CADUCITÀ DELL’IO ED INFINITÀ DELLA VITA.


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Schopenhauer è convinto che ogni essere vivente, in quanto tale, sia di per sé “necessario”. Questo perché «se egli potesse mai non essere, già ora non sarebbe». All’interno dell’infinità che precede la nostra nascita e che segue la nostra morte – la stessa identica infinità che, come abbiamo già avuto modo di vedere, deve veicolarci al diniego della paura del trapasso – si verificano infiniti mutamenti e cambiamenti, i quali, però, nonostante siano trascorsi ed esauriti, non impediscono all’uomo di nascere e vivere. Il trascorrere del tempo, dunque, evidenzia il fatto che qualsivoglia entità esistente necessariamente esiste:

A questo infatti l’esistenza deve inerire, perché essa si dimostra indipendente da tutti gli stati che sarebbero potuti essere prodotti dalla catena casuale; questi hanno già invero fatto la loro parte, e tuttavia la nostra esistenza non ne è stata scossa, come non lo è il raggio di sole dal vento di tempesta che esso attraversa.

La “necessarietà” dell’esistenza – ed il continuo ripetersi della stessa – fa sì che ciò che vive, viva necessariamente e per sempre, in quanto l’essere vivente altro non è che ciò che il tempo ha accolto in sé per colmare ogni ipotetico e/o possibile vuoto avesse mai potuto viziarlo. Questa considerazione dell’esistenza permette a Schopenhauer di alienare la stessa da ogni interpretazione di “non esistenza” e di “non essere” in riferimento ad un tempo infinito:

[…] se esso potesse condurci alla fine, già da lunghissima pezza non saremmo più. Dal fatto che noi esistiamo ora segue, a ben riflettere, che dobbiamo essere sempre. Giacché noi stessi siamo l’essere che il tempo, per riempire il suo vuoto, ha accolto in sé; perciò esso riempie appunto tutto il tempo, presente, passato e futuro, alla stessa maniera, ed è per noi tanto impossibile cader fuori dall’esistenza, quanto cader fuori dallo spazio. A considerare esattamente, è impensabile che ciò che esiste ormai con tutta la forza della realtà, possa diventare mai un nulla e non essere poi per un tempo infinito.

Ecco perché diventa fondamentale per il filosofo elevarsi ad uno stato superiore e catartico. Colui che considera la nascita e la morte come l’inizio e la fine dell’esistenza, è impossibilitato a scindere la medesima dalla mera individualità. Schopenhauer sa molto bene che non è l’individuo ad essere indistruttibile: egli altro non è che una singola espressione, manifestazione e variazione della specie cui appartiene. Se l’uomo associa l’essenza dell’esistenza a quella del mero io e della mera individualità, con la distruzione e la morte ogni cosa perisce. Indubbiamente. Ma se la coscienza individuale riesce a concepire l’inganno di cui sopra e a contemplare l’infinità esistente prima della nascita e dopo la morte come un flusso assolutamente eterno e capace di abbracciare la pienezza della Vita, allora l’uomo potrà sempre liberamente esclamare a gran voce: «Io sono sempre stato». Segue una riflessione profonda sul concetto di “io”.

Schopenhauer, infatti, è convinto di come il passaggio più complesso e difficoltoso sia rappresentato dalla incapacità di ciascuno di alienare la concezione di sé medesimo dalla sua stessa individualità. Secondo il filosofo, il termine “io” non deve trovare la propria giustificazione nella concezione individualistica del sé. Se fosse così, infatti, cadremmo, nuovamente, nell’impasse di cui sopra. La “non preoccupazione” per la mera individualità segue in modo inevitabile dalla corretta comprensione dell’esistenza… ma per raggiungere tale agnizione si rende necessaria una “elevazione contemplativa”:

«Perché sto a preoccuparmi della perdita di questa individualità, quando porto in me la possibilità di innumerevoli individualità?». Capirebbe che, sebbene non gli si prospetti una sopravvivenza della sua individualità, pure per lui è come se essa gli si prospettasse, in quanto egli ne porta in sé un perfetto surrogato.

L’immortalità dell’individualità, quindi, è un’illusione. Un profondo inganno. Essa, inoltre, è da osteggiare per due ragioni. In primis, prendendo come spunto la convinzione della vita dopo la morte ed il “premio” nell’aldilà a seguito di una vita condotta nel segno della virtù, essa obbligherebbe a conciliare l’esistenza al mero egoismo. In secundis, l’immortalità dell’io altro non implicherebbe che un tedioso ripetersi degli eventi, quando, invece, l’io, di per sé, altro non è che una eccezione della manifestazione della specie.

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