IL VASO DI PANDORA: ROVINA E SALVEZZA DELL’UMANITÀ.

Probabilmente uno dei miti più noti e famosi di sempre. Sicuramente tra i più importanti e profondi, considerate le numerose tematiche di cui si fa portatore e che hanno anche influenzato – in un modo profondamente sostanziale – buona parte della tradizione cristiana.

Iniziamo subito con l’affermare che il mito di Pandora e del suo celeberrimo vaso è da considerarsi “consequenziale” a quanto descritto all’interno del racconto mitico riguardante il titano Prometeo ed il suo terribile supplizio: Pandora, infatti, creata e modellata da Efesto, su espressa richiesta da parte del Padre Celeste, incarna il desiderio di vendetta dello stesso Zeus. Uno Zeus ingannato, umiliato e tradito tanto dal titano quanto da quegli stessi uomini a lui così particolarmente cari. Il tutto a causa del furto del fuoco, dono di Prometeo all’intera umanità:

«Consegnerò agli uomini un dono avvelenato», proseguì Giove, «un male di cui tutti loro, poveri infelici, si rallegreranno, accarezzando ogni giorno la loro stessa disgrazia. Lascerò che tengano il fuoco, però, in cambio, conosceranno la paura, la malattia, la sofferenza e la discordia. E allora, sopraffatti dai mali che ignorano, si avvicineranno ancor di più a noi».

Notiamo, fin da subito, quello che è un tratto caratterizzante l’intero mito di Pandora. Lo stesso, infatti, va componendosi di una lettura e di una considerazione profondamente misogina nei riguardi della donna. Pandora, infatti, è la prima donna ad essere generata e tanto la sua creazione quanto il suo arrivo presso i comuni mortali celano un fine distruttivo. Uno scopo camuffato dall’arte della seduzione e dalla sensualità. Si esaltano, dunque, tutti quegli aspetti femminili che si mostrano in grado d’ingannare gli uomini, di renderli violenti e bramosi dell’altrui avere, oltre che capaci delle azioni più meschine e violente. Ancora una volta, sono proprio le parole del Padre Celeste ad apparire particolarmente esaustive, a tal riguardo:

«Mercurio, figlio mio sagace e astuto, fa sì che questa creatura, concepita per essere consegnata agli uomini, alberghi nel suo cuore indifferenza; fa sì che la sua natura sia incline allo scherno; dotala di una mente disinvolta e concedile un carattere volubile».

Pandora, dunque, è come Eva nel libro della Genesi: seducente, ingannatrice, lasciva e curiosa. Dannatamente curiosa. Di una curiosità morbosa e deviata. Del resto, è lei che apre il vaso e libera tutti i mali del Mondo, risposti al suo interno da Zeus. E questo nonostante il monito lanciatole dallo stesso Signore dell’Olimpo. Un invito a non rimuovere, mai e poi mai, il coperchio del suddetto. Un monito ingannevole però, il cui vero fine altro non è se non quello di “solleticare” all’inverosimile il desiderio di disobbedienza della giovane donna.

L’apertura del vaso spalanca le porte ad un’altra trattazione mitica. Quella di Thanatos. Esso incarna il male del Mondo sotto tutte le sue più disparate forme: dalla fame alla malattia, dal desiderio di possesso alla bramosia della conquista. Fino ad  arrivare al male più grande ed insopportabile di tutti. La paura. La paura della morte.

Pandora aveva alterato l’ordine delle cose, scatenando sentimenti di possessività, territorialità e invidia fra gli uomini, propagando fra loro malattie e disgrazie di ogni genere e rendendoli propensi alla violenza e allo scontro. 

A questo punto del mito viene a svilupparsi una profonda riflessione circa il ruolo ricoperto da Zeus nelle vesti di artefice e custode dell’intero Creato. Una trattazione mitica che, nuovamente, può essere oggetto di comparazione con quanto esposto all’interno della Genesi. Il Padre Celeste, infatti, accortosi di come gli uomini, nonostante la paura della morte e dell’oblio, non si mostrino desiderosi e propensi di riavvicinarsi alle Divinità per ricevere aiuto, si esprime a favore del loro sterminio. Si tratta del primo dei due atti di genocidio di massa messi in opera dal Padre dell’Olimpo. Soltanto Pandora e suo marito Epimeteo – fratello del decaduto Prometeo – vengono risparmiati.

