UNALOME, OVVERO IL SENTIERO VERSO LA CONSAPEVOLEZZA.

Il simbolo unalome è tra i più noti dell’intera tradizione buddhista. Oltre che particolarmente “semplice”, dato che lo stesso va costituendosi, essenzialmente, di una linea, disposta verticalmente, la quale assume, in accordo ad un ben preciso significato, un moto abbastanza inusuale. Molto spesso, a dire il vero, è possibile constatare come a suddetto segno si vada integrando, a libera scelta, altri simboli… come om o renge, ad esempio. In ogni caso, “particolarità estetiche accidentali a parte”, il simbolo unalome si costituisce di una “struttura” base ben precisa, oltre che del tutto “funzionale” al significato cui lo stesso va accompagnandosi.

La parte iniziale è sempre rappresentata da una spirale, più o meno “vorticosa”. Essa rappresenta l’atavica debolezza intrinseca all’essere umano. Una condizione di sofferenza che accomuna qualsivoglia essere vivente. Nonostante le profonde differenze con il Cristianesimo, anche secondo la dottrina buddhista, infatti, la vita terrena è affetta da dolore. Un dolore per il cui superamento si rende necessario l’alienarsi da tutto ciò che è terreno. Lo scopo è “ottenere” una elevazione catartico/spirituale che termini con il raggiungimento del satori. Il simbolo unalome, dunque, rammenta la condizione esistenziale ed ontologica dell’uomo. Uno stato cui lo stesso non può fuggire perché tale è lo stato che va definendolo.

Dalla spirale iniziale vanno poi sviluppandosi numerosi ghirigori. Intrecci bizzarri di linee curve, le quali, però, man mano che si procede nell’avanzare del segno, diminuiscono sempre di più in ampiezza e volume. Queste “insolite curve” rappresentano la vita terrena dell’uomo. Essa appare lineare soltanto perché l’individuo fa un’estrema fatica ad alienarsi da una concezione – per l’appunto! – lineare sia del tempo che dell’Esistenza. La vita di un uomo, invece, è un continuo susseguirsi di eventi. Molti dei quali dolorosi o, ad ogni modo, tali da impedire allo stesso di allontanarsi da bisogni materiali e da interessi egoistici. Ma questi “ghirigori”, come detto, vanno riducendosi. Sempre di più. Segno che la natura del Buddha, presente in ciascuno di noi – o per essere più precisi, “pronta a schiudersi in ciascuno di noi” – può consentire all’uomo di maturare forme di consapevolezza, via via sempre più benefiche e salvifiche. Un percorso di maturazione. Ma non una maturazione esclusivamente intellettiva. Una elevazione spirituale. Una elevazione catartica. Nel Buddhismo Zen, si parla di comprensione e rivelazione dell’auto-natura dell’essere.

Terminate queste linee curve, ecco che la parte finale del simbolo unalome va mostrando una linea retta. Dritta. Regolare. Del tutto lineare, per l’appunto. Qui l’uomo ha raggiunto la pace interiore. Ha compreso la fonte del suo dolore. Ma per raggiungere il satori è necessario fare uno sforzo ulteriore.

La vera parte finale del segno, infatti, è il punto – o i punti – che si trova distanziato dalla linea. Tale lontananza sta ad indicare il mistero dell’Esistenza. Il fatto stesso che per giungere alla comprensione della vera essenza del Tutto, è necessario calarsi nello spazio tra linea e punto. Una dimensione in cui la Logica non serve per comprendere la Verità. È la Comprensione ultima. La Consapevolezza definitiva. L’Uno nel Tutto ed il Tutto nell’Uno.

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MENTE ED ESSENZA.

Il Buddha risiede nella nostra mente. Eppure il Buddismo insegna che per raggiungere tale condizione non si deve “vedere” la mente ma la “essenza”. Cosa è, dunque, questa “essenza”? Come cogliere questo “Assoluto” verso cui tende ogni relativo che scorgiamo e viviamo?

La parola “essenza” possiede tre significati all’interno del Buddismo:

  1. invariabilità: ogni particolarità non può negare la propria essenza;
  2. distinzione: in quanto invariabile, ogni particolarità è distinta da ogni altra;
  3. reale essenza: essa è la vera essenza intrinseca a qualsivoglia particolarità.

