SCHOPENHAUER TRA INTELLETTO E VOLONTÀ.

Articolo correlato: SCHOPENHAUER: LA VOLONTÀ DI VIVERE.

Articolo correlato: IL PERSISTERE DELLA VITA.

Articolo correlato: NATURA E RITORNO IN SCHOPENHAUER.

Articolo correlato: SCHOPENHAUER: TEMPO ED ETERNITÀ.

Articolo correlato: CADUCITÀ DELL’IO ED INFINITÀ DELLA VITA.

Schopenhauer approfondisce anche il tema della “conoscenza” e lo pone in rapporto a dinamiche concettuali che abbiamo già avuto modo di prendere in considerazione – si vedano, ad esempio, alcune tematiche, come quella di “coscienza” o di “volontà”, ad esempio -. Per comprendere il significato che il termine “conoscenza” acquisisce all’interno del pensiero di Schopenhauer, è fondamentale ricordare quanto già sostenuto circa l’intelletto e la “posizione” che, nei riguardi dell’essere, lo stesso assume rispetto alla volontà.

Stando al pensiero del filosofo, è impossibile risalire alla piena conoscenza di un qualcosa. Questo perché, nel momento preciso in cui riteniamo di conoscere l’oggetto, di esso altro non otteniamo ed elaboriamo che una mera rappresentazione. La particolarità, dunque, viene colta nelle vesti di un “fenomeno”. Tutto ciò comporta una profonda idiosincrasia conoscitiva. Non conosciamo l’essenza dell’oggettualità ma solo una sua effimera rappresentazione. Il che significa che, inevitabilmente, esisterà sempre una profonda differenza tra la particolarità in sé ed il conosciuto – frutto, per l’appunto, di una comprensione apparente –. La stessa problematica si verifica ipso facto anche quando l’oggetto del conoscere è il soggetto medesimo. Nel momento in cui desideriamo conoscere il nostro io, di esso otteniamo solo una personale ed individuale agnizione superficiale. Esiste, quindi, una marcata distanza tra la “coscienza conoscente” e l’individuo colto nella sua essenza, tant’è che:

[…] giacché, in quanto esso cade nella mia coscienza conoscente, è già un’immagine riflessa del mio essere, una cosa diversa da questo stesso, dunque già in certo grado fenomeno. In quanto cioè sono un soggetto conoscente, ho anche del mio essere stesso propriamente solo un fenomeno; in quanto invece sono immediatamente questo essere stesso, non sono conoscente.

La conoscenza è, quindi, una «proprietà secondaria del nostro essere», dato che per arrivare a comprendere la reale essenza del Tutto si rende necessario “andare oltre” – cfr. Spinoza -. Anche la volontà, dunque, non viene colta in sé e per sé ma, stando a quanto esposto sopra, essa si presenta a noi come un fenomeno. Ma attenzione!

Schopenhauer afferma che la comprensione intima della realtà, ovvero l’agnizione non superficiale e/o non fondata su ciò che viene posto “esternamente” all’attenzione del percipiente, veicola ciascun individuo a comprendere come la Volontà stessa sia il vero «nocciolo della realtà». Nella Volontà noi «riconosciamo la cosa in sé» ma, d’altro canto, dato che spesso la medesima appare a noi come un mero fenomeno, è fondamentale accorgersi di come la conoscenza della stessa sia inadeguata e scarsamente esauriente. Da qui la decantata necessità di quell’andare oltre che abbiamo già più volte menzionato.

L’impasse legata al problema della conoscenza non è di difficile comprensione. Se torniamo per un attimo all’atteggiamento empirico che abbiamo già avuto modo di analizzare in riferimento al tema della morte, possiamo comprendere come quest’ultima, di per sé, ben si sposi con quanto detto poc’anzi. La “coscienza conoscente” spinge il soggetto ad elaborare la nascita e la morte nel loro mero significato di inizio e fine. Punto. Non vi sono riflessioni o contemplazioni che possono essere indirizzate nei riguardi della Volontà (che di ogni essere rappresenta il fulcro esistenziale). Tale capacità intellettiva nasce con la nascita e muore con la morte… inevitabilmente, quindi, tutto ciò si palesa sotto forma di mero fenomeno. In questo risiede la profonda distanza tra intelletto e volontà: solo la seconda è tanto eterna quanto originaria:

L’intelletto è […] un fenomeno secondario e condizionato dal cervello, che quindi inizia e finisce con questo. Solo la volontà è ciò che condiziona, il nucleo di tutto il fenomeno, pertanto libero dalle sue forme, a cui appartiene il tempo, quindi anche indistruttibile. Con la morte perciò la coscienza va sì perduta, ma non ciò che aveva prodotto e mantenuto la coscienza; la vita si spegne, ma non con essa il principio della vita che in essa si manifestava. Perciò dunque un sicuro sentimento dice a ognuno che c’è in lui un qualcosa di assolutamente imperituro e indistruttibile. […] Ma che cosa sia questo imperituro, nessuno ha potuto farselo chiaro. Non è la coscienza, non più del corpo, dal quale manifestamente la coscienza dipende. È piuttosto ciò, da cui dipende il corpo insieme con la coscienza. Ma ciò è appunto quello che, cadendo nella coscienza, si presenta come volontà.

La distinzione tra fenomeno e cosa in sé è, dunque, la distinzione tra il “Mondo della Rappresentazione” ed il “Mondo della Volontà”. Per elaborare tale argomentazione, Schopenhauer sfrutta la tematica antitetica a quella della morte: la nascita.

L’atto della “generazione” si presenta in due modi:

  • come “autocoscienza”;
  • come “coscienza delle altre cose” – alter ego compreso -.

In realtà, non si tratta di un argomento particolarmente difficile da comprendere. Se, difatti, recuperiamo quanto detto in precedenza, la nascita intesa come “autocoscienza” è da intendersi come la particolarità in sé, nella sua più intima e pura essenza… un qualcosa che, in termini di totale assolutezza, acquista per Schopenhauer il significato di “voluttà”, ovvero di intenso e profondo piacere (di vivere e di venire al Mondo). La nascita, invece, intesa come “coscienza delle altre cose” è la complessità delle particolarità sensibili che esistono e che “sfruttano” le proprietà della natura per comprendere (apparentemente) tutto ciò che si palesa attorno ai loro sguardi… non comprendendo mai però l’essenza e la purezza del vero atto della nascita – che, per l’appunto, è siffatta “volontà voluttuosa” -.

La riflessione sulla nascita, al pari di quella sulla morte, permette a Schopenhauer di evidenziare il contrasto che sussiste tra il “Mondo della Rappresentazione”, dove tutto (empiricamente) inizia e perisce, ed il “Mondo della Volontà”, dove il Tutto ritorna.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

GOFFMAN: RIFLESSIONI SUL CONCETTO DI ÉQUIPE.

Articolo correlato: GOFFMAN: INTRODUZIONE ALLO STIGMA SOCIALE.

Articolo correlato: UN PRIMO APPROCCIO ALLO STIGMATIZZATO.

Articolo correlato: GLI STIGMATIZZATI ED I GRUPPI SOCIALI.

Articolo correlato: STIGMI E MODELLI DI RIFERIMENTO.

Articolo correlato: STIGMA E VISIBILITÀ.

Articolo correlato: TRA IDENTITÀ SOCIALE ED IDENTITÀ PERSONALE.

Articolo correlato: GOFFMAN: PRIMI ACCENNI SUL TEMA DELLA RAPPRESENTAZIONE.

Articolo correlato: INTERAZIONI E FACCIATE PERSONALI.

Articolo correlato: ROUTINE E MOBILITÀ SOCIALE.

Goffman fornisce una ben precisa definizione di “équipe“. Essa è da intendersi come un complesso di individui che collaborano assieme per la realizzazione e messa in opera di una singola routine. Innanzitutto, quindi, il concetto di équipe permette di per sé l’ascrizione di una rappresentazione a più soggetti, obbligandoci, di conseguenza, ad interpretare il tutto attraverso una chiave di lettura (inevitabilmente) di tipo sovra-individuale.  Ma si tratta di una definizione che può essere ulteriormente chiarita e approfondita: essa, infatti, può essere colta alla stregua di una interazione o di una fitta rete di interazioni, attraverso le quali si cerca di mantenere salda e veritiera la definizione appropriata della situazione (rappresentata).