Alla seconda generazione di uomini, Zeus fa conoscere la paura ed il terrore della guerra e della violenza, inviando il proprio figlio Ares tra quegli esseri effimeri ed invitandolo a disporre a proprio piacimento delle loro vite terrene e mortali. Ancora una volta, il fine dell’operato del Padre Celeste è quello di smuovere con il terrore l’animo degli uomini, affinché gli stessi comprendano come sia, per la loro stessa salvezza, necessario appellarsi agli Dei. Torna, quindi, una delle tematiche più diffuse e conosciute all’interno dell’intera mitologia classica: la reciproca necessità esistenziale che lega, indissolubilmente, tra di loro Dei e uomini. I primi necessitano delle preghiere dei secondi. I secondi necessitano della benevolenza dei primi. Ma, nonostante, gli stermini e le depravazioni diffuse lungo l’intera Terra da Ares, nuovamente gli uomini si mostrano indifferenti alla preghiera. È in questo momento che Zeus comprende il perché il suo piano fatichi ad attuarsi. Ed è proprio quando ciò avviene che decade l’interpretazione prettamente misogina ai danni di Pandora, la quale, da rovina dell’umanità, finisce con l’incarnare la sua più concreta e reale salvezza.

Zeus, infatti, comprende come Pandora, nella fretta di richiudere il vaso, tanto era stato il terrore provato nell’aver liberato Thanatos, abbia finito con il lasciare sigillato al suo interno l’unica virtù che avrebbe permesso all’uomo non solo di riavvicinarsi agli Dei ma, soprattutto, di rinnovarsi come essere: l’umana speranza.

Ecco allora che, per l’ennesima volta, il mito va caratterizzandosi di un qualcosa che sarà poi riproposto nelle pagine dell’Antico Testamento: il Diluvio Universale. Il secondo sterminio dell’intera stirpe dell’uomo messo in atto dal Padre di tutti gli Dei. Dall’unione tra Pirra – figlia di Pandora ed Epimeteo – e Deucalione – figlio di Prometeo – nasce così una nuova stirpe di uomini e donne. Una stirpe di esseri mortali, affranti dalle fatiche e dalle impervie sparse nel Mondo, ma capaci di nutrire, dentro i propri cuori, la calda luce della speranza. Quella stessa speranza di cui Pandora fu, nella Notte dei Tempi, distruttrice e custode.

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L’ORGOGLIO DI BELLEROFONTE.

Ipponoo, principe di Corinto, appartiene ad una stirpe maledetta. Maledetta dagli Dei. Maledetta dalla sua stessa natura. Suo nonno Sisifo, infatti, osò ingannare Zeus: da allora trascorre l’eternità a portare sulla cima di un monte una gigantesca roccia, la quale, tutte le volte, non tarda a rotolare nuovamente a valle, obbligando l’uomo a compiere daccapo l’intera ardua impresa. Suo padre Glauco, al contrario, continuò, per tempo immemore, a dare in pasto alle proprie giumente della carne umana, nel deviato desiderio di renderle più ardite; gli Dei hanno fatto sì che le stesse potessero, infine, banchettare con il corpo del loro macabro padrone.

Ipponoo non è alieno da cotanta superbia e cieca ambizione. È un giovane ossessionato. Ossessionato dalle impossibili imprese che, senza concedergli la benché minima tregua, continuano a perseguitarlo nei sogni. Fra queste, la più audace di tutte: domare il divino puledro, nato dal sangue di Medusa. L’alato cavallo di Pegaso. L’intero mito, del resto, si commista, in gran parte, a quello della creatura ultraterrena.

