REPUBBLICA, LIBRO VII: IL MITO DELLA CAVERNA E L’EDUCAZIONE DEL FILOSOFO.

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Il settimo libro si apre con la ben nota e famosa allegoria della caverna. Il mito viene sfruttato da Platone per ribadire, ancora una volta, il fondamento della sua ontologia e gnoseologia filosofica. Coloro che restano ancorati alla percezione sensoriale non saranno mai in grado di andare oltre l’osservazione ed il discernimento delle mere apparenze sensibili – le ombre che vengono proiettate dalla luce sulla parete della caverna -. Anzi. Tali individui giungeranno persino alla erronea e deviata convinzione che tale sia il vero fondamento della realtà che li circonda. Il filosofo, al contrario, è colui che esce dalla caverna, si “abitua alla luce accecante” e, passo dopo passo, trascende le mere oggettualità, così da giungere infine al vero piano della giustificazione e legittimazione causale.

Platone, quindi, attraverso il mito della caverna, non solo sottolinea la necessità di risalire alle particolarità eidetiche al fine di comprendere come siano esse, invero, a giustificare l’esistenza di quelle sensibili ma, per di più, evidenzia anche come il percorso per giungere ad una tale forma di agnizione sia non meccanico ma, al contrario, lento e costituito da numerose tappe. La luce, infatti, è accecante per chiunque trovi la forza di uscire dalla caverna e resta tale per chiunque alimenti il coraggio di non rientrarvi. Divenire filosofi, dunque, è una aspirazione che richiede volontà, tempo, apprendimento e pazienza… esattamente come in ambito gnoseologico la vera crescita intellettiva è rappresentata dal superamento prima delle mere apparenze e opinioni e, in seguito, delle verità matematiche:

Pensa ora quale potrebbe essere per loro l’eventuale liberazione dalle catene e dall’ignoranza. Un prigioniero che venisse liberato e costretto ad alzarsi, a volgere il collo, a camminare e a levare gli occhi verso la luce, soffrirebbe facendo tutto ciò, rimarrebbe abbagliato e sarebbe incapace di mirare ciò di cui prima vedeva le ombre. E se gli si dicesse che prima vedeva solo apparenze vane mentre ora può vedere meglio, perché il suo sguardo è più vicino all’essere e rivolto ad oggetti reali; e se gli si mostrasse ognuno degli oggetti che sfilano e lo si costringesse con alcune domande a rispondere che cosa sia, tu come pensi che si comporterebbe? Non credi che rimarrebbe imbarazzato e riterrebbe le cose che vedeva allora più vere di quelle che gli vengono mostrate ora?

Il vero filosofo, inoltre, non è colui che, una volta raggiunta la piena e genuina comprensione della realtà, si crogiola beato nella propria saggezza e cultura. “Colui che si è abituato alla luce” ed è riuscito a risalire sino al Mondo eidetico, ha il compito morale di tornare da coloro che un tempo sono stati i suoi simili, al fine di illuminarli ed elevarli. Ad ogni modo, Platone va assumendo un tono nostalgico e ricolmo di rammarico, in seno a tale dovere etico/pedagogico, in quanto umanamente consapevole di come il vero filosofo faccia estrema fatica a farsi credere e seguire dagli altri individui, i quali, spesso e volentieri, si limitano a ripudiare i suoi insegnamenti e ad etichettarlo come folle.

A questo punto Platone approfitta del tema trattato per ribadire la fondamentale importanza dell’esistenza dell’idea del Bene. Essa è l’idea di tutte le idee, ovvero la fonte di giustificazione e legittimazione di ogni particolarità eidetica. Il fatto è che il “Bene in sé e per sé” è talmente al di là delle altre idee, da risultare impossibile di venire raggiunto e/o compreso. Ma tale impossibilità non rappresenta un problema! Perché per Platone la Gnoseologia è e deve essere subordinata alla Morale e, quindi, il “tendere verso il Bene” colma ogni problematica riguardo al “capire cosa sia ontologicamente il Bene”. In realtà, l’intera argomentazione viene sfruttata dal filosofo, da una parte, per lanciare l’ennesima invettiva contro il movimento sofista e, dall’altra parte, per ribadire l’importanza che lo Stato sia retto da persone buone, ovvero da individui che “tendono” verso il Bene:

