onde proprio evitare d’incorrere in grossolani errori di comprensione e valutazione! -. Platone, difatti, è un feroce critico della tragedia e, in special modo, dell’epica omerica. Del poeta, infatti, il filosofo critica (in generale) la manifesta arroganza e lo spiccato orgoglio che giustifica il manipolare liberamente la realtà, così da creare illusioni e mistificazioni in seno alla comprensione del Mondo sensibile. Il fatto stesso di rendere gli Dei bugiardi o ingannevoli, ad esempio, è una chiara testimonianza di come al poeta poco interessi una imitazione della realtà che miri a persuadere il fruitore a volgere lo sguardo verso gli intelligibili. Se recuperiamo quanto già affermato nei riguardi de La Repubblica, menzogne ed inganni di questo tipo possono anche portare i soldati a combattere per propri tornaconti personali, vanificando così gli effetti terapeutici esercitati dalla musica nei confronti della loro temperanza e del loro coraggio – le due virtù ascrivibili, per l’appunto, all’anima “irascibile” dei guerrieri -.

Esattamente come abbiamo visto in seno alla distinzione tra “arte icastica” ed “arte fantastica”, la mìmesis platonica consiste nella riproposizione effettiva della realtà, di modo che la percezione dell’opera sproni il fruitore a risalire al piano intelligibile, così da scorgere la vera essenza della proporzionalità geometrico-aritmetica a cui la stessa opera può solo aspirare di partecipare – da rifiutare è, dunque, ogni correttivo sulle proporzioni e qualsivoglia effetto naturalistico -. Una chiave di lettura che ben si sposa con le arti di tipo plastico-figurativo, ma che anche per quanto concerne la poesia diviene iter da seguire in modo assolutamente ligio e rispettoso.

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ATTORNO AL CONCETTO DI “ESTETICA”.

Il sostantivo àisthesis deriva dal verbo aisthànomai, che vuol dire “percepire”. Stando a quanto sostiene Onians, il sopracitato verbo sarebbe la forma media dell’omerico àisto, che, dal canto proprio, significa “inspirare”, “respirare” et similia. Secondo Onions, esisterebbe, dunque, una reciprocità tra il termine omerico àio che indica il “percepire” ed il termine omonimo – che, come appena detto, si attiene alla “inspirazione” -.

Nel termine àisthesis, quindi, “risuona” l’atto del respirare. Il respiro del vivente e la forza della sua psychè (anima) trovano dimora all’interno della parola da cui deriva il termine “estetica”: àisthesis, per l’appunto. Si consideri, infatti, che psychè, in lingua greca, significa  (anche) “soffio”. Esattamente come i vocaboli latini animusanima assumono semanticamente (anche) il significato di “brezza”.

Riassumendo il tutto, dunque, il percepire lato sensu si traduce in un “sentirsi vivo”, ovvero nel prendere atto di sé medesimi in quanto – come appena detto – vivi. Una presa di coscienza di sé stessi. Più o meno piena ma, ad ogni modo, profondamente estetica.

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PLATONE RIFLETTE CIRCA IL “BELLO”.

Secondo Platone, il Bello si manifesta ontologicamente sotto forma di eidos, ovvero di forma ideale verso la quale è possibile accedere soltanto all’interno dell’Iperuranio. Al pari di tutte le altre particolarità eidetiche, delle quali l’anima dell’uomo godeva di pieno accesso e di assoluta comprensione quando si trovava al fianco degli Dei nel Mondo noetico – cfr. Timeo -, anche l’idea del Bello è causa efficiente di tutti i sensibili che dalla stessa seguono. La bellezza sensibile, quindi, percepibile tramite gli organi sensoriali, è illusoria, in quanto imitazione e copia dell’idea del Bello (in sé e per sé). Se la bellezza che percepiamo all’interno della realtà sensibile è solo un “qualcosa” che partecipa alla corrispondente forma ideale, è attraverso il medesimo atto del percepire che abbiamo modo di “rammentare” ciò di cui la nostra anima aveva agnizione nell’altro Mondo. In tutto ciò consiste la tematica filosofica della “reminiscenza”, nonché la consapevolezza di come il passaggio dal Mondo eidetico a quello sensibile debba essere letto in ambedue le direzioni.