Minerva benedice l’impresa del giovane, aiutandolo a domare e comandare la indomita fiera. Ma ciò non sminuisce la brama di affermazione ed il desiderio di riconoscimento del principe. Egli diviene così la causa della morte del suo stesso fratello, Bellero, il quale viene colpito accidentalmente dagli zoccoli del possente equino. In fuga da Corinto, alla ricerca di una disperata redenzione e di nobili gesta che possano nuovamente elevarlo allo status di eroe, Ipponoo, ora chiamato con il nome di Bellerofonte – “l’uccisore di Bellero” -, trova riparo prima a Tirinto e poi a Xanto, dove, assieme al proprio compagno alato, riesce finalmente in un’impresa degna dei più grandi: uccidere la Chimera.

Il mito di Bellerofonte tratta il tema della superbia e dell’orgoglio e si mostra tutt’oggi ancora molto “particolare”, dato che in esso viene narrata la caduta di un eroe. La brama del principe, infatti, diviene talmente insaziabile, da fargli credere di avere il pieno diritto di volare fin sulle vette inarrivabili del Monte Olimpo, di modo così da palesarsi – di sua spontanea iniziativa! – agli occhi degli Altissimi. La morte di Bellerofonte, causata dal disarcionamento da Pegaso, su volere dello stesso Zeus, rappresenta allegoricamente la punizione inflitta a tutti coloro che, osando travalicare i limiti imposti alla loro natura, si ritengano stupidamente degni di compiere gesta al di là di ogni umana comprensione ed accettazione.

Emblematica la scena finale: durante la sua caduta, infatti, l’eroe osserva il fidato Pegaso, incurante del suo cavaliere, venire accolto amorevolmente dalle carezze del Padre Celeste. Perché solo agli immortali e a coloro che sono stati benedetti dai Divini viene concesso ed  elargito il diritto di sostare entro la Dimora degli Altissimi.

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LA MALEDIZIONE DEI TANTALIDI.

Tantalo, all’interno della mitologia greca, incarna la superbia, l’arroganza e lo smisurato orgoglio che può inquinare la mente dell’uomo ambizioso e desideroso di potere. Una vanità senza fine. Una bramosia accecante, tale da permettere alla finita e limitata mente di un essere effimero di ritenere possibile ingannare e prendersi gioco degli Dei.

Prediletto di Zeus, abile regnante e scaltro combattente, ma con la mente e l’animo profondamente inquinati dalla triste consapevolezza della fugace e finita vita concessagli – in quanto semplice e comune mortale -, Tantalo giunge ad approfittarsi della benevolenza degli Altissimi e della loro compagnia, nutrendo, al contempo, dentro di sé, la stolta presunzione di potersi ergere al di sopra di ciascuno di loro e della loro infinita saggezza ed onniscenza.

La punizione divina, lanciatagli contro dal Padre Celeste, è una delle più atroci di tutta la mitologia classica. Raccapricciante come il peccato stesso di cui il tantalide osa macchiarsi nella malata convinzione di potersi prendere gioco degli Olimpici: Tantalo, infatti, arriva persino ad uccidere nel sonno il proprio figlio, Pelope, per poi cucinarlo e servirlo, sotto forma di portata principale, al banchetto allestito in onore dei propri ospiti ultraterreni. A seguito di un simile crimine, Tantalo verrà costretto per l’eternità a patire la fame e la sete. Immerso con tutto il corpo in un lago, le cui acque si ritirano fino a scomparire, ogni qualvolta tenti disperatamente di bagnarsi le secche labbra. Il volto perennemente rivolto verso un florido albero da frutto, i cui succosi doni si allontanano dalle sue braccia, trascinati via da un vento celestiale e di divina provenienza.

L’unica compagnia concessagli è una morte che è sì inevitabile ma che mai giunge. Allegoricamente rappresentata da un enorme macigno, posto sopra ad un alto dirupo, che alla sua stanca vista pare sempre sul punto di cadere e di schiacciarlo da un momento all’altro. Ma ciò non avviene mai, e al tantalide resta così solo il mero desiderio di una morte in grado di rivelarsi capace di liberarlo dalla sua atroce afflizione. Un desiderio che altro non è che una pia illusione e mera speranza.