E in base alle nostre premesse non è mai nemmeno logico affidare lo Stato agli incolti e a chi ignora la verità, ma neppure a colui al quale viene permesso di passare tutta la sua esistenza nello studio: a quelli, perché nella vita non hanno un unico scopo a cui tendere in ogni loro azione privata e pubblica; a questi, perché non lo faranno volentieri, ritenendosi già in vita trasferiti nelle isole dei beati. […] Dunque noi fondatori dello Stato abbiamo il compito di costringere le nature migliori ad apprendere ciò che prima abbiamo definito la cosa più importante, ossia a contemplare il bene e a compiere quella ascesa […].

Inevitabilmente, la questione si sposta su come si debba educare e crescere un individuo per farlo “tendere” verso il Bene, ovvero su come ci si debba adoperare per rendere un individuo un vero e proprio filosofo:

Vuoi dunque che esaminiamo come educare tali uomini e come condurli verso la luce, al modo in cui si dice che dall’Ade alcuni ascendono fra gli dèi?

Platone torna a parlare di ginnastica e di musica perché, come avevamo già avuto modo di vedere, i filosofi altro non sono che coloro che eccellono tra i guardiani, i quali, per l’appunto, vengono educati, sin dalla giovane età, in queste due arti. Il fatto è che, al fine di risalire al piano eidetico, le arti corporee come la ginnastica sono “limitate”, in quanto ancorate alla condizione fisica dell’individuo; la musica, al contrario, di per sé veicola il filosofo ad interrogarsi circa la rilevanza che in seno alla sapienza e alla acculturazione può venire esperita dalla conoscenza dell’aritmetica:

Quella comunissima che distingue l’uno, il due e il tre: intendo insomma la scienza dei numeri e del calcolo. Perché non è forse vero che ogni arte e ogni altra scienza ne fanno uso? […] Dunque una delle discipline che cerchiamo è questa. Infatti un guerriero deve apprenderla per la tattica, un filosofo per raggiungere l’essere ed emergere dal divenire; altrimenti non sarà mai un esperto d’aritmetica.

Quando Platone parla di aritmetica parla, però, di “essenza del numero” e di “risalita verso l’essenza dell’unità”. In sintesi, le scienze aritmetiche non devono ridursi né al mero perfezionamento del tatticismo bellico – ragione per cui il filosofo si palesa essere al di là del guardiano – né, tanto meno, al “materialistico servizio” di tutte quelle attività il cui fine non sia il raggiungere il Mondo delle idee:

Sarebbe dunque conveniente, Glaucone, rendere obbligatoria questa scienza e convincere quelli destinati a esercitare le massime magistrature ad affrontare lo studio non superficiale dell’aritmetica fino a giungere con l’intelligenza pura alla comprensione della natura dei numeri, non per la compravendita come fanno commercianti e bottegai, ma per la guerra e per facilitare allo spirito il passaggio dal divenire alla verità dell’essere. […] Come abbiamo appena affermato, essa comunica allo spirito un grande impulso verso l’alto, e lo costringe a riflettere sulla natura dei numeri in se stessi, senza mai accettare che si parli di numeri in riferimento a cose visibili e palpabili. […] Non vedi dunque, mio caro, che forse questa disciplina è davvero indispensabile per noi, dato che evidentemente obbliga lo spirito ad andare verso la verità unicamente grazie al puro pensiero?

La stessa importanza viene poi riconosciuta anche alla geometria. Queste due scienze, quindi, sono fondamentali affinché il guardiano si diriga in direzione dell’idea del Bene:

Dunque, mio nobile amico, essa può attirare lo spirito verso la verità e produrre un pensiero filosofico che rivolga verso l’alto quella facoltà che ora noi senza scopo volgiamo verso il basso.