Da una parte, infatti, in tema di legittimazione e di giustificazione ontologica, è indubbio come il Mondo delle idee sia causa efficiente di quello dei sensibili. Dall’altra parte, però, da un punto di vista squisitamente gnoseologico, è attraverso la percezione degli stessi che la nostra attenzione viene veicolata, per la ricerca di una vera conoscenza, verso il piano metafisico e trascendentale.

Ma in cosa consiste il Bello per Platone?

Il Bello è una forma ideale. Correlata, fortemente, all’idea del Vero e del Bene. Questo ci permette di comprendere come la bellezza non sia solo mera armonia e/o perfetta proporzione tra le parti ed il tutto, ma anche conoscenza piena ed assoluta – il Vero – ed incontestabile virtù – il Bene -. Del resto, all’interno della tradizione greca, bello è tanto l’ordine che va formando il Cosmo e la Natura quanto, ad esempio, il cittadino onesto e virtuoso e/o la polis che rispecchia, nella sua organizzazione, l’armonioso equilibrio che regola la realtà di tutte le cose.

Platone considera il Bello come eros, ovvero l’Amore per il bel corpo e per la bellezza fisica. Eros è un Amore insaziabile, irrefrenabile ed inarrestabile. Trae piacere non solo dalla contemplazione di un bel corpo ma, altresì, da forme di appagamento (anche) di tipo sessuale. Trattasi però di una fame che non riesce mai a sentirsi sazia. Un desiderio che pare essere profondamente inappagabile – cfr. la vita estetica secondo Kierkegaard. Questo perché, sostiene Platone, fintanto che la ricerca della bellezza rimarrà ancorata alla realtà sensibile, mai essa stessa potrà sentirsi pienamente soddisfatta. Ecco perché è fondamentale alienarsi dai sensibili e volgere lo sguardo alla forma ideale di bellezza. Non è un caso se, all’interno del CratiloPlatone faccia spesso ricorso al verbo kalein per trattare l’idea del Bello: tale verbo, infatti, possiede molti significati, alcuni dei quali particolarmente indicativi a tal riguardo. Come quello di “destare” e “richiamare a”, ecc.

Ad ogni modo, abbiamo visto come la percezione sensibile, nonostante non sia in grado di produrre una vera forma di conoscenza, sia importante al fine di ridestare l’anima e rivolgerla verso ciò di cui la stessa aveva piena agnizione all’interno del Mondo noetico. Quindi, in cosa consiste la bellezza sensibile per Platone?

Essa è proporzione. Pura, armoniosa, ordinata ed assoluta proporzione tra le parti costituenti il tutto e quest’ultimo. E il bello artistico, invece?

Il rapporto tra Platone e l’arte è alquanto complesso e non privo di “superficiali contraddizioni”. L’arte è sia di tipo musivo che tecnico. Una prima forma di artista è rappresentata dalla figura del musico, ovvero da colui che, in preda all’euforia e “succube” di una vera e propria ispirazione divina, diffonde la sua irrefrenabile passione al fine di esperire un preciso intento: rendere partecipi di tale bramosia i fruitori. Il musico, del resto, è un medium tra gli Dei e gli uomini. È colui che parla in modo poetico ed accompagna i suoi versi con la danza ed il suono della cetra o della lira – le arti musive, infatti, sono proprio la poesia, la danza e la musica -. Resta, comunque, una evidente idiosincrasia concettuale, all’interno del pensiero platonico. L’arte, infatti, è una rappresentazione e la realtà sensibile, per l’appunto, non è fonte di vera conoscenza proprio perché costituita da credenze e rappresentazioni. Le arti più prettamente tecniche – come la pittura o la scultura, ad esempio – sono imitazioni dei sensibili, ovvero “imitazioni di imitazioni”. Il che significa che sono doppiamente mistificanti nei riguardi di una conoscenza pura ed ideale. Il problema, ad ogni modo, persiste anche per le arti musive. Ad esempio, nonostante nelle pagine della Repubblica venga valorizzata la musica – arte capace di nutrire la virtù dell’anima irascibile dei guerrieri: il coraggio -, Platone non si esime dal criticare ferocemente l’epica omerica – a detta del filosofo, fin troppo menzognera, in quanto palesemente illusoria e fantasiosa -.