La reale essenza è il “fondamentale”. L’Assoluto verso cui il Tutto tende. “Vedere l’essenza” non è una espressione che deve essere colta alla lettera; in termini prettamente metodologici, non si tratta, quindi, di scorgere con gli occhi il suddetto fondamentale. “Vedere l’essenza” significa superare la confusione che alberga nella mente e nella percezione, così da poter “incontrare” l’Assoluto e “realizzare” l’Illuminazione.

Dunque, sì. Il Buddha risiede nella nostra mente ma è verso l’essenza che dobbiamo rivolgerci. Per farlo è necessario che la mente medesima sia libera e purificata da ogni forma di preconcetto e mistificazione. Il percorso che conduce al satori non è esclusivamente inclusivo. Non un mero “chiudersi dentro”. Liberare la mente ed aprirla al Mondo, così da poter schiudere l’occhio sullo Zen.

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VIVERE NEL DISTACCO.

Si consideri il seguente insegnamento del maestro Kokushi:

Se è garantito che non vi è distinzione fra meditazione e attività ordinarie, allora appare contraddittorio che lo Zen e altre scuole del Buddismo spronino gli allievi a lasciar perdere le cose e a restare distaccati dagli oggetti. […] I metodi di insegnamento usati dai saggi per guidare i discepoli non hanno una forma o un’apparenza prefissate. Poiché è un principio generale di tutte le scuole buddiste universalistiche che non vi sia discrepanza fra Buddismo e fenomeni mondani, nessun autentico maestro potrebbe dire che vi sia pratica di Buddismo al di fuori di eventi e attività. Nondimeno, poiché coloro che non capiscono questo si fanno idee false sulle cose del mondo, i maestri Zen dicono loro umilmente di rinunciare temporaneamente alle cose in modo da consentire loro di sbarazzarsi delle fissazioni.

Il passaggio è particolarmente importante e manifesta una sottigliezza concettuale che merita – necessariamente! – di venire ben spiegata e compresa. La riflessione, almeno in parte, ci permette di ribadire quanto già sostenuto in seno alla meditazione e ai koan.

La meditazione è fondamentale per cogliere la Via che conduce al satori, di modo così da inoltrarsi nel cammino che porta alla Illuminazione. Giusto sostenere come per meditare sia necessario svuotare la mente e fare in modo che essa non fossilizzi la propria attenzione su oggetti e/o contenuti specifici o prefissati. Una mente svuotata da ogni concetto e/o preconcetto è in grado di comprendere l’essenza di qualsivoglia manifestazione, evitando che quanto esperito possa ridursi ad una mera interpretazione logica e razionale. Diviene allora fondamentale ribadire la praticità che sta alla base della individuazione dello Zen.

In ogni particolarità e/o attività modana e abituale è possibile scorgere lo Zen. Per far questo, oltre che travalicare l’interpretazione logica degli eventi, diviene necessario non “legarsi” troppo agli stessi. In ciò consiste il “distaccarsi” dalle manifestazioni sensibili e materiali. In ciò trova forza la convinzione del dover osteggiare l’idea stessa del possesso. Essa, infatti, al pari della logica, è in grado di viziare la percezione dell’Assoluto che risiede nel relativo che viviamo e scorgiamo.

La meditazione, dunque, permette alla mente di trascendere i limiti imposti a lei medesima dalla concezione logica e razionale del Mondo. D’altro canto, l’esecuzione e l’osservazione di attività mondane e pratiche diventano strumenti più che idonei per cogliere lo Zen, a patto che la percezione non venga inquinata da idee di possesso e/o di dipendenza et similia.

Vivere cogliendo il Tutto. Vivere distaccandosi dal Tutto. Lasciare che l’Assoluto si manifesti e venga colto nella propria essenza, senza che diventi però una fissazione della mente o si riduca a contenuto di idee di possesso e/o di dominio.

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LO “SCHIUDERSI” DELLO ZEN: SATORI.

Giungere e cogliere lo Zen significa afferrare un nuovo punto di vista sulla realtà. Lo abbiamo già sostenuto. Trattasi di una lettura e di una visione del Mondo non più dualistica, ovvero fondata sulla contiguità o dicotomia tra “vero/falso” o ” giusto/sbagliato”, e via discorrendo. Siamo oltre la logica o, per essere più precisi, oltre ogni interpretazione di tipo logico/razionale della Vita. Attenzione! Questo andare oltre non si giustifica sulla base della consapevolezza della molteplicità dei punti di vista e – conseguentemente – delle verità prospettiche. È estremamente importante cogliere questa sottigliezza! Una pietra, ad esempio, può apparire in modo differente a due osservatori ma tale distanza non è legittimata da una lettura fenomenologica del Mondo quanto, piuttosto, dalla possibilità che in uno dei due o in entrambi possa risiedere – per l’appunto! – lo Zen. Pensiamo ad un gesto semplice, quotidiano e “umile” come il sorseggiare una tazza di tè… perché dovremmo essere tanto restii nel credere che colui, che lo sta bevendo dinanzi a noi, stia (anche) contemplando l’essenza dell’Assoluto, nel mentre in cui va avvicinando la tazza alle proprie labbra?