Seguono poi le osservazioni che, sempre in tema di educazione del filosofo, Platone rivolge ad altre due scienze: la stereometria e l’astronomia. La prima è il superamento della geometria piana e studia la profondità dei solidi. Ai tempi della Repubblica era una scienza già trattata – cfr. AnassagoraDemocrito ed Euclide – ma, ad ogni modo, Platone la considera ancora “in via di sviluppo ed apprendimento”, tant’è che rinvia ai reggitori del futuro il compito di far sì che lo Stato la consideri fondamentale per la formazione dei filosofi. Lo studio degli astri, dei corpi celesti e del loro movimento, invece, permette a Platone di ribadire nuovamente il fondamento della propria epistemologia. Glaucone, infatti, crede che l’astronomia sia da ritenersi fondamentale perché “sprona fisicamente l’osservatore a guardare in alto”. Ma la vera comprensione non consiste in una mera azione sensoriale… non è lo sguardo che deve mirare verso l’alto bensì l’anima dell’osservatore. Soltanto così è possibile risalire al Mondo eidetico:

Questi ornamenti del cielo si possono ritenere senz’altro i più belli e i più esatti fra quanti sono trapunti in una stoffa visibile, eppure sono molto inferiori a quelli veri, secondo i quali la vera velocità e la vera lentezza si muovono in relazione reciproca e muovono gli oggetti che contengono rispettando il vero numero e tutte le vere figure; ma questi si possono cogliere solo con la ragione e il pensiero, non con gli occhi.

Possiamo considerare tutte queste scienze come terapeutiche per la “elevazione dell’anima” ma, in quanto ancorate a ipotesi e congetture, inferiori al “metodo dialettico”. Il discorso dialettico è in grado di cogliere l’essenza di qualsiasi particolarità. È la Dialettica, quindi, ciò che per davvero permette il discernimento e la disquisizione circa l’essenza dell’essere:

Allora nessuno ci contraddirà se affermeremo che non c’è altra via per comprendere l’essenza di ogni cosa. Invece tutte le altre arti riguardano le opinioni e i desideri umani, oppure la produzione e la fabbricazione o la conservazione dei prodotti naturali e artificiali. Le altre discipline di cui abbiamo parlato – la geometria e quelle ad essa affini – comprendono qualcosa dell’essere, ma sembra quasi che sonnecchino, sono incapaci di vederlo in stato di veglia, finché mantengono immutabili le ipotesi di cui si servono senza poterle spiegare. Chi infatti si fonda su principi che non conosce, e nei passaggi intermedi e nelle conclusioni mette insieme ciò che ignora, come può trasformare in scienza un simile agglomerato?

Platone, infatti, parla di “scienza”, di “pensiero discorsivo”, di “assenso” e di “congettura”. Le prime due formano il “pensiero”, mentre le ultime due costituiscono l'”opinione”. L’opinione riguarda “il divenire”. Il pensiero, invece, investe l”essenza dell’essere”. La legittimazione causale è la seguente:

  • l’essenza sta al divenire proprio come il pensiero sta all’opinione;
  • ciò che è il pensiero rispetto all’opinione, lo è la scienza rispetto all’assenso ed il pensiero rispetto alla congettura.

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PAZZIA, CASTIGO ED EROISMO NELLA FIGURA DI ERACLE.

Il vero nome di Eracle (Ercole) è AlceoAlcide. L’eroe greco, infatti, prende il suo stesso nome da quello di suo nonno. Il nome Eracle gli viene dato dalla pizia di Delfi. Presso l’Oracolo di Febo l’eroe si reca per chiedere perdono per quanto commesso, durante un violento ed inarrestabile momento di ira. Qui il sacerdote lo informa che l’assassinio dei suoi figli è sì avvenuto per sua mano, ma soltanto perché Era aveva precedentemente inquinato la sua mente con la collera e la pazzia.

Eracle significa “Gloria di Era” ed è proprio per volontà della Regina di tutti gli Dei che l’eroe acquista questo nome. Lui, del resto, è la prova tangibile e vivente dell’infedeltà di Zeus e, da adesso in poi, sarà costretto a vivere in compagnia di questo destino beffardo e crudele: portare con sé il nome di Colei che ha causato la morte dei suoi stessi figli.