Goffman è convinto di come, in talune circostanze, possa essere possibile che l’attore si auto-suggestioni, convincendosi che la rappresentazione posta in essere sia l’unica ed incontrovertibile realtà esistente. Così facendo, si finisce con l’avere una vera e propria convergenza tra attore e pubblico, dove il primo contempla il suo stesso agire. In sintesi: l’auto-suggestione di cui è vittima fa sì che egli incorpori degli standard ritenuti “meritevoli” dagli altri, indirizzando il proprio agire e la propria coscienza (e consapevolezza) al rispetto dei medesimi. A questa specie di auto-suggestione segue anche un ipotetico e potenziale auto-inganno, in quanto l’attore/spettatore può essere portato a nascondere a sé stesso e agli altri quei lati della rappresentazione che egli stesso non ha avuto il coraggio di affermare a sé medesimo. Si può parlare di “allontanamento” o di “dissociazione” dal proprio io. L’auto-suggestione e l’auto-inganno fanno sì che anche in assenza di pubblico, l’attore, divenuto spettatore di sé stesso, continui privatamente a rispettare precetti condivisi dagli alter ego, poiché certo della presenza di un pubblico che, invero, non esiste. L’accettazione di idee non condivise privatamente e la creazione di un pubblico immaginario/inesistente sono elementi convergenti, in queste situazioni. Pensiamo, ad esempio, ad un soggetto che non condivide la dieta vegana ma che la fa propria anche entro le mura domestiche perché teme di venire scoperto dal gruppo sociale di appartenenza o perché suggestionato al rispetto della stessa.

Per una équipe risulta essere necessario che vengano soddisfatte alcune caratteristiche fondamentali. Innanzitutto, è importante che ciascun membro della équipe si fidi in toto dell’agire del/i proprio/i compagno/i, onde non creare asimmetrie o imperfezioni nella rappresentazione stessa. Questo implica anche il fatto che tanto la familiarità quanto una sana e reciproca complicità giochino un ruolo fondamentale: del resto, i membri che formano l’équipe sono a conoscenza di cosa vanno rappresentando e, quindi, sanno di essere “a conoscenza del segreto” e di come debbano guardarsi gli uni negli occhi dell’altro per definirsi e comprendersi. Potremmo considerarla una specie di “complicità drammaturgica” in cui la difesa di quanto collettivamente rappresentato è il fulcro vitale della cooperazione.

Quando una équipe è costituita da un solo individuo, si tratta di ribadire quanto sostenuto fin’ora in termini di rappresentazione. Qualora, invece, la stessa vada costituendosi di due o più soggetti, alcuni concetti come quelli di “lealtà”, “condivisione”, “protezione e riconoscimento della linea adottata” et similia, divengono fondamentali e ricoprono un ruolo molto importante in seno proprio alla legittimazione e giustificazione tanto dell’aggregato quanto della rappresentazione. Questo anche perché screditare la realtà che l’équipe cerca di affermare come vera ed apodittica o incorrere nelle critiche del pubblico sono situazioni di facile attuazione, qualora non vi sia coesione di intenti e di atteggiamenti tra i membri della stessa. Qui Goffman offre una interessante chiave di lettura di tipo psicologico: quando un membro della équipe commette un errore tale da viziare e/o minare la “linea collettiva”, generalmente l’invito è quello di far sì che il rimprovero e la (eventuale) punizione avvengano “a porte chiuse”, di modo da non destare troppo l’attenzione del pubblico e non renderlo partecipe di tutto quanto.

Vi è poi sempre la figura della star all’interno di una équipe, anche qualora la rappresentazione messa in mostra dovesse assumere le vesti di una vera e propria routine. Pensiamo, ad esempio, ad un corpo di ballo i cui membri, al termine della esecuzione, si mettono in cerchio e si inginocchiano dinanzi al primo o alla prima ballerina. Il concetto di équipe, dunque, è in stretto contatto anche con quello di routine e di leadership: a seconda del diverso grado di leadership ascritto ai membri di una équipe, la routine della stessa differisce da quella di un’altra. Goffman parla di “leadership espressiva” e di “leadership di regia”. Esse, spesso, convergono ma possono anche non essere ascritte al medesimo soggetto: ad esempio, durante una cerimonia funebre è indubbio come la prima sia da riscontrarsi nei parenti del defunto, ma resta altrettanto innegabile il fatto che l’intera rappresentazione sia mandata avanti dagli impresari.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

ROUTINE E MOBILITÀ SOCIALE.