Il mito del supplizio e del patema di Tantalo assume le forme e le vesti di un vero e proprio ammonimento celeste. Difatti, la punizione, che Zeus impartisce al tantalide, diviene una vera e propria maledizione. Una maledizione che riguarderà la vita non soltanto di suo figlio rinato, Pelope – fondatore dell’isola del Peloponneso -, ma anche dei figli dei suoi figli. Affinché l’uomo comprenda come vi siano dei limiti imposti dal Cielo alla finitezza che segue dal suo essere una creatura mortale. Affinché l’uomo comprenda come oltrepassare suddetti limiti sia un qualcosa che mai possa appartenere alla sua natura finita ed effimera.

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MISERICORDIA E COMPASSIONE: IL MITO DI ANTIGONE.

“Colei che si schiera a difesa della sua stirpe”. In questo consiste il significato del nome Antigone. Figlia di Giocasta e di Edipo, l’esiliato Re della città di Tebe. Sorella minore di IsmenePolinice ed Eteocle. Nipote di Creonte. Promessa sposa di suo figlio, Emone. Ritenuta anch’ella colpevole, suo malgrado, della pazzia e dei vili atti di cui andò macchiandosi suo padre, quando ascese al trono di Tebe – com’è ben noto, infatti, Edipo uccise suo padre, Laio, sposando poi subito dopo la stessa madre, Giocasta -. L’intera tragedia di Antigone si sviluppa lungo l’esaltazione delle due virtù possedute dalla coraggiosa figlia di Tebe.

In primis, la misericordia. Quella profonda e devota misericordia che la spinge a condividere, volontariamente, il triste fato rivolto al proprio amato padre. Antigone è l’unica a farsi carico del fardello addossato sulle spalle del vecchio e cieco genitore, accompagnandolo nel suo lungo esilio. Un esilio predetto dall’indovino Tiresia. Un esilio che culmina con la morte di Edipo nei pressi della città di Colono, sotto la protezione del re ateniese Teseo e delle dolci cure dell’amorevole figlia.

In secundis, la compassione. La compassione ed il sincero amore fraterno che sempre nutre nei riguardi sia di sua sorella che dei suoi due fratelli maggiori. Anche quando Polinice ed Eteocle si affrontano in una sanguinaria guerra intestina – nella quale entrambi trovano la morte – per succedere al trono del padre, Antigone prega intensamente entrambi, affinché la follia di quel loro scontrarsi venga scongiurata al più presto.

Ma è la parte finale del mito a rivelare il vero significato dell’esistenza della coraggiosa ed intrepida figlia di Tebe. Antigone, infatti, incarna la devozione. La devozione rivolta, senza esitazione alcuna, agli Dei. Lei stessa antepone al giudizio e alle leggi dell’uomo, la volontà e la consapevolezza dei Divini di disquisire circa il Giusto ed il Buono:

«Forse tu potrai vivere sottomessa a quanto dettato dalle leggi degli uomini, anche se sono vili, e ti senti in pace sapendo di non averle trasgredite.» […] «Ammetti che è giusto compiacere gli dei e non i mortali. Unisciti alla mia nobile impresa […].»

La disobbedienza al monito reale, che vieta di predisporre una sepoltura per Polinice – il fratello traditore, che ha osato marciare al fianco dei soldati di Argo contro Tebe -, è una ribellione verso una legge ingiusta. Una legge che viola l’universale e divino concetto del Bene. E che per questo motivo appare degna di un totale diniego.

Il suicidio di Antigone non deve essere inteso come un gesto disperato, giustificato da un senso di resa o di rassegnazione. E nemmeno – secondo una “interpretazione” più profondamente cristiana – come un vero e proprio peccato mortale, dettato dalla disperazione per il mancato intervento del Cielo. Ciò che Antigone decide di compiere all’interno della grotta, nella quale viene segregata per volontà di Creonte, è da intendersi, invero, come l’ultimo atto di disobbedienza nei riguardi di una volontà mortale – e, dunque, effimera – ingiusta ed iniqua. Non sarà mai Creonte colui che potrà disporre della vita della fanciulla! Non spetterà mai al re tiranno di Tebe decidere quale morte dovrà accogliere, infine, tra le sue braccia, la giovane! Antigone affida alla sua ferrea ed impassibile volontà persino l’ultima – e più tragica – decisione della sua intera esistenza.