Delfi è il luogo in cui il destino di Eracle prende vita. La pizia, infatti, lo invita a trasferirsi a Tirinto e a prestare servizio agli ordini di Euristeo, re della stessa città. Il sacerdote lo informa che la espiazione di una simile colpa sarà accolta dagli Dei solo a compimento di dodici titaniche fatiche. Si tratta di missioni impossibili da portare a termine per ogni comune mortale ma, per le cui riuscite, l’eroe potrà avvalersi dell’appoggio sia del suo stesso Padre Celeste sia di molte altre divinità. Sono, infatti, molti gli Dei e le Dee che si paleseranno al fianco di Eracle, durante il suo peregrinare per il Mondo Antico: da Minerva a Febo, da Artemide ad Ermes… senza contare alcuni leggendari e famosi compagni di avventura, come il centauro Chirone ed il suo stesso nipote Iolao. L’eventuale compimento di tutte e dodici le fatiche consentirà all’eroe di ottenere il dono più ambito da ogni comune mortale:l’immortalità.

Il mito delle dodici fatiche di Eracle resta, senza ombra di dubbio, un elogio alla leggendaria forza fisica dell’eroe greco. Alcune missioni, infatti, non avrebbero mai potuto essere compiute se non grazie ai muscoli possenti del figlio di Zeus. L’uccisione del Leone di Nemea o dell’Idra  di Lerna ne sono un chiaro esempio. Ma vi è di più. Di Eracle, infatti, si esalta moltissimo anche il raziocinio, la furbizia e l’intelletto, quasi a voler sottolineare quella tanto decantata simmetria tra forza ed intelligenza così cara nell’Antica Grecia. La pulizia della Stalle di Augia, così come la raccolta dei pomi dorati presso il Bosco delle Esperidi, sono una chiara dimostrazione di come Eracle sia anche dotato di sagacia e buon senso. Non mancano nemmeno momenti particolarmente toccanti, come l’incontro negli Inferi con Meleagro, colui che in vita si era perdutamente innamorato di Atalanta. Dall’incontro con l’ombra si origina la promessa da parte di Eracle di prendere in sposa la sorella del guerriero caduto: Deianira.

Il mito e, soprattutto, la figura di Eracle assumono un significato ben preciso. Quello del coraggio e della forza, senza alcun dubbio. Ma anche quello del castigo, della redenzione e del perdono. Ma è, in special modo, l’eroismo ad essere il tema portante dell’intero mito. Eracle è l’eroe. Lo stereotipo del vero eroe. E non soltanto perché riesce a travalicare i limiti imposti all’uomo dal Cielo e a perseguire l’immortalità con le proprie gesta – leggendaria la creazione delle ben conosciute Colonne d’Ercole -. L’eroismo di Eracle si sviluppa di pari passo con la sempre più crescente consapevolezza dell’uomo circa il suo dovere ed il suo essere al Mondo. Nel portare a compimento le proprie imprese, infatti, Eracle non soltanto si compiace della sua forza e del suo intelletto… egli nutre ed alimenta il piacere di aiutare i più deboli. Prova sulla sua stessa pelle i dolori e le sofferenze di chi in vita è costretto a fare il servo e lo schiavo e percepisce i tormenti di chi si è andato macchiando di colpe indicibili e vive per cercare di ottenere perdono per esse. Di tutto ciò… di una tale volontà l’eroe greco è la perfetta ed immortale incarnazione.

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ANDRASTE, LA DEA MADRE.

Andraste è la “Dea Invincibile”. Conosciuta anche come la “Dea della Guerra degli Iceni”. Dione Cassio (II/III secolo. d.C.) cita, infatti, Andraste come la Divinità cara alla tribù britannica degli Iceni e sostiene, come prima della controffensiva contro gli invasori romani, la loro regina Budicca, invocando l’aiuto e l’intervento della Dea, liberò una lepre ed interpretò la corsa dell’animale alla stregua di un buon auspicio per la riuscita della battaglia.

