METEMPSICOSI O PALINGENESI?


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La Volontà «è in sé senza conoscenza». Da essa scaturiscono tanto il sentimento di voluttà – che sancisce la nascita – quanto la paura della morte. A meno di non affidarsi ad una contemplazione più elevata circa l’essenza, nascita e morte vengono colti e recepiti come l’inizio e la fine di tutto. Mentre l’intelletto nasce e perisce, in quanto legato in modo indissolubile al corpo cui la Natura lo ha assegnato, la Volontà è imperitura e sempre eternamente permeata dal desiderio della vita e dalla ribellione mossa contro la morte.

Se l’essenza di ogni essere vivente è la volontà (di vivere e di opporsi alla morte) allora essa stessa “vuole” soltanto e non desidera conoscere. Il soggetto del conoscere è un fenomeno secondario in quanto è l’oggettivazione della volontà; l’intelletto è «il centro della sensibilità del sistema nervoso» e muore con il perire del cervello. A differenza della volontà, l’intelletto “conosce” soltanto e mai desidera alcunché. Il rapporto tra queste due componenti resta però estremamente importante da comprendere. La Volontà è sempre a priori. Su di essa, infatti, germoglia a posteriori l’intelletto. Quest’ultimo permette di conoscere. Ma, come già visto, si tratta di una comprensione rivolta ai solo fenomeni e, quindi, profondamente apparente. Interessante, quindi, sottolineare il fatto che l’individuo, per conoscere sé stesso, in seno alla propria essenza, non debba affidarsi alla coscienza conoscente ma, altresì, elevarsi ad una contemplazione (oserei dire) catartica.

La Volontà, dunque, persiste. Sempre. Perché è volontà di vivere. Proprio per questo essa si oppone alla morte. La coscienza, invece, è la «vita del conoscere del soggetto». Essa perisce con la morte (organica) dell’individuo stesso. Alla prima non interessa comprendere. La seconda, al contrario, non vuole alcunché. L’intelletto dipende, quindi, dal corpo. Il corpo, a sua volta, non può che dipendere dalla volontà (di vivere e di venire al Mondo). Potremmo, dunque, considerare il corpo stesso come l’anello intermedio che pone in relazione la Volontà con la coscienza. Ma, come afferma Schopenhauer, è fondamentale rammentare sempre che la Volontà «si presenta spazialmente nell’intuizione dell’intelletto».

Se dovessimo affermare che con la morte dell’intelletto l’intera realtà svanisca, allora dovremmo accettare l’idea che la realtà medesima altro non sia che una successione senza fine di «sogni brevi e agitati, senza connessione tra loro». Invero, con la morte dell’intelletto, perisce soltanto il Mondo oggettivo, ovvero la rappresentazione che la coscienza conoscente ha formulato del medesimo.

Il perdurare eterno della (indistruttibile) Volontà – il “Tutto che ritorna” – non è tanto da leggersi alla stregua di una vera e propria metempsicosi. Schopenhauer, difatti, non crede al perdurare della memoria e al fatto che la reincarnazione implichi il rammentare ciò che si è stati in una vita precedente. Il termine usato dal filosofo è quello di “palingenesi”. Questo termine significa “rinascita”, “rigenerazione” et similiaSchopenhauer se ne affida per evidenziare il continuo flusso di nascite e morti che sanciscono lo scorrere del tempo di ciascuna specie vivente. Da ciò deriva l’eterna essenza della Volontà. Secondo il filosofo, la palingenesi è un concetto sì fisico ma (anche) legittimato e giustificato da una valenza di natura del tutto metafisica: è nell’equilibrio che sussiste tra l’arrivo di una nuova vita e la vecchiaia e/o la morte di un altro individuo che risiede, infatti, l’essenza della Volontà.

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