Questo punto di vista nuovo ed alternativo, questo “acquistare” ed “afferrare” lo Zen si chiama satori. Non esiste Zen senza satori perché esso stesso altro non è che lo “schiudersi dello Zen“. Per giungere al satori è necessario porsi in contrasto con ogni forma di apprendimento intellettuale, razionale e logico. Travalicare, quindi, la comprensione confusa del Mondo… una tipologia di agnizione tipica di una mente dualistica. Il satori è “irriducibile” a qualsivoglia forma di spiegazione intellettuale. Questo significa che esso non può venire spiegato. Né, tanto meno, insegnato. Il maestro può condurre il discepolo verso la Via, palesandogli la propria esperienza ed invitandolo all’arte della meditazione e alla contemplazione dei koan. Ma il “risveglio” è personale, spirituale ed introspettivo. L’Illuminazione, dunque, può avvenire in qualsiasi luogo ed in qualsiasi modo. Perché una volta che la mente viene liberata da ogni interpretazione logica della Vita, anche il suono più comune o il gesto più semplice può permettere, a chi ascolta o osserva, di cogliere la magnificenza dell’essenza dell’Assoluto. L’Assoluto che ci circonda e che si manifesta nel relativo che viviamo. Ecco, quindi, un altro passaggio fondamentale da comprendere: tutte le cause del satori risiedono nella nostra mente! Attendono solo di schiudersi ma, affinché ciò avvenga, è necessario che l’involucro stesso ceda il passo all’acquisto di questa nuova e meravigliosa visione sul Mondo!

Occorre un’altra precisazione, giunti a questo punto della riflessione. Abbiamo parlato di meditazione, ma attenzione! Sicuramente meditare e concentrarsi possono essere utili per rivolgere lo sguardo alla Via che conduce all’Illuminazione. Ma non dobbiamo concepire il satori come il fine o – peggio ancora! – l’oggetto stesso del nostro meditare. La meditazione implica un orientarsi verso un qualcosa. Lo Zen, invece, è uno schiudersi ed un afferrare un nuovo punto di vista sul Mondo. Che la meditazione, dunque, sia di aiuto a liberare e svuotare la mente, così da permettere alla stessa di cogliere l’essenza vera ed assoluta di qualsivoglia manifestazione vada esperendosi dinanzi a noi. Questo accorgimento ci obbliga, d’altro canto, a ribadire quanto sostenuto poc’anzi: il satori non può giungere se noi stessi non ci indirizziamo verso la Via che ad Esso ci conduce. Ecco perché tanto la meditazione quanto i koan sono strumenti congeniali per far sì che la mente si predisponga all’accoglimento della rivelazione dello Zen.

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“PASSATO, PRESENTE E FUTURO” E “CAUSE”.

  • Passato, presente e futuro:

È una tendenza caratteristica degli esseri umani indulgere a emozioni quali la felicità, afflizione o collera in risposta alle condizioni attuali, non riuscendo a equilibrare questi sentimenti con la consapevolezza che le condizioni attuali sono il risultato di cause passate. È illogico affrontare il presente solo come oggetto di godimento o di sopportazione, trascurando di usarlo come occasione per creare il futuro.

 

  • Cause:

Le cause sono complesse e hanno diversi piani temporali. Gli sforzi dell’individuo non sono l’unico fattore determinante delle condizioni di vita della persona, perché ognuno fa parte del nesso sociale e naturale e del fluire del tempo. È normale che le persone attribuiscano le cause in modo sbagliato per via della percezione erronea delle reali connessioni. Ogni causa è l’effetto di qualcos’altro. Ciò che può sembrare una maledizione può essere una benedizione, e ciò che può sembrare una benedizione può essere una maledizione. Le ristrettezze sono una benedizione quando spronano l’attività e lo sviluppo; gli agi sono una maledizione quando accrescono il compiacimento e l’indulgenza verso le passioni.

Muso Kokushi

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