Andraste non è soltanto una Dea della Guerra. Vi sono numerose peculiarità e tratti che ci permettono di cogliere come l’influenza di questa divinità fosse molto ampia e profonda nella tradizione celtica. Il carattere lunare e distintivo di fertilità dell’animale a lei caro – la lepre, per l’appunto -, il fatto che venissero sacrificate in suo onore donne e non uomini o guerrieri, ed anche le pratiche usate per “annichilire” le forze nemiche – le leggende e quanto tramandatoci parlano di sevizie rivolte alle prigioniere alle quali veniva “tolta” la possibilità di procreare figli – sono solo alcune delle caratteristiche che vanno definendola.

Andraste è la Dea Madre Celtica. Una Dea da intendersi, per l’appunto, “Madre” tanto negli aspetti di difesa quanto in quelli di protezione, vendetta, stirpe e territorio.

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LA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI: IL MITO DEI DIOSCURI.

Nella lingua greca, la parola “Dioscuri” significa “figli di Zeus“. L’epiteto è particolarmente interessante. Soprattutto se consideriamo il fatto che i due principi spartani non possano dirsi condividere la medesima provenienza. Ma, nonostante questo, infatti, il legame che si viene a creare tra i due fratelli è a dir poco indissolubile. Motivo per cui persino lo stesso Signore dell’Olimpo è alla fine chiamato a sancire tale vicinanza con forza ed intensità, rendendo entrambi immortali e palesando questa sua decisione nell’alta e stellata Volta Celeste.

Leda partorisce quattro figli. Due gemelli maschi e due femmine. Ma mentre Polluce ed Elena sono immortali – in quanto figli di Zeus -, Castore e Clitennestra sono comuni mortali, poiché nati dall’unione tra Leda ed il suo sposo Tindaro, re di Sparta. Si tratta di una discendenza leggendaria. Clitennestra sarà la futura regina di Micene. Sposa ed assassina di Agamennone. Elena, invece, sarà colei che, volente o nolente, determinerà la nascita della decennale guerra tra greci e troiani.

Il mito dei due gemelli va costituendosi di tutta una serie di eventi ed accadimenti tanto epici quanto drammatici. I principi spartani, infatti, partecipano assieme a Giasone e agli altri Argonauti alla difficile missione della ricerca del vello d’oro. Sono inoltre artefici della conquista della città di Atene e della detronizzazione di Teseo, colpevole di aver osato rapire Elena, poiché infatuatosi della irresistibile e seducente bellezza della giovane principessa. Sono proprio Polluce e Castore a costringere gli ateniesi a nominare, come loro nuovo re, Menesteo, ponendo così in essere una ingerenza profonda, oltre che giustificata dal fatto che, se la stessa non fosse stata accolta, ciò avrebbe determinato la distruzione della stessa città.

Ciò che colpisce con assoluta purezza nella trattazione del mito dei due eroi spartani, è il legame indissolubile che lega, fin dal primo giorno di vita, Castore e Polluce. Nonostante la differente provenienza ed il fatto che il primo fosse mortale mentre il secondo di divina discendenza, non vi è missione o accadimento che i due principi non affrontano assieme. L’uno al fianco dell’altro. Non esiste contrasto o attrito tra i due fratelli. Il loro legame non è soltanto empatico ma anche profondamente simbiotico, tale che un semplice cenno o pensiero di uno dei due venga immediatamente compreso e fatto proprio dall’altro. Di una tale vicinanza è prova il rapimento delle loro due stesse cugine, Febe e Ilaria, sottratte con l’inganno ai promessi sposi Linceo e Ida. La complicità tra i due fratelli non conosce restrizione di alcun tipo, dunque.

