SCHOPENHAUER TRA INTELLETTO E VOLONTÀ.


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Schopenhauer approfondisce anche il tema della “conoscenza” e lo pone in rapporto a dinamiche concettuali che abbiamo già avuto modo di prendere in considerazione – si vedano, ad esempio, alcune tematiche, come quella di “coscienza” o di “volontà”, ad esempio -. Per comprendere il significato che il termine “conoscenza” acquisisce all’interno del pensiero di Schopenhauer, è fondamentale ricordare quanto già sostenuto circa l’intelletto e la “posizione” che, nei riguardi dell’essere, lo stesso assume rispetto alla volontà.

Stando al pensiero del filosofo, è impossibile risalire alla piena conoscenza di un qualcosa. Questo perché, nel momento preciso in cui riteniamo di conoscere l’oggetto, di esso altro non otteniamo ed elaboriamo che una mera rappresentazione. La particolarità, dunque, viene colta nelle vesti di un “fenomeno”. Tutto ciò comporta una profonda idiosincrasia conoscitiva. Non conosciamo l’essenza dell’oggettualità ma solo una sua effimera rappresentazione. Il che significa che, inevitabilmente, esisterà sempre una profonda differenza tra la particolarità in sé ed il conosciuto – frutto, per l’appunto, di una comprensione apparente –. La stessa problematica si verifica ipso facto anche quando l’oggetto del conoscere è il soggetto medesimo. Nel momento in cui desideriamo conoscere il nostro io, di esso otteniamo solo una personale ed individuale agnizione superficiale. Esiste, quindi, una marcata distanza tra la “coscienza conoscente” e l’individuo colto nella sua essenza, tant’è che:

[…] giacché, in quanto esso cade nella mia coscienza conoscente, è già un’immagine riflessa del mio essere, una cosa diversa da questo stesso, dunque già in certo grado fenomeno. In quanto cioè sono un soggetto conoscente, ho anche del mio essere stesso propriamente solo un fenomeno; in quanto invece sono immediatamente questo essere stesso, non sono conoscente.

La conoscenza è, quindi, una «proprietà secondaria del nostro essere», dato che per arrivare a comprendere la reale essenza del Tutto si rende necessario “andare oltre” – cfr. Spinoza -. Anche la volontà, dunque, non viene colta in sé e per sé ma, stando a quanto esposto sopra, essa si presenta a noi come un fenomeno. Ma attenzione!

Schopenhauer afferma che la comprensione intima della realtà, ovvero l’agnizione non superficiale e/o non fondata su ciò che viene posto “esternamente” all’attenzione del percipiente, veicola ciascun individuo a comprendere come la Volontà stessa sia il vero «nocciolo della realtà». Nella Volontà noi «riconosciamo la cosa in sé» ma, d’altro canto, dato che spesso la medesima appare a noi come un mero fenomeno, è fondamentale accorgersi di come la conoscenza della stessa sia inadeguata e scarsamente esauriente. Da qui la decantata necessità di quell’andare oltre che abbiamo già più volte menzionato.

L’impasse legata al problema della conoscenza non è di difficile comprensione. Se torniamo per un attimo all’atteggiamento empirico che abbiamo già avuto modo di analizzare in riferimento al tema della morte, possiamo comprendere come quest’ultima, di per sé, ben si sposi con quanto detto poc’anzi. La “coscienza conoscente” spinge il soggetto ad elaborare la nascita e la morte nel loro mero significato di inizio e fine. Punto. Non vi sono riflessioni o contemplazioni che possono essere indirizzate nei riguardi della Volontà (che di ogni essere rappresenta il fulcro esistenziale). Tale capacità intellettiva nasce con la nascita e muore con la morte… inevitabilmente, quindi, tutto ciò si palesa sotto forma di mero fenomeno. In questo risiede la profonda distanza tra intelletto e volontà: solo la seconda è tanto eterna quanto originaria:

L’intelletto è […] un fenomeno secondario e condizionato dal cervello, che quindi inizia e finisce con questo. Solo la volontà è ciò che condiziona, il nucleo di tutto il fenomeno, pertanto libero dalle sue forme, a cui appartiene il tempo, quindi anche indistruttibile. Con la morte perciò la coscienza va sì perduta, ma non ciò che aveva prodotto e mantenuto la coscienza; la vita si spegne, ma non con essa il principio della vita che in essa si manifestava. Perciò dunque un sicuro sentimento dice a ognuno che c’è in lui un qualcosa di assolutamente imperituro e indistruttibile. […] Ma che cosa sia questo imperituro, nessuno ha potuto farselo chiaro. Non è la coscienza, non più del corpo, dal quale manifestamente la coscienza dipende. È piuttosto ciò, da cui dipende il corpo insieme con la coscienza. Ma ciò è appunto quello che, cadendo nella coscienza, si presenta come volontà.

La distinzione tra fenomeno e cosa in sé è, dunque, la distinzione tra il “Mondo della Rappresentazione” ed il “Mondo della Volontà”. Per elaborare tale argomentazione, Schopenhauer sfrutta la tematica antitetica a quella della morte: la nascita.

L’atto della “generazione” si presenta in due modi:

  • come “autocoscienza”;
  • come “coscienza delle altre cose” – alter ego compreso -.

In realtà, non si tratta di un argomento particolarmente difficile da comprendere. Se, difatti, recuperiamo quanto detto in precedenza, la nascita intesa come “autocoscienza” è da intendersi come la particolarità in sé, nella sua più intima e pura essenza… un qualcosa che, in termini di totale assolutezza, acquista per Schopenhauer il significato di “voluttà”, ovvero di intenso e profondo piacere (di vivere e di venire al Mondo). La nascita, invece, intesa come “coscienza delle altre cose” è la complessità delle particolarità sensibili che esistono e che “sfruttano” le proprietà della natura per comprendere (apparentemente) tutto ciò che si palesa attorno ai loro sguardi… non comprendendo mai però l’essenza e la purezza del vero atto della nascita – che, per l’appunto, è siffatta “volontà voluttuosa” -.

La riflessione sulla nascita, al pari di quella sulla morte, permette a Schopenhauer di evidenziare il contrasto che sussiste tra il “Mondo della Rappresentazione”, dove tutto (empiricamente) inizia e perisce, ed il “Mondo della Volontà”, dove il Tutto ritorna.

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