Articolo correlato: GOFFMAN: INTRODUZIONE ALLO STIGMA SOCIALE.

Articolo correlato: UN PRIMO APPROCCIO ALLO STIGMATIZZATO.

Articolo correlato: GLI STIGMATIZZATI ED I GRUPPI SOCIALI.

Articolo correlato: STIGMI E MODELLI DI RIFERIMENTO.

Articolo correlato: STIGMA E VISIBILITÀ.

Articolo correlato: TRA IDENTITÀ SOCIALE ED IDENTITÀ PERSONALE.

Articolo correlato: GOFFMAN: PRIMI ACCENNI SUL TEMA DELLA RAPPRESENTAZIONE.

Articolo correlato: INTERAZIONI E FACCIATE PERSONALI.

Durante la rappresentazione, in piena fase (o meno) del working, sia la capacità sia, di conseguenza, l’idoneità a padroneggiare l’attività posta ad esecuzione, vengono manifestate dall’individuo ricorrendo a due “stratagemmi” comunicativi. In primis, si suole evidenziare scioltezza, padronanza e sicurezza di sé in ciò che viene compiuto e posto in essere. Qui le soluzioni possono essere particolarmente molteplici. In secundis, diviene fondamentale il “fattore tempo”. La tempistica con la quale si esegue quella determinata azione, fondamento della rappresentazione che dalla stessa segue, viene tenuta in grande considerazione dal soggetto in questione e, soprattutto, dal pubblico. Non si tratta, quindi, solo di eseguire un qualcosa palesando sicurezza ma (anche) di porlo in essere in velocità. Questo non significa (necessariamente) essere rapidi quanto, piuttosto, il non mostrare dubbi e/o incomprensioni durante l’esecuzione dell’azione. Una riflessione di questo tipo può veicolarci a riflettere attorno al concetto di routine.

Goffman desidera soprattutto porre in evidenza come determinate attività abitudinali – di routine, per l’appunto – siano determinate de facto ed in toto dal trovarsi, al momento dell’esecuzione dell’azione stessa, all’interno (o meno) del proprio gruppo sociale di appartenenza. Si tratta, quindi, di una considerazione che, in parte, ci obbliga a spostare l’attenzione su di un piano di riferimento sovra-individuale – il gruppo sociale -. L’organizzazione del proprio comportamento sociale, dunque, dipende – inevitabilmente – dal contesto nel quale andiamo manifestandolo e rappresentandolo. E questo indipendentemente dal fatto che ciascuno di noi debba, giornalmente, avere a che fare con numerose attività classificabili come di routine. Un esempio può dissipare qualsivoglia forma di dubbio e di perplessità. Camminare, ad esempio, è sicuramente un’attività che ciascuno di noi svolge in modo abituale, ma è indubbio il fatto che una volta entrati sul luogo di lavoro ciascuno – si spera – si adopererà in modo da assumere quel comportamento idoneo e che è solito far proprio per lo svolgimento del working. Sono due comportamenti abitudinali ma, nel secondo caso, il contesto ed il gruppo sociale di riferimento giocano un ruolo di assoluta determinazione. Possiamo, quindi, sostenere come determinate routines siano effettivamente “socializzate” ovvero, sulla base di facciate e rappresentazioni, rispondano (o no) a determinate esigenze avanzate dal pubblico – la formula potrebbe essere la seguente: “se desideri lavorare qui, questo è ciò che mi aspetto di vedere” -. Vi è però il punto di vista inverso che deve essere preso in considerazione: in che modo e perché l’individuo offre al pubblico una tale rappresentazione di sé?