Un chiarimento ci viene fornito proprio dallo stesso filosofo, attraverso la distinzione tra “arti fantastiche” ed “arti icastiche”. Le prime tendono a (ri)proporre un effetto naturalistico, attraverso dei correttivi – anche per quanto concerne la simmetria e la proporzione – di quanto effettivamente scorto. L’arroganza dell’artista, sostiene Platone, si manifesta proprio nel desiderio dello stesso di fare in modo che quanto realizzato non sia una imitazione ma, bensì, la vera cosa in sé e per sé. Le arti icastiche, invece, riportando le reali proporzioni degli oggetti così come sono visti, spronano il fruitore ad andare oltre al mero sensibile e a scorgere l’essenza intelligibile della proporzione e della simmetria, cui il contenuto dell’opera partecipa e che, per l’appunto, imita.

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IL BELLO SENTIMENTALE: SHAFTESBURY E HUTCHESON.

Alla res extensa cartesiana Shaftesbury contrappone l’idea (platonica) di un “tutto cosmico”, assolutamente perfetto ed ordinato e tale da incarnare una perfetta idea di bellezza ed armonia. Le varie parti costituenti questo “tutto” devono al confluire allo stesso la propria legittimazione ad esistere. Significa che non possono essere oggetto di argomentazioni inerenti una loro separabilità e/o indipendenza dal “tutto”… motivo per cui la bellezza risiede nella capacità del molteplice di risplendere nella sua uniformità. Il bello, afferma Shaftesbury, non viene colto né facendo appello ai sensi né osservando la realtà sensibile attraverso gli occhi della ragione. La ricezione della bellezza avviene attraverso un sesto senso, indicato con il termine di “intuizione” – altro rimando profondamente platonico -.

Shaftesbury, inoltre, sostiene come il Bello sia fortemente correlato al Vero e al Giusto – esattamente come Platone evidenziava il forte legame esistente tra queste tre forme ideali -. Tant’è che il “bello sentimentale” coincide con il “bello morale”. Si tratta, quindi, di comprendere come per il filosofo l’ordine sociale tragga forza e giustificazione (anche) dalla contemplazione, comprensione e condivisione di sentimenti positivi. Il “bel sentimento”, infatti, produce e genera “desiderio di socievolezza”, finendo così con il legittimare tutti quei precetti morali che stanno alla base di una pacifica convivenza con l’altrui prossimo.

Hutcheson si inserisce appieno sulla scia del pensiero di Shaftesbury, integrando lo stesso con alcune interessanti argomentazioni circa il Bello e l’estetica. Ragione e sensi vengono considerati essere vettori non idonei per la individuazione della bellezza. Essa, infatti, viene colta attraverso il taste. Inoltre ciò che è bello è tale per il fatto di riuscire a coinvolgere emotivamente il percipiente, e questo indipendentemente da una conoscenza teoretica posseduta nei riguardi della particolarità medesima. In sintesi: può piacere una qualsiasi cosa che non conosciamo e/o di cui ignoriamo persino l’utilità. La bellezza, infatti, risiede nella capacità del molteplice di darsi una propria uniformità. Inoltre, quando due oggettualità possiedono lo stesso grado di uniformità, il nostro coinvolgimento emotivo verterà maggiormente su quel sensibile che mostra di essere affetto da un livello più alto di molteplicità. E viceversa. Ad esempio: un quadrato è più bello di un rombo perché più uniforme, esattamente come un pentagono è più bello di un quadrato perché più molteplice.

Hutcheson, quando parla di bellezza e di coinvolgimento emotivo, volge la propria attenzione sui cosiddetti “piaceri complessi” che, a differenza di quelli “semplici” (immediatamente discernibili), presentano al loro interno una struttura, per l’appunto, “molteplice” e tendente all’uniformità. Pensiamo, ad esempio, ad una canzone che, al contrario di una singola nota, va componendosi di più parti. Ebbene, quando affermiamo che la bellezza risiede nella capacità del molteplice di uniformarsi, è necessario ricordare che un piacere complesso non sia da intendersi come la mera somma dei piaceri semplici che lo costituiscono. La bellezza è profondamente soggettiva, viene manifestata attraverso l’uniformità e ritenuta tale sulla base del tipo di coinvolgimento emotivo che riesce a trasmettere al fruitore. Essa, quindi, è un qualcosa di intrinseco all’oggetto, sul quale poi il percipiente può rivolgere un giudizio estetico.

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