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COLUI CHE OSÒ SFIDARE L’OLIMPO.

Il nome di Prometeo significa “previdente”, “lungimirante”, “accorto” et similia. È uno dei pochi titani a schierarsi dalla parte degli Olimpici durante la Titanomachia. All’interno della mitologia classica, Prometeo viene ritenuto essere il salvatore del genere umano – se non il suo stesso creatore -. Il mito si sviluppa a seguito di un incarico ben preciso affidatogli dal nuovo Signore dell’Olimpo, Zeus: creare un legame di duratura e necessaria reciprocità tra gli Olimpici e gli “effimeri”, ovvero i mortali. Mentre, infatti, a suo fratello Epimeteo spetta il compito di porre in essere tutte quelle leggi della Natura in grado di regolare la vita degli animali, a Prometeo tocca l’onere di comprendere come salvaguardare il futuro dell’uomo. Sia dalla furia degli elementi che dai capricci degli Dei.

Il furto del fuoco – elemento verso il quale i poveri mortali vengono continuamente attratti, a causa dei fulmini lanciati da Zeus contro il verde Creato – è particolarmente simbolico, in effetti. Prometeo incarna la concezione classica del concetto di libertà. Una libertà assunta nel suo significato più prettamente “negativo” – non che questo debba farci confondere in seno a valutazioni di tipo prettamente morale -: nella cultura classica la libertà individuale è ritenuta sacrificabile nei riguardi degli interessi generali e collettivi dell’intera comunità. Prometeo, dunque, rappresenta il sacrificio del singolo, necessario alla salvezza dei più. Ma il furto del fuoco cela particolari e profondi significati: è tramite questo elemento che gli uomini non solo imparano ad onorare gli Dei, tramite i sacrifici eseguiti in loro onore, ma, bensì, anche ad ingannarli – come dimostra l’episodio del rito rivolto a Zeus, il quale può compiacersi solo delle ossa e della pelle dell’animale sacrificato; quest’ultimo, infatti, viene prima volutamente reciso lungo tutto il basso ventre, di modo che, una volta sollevato in aria in segno di dono, la sua carne e le sue viscere cadano a terra e restino così a disposizione dei mortali -.

La stessa diffusione dell’uso della parola è l’ennesima intuizione che spinge il titano a comprendere di quali mezzi l’uomo si debba subito attrezzare per veder salva la propria stirpe – e circa l’importanza del linguaggio in riferimento al mito strincto sensu (inteso, quindi, come vero e proprio “universo simbolico” di riferimento) restano tutt’oggi vaste le speculazioni sia filosofiche che sociologiche -.

La lungimiranza di Prometeo è talmente protratta nel lungo periodo, che egli stesso ha modo di prevedere quali punizioni Zeus riserverà alla stirpe dei mortali. Come la diffusione, nelle loro primitive menti, dell’intelligenza – per opera di Minerva – o la costruzione della prima donna, affinché possano lottare per ritagliarsi le sue grazie ed attenzioni – incarico questo affidato al Dio Efesto -. Ma sono punizioni che il titano ha ben compreso essere del tutto terapeutiche. Fondamentali e necessarie cioè per la salvezza futura dell’intera razza umana.

La parte più tragica del mito è il supplizio imposto a Prometeo ed al quale il titano deve sottostare per il trascorrere di numerose generazioni mortali: incatenato sull’inospitale Caucaso e costretto a venire seviziato di giorno da un’aquila reale, mentre ogni notte le sue ferite continuano a rimarginarsi fino all’alba seguente, dando così mai fine alla sua pena. La sua salvezza avviene per mano di Eracle (Ercole), inviato per volontà dello stesso Zeus; a testimoniare, quindi, come tutto quanto il mito non sia altro che un inno rivolto all’uomo e ai sacrifici da esso stesso sopportati per affermare il proprio diritto di venire ed esistere al Mondo.

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