Persino l’epilogo del mito di Castore e Polluce, sebbene drammatico, riesce con assoluta franchezza a palesare, per l’ennesima volta, la profondità del legame affettivo che unisce i due ragazzi. Castore, infatti, ferito mortalmente dalla lancia di Linceo, crolla esanime tra le braccia del fratello. Polluce prega il Padre Celeste affinché al suo mortale fratello venga fatto il dono dell’immortalità… impossibilitato nel compiere un tale gesto ma, al contempo, non in grado di ignorare le suppliche strazianti del suo stesso figlio, Zeus propone a Polluce di condividere con Castore un fato comune, di modo che entrambi possano così continuare a vivere assieme. Metà della loro esistenza sarà da condursi negli Inferi. L’altra metà nell’Olimpo, al fianco degli Altissimi. Ammaliato in seguito dal legame indissolubile che continua a tenere uniti i due ragazzi, Zeus tramuta entrambi in stelle. Nasce così la costellazione dei gemelli, punto di riferimento dei naviganti e di tutti coloro che, proprio come i due principi spartani avevano compiuto in vita, si mettono per mare alla ricerca di gloria ed onore.

Il mito dei Dioscuri sancisce, quindi, l’importanza dell’amore fraterno. Del legame. Del sacrificio e della rinuncia. Per il semplice desiderio di continuare ad esistere l’uno al fianco dell’altro. Fino alla Fine dei Tempi.

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DIDONE, REGINA DI CARTAGINE.

Il mito di Didone, regina e fondatrice della città di Cartagine, affonda le proprie radici nel lontano regno di Tiro. Nelle vesti di principessa e concubina del nobile sacerdote SicheoElissa trascorre la propria giovane esistenza onorando i divini ed ignorando la sempre più insaziabile fame di gloria e potere di suo fratello di sangue, Pigmalione, sovrano di Tiro. Anche il mito di Didone, infatti, va sviluppandosi a seguito di una tragedia. Una tragedia brutale e terrificante, in quanto consumata all’interno della sua stessa famiglia. Pigmalione, infatti, ebbro di potere e preoccupato dell’enorme stima e della sincera riverenza riverse continuamente dal popolo nei confronti della sua guida spirituale, assassina Sicheo ed ordina che i suoi resti vengano lasciati a bruciare sopra ad una pira eretta in onore al Dio Melquart. Sarà la Dea Astarte ad apparire (più volte) in sogno alla povera Elissa, informandola del misfatto e coadiuvandola in un lungo quanto rapido peregrinare lontano dalle coste di Tiro.

La figura femminile di Elissa va costituendosi di tutta una serie di tratti a dir poco nobili ed eroici. Della futura regina di Cartagine vengono soprattutto lodati l’intelletto e la nobiltà d’animo. In più di un’occasione, durante il mito, entrambe queste qualità trovano il modo di manifestarsi con assoluta chiarezza ed incontrovertibile verità. Come quando riesce a raggirare con astuzia il barbaro Tariq: alla concessione beffarda e strafottente del principe nomade, disposto a concedere tanta terra quanto Elissa fosse stata in grado di contenere entro una pelle di bue, la donna risponde con un’astuzia degna del migliore Ulisse. Ma anche la compassione e la misericordia accompagnano sempre le gesta della decaduta principessa di Tiro. Ne sono una chiara dimostrazione l’affetto sincero che viene continuamente rivolto nei confronti del  vecchio mentore, Midacrito. O la ferrea fedeltà rivolta sempre al defunto Sicheo, il cui ricordo continua, ininterrottamente, a scaldare il cuore e l’animo della donna.

Si noti come anche in questo caso, non solo il viaggio ma, bensì, pure la fondazione della città, restino eventi voluti e benedetti dai divini. Non solo, infatti, la Dea Astarte sollecita la principessa a compiere questa lunga odissea; l’Altissima, nuovamente in sogno, indicherà il punto esatto in cui la città dovrà poggiare le proprie secolari fondamenta – allegoricamente rappresentate dal luogo di ritrovamento del teschio di un cavallo -.

Dedita totalmente al perseguimento dell’incarico affidatole dal Dio Melquart e dalla sua divina consorte Astarte, ricolma di attenzione e premura per il suo popolo, restia a soddisfare qualsivoglia forma di vendetta  nei riguardi di Pigmalione o di conquista nei confronti dei regni vicini, Elissa ottiene in terra barbara il nome di Didone. La città che fonderà diverrà leggenda. Una leggenda in grado di oscurare per molto tempo anche la grande Roma dei Cesari.

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