Una prima spiegazione affonda le proprie radici nella (moderna) mobilità sociale. È indubbio il fatto che per “elevarsi” socialmente e da un punto di vista lavorativo, diviene necessario adottare e manifestare tutti quei simboli e segni che determinano gli higher levels. Se la rappresentazione è curata e “soddisfa” quei determinati canoni di “inserimento”, può esserci mobilità sociale. Anche in questo caso le riflessioni concernenti una dimensione macro dell’intera trattazione, possono essere profondamente interessanti. Può succedere, infatti, che apertamente venga manifestata dal soggetto una piena accettazione e condivisione delle norme vigenti ai “piani più alti” ma che le medesime siano, al contempo, pienamente sconfessate e delegittimate in ambito privato. Questa asimmetria può veicolarci a riflettere circa le forme di mistificazione del proprio io in ambito sociale e lavorativo. Sulla scia di questa ultima osservazione, Goffman, non a caso, tratta anche la cosiddetta questione del “lavoro sporco” ovvero di tutte quelle attività, rappresentazioni e idealizzazioni tenute nascoste o sacrificate al fine di poter apparire idoneo al sistema di valori verso cui l’individuo ha rivolto il proprio sguardo. Attenzione però!

Non si tratta soltanto di negare e/o sminuire determinati valori per rafforzare quella rappresentazione idealizzata che possa permettere al soggetto di “ascendere socialmente”. Vi è di più. Vi possono, infatti, esserci delle situazioni in cui il soggetto medesimo genera nei suoi ascoltatori la convinzione di come egli stesso sia a loro legato. Più di quanto, per l’appunto, non lo sia veramente. Questo “attivismo comunicativo”, dunque, presenta due livelli fra loro interconnessi. Da un lato, il “ripulire” il proprio io per renderlo “idoneo” e, dall’altro lato, il lavorare affinché tale rappresentazione rafforzi una convinzione che non è detto sia vera e sincera da parte dell’interessato.

Tornando alla riflessione di poco sopra, circa il contesto sociale ed il pubblico cui viene rivolta la rappresentazione, possiamo affermare quanto segue: questa attività di comunicazione e di rappresentazione dell’individuo produce, inevitabilmente, una “segregazione del pubblico”. Perché è indubbio che nei riguardi di alcuni alter ego il comportamento sarà di un tipo, rispetto a quello palesato nei riguardi di altri soggetti terzi. Questo significa anche che, a seconda dei contesti e del pubblico, possiamo essere obbligati ad adottare un determinato tipo di comportamento. Potremmo parlare di “burocratizzazione dello spirito”. Un concetto che evidenzia come il “proprio io” debba divenire un “preciso io” a seconda del dove, del quando e del (con) chi.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

GOFFMAN: PRIMI ACCENNI SUL TEMA DELLA RAPPRESENTAZIONE.

Articolo correlato: GOFFMAN: INTRODUZIONE ALLO STIGMA SOCIALE.

Articolo correlato: UN PRIMO APPROCCIO ALLO STIGMATIZZATO.

Articolo correlato: GLI STIGMATIZZATI ED I GRUPPI SOCIALI.

Articolo correlato: STIGMI E MODELLI DI RIFERIMENTO.

Articolo correlato: STIGMA E VISIBILITÀ.

Articolo correlato: TRA IDENTITÀ SOCIALE ED IDENTITÀ PERSONALE.

Lasciamo, adesso, l’argomentazione inerente lo stigma e volgiamo la nostra attenzione su di un’altra tematica particolarmente importante all’interno della riflessione di Goffman: la “rappresentazione”. Essa, infatti, assieme al  tema del “gioco” e al concetto di frame, costituisce uno dei grandi capisaldi dell’intero pensiero del sociologo canadese. Per cercare di comprendere in che cosa consista, prenderemo come punto di riferimento l’opera intitolata The Presentation of Self in everyday life, pubblicata per la prima volta nel 1959. Iniziamo con ordine. Partiamo da qualche osservazione basilare circa il contatto diretto ed i rapporti interrelazionali.

