“TRASCENDENTE” O “TRASCENDENTALE”: UNA ULTERIORE PRECISAZIONE.

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Per comprendere il significato di “trascendente” e di “trascendentale” dobbiamo “sfruttare” Kant, o, per essere più precisi, utilizzare lo stesso filosofo alla stregua di un vero e proprio “spartiacque” concettuale:

  • prima di Kant, “trascendentale” è un termine “meramente tecnico”, nel senso che indica i concetti più comuni dell’intelletto e che sono da ascrivere alle categorie e ai modi di essere dell’ente lato sensu. “Trascendente”, invece, non ha un significato tecnico quanto, piuttosto, generico e che si oppone a tutto ciò che è immanente. Esso, quindi, indica ciò che si pone al di là della realtà sensibile. Facciamo un banale esempio: Dio è trascendente proprio come l’essere – in quanto categoria e/o modo dell’ente – è trascendentale. Dato che, aristotelicamente parlando, i trascendentali abbracciano tutto ciò che rientra nelle categorie, ovvero tutto ciò, quindi, che è ascrivibile alla realtà sensibile, essi stessi non sono trascendenti;
  • in età moderna, mediante le disquisizioni di Kant, il termine “trascendentale” muta profondamente significato. “Trascendentale” è tutto ciò che “designa le condizioni di possibilità della conoscenza in quanto possibile a priori”. “Trascendentale” è “aggettivo”, quindi, che viene applicato a qualsivoglia condizione di una esperienza conoscitiva. Mentre qualsiasi particolarità locata al di là della “conoscenza possibile” è “trascendente”, ovvero inconoscibile per sua stessa definizione.

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EPISTEMOLOGIA O GNOSEOLOGIA?

Il termine “epistemologia” significa “teoria della scienza” o, più comunemente, “filosofia della scienza”. Qui di seguito la sua stessa etimologia: epistēmē (scienza) e logìa (teoria). Con suddetto termine si è soliti indicare lo studio della Natura, la valenza ed i limiti dei principi ad essa ascrivibili, le ipotesi ed i risultati delle differenti leggi scientifiche.

Ad ogni modo, il termine “epistemologia” può anche venire usato con il significato di “teoria della conoscenza”; la parola inglese epistemology, ad esempio, viene usata sempre in questo senso, per l’appunto. In realtà, per indicare lo studio della conoscenza lato sensu ci si affida ad un termine più preciso (e corretto), quello cioè di “gnoseologia”.

La gnoseologia è un vero e proprio ramo della disciplina filosofica. Suo il compito di indagare circa la struttura, i metodi e la validità della conoscenza (ampiamente intesa). Ad essa sono connesse ben tre specifiche discipline (esse, infatti, costituiscono il cosiddetto “campo della gnoseologia”): metafisica, logica e psicologia.

Per ulteriori ed analitici approfondimenti in seno proprio al concetto di “gnoseologia”, è sufficiente sfogliare un qualsiasi dizionario filosofico.

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GIUSTIFICARE L’ESISTENZA DI DIO: LA TEODICEA.

Il termine “teodicea” deriva da theós (“Dio”) e díkē (“giustizia”). La Teodicea è il paradigma filosofico e concettuale utilizzato per spiegare e giustificare l’esistenza del “Dio buono, giusto e benevolo”. Tale (necessaria) riflessione nasce in risposta ai dubbi che sorgono dalla presenza ed esistenza del male nella vita degli uomini – “Se Dio è buono e giusto, allora perché il male?” -. Compito della teodicea è, dunque, quello di impedire che la percezione dei vizi e delle violenze sminuisca la bontà divina del Creatore, il quale, perciò, non può venire considerato come il responsabile delle ingiustizie (terrene).

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TELEOLOGIA E PRINCIPALI IMPLICAZIONI.

Da télos, ovvero “fine”, “completamento” e simili. Possiamo definire la teleologia come la dottrina dello “scopo”, dei “fini” (ultimi), delle “cause finali” o, anche più semplicemente, del “Bene”. Trattasi del perfetto opposto del paradigma meccanicistico: il meccanicismo, infatti, spiega il presente ed il futuro in termini di passato; la teleologia, al contrario, descrive il passato ed il presente in termini di futuro. Può avere numerose “applicazioni epistemologiche”. Si considerino le seguenti:

  • in Etica: in questo campo d’interesse, la teleologia pone il Bene (supremo e/o ultimo) come il valore finale cui mira (sempre) la vita umana. Il Bene, dunque, non è inteso nel senso di “dovere” e/o di “legge” cui attenersi e/o soddisfare ma, bensì, il parametro che permette di valutare la conduzione della vita medesima da parte del singolo;
  • in Metafisica: in questo caso si considera la realtà (Spazio compreso) come regolato da mete, fini, scopi, cause formali, cause finali et similia. La concezione aristotelica secondo cui, se ogni cosa tende ad un fine allora dovrà necessariamente esservi – affinché il movimento non continui all’infinito – un ben preciso fine ultimo – identificato con l’assoluto divino -, è un chiaro esempio di teleologia metafisica;
  • in Gnoseologia: in questo caso, si afferma che la teleologia sia la dottrina che permette alla mente di ricercare la verità in quanto guidata e/o permeata o da interessi, o da una evidenza logica e/o oggettiva, o dal mero istinto e via discorrendo. “Pragmatismo”, “fideismo”, “volontarismo” et similia, richiamano questa dinamica concettuale.

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L’APPERCEZIONE GNOSEOLOGICA E PSICOLOGICA.

In un approccio molto generico, potremmo definirla come l’apprensione introspettiva e/o riflessa da parte dell’io dei propri stati interiori. Si badi bene che per “apprensione” si è soliti indicare la consapevolezza pura della presenza di un oggetto alla coscienza del percipiente; è un vero e proprio rapporto esistente tra soggetto ed oggetto, visibile in moltissimi tipi di stati, come l’atto dell’esperire o del rimembrare, ad esempio.

Ma, in genere, quando si parla di “appercezione”, si è spronati a promuovere una precisa distinzione concettuale, per meglio comprendere il significato di questo termine. Dunque:

  • in gnoseologia, ci affidiamo alle argomentazioni di Leibniz, che distingue la stessa dalla mera “percezione”. La percezione investe il Mondo sensibile, ed indica lo stato interiore tramite il quale l’io si rapporta con gli oggetti distribuiti esternamente. L’appercezione, al contrario, permette all’io di essere consapevole di sé stesso in modo riflessivo. Una vera e propria “percezione di sé medesimo”. Kant utilizza il concetto di “appercezione” per parlare o di «autocoscienza dell’io empirico» (appercezione empirica) o di «autocoscienza dell’io puro» (appercezione trascendentale). La prima indica la coscienza dell’io con i suoi stati mutevoli – «stato interiore» kantiano -; la seconda, invece, è la coscienza pura, originale, che giustifica di per sé, ontologicamente, l’esperienza stessa;
  • in psicologia, al contrario, con il termine “appercezione” si suole indicare quel particolare processo attraverso il quale un’esperienza nuova viene aggiunta al “residuo” dei vissuti passati di un individuo, e, da quest’ultimo, trasformata per formare un “tutto nuovo” – ovvero un nuovo “residuo psichico” -.

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