Quando un individuo viene a trovarsi in presenza di altri interlocutori, quest’ultimi cercheranno, durante il rapporto dialogico instauratosi, di ottenere quante più informazioni possibili del suddetto. Le stesse possono venire recepite in varia maniera – può darsi che le stesse vengano anche direttamente fornite dall’interessato, così come è possibile che restino celate o “falsificate” -. La stessa ricezione può vertere su più interessi – anche se generalmente vi è la volontà da parte degli interessati di “gestire” il contesto di riferimento del conversare, di modo da potersi così preparare a comprendere e “sostenere” il dialogo medesimo -. Anche la natura delle informazioni può assumere diverse connotazioni: a seconda di quanto trattato e/o dell’impressione esercitata dall’interlocutore e/o a causa di molte altre variabili, possono venire “richieste” informazioni di tipo socio/economico – tipo l’individuazione dello status del soggetto in questione – e/o lavorativo – tipo la categoria professionale di appartenenza dell’individuo – e via discorrendo. Se ipotizzassimo il caso in cui gli interlocutori conoscano il soggetto in questione e siano a conoscenza dei tratti distintivi del suo carattere e del suo modo di fare e di essere, potremmo ragionare anche in termini apriorici e di generalità: essi, infatti, potrebbero caratterizzare il rapporto dialogico stesso sulla base della consapevolezza di come quei tratti (conosciuti a priori) verranno, inevitabilmente, a manifestarsi, permettendo così loro di svolgere una vera e propria “anticipazione” sull’evolversi della comunicazione medesima. Ma resta questa una considerazione alquanto semplicistica.

Durante l’interazione, infatti, molte informazioni attinenti l’interessato restano fuori dalla conversazione, in quanto non facilmente individuabili e/o celate e/o volutamente non manifestate. Può darsi anche il caso che alcune delle suddette possano venire recepite in modo indiretto, ovvero attraverso una dichiarazione dell’interessato o, ad esempio, una espressione assunta dallo stesso. Ma anche in questo caso si tratta poi di evidenziarne la veridicità e/o la rilevanza contestuale. Rappresentazione e finzione, dunque, giocano un ruolo fondamentale nello studio dell’evoluzione di un rapporto interrelazionale.

Ricordiamo che all’interno di una interazione, tanto gli interlocutori si adoperano per il recupero delle informazioni dell’interessato tanto quest’ultimo proietta il suo sé verso il rapporto dialogico medesimo. Ogni individuo possiede, infatti, delle proprie caratteristiche sociali; questo può tranquillamente implicare il fatto che, durante una conversazione, l’interlocutore possa adoperarsi per far sì che le stesse risultino manifeste e vengano chiaramente recepite dagli altri, di modo che quest’ultimi lo valutino e considerino in modo appropriato – appropriato cioè sulla base della “fisionomia sociale” espressa –. In questo caso, quindi, l’interessato proietta una precisa immagine di sé, informando gli altri di che persona egli sia ed aspettandosi per questo motivo un particolare tipo di trattamento e di presa in considerazione. Può però verificarsi il caso che suddetta proiezione venga respinta e/o non compresa e/o ritenuta non degna di venire presa in considerazione – a causa forse o del contesto nel quale avviene la comunicazione o della natura degli interlocutori stessi -. L’interessato può ricorrere a tutta una serie di stratagemmi comunicativi, onde desideri tutelare e proteggere l’immagine che di sé ha manifestato all’interno dell’interazione: ad esempio, può enfatizzare alcune assunzioni formulate circa uno specifico argomento oppure “centellinare” con attenzione il numero di informazioni da diffondere presso gli altri interlocutori, di modo da non monopolizzare con la propria presenza l’intera comunicazione e così da far apparire la propria proiezione più “semplice” da recepire – “parlare poco ma parlare bene” -.

Concludiamo questo breve scorcio introduttivo evidenziando alcune definizioni particolarmente importanti per lo sviluppo dell’argomentazione futura:

  • “incontro” o “interazione face to face“: si giustifica sulla capacità degli individui di influenzarsi reciprocamente nell’immediata presenza. La condivisione di un argomento discusso e la compresenza spaziale tra gli interlocutori, quindi, sono gli elementi fondamentali per  dare vita ad un incontro;
  • “rappresentazione”: è l’attività eseguita durante un incontro da un interlocutore, con il fine di influenzare la comunicazione stessa e la percezione altrui;
  • “routine”: è la “parte” assunta ed eseguita dall’interlocutore desideroso di proiettare specifiche rappresentazioni all’interno del rapporto dialogico. Se un individuo “interpreta” sempre la stessa parte – o “ruolo” – dinanzi sempre al medesimo pubblico, allora quest’ultimo diviene un “pubblico sociale”, in quanto tende ad omogeneizzarsi con la rappresentazione manifestata – si pensi ad un politico ed al suo elettorato -.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.